ALEZEIA

La verità vi farà liberi

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Giovani, vi voglio tutti protagonisti

Posted by alagna su 7 aprile 2013


È un rapporto profondo, chiaro e sincero quello che lega papa Francesco e i giovani. L’attenzione che il nuovo Pontefice ha dedicato ai ragazzi nei 15 anni da arci­vescovo di Buenos Aires è stata costante. L’allora cardinale Bergoglio incontrava i giovani ogni giorno nelle strade della città argentina e sui mezzi pubblici utilizzati per i suoi spo­stamenti. Ma con loro aveva anche degli appuntamenti fis­si durante l’anno, come il pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Luján e la ‘marcia giovanile’ di giugno per la solennità del Corpus Domini. Seguono alcuni estratti – se­lezionati e uniti a seconda dei temi trattati – di omelie, di­scorsi e messaggi che il cardinale Bergoglio ha rivolto ai giovani negli ultimi anni.

CERCARE DIO E LASCIARSI TROVARE
Essere giovani cristiani vuol dire anzitutto es­sere dei buoni cittadini. In un momento di crisi, far riferimento alla buona cittadinan­za significa parlare in sanscrito. Come riu­scirci? Facendo memoria del nostro popo­lo. Bisogna guardarsi indietro e vedere che alle spalle c’è una storia di persone. Non di­mentichiamo chi ci ha preceduto. Dovete costruire il futuro attraverso la memoria che hanno lasciato i nostri anziani e vi trasmet­tono i genitori. A proposito di memoria vor­rei dirvi un’ultima cosa: non dimenticate mai di cercare Dio e, soprattutto, lasciatevi trovare da Lui.

LIBERTÀ E SOGNI
Non abbiate paura della libertà, anche se ci sono molti furfanti che vi stanno vendendo falsità affinché abbiate paura della vita. Ab­biamo bisogno dei vostri sogni. Un Paese in cui giovani ancora sognano non è morto. Ma i vostri sogni devono essere piantati nel­la società. Perché i sogni non sono soltanto di vostra proprietà, ma patrimonio di tutti. Anche di chi vuole rubarveli. Allora non ri­schiate la vita per un piacere che passa do­po 10 minuti. Rischiate la vita per Gesù. Lui ci ha lasciato un messaggio che è il sogno più grande. Ci ha detto che siamo tutti fra­telli. Sognate la vita di Gesù.

LA VIA DELLA MITEZZA
La società in cui viviamo anestetizza i gio­vani e vuole distruggere i loro ideali e i pi­lastri della speranza. Essere giovani signifi­ca non rimanere chiusi ma imparare a com­battere, a lavorare e a vedere il mondo at­traverso occhi di grandezza. Siete chiamati a fare grandi cose come servire il prossimo, cre­scere una famiglia e tra­smettere i vostri valori. In una cultura che offre con­tinuamente il metodo dell’attacco, della tensio­ne e dell’insulto voi gio­vani dovete seguire la via della mitezza e rispettare sempre il prossimo, che è una persona come voi.

LASCIARE IMPRONTE
Ragazzi, a voi che per la solennità del Corpus Do­mini avete attraversato la città da quattro direzioni differenti per arri­vare fin qui, a piazza dei Due Congressi, chiedo se vi siete limitati a fare una sfilata di moda o se, invece, avete lasciato impronte. Perché dovete sapere che colui che cammi­na senza lasciare traccia è inutile. Se si tra­scorre la vita a bordo di un pattino non si lasciano impronte. Bisogna portare avanti un messaggio d’impegno e proseguire lun­go il cammino percorso da Gesù Cristo, che ha lasciato un segno indelebile e ha scritto la storia.

LAVORARE PER LA GIUSTIZIA
Finiamo questo pellegrinaggio a Luján, alla casa della Vergine e, come facciamo a ogni visita, ci siamo seduti in silenzio davanti al­l’immagine della Madonna. La cosa più im­portante è che abbiamo la necessità di pre­gare e di affidare alla Vergine ciò che condi­vidiamo con molti pellegrini sulla strada. «Madre, insegnaci a lavorare per la giusti­zia ». E sapete chi ha voluto fare questa ri­chiesta? Voi stessi. Sì, perché tra le vostre preghiere alla Vergine avete scritto anche questa: «Madre, insegnaci a lavorare per la giustizia». Luján è la casa di tutti i figli del­la Madonna e stiamo facendo questa ri­chiesta affinché Lei ci insegni a essere per­sone giuste nella vita. Questo è il posto ideale per imparare a essere buoni figli, buoni fra­telli, preoccupati per il bene degli altri. Im­pariamo tutti a lavorare per la giustizia, co­sì avremo sempre un cuore aperto e grande.

NO AL NULLA DELL’IPOCRISIA
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia» (Vangelo di Luca 12,1-7). L’i­pocrisia è l’anima doppia, pensare un po’ di qua e un po’ di là, poggiare un piede su que­sta pietra e uno su quell’altra. È quella pec­caminosa diplomazia dello spirito che ci ammala e ci fa male. Ma parlare ai giovani di ipocrisia è come parlare in cinese. Voi non siete ipocriti ma aperti, e dite ciò che pen­sate. Con il trascorrere degli anni, però, si ri­schia di imboccare la stradina che porta al nulla e di non proseguire sulla strada gran­de della sincerità. Allora continuate a dire la verità, siate trasparenti, restate nella stessa via. Certo, durante que­sto percorso ci saranno dolore e problemi. Però il vostro cuore sarà feli­ce, mentre se prendere­te la stradina dell’ipo­crisia non riuscirete nemmeno a sentire il vostro cuore».

VOGLIO UNA CHIESA PER LE STRADE
Dobbiamo proporre l’orizzonte che Dio ci ha messo nel cuore. E per farlo è necessario uscire da noi stessi. Quindi non accontentatevi di stare con il vostro piccolo gruppo, ma a­scoltate le preoccupazioni e prendetevi cu­ra delle pene di tutti i giovani. È vero, voi gio­vani siete una minoranza. Anche il lievito è solo una piccola parte della pizza ma serve a far fermentare la pa­sta. Anche il sale è una mi­noranza, ma aggiunge sapo­re e aiuta a mantenere la cot­tura. Allora integratevi, par­late e ascoltate. Suggerite o­rizzonti veri, non quelli a breve termine. Dovete avere spirito missionario e me­scolarvi con gli altri. Come ho già detto in molte occa­sioni, voglio una Chiesa per le strade. Che esca fuori da se stessa. Ecco, voglio anche i giovani per le strade. Gio­vani mescolati e incorpora­ti nella vita quotidiana di al­tri giovani. Ragazzi che par­lano di Gesù Cristo, che con Lui vivono e possono trasmettere il suo esempio agli al­tri.

Di Luca Mazza

su L’Avvenire del 24 Marzo 2013

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La felicità può durare anche solo sei ore

Posted by alagna su 2 marzo 2013


New York, la neonatologa italiana che batte l’aborto con la «comfort care»

«Quando studiavo medi­cina all’università, de­cisi di diventare neo­natologa perché vole­vo aiutare con le mie conoscenze i bambini che venivano al mondo con problemi di salute. Il mio desiderio era di vederli guarire per poi poterli mandare a casa sani e felici con i lo­ro genitori. Ma poi mi è accaduto di prendermi cura anche di quelli che hanno una vita brevissima, e che a casa non tornano. Non è stato per un progetto, mi ci sono trovata in mezzo. E dicendo sì a quelle circo­stanze ho imparato cos’è la vita e co­sa vuol dire fare il medico». Elvira Parravicini, brianzola di Seregno tra­piantata negli Stati Uniti, dal 1998 lavora al Morgan Stanley Children’s Hospital di New York, un ospedale pediatrico affiliato alla Columbia U­niversity. «Come neonatologa mi è sempre piaciuto partecipare alla dia­gnosi prenatale per poter dare ai ge­nitori una prospettiva di cura per i lo­ro bimbi, ancora prima che nasca­no. Putroppo però la diagnosi pre­natale è sempre più centrata sull’i­dentificazione dei difetti congeniti al fine di abortire il bambino, nel ca­so non sia sano. Eliminare il pazien­te invece di curarlo mi sembrava la negazione della mia vocazione pro­fessionale, per cui ad un certo pun­to ho smesso di partecipare alle riu­nioni settimanali di diagnosi prena­tale in ospedale, dove i ginecologi proponevano sempre l’aborto e io mi sentivo impotente e inutile. Do­po due anni di assenza, nel 2006, un giorno una collega dell’ostetricia mi rilancia l’invito: “Elvira, perché non torni? Sono riunioni interessanti, si imparano tante cose”. Mi sento pro­vocata, Qualcuno mi sta chiamando a ritornare lì. Va bene, mi dico: soffrono i bambini, soffrirò anch’io con loro. E decido di provare.

Tre giorni dopo par­tecipo alla riunione e, incredibilmente, vengono presentati due casi di donne gravide che aspettano bambini con patologie life-limiting – letali, non suscettibili di trattamenti medici o chirurgici – e quindi destinati a un’e­sistenza molto breve, le cui madri non vogliono abortire. I ginecologi sono sorpresi e smarriti: che si fa? A quel punto alzo la mano e dico: mi prendo io cura di loro, propongo la comfort care, c’è una possibilità di trattamento medico anche per que­sti piccoli’. Capivo che la vita, anche se è corta, deve essere la più bella e intensa possibile».

La comfort care è una pratica medi­ca che ha come fine aiutare il pa­ziente a ‘sentirsi bene’, per quanto possibile, in qualsiasi condizione si trovi. E così il benessere della perso­na diventa il centro del trattamento. Dovrebbe essere usato sempre nel­la pratica medica, perché ogni pa­ziente vuole ‘sentirsi bene’, ma qui diventa lo scopo della terapia medi­ca e infermieristica. Ed è prenden­dosi cura di queste fragili esistenze che Elvira ha ‘imparato’ cosa vuol dire essere neonatologa.

L’ha capito, ad esempio, imbatten­dosi in Alessandra, 800 grammi alla nascita, con una grave infezione in­testinale che le ha distrutto l’intesti­no. «Non c’è più nulla da fare, la­sciamola morire», dicono i chirurghi all’uscita dalla sala operatoria, ma i ge­nitori supplicano di lasciarla attaccata al ventilatore per qual­che giorno, per po­terle stare vicini pri­ma della fine. «Ho proposto un tratta­mento di comfort care con una ventilazione minima di supporto, antibiotico e morfina o­gni tre ore, e siamo stati a guardare come andavano le cose. Alessandra era circondata da persone che le vo­levano molto bene e non davano nulla per scontato. Col passare del tempo la ferita comincia a guarire, lei si muove ogni giorno un po’ di più, fino a che – incredibile! – dico ai ge­nitori che si può interrompere la ventilazione perché respira da sola. Sono tornati a casa contro ogni pre­visione, la bimba aveva un intestino lungo solo 10 centimetri, necessita­va di nutrizione endovenosa e pote­va prendere solo piccolissime quan­tità di latte per bocca. Ma era viva, e al suo primo compleanno è stata fe­sta grande, con i genitori, l’infer­miera Debbie che non l’ha mai ab­bandonata un momento e me (ve­dere foto). Prendendomi cura di lei, è diventato più chiaro che il mio la­voro è prima di tutto un dialogo col Mistero che parla attraverso la realtà di questi bimbi, così che noi possia­mo trattarli al meglio dal punto di vista medico».

Un’altra lezione è venuta da Nilah, 406 grammi alla nascita, una vita su cui nessuno osava scommettere. «Prendendomene cura, mi sono af­fezionata a lei e ai suoi genitori al punto che ho deciso di diventare la sua ’dottoressa esclusiva’. Indipen­dentemente dai miei turni, ogni giorno passavo a visitarla. Dopo un mare di complicazioni e sei mesi di ospedale, smentendo qualsiasi pre­visione, è arrivato il giorno di torna­re a casa. I genitori mi chiesero di es­sere la madrina di battesimo, e que­sto mi rese ancora più consapevole che la vita di Nilah non era nelle mie mani, e io potevo solo assecondare la volontà di un Altro. La cosa di­venne ancora più chiara quando, do­po qualche mese, mi presi cura di Si­mona, la figlia di miei amici carissi­mi, nata prematura e molto malata. Nelle sei ore che ho passato a riani­marla, mi sono resa conto che tutto il mio impegno, la professionalità, l’esperienza che mettevo in campo, non avrebbero potuto modificare il corso della sua vita se non c’era un Altro che lo decideva. Dovevo dare tutto di me come medico, ma la sua vita era nelle mani di un Altro che si faceva conoscere attraverso il pa­ziente stesso». Molti pensano che la comfort care comporti un dispendio eccessivo in termini di tempo, personale, farma­ci e attrezzature rispetto al risultato finale, che quasi sempre è la morte del bimbo. «Ma la medicina non può essere gestita secon­do criteri meramen­te economicistici – ribatte Elvira –.

La questione di fondo è che si può stare di fronte alla vita e alla morte solo ricono­scendo che hanno un senso e ultima­mente non dipen­dono dall’uomo. E se si è consape­voli che il primo bisogno di un bim­bo è quello di sentirsi accolto, biso­gna facilitare il contatto fisico con i genitori. Qui in America è molto ac­cesa la polemica tra pro life e pro choice, ma si rischia una contrappo­sizione meramente ideologica. Io di­sapprovo l’aborto, lo considero un crimine. Ma non voglio combattere guerre, offro alle donne un’alterna­tiva con la comfort care. E accade che sempre più mamme che hanno dubbi sulla scelta da fare, quando sanno di questa possibilità la chie­dano per sé e i propri figli. Capisco­no che è qualcosa di bello, e la bel­lezza ha una capacità di attrazione più forte di tante polemiche. Si dice che quando nasce un bambino con problemi e destinato ad una breve e­sistenza, le madri vengano prese dal­lo sconforto, ma le assicuro che il sentimento prevalente è la gioia di vederlo nascere e di averlo con sé, anche per un tempo breve. Allora si assiste alla vittoria della bellezza sul limite, perché la vita, qualsiasi vita, è esigenza di felicità. E il momento della nascita è quello in cui ciò è più evidente».

L’ultima conferma è arrivata pochi giorni fa, quando El­vira si è occupata di Milagros, che i geni­tori hanno fatto na­scere anche dopo u­na diagnosi infausta: trisomia 18 e grave cardiopatia. «Le hanno messo un ve­stitino elegante, è stata battezzata dal cappellano dell’o­spedale, poi li abbia­mo lasciati soli – lei, la mamma e il papà – nella loro camera. E quando è spirata, la madre mi ha confidato: ’Sa dottoressa, è stato proprio bello, mi ha sorriso per tutto il tempo, ab­biamo passato sei ore di felicità con la nostra bimba, una felicità breve ma così intensa…». Quando accadono fatti come questi, Elvira capisce che valeva la pena alzare la mano davanti ai suoi colleghi, quel giorno del 2006, per dire che c’è una possibilità di­versa dall’aborto. Anche per vivere solo sei ore, come Milagros.

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L’amore che costa

Posted by alagna su 19 dicembre 2012


Un vescovo, il potere, i distratti

La dolorosa vicenda di monsignor Taddeo Ma Daqin – il vescovo ausiliare di Shanghai che si è visto “revocare” la nomina da Pechino, come punizione per essersi pubblicamente staccato dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi – non pare scaldare gli animi di tanti attivisti nostrani, pronti a muoversi per le più diverse cause di diritti negati nel mondo. Non sono bastati gli oltre cinque mesi di arresti domiciliari passati dal presule cinese nel seminario di Shashan a farne un “personaggio” tale da essere adottato dall’opinione pubblica internazionale. Il che la dice lunga dello strabismo dei mass media occidentali. Ma il guaio è che – seppur con alcune lodevoli eccezioni – persino sui media d’ispirazione cattolica si rischia di considerare la vicenda del vescovo. Ma come l’ennesimo “incidente” nei già tesi rapporti fra Pechino e il Vaticano. Le cose non stanno affatto così.
Intanto perché quanto accaduto in questi giorni è di una gravità inaudita. Giovedì scorso è dovuto scendere in campo il “numero due” di Propaganda Fide per spiegare a chiare lettere che il provvedimento adottato dal governo cinese è «sotto il profilo ecclesiale, privo di qualsiasi valore giuridico» e che, proprio perché «dimentica» che la sola autorità in materia di nomina episcopale è il Papa, esso «crea inutilmente una divisione nel Paese».

Il dispiacere maggiore, però, è nel constatare che pochi conoscono la splendida lezione di fede, tenacia e coraggio che monsignor Ma sta offrendo al mondo intero. Se oggi tace il blog al quale per mesi il vescovo ha affidato brevi pensieri (il presule sa benissimo che un passo falso potrebbe costargli caro), non si è spenta la sua voglia di condividere l’esperienza di fede nella prova che lo vede protagonista. Ogni giorno, infatti – come scrive MissiOnLine.org – monsignor Ma pubblica preghiere, riflessioni e passi del Vangelo su un sito cinese di microblogging affine a Twitter. E oltre diecimila persone lo seguono, per via telematica, esprimendogli solidarietà e vicinanza.

Ebbene, dall’inusuale pulpito di un social network (ma è ancora così, oggi che anche Benedetto XVI lo ha scelto come “nuovo aeropago”?), il giorno in cui si è diffusa la notizia della “revoca governativa” della nomina episcopale monsignor Ma ha diffuso un pensiero a dir poco sorprendente («L’amore di Dio è come l’amore sincero di un padre, la tenerezza di una madre, il dolce sentimento di uno sposo verso la sposa»), corredandolo con la citazione di un noto passo di Isaia: «Quand’anche i monti s’allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amor mio non s’allontanerà da te».
Qualche giorno prima, riallacciandosi al «Beati i perseguitati dalla giustizia perché di essi è il regno dei cieli», il vescovo cinese aveva alzato il suo grido, dando voce al sentimento di profonda amarezza e sconcerto per la propria condizione: «Signore, alcune persone sono perseguitate e condannate non perché hanno commesso un crimine, ma al contrario, perché hanno perseguito la giustizia, l’onestà e agito secondo la propria coscienza. Questa è la sorte di chi non è stato alle regole del gioco».

Di fronte a una testimonianza così alta di fedeltà al Papa e alla Chiesa, di amore “a caro prezzo” per il Vangelo, abbiamo il dovere – se autenticamente cattolici – di accogliere l’appello di monsignor Savio Hon di Propaganda Fide a unirci in preghiera per il vescovo ausiliare di Shanghai, tuttora agli arresti domiciliari. E di ringraziare monsignor Taddeo Ma Daqin per la sua esemplare perseveranza. Un tesoro prezioso, ancor più in quest’Anno della fede.

 

Gerolamo Fazzini
da L’avvenire del 18 dicembre 2012

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Parole nostre, figli nostri

Posted by alagna su 2 settembre 2012


​A proposito di embrioni

Ci passiamo sopra come fili d’erba. Le pieghiamo. Come fosse niente. Ma ci sono parole che non si possono calpestare. Quando lo si fa, se pure con buone intenzioni, si sta calpestando l’aiuola del vivente. È un paradosso: siamo ligi con le aiuole nelle nostre piazze, ma calpestiamo parole-aiuole senza pensare alle conseguenze. Ci stiamo calpestando il corpo e l’anima. Ci tocca vivere un’epoca in cui parole elementari (padre, figlio, vita…) sono sottoposte al diverbio, allo scontro. Epoca dura ben più di altre. Occorre avere un cuore grande verso tutti – anche chi si pone distante su questioni così radicali – un cuore pieno di pazienza verso se stessi e verso tutti. E però essere guerrieri contro gli errori sulle parole-aiuola, contro i calpestamenti, i lievi feroci fraintendimenti.
Si accampa come scusa che tale “confusione” nasca dai progressi della scienza, dalle possibilità della tecnica. Ma sono scuse. La scienza autentica non confonde le parole, il loro senso. Semmai ci invita a inventarne di nuove. Ma embrione e figlio sono le parole valide per quel che è in gioco. Le confusioni nascono prima o dopo, nella cultura, ovvero nel senso critico che le persone maturano circa la vita e il suo significato.

Una ragazza che decide di abortire non lo fa perché convinta dalla scienza, ma dalla solitudine, dalla disperazione con cui ha imparato a guardare la vita. E chi non sente un brivido nel pensare che per assecondare un pur legittimo desiderio di avere figli (e possibilmente sani) si passa sopra al diritto di nascere di creature infinitamente piccole e perciò indifese come siamo stati noi e i nostri figli, non ne è immune a causa della scienza e della tecnica, ma perché ha smesso di tremare per gli esordi, per le cose fragili della vita. E ragiona ormai in termini di difesa dei diritti più facili ed evidenti, che sono sempre i diritti del più forte.
È alla ribalta la parola embrione. E allora ci tocca riguardarla, questa parola un po’ fredda che si usa per indicare qualcosa da “buttare” se occorre. Come una materia, entro cui scartare la difettosa e tenere la migliore. Come si fa con la stoffa, le zucchine, o le foglie di tabacco. E sì: con la parola embrione facciamo i furbi. La usiamo perché sembra fredda, scientifica, distante. Ma essa indica quella stessa realtà che nella pancia della nostra donna lei e noi chiamiamo “figlio”. La medesima. Identica. Nessuno ha mai detto: sai, aspetto un embrione. Ma un figlio. Perché la realtà è la medesima. Però se non parliamo della nostra pancia, usiamo (usano) la parola “embrione”. La stessa cosa, ma così la distanziamo. E può esser congelata, buttata, scartata.

In questo cambio di parola ci sta un precipizio di pensiero, una astuzia, a volte un egoismo. Proviamo a pronunciare: si congelino pure migliaia di “figli”. O: “scartate tre figli e tenetene uno”. La parola “embrione” che da radice greca indica una cosa che “nasce” dentro un’altra cosa è una parola dolcissima, tenuissima. Indica il primario muoversi e germinare di un essere. È già l’uomo che sarà, dice solo che nasce dentro un altro. Che sia un essere in sviluppo e non già pienamente attuato non significa una differenza di qualità. Non sarà mai nient’altro che un uomo. Non gatto, né delfino, né airone. È un nascente uomo da dentro sua madre – o forse il fatto che sia in un “bidone” lo rende eliminabile?

La legge in discussione, la legge 40, è utile e per tanti aspetti saggia, ma come tutte si può perfezionare. Ora la discussione riavvampa. Se servirà a far aumentare il tremore in tutti dinanzi a certe parole, allora lo scontro culturale, il diverbio, la fatica del ragionamento saranno serviti a qualcosa. Un particolare contributo diano le donne, che sanno cosa è avere un embrione, un figlio dentro il proprio corpo. E sanno cosa è tremare infinitamente.

Da l’avvenire del 31 agosto 2012

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Chiediamo all’infinito

Posted by alagna su 17 luglio 2012


Leggevo in questi giorni uno spietato romanzo sulla vita di un rapinatore e assassino degli anni 50, ambientato nei bassofondi di Los Angeles. Dopo aver messo a segno un colpo da mezzo milione di dollari, si ritrova in una casa con vista sul mare a godersi il bottino: «Quando sono arrivato quaggiù è stato come arrivare alla fine dell’arcobaleno, nel luogo baciato dal sole che appartiene ai sogni di tutti. Era tutto quello che desideravo dalla vita: semplicità, una spiaggia, la pace. Ma la pace si è trasformata in noia e solitudine». Giorno dopo giorno la noia lo assale, lo divora da dentro. Non basta mezzo milione di dollari da spendere in divertimenti a trovar pace. Ha bisogno di riempire il vuoto e allora, pur sapendo di rischiare la cattura dal momento che è un super-ricercato, comincia a preparare un altro colpo.

Ci si può annoiare anche in vacanza, e siamo disposti persino a scegliere il rischio pur di lenire il vuoto profondo che ci afferra.

Il vuoto. Non credo che in altre epoche della storia sia stato concesso il privilegio di sentire la morsa disperante del non senso, come nella nostra o almeno nella forma cristallina che ha raggiunto oggi.
C’è stata un’epoca in cui gli uomini sapevano di essere finiti, dentro l’infinito di Dio, e per questo interpretavano ogni cosa finita come segno dell’infinito. Venne poi un’epoca in cui il finito si rese autonomo dall’infinito ed esplorò tutti gli angoli della sua finitezza, scoprendo cose che prima non sospettava. §

Si sentì più solo, ma sapeva di essere sorvegliato dall’infinito, così si rassicurava anche se cominciava ad averne paura. Venne poi un tempo, il nostro, in cui il finito non volle essere più rassicurato né impaurito, accantonò l’infinito e si rese del tutto autonomo, tanto da diventare infinito o credere di esserlo. Il prezzo pagato fu che insieme alla sua raggiunta infinitezza sperimentò l’infinitezza del suo limite: emerse il vuoto in forma nitida, come uno stampo svuotato, perfettamente pulito, ma privo della sua sostanza.

Si decise allora di riempirlo dell’ottimismo delle “cose da fare” per scacciare quel vuoto, ma nessuna coincideva con lo stampo e le troppe cose si rivelarono ingombranti, e si rompevano pure. Nacque così la vacanza: per svuotare di nuovo lo stampo dalle cose di cui lo si era riempito, e tornò la violenta evidenza del vuoto e si desiderò tornare al pieno di cose da fare, pur di non sentire con tale forza l’assenza perturbante. E si cominciò a pendolare, inquieti. Riempi e svuota.

L’assenza di infinito ci costringe a rendere infinito tutto: lavoro e vacanza. Andiamo in vacanza come uno che spegne il computer quando è andato in tilt, perché il lavoro è solo schiavitù funzionale a guadagnarsi la vacanza. Trattiamo l’anima come un interruttore: on/off. E non troviamo pace.
Cesare Pavese in alcune delle sue poesie più belle di Lavorare stanca dipinge questo tedio che ci sorprende all’alba o alla sera: «Poi la notte, che il mare svanisce, si ascolta / il gran vuoto ch’è sotto le stelle… / L’uomo, stanco di attesa, / leva gli occhi alle stelle, che non odono nulla… / Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà… / Vale la pena che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata cominci?».

Attendiamo la vacanza come se potesse risolvere il nostro infinito desiderio di felicità, minacciato dalla schiavitù del lavoro, ma la vacanza, impietosa, ci mostra il vuoto che abbiamo coperto con i troppi impegni feriali. Così l’attesa si fa ancora più dolorosa e delusa e le stelle in cui avevamo sperato non ci ascoltano. Cerchiamo la compagnia in spiagge affollate e locali rumorosi, che pochi giorni prima fuggivamo. Cerchiamo divertimenti ancora più impegnativi di un lavoro che avevamo vissuto come alibi al vuoto. E non troviamo pace, perché l’anima non è un interruttore e il corpo la sua lampadina che prima o poi si fulmina, ma un’unità che ha pace solo quando è unità.

Per questo credo che, suo malgrado, l’uomo di quest’epoca, guardando lo stampo mal riempito o vuoto, potrà più facilmente chiedere all’infinito di tornare. L’infinito lo ascolterebbe e si riverserebbe subito dentro di lui, come una grazia, colmandone di pace ogni angolo. Il tedio non è da disprezzare: altro non è che la percezione dell’assenza dell’immagine che siamo. L’immagine del Dio fatto carne.

 

Alessandro D’Avenia
su L’Avvenire del 16 Luglio 2012

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Obiettivo eutanasia

Posted by ikzus su 9 maggio 2011


Cinque anni fa scrissi un post molto pesante, intitolato La lunga marcia della morte; in quel testo prevedevo che si sarebbe arrivati all’eutanasia del non consenziente – all’eliminazione dell’indesiderato, per dirla chiara. Ed eccoci qua, come si può leggere sotto.

Riprendo brevemente solo due considerazioni.

Innanzitutto, è sempre più evidente che l’eutanasia è semplicemente l’estensione logica dell’aborto: se una madre ha “il diritto” di sopprimere il proprio figlio non nato, in nome della salvaguardia del proprio benessere, perché tale principio non dovrebbe valere nei confronti di altri soggetti? Perché non potrei eliminare altri figli, genitori, fratelli, coniuge (ecc. ecc.) dal momento che il criterio dominante è la mia personale felicità?

Ma per arrivare lì, occorre accettare un secondo presupposto, questo sempre implicito, taciuto (perché vergognoso), ma fondamentale: alcune vite valgono meno di altre. La vita umana può essere pesata, misurata, calcolata e soprattutto confrontata: si tratta di decidere chi tra noi due vale di più, e non è un gioco, in palio c’è la vita o la morte. Ovviamente, come sempre, vince il più forte. Ecco perché l’aborto e l’eutanasia sono la forma peggiore di razzismo.

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IL NEONATO DISABILE? E’ SOLO UN PESO: ELIMINIAMOLO!

Negli Stati Uniti si teorizza di lasciare ai genitori la decisione di far morire il figlio se la sua vita sarà minata da malattia o handicap

di Carlo Bellieni

Davvero le richieste di leggi per accelerare il fine vita dei pazienti gravi vanno nell’interesse del paziente? O c’è un difetto che le mina alla base? C’è chi mostra il lato nascosto della medaglia. Si tratta di un articolo sull’ultimo numero del prestigioso American Journal of Bioethics, intitolato «Una vita in grado di dare? La soglia per la sospensione delle cure ai neonati disabili», di Dominic Wilkinson, docente all’Università di Oxford. L’autore spiega così il suo pensiero: «In alcuni casi per i genitori e i medici è giustificabile decidere di lasciar morire un bambino, anche se la sua vita meriterebbe di essere vissuta». Avete capito bene: non si tratta di lasciar morire chi avrebbe poi una vita tutta fatta di sofferenza (anche se non si capisce chi decida chi misuri la sofferenza altrui e anche se sappiamo bene che le cure inutili possono essere rifiutate); ma addirittura chi avrà una vita che anche questo tipo di filosofi reputa «accettabile», seppur minata da una malattia. In quali casi?

Sostanzialmente quando i genitori sentono eccessivo il peso dell’assistenza al bambino malato. Insomma: uno sbilanciamento della bilancia della giustizia a favore dell’adulto e a spese del bambino; prevale il criterio «del peso sui familiari e sull’economia generale». E, come Wilkinson spiega, questo criterio è già preso in considerazione nei protocolli – e ne esistono – che lasciano al genitore molta discrezionalità sulla vita del neonato prematuro o sofferente.

Ovvio che i genitori debbano essere sempre e bene informati, e che possano scegliere il meglio per il loro figlio; ma questo non significa che possano decidere di lasciarlo morire se ci sono ancora serie speranze, perché loro non ce la fanno più in previsione di un handicap del piccolo; oltretutto alla nascita mancano il tempo e la serenità per un’informazione corretta. E come ameremmo che chi stende protocolli partisse inesorabilmente dalla richiesta di aiuti per le famiglie dei malati. Ma anche quando i protocolli sono meno «evoluti», le cose non ci rassicurano. «La visione ufficiale prevalente – dice Wilkinson, spiegando di volerla superare con quanto finora detto – è che il trattamento può essere sospeso solo se il peso della vita futura supera i benefici». E cita vari protocolli che invitano a fare un conto tra vantaggi e svantaggi e se i secondi sono maggiori dei primi la cura può essere arrestata.

Anche qui è chiaro come l’interesse del paziente sia trascurato: una vita triste con più sconfitte che vittorie è frequente, e non per questo non merita di essere vissuta. Perché per i neonati tante finte cautele in molti protocolli?

Non si farebbe mai per un adulto il conto a tavolino dei pro e dei contro: invece in diversi Paesi il padre può decidere di non iniziare le cure salvavita per i neonati (e non ci dicano che «il padre è sempre il miglior tutore degli interessi del piccolo»: tanti episodi di cronaca lo smentiscono). Cos’hanno i neonati meno degli adulti? E cosa hanno gli adulti disabili mentali meno degli altri, dato che anche a loro vengono riservate meno cure che agli altri, come ben mostrava la rivista Lancet nel luglio 2008?

Esistono davvero delle vite non «in grado di dare»? Noi «sani» pensiamo di aver in mano il giudizio su quale vita lo sia; finché qualcuno non giudicherà che la nostra non lo è più.

Fonte: Avvenire, 14/04/2011

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L’eutanasia sarà il nuovo strumento di controllo demografico

La Repubblica commenta oggi alcuni dati Onu che prevedono un importante aumento demografico tra oggi, il 2050 e la fine del secolo. E commenta così: «Qualcosa sta girando storto, soprattutto in Africa: le politiche di controllo delle nascite sono nello stallo per motivi ideologici». In un passaggio viene giustifica la politica del figlio unico cinese. Repubblica si dispiace poi del ridimensionamento dei fondi disponibili all’Onu per il controllo delle nascite. Non solo, auspica anche calamità naturali che impediscano alla previsione di avverarsi. Ma la conclusione si spinge anche oltre, svelando la preoccupazione ultima di chi scrive: «Se anche il pianeta riuscirà a sfamare tutti – si legge – se saremo di meno staremo certamente meglio».

Riccardo Cascioli, giornalista, presidente del Cespas (Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo) e direttore del Dipartimento popolazione, commenta la notizia così: «Siamo ormai al “Forza tsunami”. Le cose che solo 15 anni fa avrebbero fatto scandalo ora vengono pubblicate con una leggerezza che fa impallidire: è perfettamente normale dire apertamente che l’altro è un nemico da eliminare. Questa mentalità inaccettabile discende dal pensiero del movimento eugenetico di fine ‘800 che diede le basi al nazismo. Da qui nasce anche l’ecologismo e il controllo nascite: se tutto deve essere perfetto l’umanità che non risponde a certi canoni è considerata male e d’intralcio all’ecosistema. In una visione simile i migliori (sempre decisi dal potere di turno) devono vivere, gli altri vano eliminati. Questo è il ragionamento eugenetico di base all’articolo di Repubblica».

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Posted by ikzus su 24 novembre 2010


Un televoto per decidere se abortire o diventare genitori

di Valentina Fizzotti

In America si può votare qualunque cosa, anche per l’aborto di una giovane coppia di Minneapolis

E’ anche probabile che sia una bufala colossale, ma la notizia è che all’indirizzo birthornot.com due sposi trentenni di Minneapolis, Pete e Alisha Arnold, mettono al televoto la loro possibilità di abortire. Perché, scrivono, l’America è un paese meraviglioso in cui si vota di tutto, “dal miglior cantante al prossimo leader del mondo libero”. E allora “non sarebbe bello dire la vostra e fare la differenza nel mondo reale?”. Per cliccare su “Dare alla luce” o “Abortire” i visitatori-votanti del sito hanno tempo fino al 7 dicembre: il sondaggio si chiude due giorni prima della scadenza dei termini per interrompere legalmente la gravidanza nel Minnesota, alla ventesima settimana di gravidanza.

Sul sito gli Arnold hanno pubblicato l’ecografia di loro figlio, per ora un bambino maschio sano di 17 settimane che i genitori hanno soprannominato “Wiggles”, “Che si muove”. Avevano aspettato tanto prima di decidere di avere un figlio (prima erano troppo giovani, poi lui si è deciso ma lei aveva appena trovato lavoro), e alla fine Alisha ne ha persi due in dieci mesi. Oggi non sono più tanto convinti di voler diventare genitori. Lui scrive che dopo dieci anni di matrimonio forse non hanno più davvero voglia di avere un figlio, e forse sono pure già troppo vecchi per farlo. Lei scrive che teme di pentirsi, non è certa di voler cambiare lo status quo di cui gode ora, ha paura che destreggiarsi fra maternità e carriera le faccia venire un esaurimento nervoso.

Giornali, tv e blog stanno rincorrendo questa storia (con i possibili futuri genitori che un po’ parlano e un po’ si negano e gli opinionisti che si azzuffano sulla vicenda), ma diversi credono che sia “uno scherzo pro-life” per stuzzicare l’opinione pubblica. Qualcuno ha scovato la data della registrazione del dominio: sarebbe antecedente al concepimento. Dalla pagina Facebook di lei si scopre che è metodista ed è una fan del superconservatore Glenn Beck. Lui, cattolico ma non praticante, in passato aveva espresso opinioni a favore di Bush. Quindi, nella logica di chi già fiuta l’imbroglio, sono in realtà una coppia di sfegatati antiabortisti. Al cliccatissimo Gawker hanno detto che stanno prendendo la cosa talmente seriamente (perché “questa non è una campagna prolife, crediamo nel diritto di scelta della donna”) che nel giorno del verdetto Pete, esperto informatico come Alisha, andrà a controllare che nessuno abbia barato o votato due volte. “E’ un po’ come al Congresso. Si può votare a favore di una cosa, ma il diritto di veto finale spetta al presidente”. Ma il loro referendum ricorda tanto un reality andato in onda su Internet, Bump+, in cui, puntata dopo puntata, toccava agli spettatori decidere se le protagoniste dovessero rinunciare al bambino che aspettavano.

22 novembre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Lettera aperta a Fazio e Saviano

Pubblicato da Massimo Pandolfi Mar, 16/11/2010 – 12:53

Caro Fabio Fazio,

caro Roberto Saviano,

la trasmissione che avete mandato in onda lunedì sera non ha rappresentato una ‘pagina di libertà’, come i vostri fans e forse voi stessi orgogliosamente sostenete.Magari non ve ne siete neppure resi conto, o magari sì, ma parlando di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby avete offeso e umiliato centinaia di migliaia di italiani.Caro Saviano, su Welby (il malato di distrofia muscolare che anni fa chiese e ottenne che gli venisse staccato il respiratore artificiale) lei ha detto che ‘quella non era più vita’.E allora le faccio un invito: ripeta queste cose lunedì prossimo a tutti quegli italiani che resistono e soprattutto esistono, attaccati a un respiratore. Se vuole, gliene porterò una bella rappresentanza in studio a ‘Vieni via con me’. Dica loro: ‘La vostra non è vita’. Ma non si limiti a guardare la telecamera mentre scandirà quelle parole. Guardi in faccia loro _ i malati o i disabili _ se ne ha la forza. E le loro mogli, i mariti, i figli, i parenti, gli amici. Vedrà, caro Saviano, scoprirà un altro mondo.Perchè questa è gente che vive, si arrabbia, di dispera, esulta, gioisce, si ridispera di nuovo: come me, come lei. E chi sta loro a fianco li cura, nella totale gratuità. Curare non significa accanirsi; vuol dire prendersi cura di…Vi riporto, cari Fazio e Saviano, un pensiero via facebook che mi è arrivato da Angelo Carboni, un malato di Sla della Sardegna che è messo più o meno nelle condizioni in cui era Welby: ‘Ho ascoltato il breve monologo del signor Englaro, a quello della signora Mina Welby stavo prendendo sonno. Non mi aspettavo altro da chi ha della vita e dell’amore una concezione così limitata e improntata sul più ottuso relativismo che pretendono di spacciare per laicità. Io, da diversi anni collegato a un respiratore, mi sento poco toccato da questi moderni guitti della “buona morte”, ma li inviterei a dare voce anche al nostro amore per la vita e desiderio di viverla, con intensità, fino in fondo. Giovedì a Pattada presento un mio libro: invito Fazio e Saviano in Sardegna, da me, ad ascoltare chi la pensa diversamente’ Sarebbe bellissimo se Fazio e Saviano andassero. Se facessero esperienza, senza ideologie. E la questione, a proposito di ideologie, non sta tanto nel dire: se uno vuole vivere ok, aiutamelo, ma se non ce la fa più lasciamolo andare. No, è tremenda questa mentalità! La vita non è la stessa cosa della morte! Proprio perchè ci sono tante persone che ce la fanno (e non sono eroi, ma uomini semplici, come ognuno di noi: forse voi, Fazio e Saviano, non siete più uomini o semplici) il compito di una società civile è quello di cercare tutte le strade per dare un senso a un’esistenza. E un senso esiste, sempre, anche se sei immobile, muto, attaccato a un respiratore. Va solo cercato. Non lo dico io, lo urlano silenziosamente chi lo fa. Penso a Gian Piero, Sebastiano, Luca, Angelo, Patrizia, Cesare e tanti tanti altri amici che ho incontrato in questi anni. Caro Fazio, caro Saviano, chiamateli. Conosceteli.

P.S. E lei, caro Fabio Fazio, faccia pure l’ultrà radicale con la faccia del bravo ragazzo. Ma almeno racconti la verità, per piacere. La verità non è un’opinione. E su Eluana Englaro lei  ha detto davanti a milioni di italiani una bugia grande come una casa: ha detto che era in coma da 17 anni. No, signor Fazio. Prenda un vocabolario e impari cosa vuol dire la parola coma. Non è un dettaglio, è la deriva. E lei è il capitano buonista di una barca che va alla deriva.

www.massimopandolfi.it

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


Cronache eterologhe

Il bambino è malato? Allora la madre surrogata deve abortire

di Nicoletta Tiliacos

Una coppia di Vancouver ha voluto che la donna da cui aveva affittato l’utero non partorisse il figlio Down

Cronache dal Mondo Nuovo. Dopo aver fatto ricorso all’utero in affitto per avere un figlio, una coppia di Vancouver ha scoperto con l’amniocentesi che il bambino atteso era affetto da sindrome di Down. A quel punto, ha preteso che la “madre surrogata” abortisse. La vicenda è finita sui giornali canadesi solo perché la madre surrogata all’inizio si è rifiutata di dar seguito alla richiesta della coppia. Ne è nato un contenzioso – davvero degno della fantasia di Huxley e del suo “Brave New World” – sul valore dell’accordo privato concluso in precedenza, che garantiva ai committenti la possibilità di rifiutare un figlio malato. I due genitori biologici hanno annunciato che se il bambino fosse nato (ma alla fine l’aborto c’è stato), loro non avrebbero assunto nei suoi confronti nessuna responsabilità. E’ la logica commerciale: c’è una coppia di committenti, c’è una prestatrice d’opera (ufficialmente a titolo di solidarietà, perché le regole canadesi lo richiedono, ma un pagamento c’è: lo chiamano “rimborso spese”), c’è un prodotto che deve rispettare certi standard. Se il prodotto è difettoso, il committente recede, e con lo stesso diritto con cui si noleggia una donna per una gestazione, le si intima di interromperla.

Intervistata dal quotidiano National Post, Juliet Guichon, bioeticista dell’Università di Calgary, avanza dubbi sull’applicazione di “regole commerciali al concepimento di figli”. Sally Rhoads, che con il sito Surrogacy in Canada assiste le coppie che ricorrono all’utero in affitto, pensa invece che “le parti dovrebbero accordarsi fin dall’inizio sul da farsi, e garantirsi di pensarla nello stesso modo sull’aborto”. La contrattualistica procreativa va solo perfezionata. Alcuni stati americani consentono alla coppia committente di portare in tribunale la fornitrice di utero, allo scopo di recuperare il compenso già corrisposto, se questa si ostina a voler partorire un bambino nel frattempo diventato indesiderato. In Canada, in altri tre casi di rottura imprevista del contratto di maternità surrogata (le coppie committenti avevano divorziato mentre le gestazioni erano in corso), le fornitrici di utero hanno deciso di partorire e di tenere con sé i bambini, dei quali sono diventate madri a tutti gli effetti.

Questo accade nel mondo ricco. “E’ etico pagare i poveri del mondo per far loro partorire i nostri bimbi?”, si chiedeva un anno fa Vanity Fair, con un impressionante reportage sulle moderne schiave indiane dell’utero in affitto. I signori Pankert di Tubinga – uno storico dell’arte lui e una direttrice di banca lei – si sono risposti di sì. E visto che la Germania proibisce severamente sia l’eterologa femminile sia l’utero in affitto, si sono rivolti a una delle tante cliniche indiane della fertilità. Sono nati i gemelli Jonas e Philip, frutto di una fornitura di ovociti e di utero in affitto da parte di due diverse donne indiane, al modico prezzo di seimila euro. Ma i bambini, scrive lo Zeit, vivono ancora a Jaipur con il padre, perché non hanno passaporto. Sono tedeschi, dicono le autorità indiane, che consentono ormai tutte le pratiche eterologhe, per coppie e per single, ma non intendono dare la cittadinanza alle centinaia di bambini che ogni anno nascono nel paese grazie a quelle pratiche. Sono indiani, replicano i tedeschi, per i quali vale la nazionalità della donna che ha partorito i gemelli.

16 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 13 ottobre 2010


Dopo la decisione del Consiglio d’Europa sull’obiezione all’aborto

Il silenzio degli incoscienti

di Gianfranco Marcelli

Se c’è un Paese nel Vecchio Continente nel quale la parola “aborto”, al solo leggerla o pronunciarla, è in grado di attirare un sovraccarico di attenzione da parte dei mass media, questo è senza il minimo timore di smentita la nostra Italia. Tre decenni abbondanti di interminabili battaglie parlamentari, ripetuti e accesissimi scontri referendari, polemiche infuocate sul terreno etico e sanitario, hanno reso a dir poco acuta la sensibilità dell’opinione pubblica nazionale su questo argomento. Di conseguenza, anche i sensori attivati dal mondo dell’informazione nei confronti del tema sono di solito ad alta capacità di intercettazione: basta che sui terminali delle redazioni appaia, sotto qualunque forma, la parola in questione – aborto – e immediatamente le antenne si drizzano, il torpore della routine si scuote e attorno alla possibile notizia scatta l’obbligo della verifica e dell’approfondimento.

Per questo, anche agli occhi più smaliziati del vecchio cronista, rappresenta un vero e proprio mistero mediatico la totale e assoluta mancanza di resoconti su quanto è avvenuto giovedì all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: e cioè il voto della risoluzione che ha bocciato il tentativo di limitare il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari alle prese con le interruzioni di gravidanza, ribaltando clamorosamente le previsioni della vigilia e quasi rovesciando come un calzino il testo e le finalità originarie dei proponenti.

L’apertura di Avvenire di ieri. E invece non una riga, non un titolino, neppure in coda alle pagine più remote degli altri quotidiani nazionali. Non una citazione nei notiziari radiotelevisivi di qualunque rete, pubblica o privata. Neanche un cenno sui siti internet delle testate che aggiornano in tempo reale i frequentatori della blogosfera. Un black-out senza eccezioni, che rende semplicemente inesistente il fatto. Un silenzio tombale, che configura alla perfezione uno di quei casi di «indifferenza nei confronti del vero» denunciata proprio l’altro ieri dal Papa, come rischio saliente della comunicazione contemporanea.

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Posted by ikzus su 7 ottobre 2010


Sollevati dubbi di costituzionalità sulla legge 40

Il grande ripopolatore da Nobel nel mondo spopolato dell’aborto

Ipocrita celebrazione dei concepiti in provetta

Il Tribunale civile di Firenze ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla norma della legge sulla fecondazione artificiale (legge 40) con la quale si vieta alle coppie sterili di accedere alla fecondazione eterologa, con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia.

Lo hanno reso noto gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, che assistono i coniugi che hanno presentato la richiesta. L’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza. Torna quindi alla Corte Costituzionale la legge 40 sulla fecondazione assistita.

Niente in apparenza è più allegro, edificante, rassicurante della capacità di dare figli al mondo, magari aiutati dalla medicina. Quattro milioni di bambini concepiti in provetta (tecnica IVF, in vitro fertilisation) sono celebrati come un miracolo scientifico e umanistico dai giornali italiani, che dedicano aperture di prima pagina al Nobel Robert Edwards, 85 anni, fisiologo emerito di Cambridge, lo scienziato che nel 1969 mise a punto la tecnica capace di far nascere poi, nel 1978, la capostipite della buona brigata dei nati IVF, Louise Brown. I giornali inglesi, che al contrario dei nostri quotidiani tenorili trattano la notizia con pudore (pagina interna, semplice cronaca su Guardian e Daily Telegraph), riferiscono una bella frase del nuovo Nobel laureate: “La cosa più importante nella vita è avere un figlio. Niente è più speciale di un figlio”. Questo magnifico adagio antiabortista, questa perorazione natalista, prende però un significato del tutto particolare in bocca a Edwards, fisiologo competente, fortunato, tenace e di valore, che ha rovesciato il paradigma della medicina moderna in fatto di riproduzione, provocando una rivoluzione culturale e antropologica che sfugge chiaramente, non so se alla sua comprensione, certo a quella dei suoi ammiratori e degli apologeti della tecnica IVF. Edwards infatti ha anche detto, e qui siamo invece in un mondo di percezioni huxleiane: “Non dimenticherò mai il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa buffa nelle colture… quel che ho visto era una blastocisti umana che mi osservava fissamente. Ho pensato: ce l’abbiamo fatta”.

Quattro milioni di bambini sono stati “prodotti” in vitro e poi accuditi, nutriti, formati e partoriti da un corpo di donna, cosa di cui non è possibile finire di rallegrarsi, per chi ha avuto la benedizione di un figlio e per chi ha avuto il diritto di nascere. Ma è incredibile che solo gli uomini di chiesa si siano domandati che fine hanno fatto quei milioni di “cose buffe” (letteralmente “something funny”) che guardano i loro fattori dall’occhio microscopico nei laboratori di fertilizzazione umana di tutto il mondo. Parlo ovviamente degli esclusi, delle cose buffe congelate, di quelle usate per la ricerca come topi-cavia, dei processi di fertilizzazione negoziati sul mercato degli ovociti, delle banche dati, delle scelte di maternità-paternità à la carte, dell’aborto selettivo attraverso lo strumento della diagnosi prenatale, e parlo più in generale della grande strage degli innocenti che caratterizza i trent’anni che ci separano dalla nascita di Louise Brown.

Per quattro milioni di celebrate cose buffe che procedono verso la nascita grazie a una tecnica che realizza volontà umana e desiderio, si dovrebbe contare, a rigore, un miliardo circa di cose buffe avviate all’esecuzione capitale in nome della “libertà riproduttiva”, con il consenso culturale, moralmente sordo, della comunità politica mondiale, specie dei corpi umanitari che custodiscono i diritti universali dell’uomo sanciti dalla dichiarazione del 1948. Spero soltanto che i ginecologi faustiani alla Flamigni, e altri uomini di scienza molto sicuri di sé, si appuntino bene la frase di Edwards: “…something funny in the cultures… what I saw was a human blastocyst gazing up on me…”. I figli orgogliosi di questo tempo capiranno l’importanza non solo linguistica di quella definizione dell’embrione fecondato, ovvero di quello che la legge 40 chiama il “concepito”: una blastocisti umana che guarda fissamente il suo autore. Per Chesterton il cattolicesimo libera gli uomini dalla schiavitù di essere figli del loro tempo. Scienziati e moralisti della libertà: la cosa buffa vi guarda.

Giuliano Ferrara

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La medicina che si intesta certi successi dimentica i suoi fallimenti

Il mare in declino della fecondità occidentale

di Roberto Volpi

Nobel a Robert Edwards per la sua scoperta, or sono quasi tre decenni, della rivoluzionaria tecnica della fecondazione in vitro già adottata dai veterinari. Commenti unanimemente favorevoli. C’è che la medicina è svelta a intestarsi i successi, quanto a non prendersi responsabilità degli insuccessi. Così, per esempio, se l’infertilità cresce (è tutto l’establishment medico-scientifico a dirlo), segnatamente nel mondo occidentale, sarà mica tutta colpa dell’inquinamento o dei ritmi di vita che non sono più quelli di una volta.

Fuor di metafora, la fecondazione in vitro ha permesso quattro milioni di nascite – ci ricordano i giornali – e al tempo stesso ha accompagnato la caduta del tasso di fecondità – ci ricordano le cifre ufficiali delle nascite. L’Unione europea a 27, da sola, ha perso la bellezza di tre milioni di neonati annue, tra la nascita di Louise Brown e oggi. E non si può negare che l’Europa sia, con gli Stati Uniti, l’area del mondo dove la fecondazione in vitro è stata ed è più largamente utilizzata. Dice: ma i milioni di nascite in più a essa dovute restano. Sì, ma guardiamo bene. Relativamente all’Italia, della generazione di donne nate nel 1990, una su quattro (per la precisione il ventiquattro per cento), secondo l’ipotesi più realistica delle previsioni Istat, resterà senza figli. Delle loro madri, nate nel 1960, sono rimaste senza figli in quattordici su cento. Secondo l’ipotesi “alta” le figlie potrebbero rimanere senza figli in proporzione addirittura più che doppia rispetto alle madri. Nel tempo della fecondazione assistita, artificiale, in vitro le donne senza figli tendono a crescere. Allora uno non capisce com’è che più rimedi si pigliano e più i risultati finali contraddicono le premesse. E’ un po’ come la lotta al tumore, miete successi, ma intanto i morti per tumore quando i successi non c’erano, e la prevenzione neppure, erano cinquantamila l’anno in meno rispetto ad oggi (ancora dati Istat, che nessuno cita mai – inutile aggiungere perché).

A proposito di questo problema della sterilità crescente.
Ha radici lunghe, complesse, antropologiche, e rischia di venire risucchiato dalla banalità – con tutto il rispetto – della medicina. C’è un venir meno formidabile dell’istinto, una volta naturale, di sopravvivenza della specie, come se l’ampliamento smisurato degli orizzonti dovuto alle nuove possibilità della scienza ci avesse rinchiusi nella prospettiva delle nostre sole vite, così poco interessati a quel che sarà. Un venir meno al quale si collega lo spostamento della fecondità sempre più in là nel tempo, sempre più in là, al punto che la classe d’età delle oltre quarantenni è l’unica oggi in grande spolvero sotto questo aspetto. C’è la crescente “inutilità” materiale del figlio nella funzione di sostegno della vecchiaia dei genitori, con addirittura l’inversione delle parti: i vecchi a sostegno di figli sempre più adulti ma che non vogliono saperne di assumersi le responsabilità dell’età adulta. C’è la scelta razionale, ponderata, della “non maternità” per la realizzazione a tutto tondo di una vita dedicata ad altro, di grande, di meno grande e pure di non grande – del tipo vacanze e notti ai tropici e aperitivi in qualche piazzetta, la cui perdita di esclusività è compensata dalla moltiplicazione delle piazzette.

E c’è pure la fecondazione in vitro. C’è l’“invenzione” del figlio. Perché anche un figlio che si può inventare contribuisce ad abbassare la naturale e fisiologica, ma anche culturale e infine antropologica, “propensione” al figlio. La propensione al figlio è letteralmente sotto assedio, in occidente, tra scienziati e opinion maker che almanaccano (qui, in Italia, in Europa) di superpopolazione e una moltiplicazione di pillole e contropillole del prima, del dopo e del durante da non raccapezzarcisi.
La funzione riproduttiva in quanto tale, quella comunemente legata alle coppie e alla loro vita insieme, è sempre più culturalmente confinata nell’alveo familiare, incapace ormai di rappresentare l’àncora che tutti ci tiene in questi mari. Cosicché quelli che tendono ai figli tendono ai “propri” figli, e i figli in quanto categoria generale e costitutiva vanno sparendo a una velocità ancora maggiore di quella fattuale delle nascite.
In tutto questo, il massimo che riusciamo a fare è affidarci alla medicina, alla fecondazione in vitro, all’invenzione dei figli. Senza accorgerci che anche questo è un fiume che attinge dal mare in declino della fecondità dell’occidente. Ci butta anche dell’acqua, in quel mare, è vero, ma nel bilancio finale è più quella che vi attinge.

6 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


Libere di morire con la Ru486

Il New England Journal of Medicine annuncia altre due vittime

Una breve corrispondenza pubblicata sul New England Journal of Medicine del 30 settembre, firmata da tre epidemiologi del Center for Disease Control and Prevention di Atlanta (l’organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti), annuncia che altre due giovani donne vanno aggiunte alle vittime finora accertate dell’aborto chimico con la Ru486. A ucciderle è stata un’infezione da Clostridium sordellii, il micidiale batterio già responsabile di altri decessi legati all’aborto farmacologico. La prima vittima, ventinovenne, è morta nel 2008, a sei giorni dall’assunzione della miscela chimica che doveva farla abortire; la seconda, una ragazza di ventun anni, è morta nel 2009, a ben dodici giorni dall’assunzione del mifepristone per via orale e del misoprostol per via vaginale (è uno dei sistemi di somministrazione della Ru486). Per entrambe, il ricovero ospedaliero – intervenuto dopo cinque giorni di sintomi per la prima e dopo sei per la seconda – è arrivato troppo tardi e non è riuscito a evitare l’esito mortale per choc settico. Non è la prima volta che il New England Journal of Medicine, la più importante rivista di pratica medica del mondo, segnala i pericoli del sistema abortivo “mifepristone più misoprostol”. L’aborto a domicilio offerto in pillole, molto discreto e privatizzato, continua a uccidere poco discretamente le donne che vi fanno ricorso, senza che sia stato neanche chiarito il motivo del legame con la letale sindrome da Clostridium sordellii.

pubblicato su www.miradouro.it (Tratto da Il Foglio del 2 ottobre 2010)

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


E la chiamano medicina

Il Nobel a Edwards e i corifei del Mondo Nuovo

Può sembrare irriguardoso ricordare che la tecnica di fecondazione umana in vitro, che ha guadagnato al pioniere britannico Robert Edwards la punizione del Nobel per la Medicina, altro non era che il perfezionamento di un procedimento veterinario già largamente usato su conigli e mucche. I corifei della provetta, che ieri hanno celebrato il loro festival della banalità e della menzogna (la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento), glissano sulle illusioni, le mitologie, i sogni di padroneggiare i meccanismi della creazione che rappresentano la vera “ragione sociale” di quelle tecniche.

Il big bang antropologico inaugurato da Edwards è quello che oggi ci fa parlare di “prodotto del concepimento” e non di figlio. E’ l’idea della “creazione” della vita in laboratorio, materiale biologico tra gli altri; è la separazione della procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione con la contraccezione; è il cambiamento nel modo di rappresentare la generazione, i rapporti di parentela, il venire al mondo. Dalle provette di Edwards sono uscite le anticipazioni di quel Mondo Nuovo alla Huxley che oggi vive lautamente di compravendita di ovociti, di uteri in affitto, di fabbricazione di embrioni umani a fini di ricerca, magari ibridati con embrioni animali, di invenzione di coppie di genitori dello stesso sesso, di embrioni sovrannumerari conservati nell’azoto liquido e poi distrutti, o selezionati in provetta per ottenere un figlio dal corredo genetico “ottimale”. E la chiamano anche medicina.

5 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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ROBERT EDWARDS, IL NONNO DELLA LEGGE 40

Clicca per IngrandireIl Nobel per la Medicina a Robert Edwards consegna purtroppo ai nostri posteri una fotografia perfetta del tempo in cui viviamo. Un tempo che sarà ricordato in futuro come l’era di Erode, caratterizzata dalla sistematica, tecnologica, metodica eliminazione di milioni di esseri umani innocenti, sotto la protezione delle leggi degli stati e dietro il paravento ideologico della scienza e del progresso.

Uccisione degli innocenti consumata ogni giorno negli ospedali pubblici con l’aborto volontario, e uccisione del malato o dell’handicappato con l’eutanasia. Uccisione del difettoso individuato con le tecniche di diagnosi prenatale e con la benedizione della legge 194, e uccisione di embrioni prodotti in vitro e destinati a una morte quasi certa anche quando vengono trasferiti nel corpo della donna.

Robert Edwards è indubbiamente il campione di questa scienza e di questa medicina, che è esattamente antitetica alla medicina che anni fa veniva fondata in una piccola isola della Grecia da Ippocrate con il suo Giuramento. Una medicina che, pur nella spaventosa ignoranza dei complessi meccanismi della vita e della biologia, rifiutava aborto ed eutanasia, riconosceva la dignità di ogni paziente, accettava il limite costituito dal grande mistero della vita e della morte.

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


SCIENZA & VITA: NOBEL ALLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE

MA UN FIGLIO NON PUO’ ESSERE UN PRODOTTO

“Il progresso delle biotecnologie non significa sempre progresso etico”, così l’Associazione Scienza & Vita commenta l’assegnazione del premio Nobel per la medicina al britannico Robert Edwards per i suoi studi sulla fecondazione in vitro.

“Vicini alla sofferenza delle coppie sterili e favorevoli agli interventi che coniugano coerentemente scienza ed etica, – commenta il copresidente Lucio Romano – non possiamo non ricordare la visione riduzionistica della vita insita nelle procedure di fecondazione artificiale, nelle quali l’essere umano si traduce da soggetto a oggetto, vale a dire a mero ‘prodotto del concepimento’. Evidenziamo, inoltre, le derive antropologiche, etiche e sociali che scaturiscono dal ricorso, ad esempio, alla fecondazione artificiale eterologa o alla maternità surrogata. Queste tecniche sovvertono il concetto naturale di genitorialità e alterano il diritto fondamentale da parte di un figlio di riconoscere non solo la propria identità genetica, ma che questa sia anche in sintonia con quella biologica e sociale”.

“Oltre a ciò, in particolare, – prosegue Romano – pensiamo al congelamento degli embrioni e alla diagnosi genetica preimpianto, che comportano la soppressione di vite umane, selezionando gli embrioni ritenuti più idonei al trasferimento ed escludendo quelli non ‘di qualità’. Introdurre il principio di qualità della vita rileva indubbie derive discriminatorie, suggestionate e condizionate da una molteplicità di fattori culturali, economici, utilitaristici nei quali la medicina dei bisogni elementari si orienta sempre più palesemente verso quella dei desideri”.

“La legge 40 – conclude Lucio Romano – ha il merito di aver posto un argine alla legittimazione di una visione puramente meccanicistica della vita, assicurando i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

Comunicato n° 17 del 04 Ottobre 2010

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Posted by alenu su 6 settembre 2010


L’obiezione di coscienza nel mirino del parlamento europeo

Il volto illiberale dell’Europa tenta un altro colpo.
Questa volta nel mirino è finito il diritto all’obiezione di coscienza in caso di aborto.
Visto da sempre come la bête noire dalle lobby abortiste, non poteva tardare il tentativo di limitarlo o addirittura eliminarlo.

Nella prossima sessione plenaria del Parlamento Europeo, che si terrà dal 4 all’8 ottobre 2010, verrà posta in discussione la risoluzione “Women’s access to lawful medical care: the problem of unregulated use of conscientious objection” (AS/Soc (2010) 18 – del 21 maggio 2010), già approvata a maggioranza in Commissione Affari Sociali, Salute e Famiglia lo scorso 22 giugno scorso. Già il titolo della risoluzione appare eloquente: “Accesso delle donne a cure mediche legali: il problema di un uso non regolamentato dell’obiezione di coscienza”.
Relatrice del documento è l’eurodeputata britannica Christine McCafferty. Per rendersi conto della gravità della questione e dell’impronta ideologica che aleggia dietro l’iniziativa, è sufficiente leggere il rapporto McCafferty (doc. 12347 del 20 luglio 2010).
La risoluzione, in pratica, chiede all’Assemblea che, dopo essersi dichiarata profondamente preoccupata («deeply concerned») per il fenomeno dell’obiezione di coscienza, evidenzi l’importanza di «bilanciare il diritto a tale obiezione con il “diritto” della donna ad un “medical care” in tempi ragionevoli» (punto 2 ris.). Medical care, letteralmente cura medica, sta in realtà per aborto. Viene quindi sancito un diritto sacrosanto all’interruzione volontaria della gravidanza, che, secondo il punto 3 della risoluzione, dovrà essere rigorosamente «rispettato, protetto ed adempiuto» (respected, protected, and fulfilled).
L’obiezione di coscienza dovrà, poi, essere riconosciuta esclusivamente al medico e «non potrà riguardare strutture nel loro insieme, quali ospedali pubblici e cliniche» (punto 4.1.1). Verrà, inoltre, accuratamente sottoposta ad un rigido sistema di controllo, «anche attraverso un’adeguata procedura di reclami», in modo che venga assicurato a tutti, «ma soprattutto alle donne il ricorso tempestivo a prestazioni sanitarie».
Il punto 4.1.3 della proposta di risoluzione, infine, prevede espressamente l’obbligo di fornire il trattamento medico (rectius aborto) nonostante l’obiezione di coscienza, quando sia eccessivamente disagevole trovare un’altra struttura disponibile, o quando tale struttura si trovi oltre un “ragionevole” raggio di distanza.
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Posted by ikzus su 7 luglio 2010


Il dolore delle donne arriva dopo che l’Ivg ha fatto “il loro bene”

L’aborto che non passa

di Benedetta Foà, consulente familiare al Cav Mangiagalli, Milano

Oggi come non mai nella storia clinica, la maternità è monitorata, controllata, fatta oggetto di prognosi e, illusoriamente, si può pensare che sia più protetta di un tempo. Appena entrata in ospedale una donna in attesa del “proprio figlio”, diventa una paziente che porta in grembo un potenziale “problema”di cui prendersi “cura”. Non si parla più di “figlio”, ci si distanzia affettivamente e si comincia a parlare di “feto”. Il feto per la legge 194 non ha alcun diritto e la donna inizia così tutta una serie di esami altamente invasivi per verificarne lo stato di salute. Esami mai fatti prima nella storia vengono oggi fatti a scapito del feto il quale ne può morire, per “tutelare i diritti della madre”, cioè in rapporto a un solo diritto, quello di poter abortire il figlio in caso di non perfetto stato di salute. Qualunque altro diritto è annullato. Così, una volta entrata come mamma felice di essere in attesa di un figlio, esci dall’ospedale, come una madre sgomenta perché il bambino ha una prognosi di “trisomia libera”, e ti suggeriscono, per “il tuo bene” di abortire il tuo bambino, in nome di una morte comunque annunciata.

Ed ecco che arrivano da me al Cav Mangiagalli a elaborare il loro lutto: madri maltrattate, addirittura insultate se avevano deciso di non togliere la vita al loro figlio, oppure madri che hanno abortito perché terrorizzate da ciò che i medici hanno loro prospettato: una vita infernale con un bambino con trisomia 21, sindrome di Down, o affetti da altre patologie. L’aspetto psicologico non è per nulla preso in considerazione, a nessuna di queste mamme che ho incontrato sono stati spiegati i sintomi dello stress post-aborto, anzi sembra che il paragone che i medici fanno sia: “Tolto il dente tolto il dolore”. Ma stiamo parlando di bambini, e qui il dolore non passa. Come consulente vedo molte donne che piangono il loro figlio, anche per anni dopo l’evento aborto, e nessuna di loro ha pensato che, una volta morto il figlio, un altro potesse rimpiazzarlo, anzi. Pochi giorni fa una mamma è venuta da me per capire cosa fosse meglio per lei, se fare un aborto terapeutico o portare a termine la gravidanza, attendendo il corso naturale degli eventi con la probabile morte del bambino. Sono stata obbligata ad analizzare con lei pro e contro. La questione cruciale era come vivere quei mesi di gravidanza, quale sia il bene per lei e per il resto della famiglia, la paura che il bimbo muoia nel suo grembo. Il tutto era molto ego riferito: lei e la sua famiglia. Il bambino era scomparso.

Le esperienze delle mamme che ascolto dopo un aborto sono:
pianto sconsolato, depressione, tristezza, difficoltà lavorative, un gran senso di vuoto, solitudine infinita, un gran desiderio di tornare indietro e di avere di nuovo il bambino in grembo, un gran senso di colpa per avere partecipato insieme a un medico a togliere anticipatamente la vita del figlio. Certo non sapevano che il forcipe avrebbe fatto a pezzi il bambino, e aborto significa proprio questo. Così, nella speranza che tutto finisca presto, non si guarda il bambino e lo si lascia in balia di altri che se ne “sbarazzano” come se fosse un rifiuto organico, non l’amato e tanto desiderato bambino di una coppia di sposi. Se non si interviene tempestivamente i feti vengono gettati o cremati senza nessuna funzione religiosa, neanche una benedizione. Ma senza un cadavere come si può elaborare il lutto? Noi uomini abbiamo bisogno di poter piangere i nostri defunti, se non siamo messi nella condizione di farlo rischiamo la psicopatologia.

Ecco perché ritengo ancora più importante
lasciare che la gravidanza segua il suo corso naturale, anche quando un bambino è destinato a morte prematura. In questo modo le mamme e i papà hanno la possibilità di amare il bambino fino al suo ultimo respiro, dargli un nome, far celebrare un funerale circondati dal sostegno e affetto parentale, seppellirlo. Il libro “Aspettando Gabriel” (San Paolo) racconta di una coppia che viene a sapere della patologia del figlio e decide di accoglierlo nonostante la morte imminente. E’ e resta, nonostante la malattia, il loro bambino tanto amato e quei mesi nel grembo materno saranno il suo “tempo migliore”, dove riceverà calore, amore, protezione materna. Così, il giorno della sua nascita coincide con quello della morte, ma ha fatto in tempo a essere battezzato, a essere baciato e lasciato teneramente andare al suo destino, la vita eterna. L’attuale società pensa di poter allontanare da sé la morte facendola diventare medicalizzata. Questo comporta che milioni di donne “ingannate” dall’aborto come “soluzione migliore” vaghino per le strade del mondo senza nessun supporto morale e psicologico, sapendo in cuor loro una cosa sola: di aver rinnegato il compito innato di ogni madre, proteggere la vita del proprio figlio a ogni costo.


7 luglio 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 29 marzo 2010


Evangelium Vitae: i quindici anni dell’enciclica laica

di Giacomo Samek Lodovici

Avvenire, 25 marzo 2010


Esattamente 15 anni fa, il 25 marzo del 1995, Giovanni Paolo II firmava l’enciclica Evangelium vitae (di seguito EV) sul valore e l’inviolabilità della vita umana. La data non fu casuale, dato che il 25 marzo la Chiesa festeggia l’Annunciazione a Maria, cioè il concepimento di Gesù, l’inizio della sua vita terrena. Ma questo riferimento teologico non deve affatto far pensare che l’enciclica sia un testo confessionale, rivolto solo ai credenti. Infatti, uno dei grandi meriti di EV risiede nell’attuazione di un metodo che gli stessi credenti dovrebbero utilizzare, cioè il metodo che adotta l’argomentazione razionale  («laica» come si usa dire oggi) accanto alla riflessione teologica. Il Papa usa infatti un doppio registro di considerazioni, alternando riflessioni teologiche ad argomenti razionali, i quali possono essere condivisi da chiunque. Per contro, malauguratamente, molti credenti pensano erroneamente che l’impegno della Chiesa per la tutela e la promozione della vita umana dal concepimento alla morte naturale, e quindi l’opposizione a pratiche come l’aborto, la fecondazione artificiale, la manipolazione degli embrioni, l’eutanasia, ecc., sia svolto solo alla luce della fede e quindi fuori luogo nel dibattito pubblico.

Non è ovviamente qui possibile realizzare una sintesi soddisfacente di EV, perciò ci limitiamo solo a qualche cenno, rimandando alla lettura integrale del testo (reperibile sul sito della Santa Sede), che certifica con evidenza come sia erroneo asserire – come fa qualcuno – una discontinuità tra l’insegnamento di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI: EV è un punto di riferimento fondamentale per il Magistero della Chiesa e l’insistenza dell’attuale Pontefice sul primato dei «valori non negoziabili» (vita, famiglia fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna, libertà religiosa e libertà di educazione), richiamati anche dal card. Bagnasco lunedì, rilancia il discorso del precedente Papa, che ha innumerevoli volte difeso strenuamente la persona umana, e quindi la sua vita, con iniziative, discorsi e documenti.

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“Una Regione a misura di famiglia”

Posted by ikzus su 26 marzo 2010


Dal FORUM delle ASSOCIAZIONI FAMILIARI, un Manifesto per “Una Regione a misura di famiglia” (qui il PdF da scaricare): hanno aderito 400 candidati consiglieri e 20 aspiranti governatori – qui i nominativi (.doc da scaricare).

logo elezioni

Una Regione
a misura di famiglia

400 candidati consiglieri e 20 aspiranti governatori impegnati
nelle elezioni amministrative del 28 e 29 marzo
hanno sottoscritto il Manifesto del Forum delle associazioni familiari
in cui si chiede ai candidati di prendere posizione
sui temi familiari che incrociano le competenze regionali
e di impegnarsi, se eletti, a tradurre le priorità indicate
in normative concrete.
Tra un anno, il 25 marzo 2011, appuntamento per verificare
quali intenzioni sono divenute realtà

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Le adesioni

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vai alle pagine di approfondimento

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Posted by ikzus su 25 marzo 2010


“La Bresso ha sempre maltrattato la chiesa. Ha definito il cardinale Poletto un ayatollah, ha detto in modo sprezzante che i cattolici sono incapaci di avere una cultura politica. Inoltre le sue intransigenti posizioni sulla bioetica sono note a tutti: in teoria i credenti non dovrebbero votarla”

Come va la campagna elettorale in Piemonte

Lega Santa e diavolo Bresso

Pd in vantaggio ma disilluso, Cota piace agli operai. Cattolici divisi dall’aborto

A Torino l’atmosfera è concitata. La posta in gioco è la conquista del trono di Mercedes Bresso, la zarina, e tutti sanno che la presidentessa del Piemonte è avversata anche da molti suoi stessi correligionari: la considerano una governatrice molto temuta, ma poco amata. Molto simile, per usare un’allegoria fiabesca, alla regina di cuori di “Alice nel paese delle meraviglie”. Sempre pronta a tagliare la testa a chiunque la contrasti, senza esitazione, e per di più chiusa in una roccaforte che non le permette di sintonizzarsi sulle frequenze radio dei suoi cittadini.  Una sfida politica, e non solo amministrativa, quella al trono del Piemonte, diventata ancora più importante dopo l’appello del presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, per un voto contro l’aborto e in difesa della vita, in cui è palese il riferimento alle posizioni di Emma Bonino nel Lazio e, appunto, di Mercedes Bresso.

E infatti ieri Silvio Berlusconi è tornato
nel capoluogo piemontese, mentre Umberto Bossi e Pier Luigi Bersani concluderanno a Torino la campagna elettorale venerdì prossimo. Bersani lo farà all’alba, di fronte ai cancelli della Fiat di Mirafiori, dove da mesi però i leghisti lo hanno preceduto con una presenza vigile e costante. L’aria che si respira a Torino, negli ultimi giorni di campagna elettorale, è anche molto incerta e nessuno qui osa fare previsioni. Tutti sono consapevoli che, in caso di vittoria della Lega in Piemonte, cambieranno gli equilibri politici nazionali all’interno del centrodestra, e il movimento di Bossi si trasformerà nel primo, insindacabile, protagonista del nord d’Italia. E nel Pd ci sarà un ulteriore resa dei conti. Se è vero – come dicono alcuni esponenti del Pd che ci hanno elencato tutte le fragilità del mandato Bresso – che la gara nel quartiere popolare della Barriera di Milano è già stata vinta dalla Lega.

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Perchè l’aborto non è “una questione come le altre”

Posted by ikzus su 24 marzo 2010


Aborto? No, grazie

Il cardinal Bagnasco rilancia in politica la questione delle questioni

Giustamente Emma Bonino, il diavolo laicista in corsa per la presidenza del Lazio, che per errore era finito a pagina 11 nel giornale della Cei, dice che la prolusione del capo dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, è stata un “evergreen”, insomma nessuna novità emergerebbe dalle cose dette ieri nella riunione della Conferenza episcopale. La Bonino a Roma, e la Mercedes Bresso candidata a Torino, aspirano infatti, con l’ingordigia tipica dei fenomeni preternaturali, a incassare il voto cattolico solidarista, ostile (e si capisce anche perché) alla destra di governo e alle sue posizioni liberali o, se volete, di egoismo territoriale e sociale. Solo che è impossibile, a questo scopo, neutralizzare le parole serie, impegnative e solenni di Bagnasco.

Gli elettori faranno come sempre quel che credono, ci mancherebbe. Le suore americane, o una loro componente cospicua, hanno praticato un lobbying aperto, appassionato, sistematico, in favore della riforma sanitaria di Barack Obama, qualunque cosa ne pensassero i vescovi e i fedeli cattolici socialmente conservatori, per l’evidente motivo che essa favorisce assistenza e solidarietà mentre tende a svalutare criteri tipicamente conservative come la responsabilità individuale e la libertà di scelta privata a fronte del governo federale. Non è da dubitare che parte dell’elettorato cattolico-democratico italiano, e dello stesso clero, a partire dalle famose suorine venete che determinarono nel 1996 la prima vittoria di Romano Prodi contro Epulone Berlusconi, resterà sulle proprie posizioni. Ma Bagnasco ha formalizzato un monito di obbedienza, razionalmente motivato, che non lascia scampo.

E per ragioni che i lettori di questo giornale e i pochissimi amati elettori della lista pazza (Aborto? No, grazie) conoscono assai bene. Bagnasco ha ripetuto con vigore che la frontiera della vita è decisiva nel giudizio “politico”, che l’offesa dell’aborto all’umanità sta nel suo essere divenuto sordo moralmente, un’attività di routine nel controllo e nella pianificazione delle nascite, ma nondimeno un’ecatombe, un delitto efferato di natura culturale, una guerra segreta agli invisibili e ai deboli che grida vendetta al cospetto della ragione umana e della ragione divina. E questi, prima di ogni giaculatoria sociale, sono i principi non negoziabili della chiesa di Benedetto XVI. Chi vuole può ovviamente votare contro questa cultura di radice personalista e cristiana, e premiare le grandi antagoniste, la Bresso e la Bonino, ma da oggi sa quel che fa.

Giuliano Ferrara, Il Foglio del 23 marzo 2010

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