ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘utopia’

Posted by ikzus su 28 gennaio 2011


Zavorra «verde» da 4 miliardi

di Federico Rendina

Una superbolletta 2011 da 4 miliardi di euro solo per incentivare le energie rinnovabili. Esosa, iniqua e soprattutto impiegata male. L’accusa, infiocchettata di proposte, viene dall’Authority per l’Energia. Che non ha perso tempo dopo l’ultima diagnosi sull’accelerazione all’energia solare che il nostro paese ha però ottenuto a carissimo prezzo (si veda Il Sole 24 Ore di ieri).

La reazione è tempestiva anche perché siamo alle ultime battute nel confronto tra il Governo e le categorie coinvolte nella riforma degli incentivi prevista dal decreto legislativo «che sarà approvato a breve» ha affermato proprio ieri il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani.

Attutire e rimodulare gli incentivi tenendo conto dell’evoluzione tecnologica (che consentirebbe sussidi sempre più lievi) e delle esigenze di trasparenza nella loro erogazione? Belle parole, da tutti condivise. Sta di fatto che il confronto conferma una grande divaricazione di tesi e interessi. Le associazioni degli operatori si battono per attenuare gli aiuti il meno possibile. Se ne fa interprete l’Assosolare, che plaude per l’obiettivo dei 7 gigawatt di energia fotovoltaica raggiunta a fine 2010 e invita a raddoppiare il target nazionale (praticamente già raggiunto) degli 8mila megawatt al 2020.

Intanto gli amministratori locali rivendicano se non altro regole chiare e tempestive: proprio ieri il governatore della Puglia, Niki Vendola, ha protestato contro i ritardi del Governo nel comunicare i nuovi obiettivi da assegnare in maniera differenziata alle regioni. Le associazioni ambientaliste più vivaci, come gli Amici della Terra, invitano invece a premere con maggiore decisione sull’efficienza, chiudendo ancora di più il rubinetto dei sussidi agli impianti.

Tutto ciò incalza l’Authority per l’energia. Che in una segnalazione al Governo e Parlamento chiede opportuni «correttivi» allo schema dell’ultimo decreto legislativo sui sussidi. Il costo totale per incentivare le sole rinnovabili vere (escluse le “assimilate”) è passato – puntualizza l’Authority – dai 2,5 miliardi di euro 2009, ai 3,4 miliardi 2010 fino a superare quest’anno i 4 miliardi.

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Posted by alenu su 18 gennaio 2011


A 25 anni dalla disastrosa esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare

Chernobyl diventa meta turistica

Radiazioni sotto controllo. Solo 130 dollari per fare il tour

di Patrizia Feletig

Chernobyl. Il governo ucraino ha annunciato l’apertura al turismo della Zona di Esclusione attorno alla centrale nucleare di Chernobyl. L’area ha una superficie come quella della provincia di Roma. Essa circonda il reattore esploso il 26 aprile 1986 e che, dopo l’evacuazione della popolazione, è rimasta chiusa, presidiata da militari. Qualche forma di turismo nella Zona già c’è.

Nel 2002, due anni dopo la chiusura dell’ultimo dei tre reattori gemelli a quello esploso, e ancora funzionanti dopo l’incidente, alcuni imprenditori di Kiev hanno ideato dei pacchetti turistici, proponendo dalle gite di mezza giornata fino a soggiorni con pernottamento di una notte a Chernobyl. Circa un migliaio di visitatori all’anno.

Fiutato il business, in previsione del flusso di arrivi collegato ai campionati europei di calcio che l’Ucraina ospiterà nel 2012, il governo di Kiev ha deciso di sfilare ai privati questa attività. Chernobyl esercita il suo fascino perverso su un variegato campionario di cittadini prevalentemente europei. Essi sono: antinuclearisti in cerca di conferme, fotografi a caccia di immagini graffianti, nostalgici che inseguono la suggestione di una cittadina-modello di stampo sovietico. Ci sono anche delle coppie che si fanno fotografare davanti al sarcofago del reattore N.4.

Si spende 130 dollari per la visita di gruppo (12 persone). Fino ai 500 dollari per un’escursione privata sempre sotto stretta sorveglianza di una guida. Unico requisito: un passaporto. Tutte le formalità si sbrigano via web fino all’appuntamento nella piazza centrale di Kiev. Dopo due ore di pulmino, si è sul posto dove sfilano abitazioni abbandonate, intervallate da territori dominati da una vegetazione rigogliosa che favorisce la riproduzione delle specie animali come lupi, alci, cicogne, cavalli: 25 anni dopo, Chernobyl è diventato un eco-sistema naturalistico.

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Posted by ikzus su 14 dicembre 2010


Il professore delle nuvole

di Piero Vietti

Il nostro “man of the year” è Franco Prodi, il climatologo che dice ai catastrofisti: “So di non sapere tutto”

Dopo avere assegnato, un anno fa proprio di questi tempi, il premio “Scrooge of the year” a Giovanni Sartori, al Foglio abbiamo deciso di fare i buoni. Niente premio al più antipatico, ci travestiamo da Time e assegniamo un più esemplare e meritato “Person of the year”. Nei giorni in cui a Cancun, Messico, i rappresentanti di un sacco di stati non sono come al solito arrivati a un accordo vincolante per “combattere i cambiamenti climatici”, e si è affacciata con sempre maggiore forza l’idea che pensare di cambiare il clima emettendo più o meno CO2 è un tantino esagerato, non può non venire in mente chi questa cosa la ripete da anni: il climatologo italiano Franco Prodi.

Non fosse altro che per la costanza e la tenacia con cui si è opposto alla vulgata imperante del catastrofismo climatico e al verbo incarnato in Al Gore del riscaldamento globale di origine antropica (cioè: se fa caldo è colpa nostra e solo nostra, se piove è colpa nostra e solo nostra, se non nevica idem, e pure se nevica) e all’ideologia secondo la quale la scienza ha già capito tutto del clima, non c’è più tempo, bisogna agire ora, il premio sarebbe di per sé già meritato. Ovviamente c’è di più.
Franco Prodi è geofisico e climatologo stimato in tutto il mondo; per la precisione è un fisico dell’atmosfera, esperto di nubi e grandine. Nel decennio in cui i climatologi sui media hanno assunto toni da Apocalisse e atteggiamenti da supereroi (aiutati se non aizzati dai media stessi), Prodi ha scelto il suo mantra, e lo ha ripetuto, pacatamente, con una sicurezza e una costanza impressionanti, fregandosene di come l’opportunismo sposato da certi colleghi avrebbe potuto renderlo più popolare: “Sui cambiamenti climatici sappiamo ancora troppo poco. L’immensità del campo di energia coinvolto dall’irradiazione solare sul pianeta, più la complessità del filtro atmosferico, e mille altre varianti, non consentono certezze a buon mercato, classificazioni facili”; questo il succo dei suoi interventi.

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Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Povera green economy

di Carlo Stagnaro

La festa è finita. L’incrocio tra la crisi economica e lo stop politico al “change” di Barack Obama cambia i termini della discussione ambientale. Le rinnovabili non sono più un dogma, il clima non è più una religione civile, l’ambientalismo “politico” – con il suo portato di sussidi e obblighi, target e timetable – non è più il grande, scontato e redditizio balzo in avanti. “Uno dei problemi – ha riconosciuto Paul Gipe della Alliance for Renewable Energy, intervistato dal New York Times – è che non abbiamo voluto confrontarci con la domanda più difficile. Cioè: vogliamo davvero le rinnovabili? Se la risposta è sì, allora dovremo pagare per averle”. In un istante, si è dissolto l’incantesimo per cui la rivoluzione verde avrebbe salvato l’ambiente e aiutato l’economia; è evaporata la retorica del “doppio dividendo”, è sublimato il miraggio dell’ecologismo anticrisi.

Improvvisamente
, la retorica si è sfasciata sulla dura realtà. Come sempre, un simile scontro è duro, ma nasconde un’opportunità. Senza rete di salvataggio, senza rendite garantite, la scarsità di risorse economiche e politiche disegna il perimetro della sfida: le rinnovabili si imporranno se saranno competitive, e tra le fonti verdi prevarranno quelle relativamente più competitive. Le rinnovabili sono uscite dal giardino dell’Eden, e la selezione darwiniana si è messa all’opera. Il simbolo del declino è la chiusura del Chicago Climate Exchange, la piattaforma fondata da Richard “carbon king” Sandor per sfruttare l’allora nascente, oggi abortito mercato delle quote di emissione.
La parabola del “green deal” sta nei numeri e nelle parole. Nei numeri: nel 2009, primo anno dell’era democratica, la capacità rinnovabile installata negli Stati Uniti è cresciuta dell’8 per cento, tanto quanto nel 2008, ultimo anno del regno repubblicano. Al netto dell’idroelettrico (che da solo supera il 61 per cento di tutte le energie verdi statunitensi) la crescita è stata del 24 per cento, contro il 28 per cento ottenuto dall’arcinemico del clima, George W. Bush. Continuità, altro che rupture. E difficilmente la tendenza sarà smentita, almeno a giudicare dalle dichiarazioni rese dai protagonisti del sogno che Obama voleva regalare all’America, e che l’America non ha mai sognato.

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Posted by ikzus su 23 ottobre 2010


Musulmani d’Europa

di Angelo Panebianco

La dichiarazione del cancelliere Angela Merkel («il multiculturalismo è fallito») è stata interpretata da tutti come una constatazione di fatto sugli errori della politica dell’immigrazione tedesca degli ultimi decenni ma anche come il segnale di una svolta imminente. Anche in Germania, come in tutto il resto dell’Europa, la questione degli immigrati è ora un problema politico di prima grandezza: dare risposte incoerenti con le domande dell’opinione pubblica può significare perdere le elezioni. È la nuova grande questione che divide, e dividerà a lungo, le democrazie europee e che va ad aggiungersi alle più tradizionali divisioni sui temi economici.

Partiti anti-immigrati sorgono come funghi e fanno pienoni elettorali in tanti Paesi europei. Dove questo non accade è solo perché i partiti più tradizionali, già insediati, hanno indurito per tempo il loro approccio all’immigrazione. Due giorni fa, il Sole 24 Ore ha pubblicato un’utile inchiesta sulle politiche europee dell’immigrazione mostrando un quadro assai differenziato. Si va dai Paesi fino ad oggi più accoglienti, come la Svezia o l’Olanda (che però stanno sperimentando forti rivolte anti-immigrati) a quelli più chiusi come la Grecia. Ma non è difficile immaginare che le varie democrazie europee, adattandosi alle domande delle loro opinioni pubbliche, col tempo finiscano tutte per convergere su politiche selettive, che mettano più filtri, e più rigorosi, di quelli utilizzati nel recente passato.

C’è la reazione delle opinioni pubbliche ma c’è anche un’incertezza obiettiva su come fronteggiare il problema. Nessuna delle due strade fin qui adottate, quella originariamente francese dell’assimilazionismo (chi arriva deve spogliarsi della precedente identità per abbracciare identità e cultura del Paese ospitante) e quella, originariamente anglosassone, del multiculturalismo, sembra funzionare. Il multiculturalismo, soprattutto, ben prima che lo riconoscesse la Merkel, appariva più un sogno da idealisti che una politica realisticamente praticabile. Il multiculturalismo prevede infatti che le varie culture presenti sul territorio vengano preservate, anche con leggi apposite, e che le diverse comunità culturali si autogovernino per tutti gli aspetti che riguardano la tutela della propria identità. Una società multiculturale è una società segmentata, divisa in tante comunità culturali che, si suppone, non sentendosi minacciate nelle proprie tradizioni, siano in grado di coesistere pacificamente. Ma il punto è che una società siffatta è difficilmente compatibile con la democrazia. Salvo specialissime eccezioni, può essere tenuta insieme solo con un alto grado di coercizione, in modo non democratico. Per questo, il multiculturalismo non è una politica adatta per le democrazie europee. Gran Bretagna, Olanda, Germania avevano scelto quella strada e ne hanno verificato l’impraticabilità.

Ma se la via francese (l’assimilazionismo) è difficilissima e quella multiculturale impraticabile, che fare allora? Assistere passivamente al montare dei conflitti?

Il problema della maggiore o minore capacità di convivenza con la nuova immigrazione dipende non da uno ma da un insieme di fattori: la qualità e il rigore dei filtri predisposti (le politiche dell’immigrazione in senso stretto), i cicli economici, la capacità di offrire servizi agli immigrati che lavorano, la capacità di reprimere i comportamenti illegali, eccetera. Ma dipende anche dalle tradizioni di provenienza e appartenenza degli immigrati. È inutile girarci intorno. Ci sono immigrati che, per la tradizione di provenienza, possono trovare un loro ruolo nei Paesi ospitanti (e col tempo, potranno forse anche essere assimilati nel senso francese del termine. E, se non loro, i loro figli) con relativa facilità. Episodi di intolleranza, anche gravi, ci sono e ci saranno. Ma nel complesso, molti immigrati, soprattutto dell’Est europeo, riusciranno ad inserirsi con successo nelle società europeo-occidentali.

C’è però il caso dell’islam. Non è casuale che proprio ai musulmani (e non agli altri immigrati) si faccia sempre riferimento quando si constata il fallimento del multiculturalismo. Ciò che ovunque in Europa si teme è che una crescita eccessiva delle comunità musulmane, grazie anche al differenziale demografico, finisca per imporre le trasformazioni più forti nelle regole di convivenza delle società europee. La domanda di cui nessuno conosce la risposta è la seguente: cosa può succedere quando due grandi civiltà, altrettanto forti e orgogliose, come quella europea-cristiana (oggi anche liberale e democratica) e quella islamica, che si ispirano a principi e norme antitetiche, e che, anche per questo, si sono aspramente combattute attraverso i secoli, si trovano a condividere lo stesso territorio e lo stesso spazio politico? La risposta dipenderà in parte da noi europei, dagli atteggiamenti che assumeremo e dalle politiche che adotteremo. Ma, in larga parte dipenderà anche dalla evoluzione del mondo islamico. Se il ciclo fondamentalista (connesso al cosiddetto «risveglio islamico») che ha investito l’islam mondiale negli ultimi decenni non si esaurirà presto, dovremo attenderci aspri conflitti e fortissime tensioni anche in Europa (altro che pacifica convivenza multiculturale). Se invece quel ciclo, raggiunto un picco e punte di massima espansione, andrà ad esaurirsi, come è possibile che prima o poi accada, allora nasceranno forse esperimenti inediti e interessanti: la democrazia potrà misurare il proprio successo anche sulla sua capacità di favorire la piena adesione dei musulmani immigrati alle regole della società aperta e libera. Oggi ciò non appare probabile. Ma è lecito, per lo meno, sperarlo.

21 ottobre 2010 © Il Corriere della Sera

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


A pochi giorni dalle elezioni di Midterm

Cosa resta della promessa di Obama di chiudere Guantanamo?

A poche settimane dall’appuntamento del Midterm (il voto di metà mandato che rappresenta il giudizio sull’operato dell’Esecutivo), il presidente Obama deve fare i conti con una delle promesse elettorali mai mantenute che d’altronde, nel 2008, lo portarono dritto dritto alla Casa Bianca: la chiusura di Guantanamo. I sigilli al carcere di massima sicurezza significavano infatti la svolta di Obama nella politica antiterroristica americana dall’11 settembre 2001 in poi, con un cambio di rotta radicale rispetto a Bush figlio. Ma dopo due anni e mezzo di gestione, cos’è rimasto dell’impegno con gli americani?

“Non possiamo continuare a tradire i nostri valori, la nostra Costituzione e a calpestare lo stato di diritto”, aveva declamato in più occasioni l’allora senatore dell’Illinois. “La detenzione a tempo indeterminato di sospetti terroristi ha compromesso i nostri valori più preziosi”, ha ripetuto durante la sua Amministrazione. Il 21 gennaio del 2009, come prova che avrebbe mantenuto la sua parola, Obama ha anche firmato l’ordine di chiusura del carcere con un termine ultimo: il gennaio del 2010. A quasi due anni dall’annuncio, però, la promessa del presidente americano si è invece rivelata una vera e propria “failure to deliver” e, se il prossimo novembre venissero confermate le previsioni di vittoria dei repubblicani, è quasi scontato che ogni possibilità di chiusura si concluderebbe in un nulla di fatto.

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


Sharia über alles

di Giulio Meotti

Dietro la Merkel anti multiculti c’è l’invadenza del diritto islamico

“L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito”, ha scandito a Potsdam la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Il multiculturalismo è morto”, aveva annunciato venerdì Horst Seehofer, leader della Csu, il partito bavarese gemello della Cdu. La Germania discute furiosamente di integrazione da quando è uscito il pamphlet dell’ex ministro e banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin, “La Germania si distrugge da sola”. Due giorni prima dell’annuncio choc della Merkel, il prestigioso settimanale Der Spiegel, voce del giornalismo liberal tedesco, pubblicava un’inchiesta dal titolo: “Il ruolo della legge islamica nelle corti tedesche”. Sarà poi Merkel a ricordare che “in Germania vige la Costituzione, non la sharia”. Importanti elementi del diritto prodotti in Arabia Saudita nel VII secolo sono da tempo confluiti nel sistema tedesco. Ha denunciato il ministro del Cancellierato Ronald Pofalla: “Se si pone il Corano al disopra della Costituzione tedesca, allora posso solo dire: buona notte, Germania”.

La cronaca aiuta a capire la denuncia improvvisa della cancelliera tedesca contro il multiculturalismo. Già in Gran Bretagna da tempo ormai, al fianco della centenaria common law viene applicata la sharia nei casi di controversie familiari. Si è persino creato un sistema giuridico parallelo con le corti della sharia riconosciute legalmente. Tra i numerosi casi di applicazione del diritto islamico da parte di un tribunale tedesco, lo Spiegel cita i cittadini giordani che in Germania si sposano e divorziano in base alla sharia. Anche la poligamia ha de facto una base giuridica. Lo Spiegel aggiunge che “i giudici tedeschi si rifanno in continuazione alla sharia”. Si tratta di un “lento processo di capitolazione di fronte all’inevitabile”, ha osservato sul settimanale l’analista Henryk Broder.

Il fenomeno rispecchia la crescita della più vasta comunità islamica d’Europa. Dei sette milioni di immigrati stranieri in Germania, oltre 3,3 milioni sono musulmani. E secondo lo Spiegel nel 2030 la quota dei musulmani arriverà a sette milioni. Erediteranno una corposa casistica a loro favore. Un giudice di Hannover ha respinto la richiesta di divorzio di una donna tedesca sposata a un egiziano che minacciava di uccidere la figlia stuprata: “I musulmani hanno una diversa concezione dello stupro”. Un giudice di Essen ha stabilito che le allieve musulmane non possono essere costrette a partecipare alle lezioni di nuoto: “Incompatibili con la loro religione”. Un giudice di Dortmund, citando il Corano, ha stabilito che un padre può picchiare la figlia che si rifiuti di indossare il velo. Un magistrato di Francoforte ha negato il divorzio a una marocchina nata in Germania che per anni è stata picchiata e minacciata di morte dal marito: “Nel Corano, alla Sura quarta verso 34, è previsto che l’uomo possa punire la moglie”. Un anno fa la Bild mise in copertina la statua della Dea Iustitia, il capo coperto dal velo islamico e il Corano su uno dei due piatti della bilancia.

L’avanzata della sharia non si limita ai tribunali. A Mannheim ha aperto la prima banca che segue la sharia e la Deutsche Bank ha emesso quattro nuovi fondi, quotati in Borsa, conformi all’islam. In molte scuole tedesche per i professori musulmani vige la deroga sulla consueta stretta di mano alle ragazze alla consegna dei diplomi. Spiegazione: “Nell’islam è illecito”. La Corte costituzionale ha stabilito che i centri islamici hanno il diritto di diffondere con gli altoparlanti le preghiere, cinque volte al giorno e a partire dal levar del sole. L’ultima a ottenere via libera è stata la gigantesca moschea di Rendsburg. Come nel passaggio incriminato del libro di Sarrazin: “Non voglio che nel paese dei miei nipoti e pronipoti il ritmo della giornata sia scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in oriente”. Gli fa eco una già storica copertina dello Spiegel. Titolo: “Mecca Germania”.

19-10-10 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


«Merkel: Il multiculturalismo è fallito»

di Alessandro Alviani

I conservatori tedeschi seppelliscono l’idea del multiculturalismo. E a officiare la cerimonia è la cancelliera in persona. «L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito», ha detto ieri Angela Merkel, abbandonando per un attimo la sua tradizionale cautela verbale. In passato abbiamo chiesto agli immigrati troppo poco, è giusto pretendere che imparino il tedesco, ha scandito a Potsdam davanti i giovani della Cdu/Csu. L’Islam, comunque, è una parte integrante della Germania, ha corretto il tiro Frau Merkel, ripetendo una discussa frase del presidente federale Christian Wulff.

«Il multiculturalismo è morto», aveva detto venerdì sera Horst Seehofer, leader della Csu (il partito bavarese gemello della Cdu). «Noi ci schieriamo a favore della cultura predominante tedesca e contro il multiculturalismo», aveva aggiunto, ripescando un termine – Leitkultur, cultura predominante – apparso nel dibattito politico tedesco dieci anni fa.

La Germania discute animatamente di integrazione da fine agosto, da quando, cioè, è uscito un provocatorio libro scritto dall’ex banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin. A ravvivare il dibattito ci hanno pensato nei giorni scorsi prima le frasi di Seehofer, che ha chiesto di sospendere l’arrivo di nuovi immigrati dalla Turchia e dal mondo arabo, poi i risultati di due studi: per il primo quasi il 60% dei tedeschi vorrebbe limitare l’esercizio della libertà di religione dei musulmani; per il secondo circa il 41% dei giovani turchi auspica di dividere il pianerottolo con un tedesco, mentre meno del 10% dei giovani tedeschi vorrebbe un vicino turco.

La folta comunità turca in Germania teme che la situazione possa sfuggire di mano: «Ho paura, da settimane mi minacciano dicendomi che sono uno straniero di merda, sebbene io sia un cittadino tedesco – ha raccontato alla «Welt» Kenan Kolat, presidente della comunità turca in Germania – È come all’inizio degli Anni 90 col dibattito sul diritto d’asilo, poco dopo ci furono degli incendi».

Qualcosa, in realtà, nel frattempo è cambiato: la Germania non è più un Paese di immigrazione, ma di emigrazione. Nel 2009 hanno lasciato la Repubblica federale 734.000 persone, mentre 721.000 vi sono emigrate; i turchi che hanno abbandonato la Germania sono stati 10.000 in più rispetto a quelli che vi sono arrivati. Il che sembra paradossale, visti i toni dell’attuale dibattito, che si spiega anche con ragioni politiche. La Cdu, ma soprattutto la Csu di Seehofer, tentano di recuperare l’elettorato conservatore, deluso dal rinnovamento imposto da un’Angela Merkel su cui si moltiplicano le indiscrezioni: da giorni girano voci secondo cui, se a marzo la Cdu dovesse crollare alle regionali in Baden-Württemberg, Merkel potrebbe farsi da parte e lasciare la cancelleria al ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, che parla però di idea «bizzarra».

Il presidente turco Abdullah Gül ha provato ad abbassare i toni, invitando i suoi connazionali in Germania a imparare il tedesco «correntemente e senza accento». Il dibattito, però, prosegue. «La Germania non è un Paese d’immigrazione» e bisogna evitare che la carenza di personale altamente qualificato diventi un pretesto per «un’immigrazione incontrollata», ha rilanciato Seehofer in un piano in sette punti sull’integrazione. Le sue parole suonano tutt’altro che nuove. «L’integrazione è possibile solo se il numero degli stranieri che vivono da noi non continuerà a crescere; bisogna evitare un’immigrazione illimitata e incontrollata». Parola di Helmut Kohl, alla sua prima dichiarazione da cancelliere al Bundestag. Era il 1982.

17-10-2010 © LaStampa

(articolo riprodotto qui)

Vedi anche:

IlGiornale “Angela, ultima arrivata tra i difensori della nostra identità

IlSole24Ore “La Merkel va a destra per contrastare il partito anti-islamico

L’Occidentale “Cittadinanza breve? Chiedetelo alla Merkel

IlGiornale “Immigrazione, l’Europa ritrova l’orgoglio

IGiornale “Khaled Fouad Allam: “Basta con gli autogol. Con la tolleranza si favorisce la xenofobia

IlSole24Ore “Merkel sente soffiare il populismo e apre un dibattito sul post multiculturalismo

IlSole24Ore “Sugli immigrati l’Europa perde il filo

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


“Gli islamici non si integrano, impoveriscono la Germania”. E’ bufera sul libro del banchiere rosso

di Thilo Sarrazin

Thilo Sarrazin

Si scaglia contro gli immigrati islamici, dice che sono “diversi”, che “bloccano la Germania”, che “sono ignoranti” e, soprattutto, che a differenza di tutti gli altri immigrati “non si integrano”. Poi sugli ebrei dice: “Condividono un unico gene”. E’ polemica a Berlino su Thilo Sarrazin, ex ministro delle Finanze e attuale membro del consiglio direttivo della Bundesbank. Il suo libro, uscito ieri, Deutschland schafft sich ab” (La Germania si distrugge da sola) viene da molti considerato razzista e ha causato un putiferio nella nazione tedesca. Al punto che la Bundesbank ha preso le distanze e la Spd, il partito in cui Sarrazin milita da decenni, ha deciso di avviare ieri un procedimento per espellerlo.

Ma cosa dice nel suo libro Sarrazin? Il dito lo punta soprattutto sugli immigrati musulmani che, dice, non volgiono integrarsi, hanno ottenuto dal welfare tedesco più di quanto più di quanto abbiamo dato, sono poco istruiti e, riproducendosi in maniera superiore alla media, contribuiscono all’impoverimento intellettuale della Germiania.

Durante la conferenza stampa per la presentazione del libro, Sarrazin spiega meglio: “Esistono migranti e migranti – osserva – ci sono quelli provenienti dall’India, dall’Est Europa, dalla Cina o dal Vietnam che si integrano e ‘arricchiscono’ la Germania dal punto di vista sociale e culturale; poi ci sono gli immigrati arrivati nel Paesi musulmani – (che Sarrazin stima in 4-6 milioni ) – La maggior parte dei problemi culturali ed economici legati all’integrazione riguarda proprio loro: solo il 3% degli immigrati turchi di seconda generazione sposa un partner tedesco, contro una quota del 70% tra i tedeschi di origine russa”.

31 agosto 2010



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Posted by ikzus su 10 ottobre 2010


Dietro le energie rinnovabili è ormai visibile una vera e propria questione criminale. In particolare il problema riguarda quella che i francesi hanno già definito l’impostura dell’eolico.

Meglio l’atomo dei mulini a vento

di Carlo Ripa di Meana

 

Guardiamo ai fatti più o meno recenti di casa nostra. Già nel 2009 la magistratura si era occupata di numerose illegalità che si sarebbero prodotte in Calabria e in Sicilia, ordinando il blocco di alcuni cantieri. La settimana scorsa, il bubbone è scoppiato a Trapani. Lì è stato disposto un maxi-sequestro di beni del valore di un miliardo e cinquecento milioni di euro all’imprenditore dell’eolico Vito Nicastri. Si sospetta però che il proprietario finale di questo patrimonio sia il capomafia Matteo Messina Denaro e che Nicastri ricopra il ruolo di “facilitatore” del business.

Accanto a questo, che è il filone più pesante delle indagini, c’è poi quello che viene portato avanti dalla Procura di Firenze e che sembra coinvolgere personaggi come Verdini e Carbone per quanto riguarda l’eolico in Sardegna. Nella faccenda appare coinvolto anche il presidente di quella Regione, Ugo Cappellacci. Insomma, in Sicilia e Calabria il business sarebbe in mano alla mafia, altrove ci sarebbero consorterie, logge massoniche e falangi di affaristi. L’intervento della magistratura si sta estendendo anche in altre zone come la Lombardia e il Veneto. Siamo in presenza dunque di una illegalità molto diffusa che interessa più di mezza Italia e che rischia di estendersi all’intero comparto delle energie rinnovabili: primo, dopo l’eolico, fra tutti il fotovoltaico.

Dieci anni fa chi, come il sottoscritto, denunciava la speculazione eolica, veniva accusato di essere un esteta interessato solo alla bellezza del paesaggio e insensibile ai gravi problemi energetici, economici ed ecologici del paese. Rivendico a nostro merito la difesa del paesaggio che è comunque un enorme valore per questo paese. Un valore per la conservazione del quale vale la pena battersi con tutte le proprie forze. Ma – come si vede – non eravamo solo i custodi della bellezza, ma anche di molto altro. Le inchieste dei magistrati ci danno, purtroppo, ragione. La questione delle energie rinnovabili è stretta in una morsa: da una parte c’è la vicenda giudiziaria e dall’altra il grande tema dei mega-finanziamenti collegati al dogma del “riscaldamento globale di origine antropica”. Secondo le previsioni dell’Autorità dell’energia, sulla base degli impegni assunti, nel 2020, in sede europea, e cioè a regime, il flusso di incentivi dovrebbe raggiungere in Italia i sette miliardi di euro, che verrebbero assorbiti soprattutto dall’eolico e dal fotovoltaico. Al momento attuale con i certificati verdi, introdotti nel 1999 col decreto Bersani, la maggior parte degli incentivi vanno all’eolico, le briciole alle mini-centrali idroelettriche e alle biomasse. Pantalone a oggi distribuisce così un miliardo di euro.

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Posted by ikzus su 7 ottobre 2010


Sollevati dubbi di costituzionalità sulla legge 40

Il grande ripopolatore da Nobel nel mondo spopolato dell’aborto

Ipocrita celebrazione dei concepiti in provetta

Il Tribunale civile di Firenze ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla norma della legge sulla fecondazione artificiale (legge 40) con la quale si vieta alle coppie sterili di accedere alla fecondazione eterologa, con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia.

Lo hanno reso noto gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, che assistono i coniugi che hanno presentato la richiesta. L’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza. Torna quindi alla Corte Costituzionale la legge 40 sulla fecondazione assistita.

Niente in apparenza è più allegro, edificante, rassicurante della capacità di dare figli al mondo, magari aiutati dalla medicina. Quattro milioni di bambini concepiti in provetta (tecnica IVF, in vitro fertilisation) sono celebrati come un miracolo scientifico e umanistico dai giornali italiani, che dedicano aperture di prima pagina al Nobel Robert Edwards, 85 anni, fisiologo emerito di Cambridge, lo scienziato che nel 1969 mise a punto la tecnica capace di far nascere poi, nel 1978, la capostipite della buona brigata dei nati IVF, Louise Brown. I giornali inglesi, che al contrario dei nostri quotidiani tenorili trattano la notizia con pudore (pagina interna, semplice cronaca su Guardian e Daily Telegraph), riferiscono una bella frase del nuovo Nobel laureate: “La cosa più importante nella vita è avere un figlio. Niente è più speciale di un figlio”. Questo magnifico adagio antiabortista, questa perorazione natalista, prende però un significato del tutto particolare in bocca a Edwards, fisiologo competente, fortunato, tenace e di valore, che ha rovesciato il paradigma della medicina moderna in fatto di riproduzione, provocando una rivoluzione culturale e antropologica che sfugge chiaramente, non so se alla sua comprensione, certo a quella dei suoi ammiratori e degli apologeti della tecnica IVF. Edwards infatti ha anche detto, e qui siamo invece in un mondo di percezioni huxleiane: “Non dimenticherò mai il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa buffa nelle colture… quel che ho visto era una blastocisti umana che mi osservava fissamente. Ho pensato: ce l’abbiamo fatta”.

Quattro milioni di bambini sono stati “prodotti” in vitro e poi accuditi, nutriti, formati e partoriti da un corpo di donna, cosa di cui non è possibile finire di rallegrarsi, per chi ha avuto la benedizione di un figlio e per chi ha avuto il diritto di nascere. Ma è incredibile che solo gli uomini di chiesa si siano domandati che fine hanno fatto quei milioni di “cose buffe” (letteralmente “something funny”) che guardano i loro fattori dall’occhio microscopico nei laboratori di fertilizzazione umana di tutto il mondo. Parlo ovviamente degli esclusi, delle cose buffe congelate, di quelle usate per la ricerca come topi-cavia, dei processi di fertilizzazione negoziati sul mercato degli ovociti, delle banche dati, delle scelte di maternità-paternità à la carte, dell’aborto selettivo attraverso lo strumento della diagnosi prenatale, e parlo più in generale della grande strage degli innocenti che caratterizza i trent’anni che ci separano dalla nascita di Louise Brown.

Per quattro milioni di celebrate cose buffe che procedono verso la nascita grazie a una tecnica che realizza volontà umana e desiderio, si dovrebbe contare, a rigore, un miliardo circa di cose buffe avviate all’esecuzione capitale in nome della “libertà riproduttiva”, con il consenso culturale, moralmente sordo, della comunità politica mondiale, specie dei corpi umanitari che custodiscono i diritti universali dell’uomo sanciti dalla dichiarazione del 1948. Spero soltanto che i ginecologi faustiani alla Flamigni, e altri uomini di scienza molto sicuri di sé, si appuntino bene la frase di Edwards: “…something funny in the cultures… what I saw was a human blastocyst gazing up on me…”. I figli orgogliosi di questo tempo capiranno l’importanza non solo linguistica di quella definizione dell’embrione fecondato, ovvero di quello che la legge 40 chiama il “concepito”: una blastocisti umana che guarda fissamente il suo autore. Per Chesterton il cattolicesimo libera gli uomini dalla schiavitù di essere figli del loro tempo. Scienziati e moralisti della libertà: la cosa buffa vi guarda.

Giuliano Ferrara

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La medicina che si intesta certi successi dimentica i suoi fallimenti

Il mare in declino della fecondità occidentale

di Roberto Volpi

Nobel a Robert Edwards per la sua scoperta, or sono quasi tre decenni, della rivoluzionaria tecnica della fecondazione in vitro già adottata dai veterinari. Commenti unanimemente favorevoli. C’è che la medicina è svelta a intestarsi i successi, quanto a non prendersi responsabilità degli insuccessi. Così, per esempio, se l’infertilità cresce (è tutto l’establishment medico-scientifico a dirlo), segnatamente nel mondo occidentale, sarà mica tutta colpa dell’inquinamento o dei ritmi di vita che non sono più quelli di una volta.

Fuor di metafora, la fecondazione in vitro ha permesso quattro milioni di nascite – ci ricordano i giornali – e al tempo stesso ha accompagnato la caduta del tasso di fecondità – ci ricordano le cifre ufficiali delle nascite. L’Unione europea a 27, da sola, ha perso la bellezza di tre milioni di neonati annue, tra la nascita di Louise Brown e oggi. E non si può negare che l’Europa sia, con gli Stati Uniti, l’area del mondo dove la fecondazione in vitro è stata ed è più largamente utilizzata. Dice: ma i milioni di nascite in più a essa dovute restano. Sì, ma guardiamo bene. Relativamente all’Italia, della generazione di donne nate nel 1990, una su quattro (per la precisione il ventiquattro per cento), secondo l’ipotesi più realistica delle previsioni Istat, resterà senza figli. Delle loro madri, nate nel 1960, sono rimaste senza figli in quattordici su cento. Secondo l’ipotesi “alta” le figlie potrebbero rimanere senza figli in proporzione addirittura più che doppia rispetto alle madri. Nel tempo della fecondazione assistita, artificiale, in vitro le donne senza figli tendono a crescere. Allora uno non capisce com’è che più rimedi si pigliano e più i risultati finali contraddicono le premesse. E’ un po’ come la lotta al tumore, miete successi, ma intanto i morti per tumore quando i successi non c’erano, e la prevenzione neppure, erano cinquantamila l’anno in meno rispetto ad oggi (ancora dati Istat, che nessuno cita mai – inutile aggiungere perché).

A proposito di questo problema della sterilità crescente.
Ha radici lunghe, complesse, antropologiche, e rischia di venire risucchiato dalla banalità – con tutto il rispetto – della medicina. C’è un venir meno formidabile dell’istinto, una volta naturale, di sopravvivenza della specie, come se l’ampliamento smisurato degli orizzonti dovuto alle nuove possibilità della scienza ci avesse rinchiusi nella prospettiva delle nostre sole vite, così poco interessati a quel che sarà. Un venir meno al quale si collega lo spostamento della fecondità sempre più in là nel tempo, sempre più in là, al punto che la classe d’età delle oltre quarantenni è l’unica oggi in grande spolvero sotto questo aspetto. C’è la crescente “inutilità” materiale del figlio nella funzione di sostegno della vecchiaia dei genitori, con addirittura l’inversione delle parti: i vecchi a sostegno di figli sempre più adulti ma che non vogliono saperne di assumersi le responsabilità dell’età adulta. C’è la scelta razionale, ponderata, della “non maternità” per la realizzazione a tutto tondo di una vita dedicata ad altro, di grande, di meno grande e pure di non grande – del tipo vacanze e notti ai tropici e aperitivi in qualche piazzetta, la cui perdita di esclusività è compensata dalla moltiplicazione delle piazzette.

E c’è pure la fecondazione in vitro. C’è l’“invenzione” del figlio. Perché anche un figlio che si può inventare contribuisce ad abbassare la naturale e fisiologica, ma anche culturale e infine antropologica, “propensione” al figlio. La propensione al figlio è letteralmente sotto assedio, in occidente, tra scienziati e opinion maker che almanaccano (qui, in Italia, in Europa) di superpopolazione e una moltiplicazione di pillole e contropillole del prima, del dopo e del durante da non raccapezzarcisi.
La funzione riproduttiva in quanto tale, quella comunemente legata alle coppie e alla loro vita insieme, è sempre più culturalmente confinata nell’alveo familiare, incapace ormai di rappresentare l’àncora che tutti ci tiene in questi mari. Cosicché quelli che tendono ai figli tendono ai “propri” figli, e i figli in quanto categoria generale e costitutiva vanno sparendo a una velocità ancora maggiore di quella fattuale delle nascite.
In tutto questo, il massimo che riusciamo a fare è affidarci alla medicina, alla fecondazione in vitro, all’invenzione dei figli. Senza accorgerci che anche questo è un fiume che attinge dal mare in declino della fecondità dell’occidente. Ci butta anche dell’acqua, in quel mare, è vero, ma nel bilancio finale è più quella che vi attinge.

6 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


E la chiamano medicina

Il Nobel a Edwards e i corifei del Mondo Nuovo

Può sembrare irriguardoso ricordare che la tecnica di fecondazione umana in vitro, che ha guadagnato al pioniere britannico Robert Edwards la punizione del Nobel per la Medicina, altro non era che il perfezionamento di un procedimento veterinario già largamente usato su conigli e mucche. I corifei della provetta, che ieri hanno celebrato il loro festival della banalità e della menzogna (la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento), glissano sulle illusioni, le mitologie, i sogni di padroneggiare i meccanismi della creazione che rappresentano la vera “ragione sociale” di quelle tecniche.

Il big bang antropologico inaugurato da Edwards è quello che oggi ci fa parlare di “prodotto del concepimento” e non di figlio. E’ l’idea della “creazione” della vita in laboratorio, materiale biologico tra gli altri; è la separazione della procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione con la contraccezione; è il cambiamento nel modo di rappresentare la generazione, i rapporti di parentela, il venire al mondo. Dalle provette di Edwards sono uscite le anticipazioni di quel Mondo Nuovo alla Huxley che oggi vive lautamente di compravendita di ovociti, di uteri in affitto, di fabbricazione di embrioni umani a fini di ricerca, magari ibridati con embrioni animali, di invenzione di coppie di genitori dello stesso sesso, di embrioni sovrannumerari conservati nell’azoto liquido e poi distrutti, o selezionati in provetta per ottenere un figlio dal corredo genetico “ottimale”. E la chiamano anche medicina.

5 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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ROBERT EDWARDS, IL NONNO DELLA LEGGE 40

Clicca per IngrandireIl Nobel per la Medicina a Robert Edwards consegna purtroppo ai nostri posteri una fotografia perfetta del tempo in cui viviamo. Un tempo che sarà ricordato in futuro come l’era di Erode, caratterizzata dalla sistematica, tecnologica, metodica eliminazione di milioni di esseri umani innocenti, sotto la protezione delle leggi degli stati e dietro il paravento ideologico della scienza e del progresso.

Uccisione degli innocenti consumata ogni giorno negli ospedali pubblici con l’aborto volontario, e uccisione del malato o dell’handicappato con l’eutanasia. Uccisione del difettoso individuato con le tecniche di diagnosi prenatale e con la benedizione della legge 194, e uccisione di embrioni prodotti in vitro e destinati a una morte quasi certa anche quando vengono trasferiti nel corpo della donna.

Robert Edwards è indubbiamente il campione di questa scienza e di questa medicina, che è esattamente antitetica alla medicina che anni fa veniva fondata in una piccola isola della Grecia da Ippocrate con il suo Giuramento. Una medicina che, pur nella spaventosa ignoranza dei complessi meccanismi della vita e della biologia, rifiutava aborto ed eutanasia, riconosceva la dignità di ogni paziente, accettava il limite costituito dal grande mistero della vita e della morte.

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Posted by ikzus su 28 settembre 2010


L’ambientalismo, la retorica e i falsi miti

di Christian Rocca

Contrordine compagni. La retorica dei green jobs, della nuova consapevolezza verde e dei prodotti biologici che colmano gli scaffali dei supermercati fa male, molto male, all’ambiente e a tutti noi. Non lo dice un iper-liberista, un negazionista del global warming, un cementificatore selvaggio, un petroliere senza scrupoli, un finanziere di Wall Street. La tesi è di Heather Rogers, giovane e bella giornalista vecchio stile, progressista radicale e militante dell’ambientalismo americano che con il suo nuovo libro, Green went wrong, sta diventando la Naomi Klein degli anni Dieci, la nuova eroina globale dell’antiglobalizzazione.

L’autrice sostiene che le grandi corporation stanno fermando la rivoluzione ambientalista che negli anni scorsi ha cominciato a prendere piede. Come? Sfruttando slogan verdi e creando il bisogno di nuovi prodotti biologici di cui nessuno avvertiva la mancanza prima della loro introduzione nel mercato. Le perfide multinazionali, scrive Rogers, hanno trovato il modo di fermare l’onda rivoluzionaria. Ci fanno credere che possiamo salvare il pianeta comprando lampadine fluorescenti a basso consumo, guidando automobili ibride, mangiando cibo biologico. In realtà, spiega Rogers, vogliono soltanto continuare a macinare soldi a spese del pianeta. I consumatori abboccano, scrive Rogers, e non si rendono conto che aiutano le grandi aziende che poi ringraziano sradicando le foreste e privando gli orangotango dei loro habitat naturali. Anche la chimera dei biofuel è una bufala, scrive, perché gli studi dimostrano che per creare i combustibili alternativi serve più energia di quanta riescono a svilupparne.

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Posted by ikzus su 24 agosto 2010


IL SORPASSO DELLA CINA E I NUOVI SCENARI

Quando il profetismo degli esperti viene smentito dalla storia

di Vittorio Messori

“Svolta storica“: ecco che ci risiamo, con il consueto corteo di analisi, di proiezioni, di previsioni. Questa volta tocca alla Cina, con il sorpasso della sua economia su quella giapponese. Come al solito, turbe di “esperti“ ci disegneranno  i loro scenari per l’avvenire dell’Impero di Mezzo. Ma il guaio dell’età è l’istinto di girar pagina, per confrontarsi con la cronaca del momento, lasciando in pace  la futurologia. Chi, come me, era al liceo e poi all’università tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta è vaccinatissimo contro il profetismo degli “esperti“.

Tanto per iniziare con un caso personale: nel 1961 la Torino in cui vivevo raggiungeva il milione di abitanti. Sociologi, demografi, economisti, presi sul serio dai politici, prevedevano con assoluta sicurezza che nel Duemila la città avrebbe superato i due milioni. In quell’anno, la popolazione del Comune era di 865.000 persone. Ma, in quegli anni, in una inchiesta su l’Espresso, Eugenio Scalfari profetizzava che, negli anni Ottanta, l’Unione Sovietica avrebbe superato come ricchezza, benessere personale, libertà stessa America e Europa Occidentale. A Scienze Politiche i docenti, con occhi luccicanti, ci parlavano delle meraviglie della  decolonizzazione, allora in atto. Prevedevano, soprattutto, un boom africano: economia e cultura “nere“ sarebbero esplose e ci avrebbero surclassati. Intanto, i più venerati tra i sociologi   pubblicavano best seller sulla “eclissi del Sacro nella società secolare“. Nel prossimo futuro, giuravano, ci aspettava il declino della religiosità : si sarebbe spento, o ridotto a nicchia, anche il cristianesimo, mentre l’editto di morte per l’islamismo era già pronunciato. Fede, questa, nata per beduini nel deserto, incapace di confrontarsi con la modernità. Non poteva esserci posto per essa, per i suoi decrepiti precetti, nei nuovi stati asiatici e africani nati dalla decolonizzazione.

Teneva banco, soprattutto, il think-tank degli ascoltatissimi super-esperti riuniti nel “Club di Roma“: con la sicurezza di chi si appoggia solo su dati sicuri, annunciavano, implacabili, “la fine dello sviluppo“. Entro pochi anni, le riserve di materie prime si sarebbero esaurite, a cominciare dal petrolio. Ci aspettava, ben prima del Duemila, la regressione alle caverne per mancanza di mezzi fornitici da Madre Terra.  Ma ci attendeva anche una grande glaciazione, si andava verso “il raffreddamento globale“. Non è una battuta ironica sugli apostoli attuali del global warming. Ricordo come, da giovane cronista, fui inviato a un grande congresso internazionale e riferii ai lettori  dell’unanime parere dei climatologi: la forza del Sole si indeboliva per lo schermo provocato dall’inquinamento, presto avremmo visto iceberg alla deriva nel Mediterraneo. A Venezia saremmo andati con slitte e pattini. Anche se lo si è rimossa con disagio, era quella, allora, l’ossessione dell’apocalittismo ambientalista.

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Posted by ikzus su 22 luglio 2010


Obama: l’irresistibile ascesa di un’illusione

Da oggi in libreria il saggio su Obama scritto da Martino Cervo e Mattia Ferraresi

Al Foglio scherziamo su di un premio che vorremmo presto istituire: “Non è giornalismo” sarebbe il suo titolo o motivazione. La ragione è intuitiva: non ci piace il professionismo generico e compiaciuto di sé. Saper scrivere e cercare di essere intelligenti, dunque fondamentalmente onesti e rassegnati, ma con brio, nella relazione con se stessi e con il mondo, è una peculiarità che non si acquista per via deontologica, la si matura nella vita e la si conferma nell’esperienza, oltre che nella cultura o nella fede. Ci piace il mestieraccio, non la professione augusta, pomposa, ridondante, autoreferenziale, corporativa. Sappiamo di lavorare nell’ambito della selezione e della manipolazione dei fatti, non contiamo sull’invincibilità dell’Assoluto giornalistico, una sciocchezza settaria e una ridicolaggine anche grottesca.

Quest’anno il premio “Non è giornalismo” sarebbe vinto a mani basse da Martino Cervo e Mattia Ferraresi. L’inchiesta su Obama è un campione entusiasmante di curiosità ben costruita, di racconto a tesi che non conclude troppo ma dà quanto promette, di indagine che crea vere piste e veri depistaggi con l’ausilio di letture originali (Benson, Gioacchino da Fiore), di uno spirito cristiano e cattolico militante ma mai invasivo e mai petulante. Per fare agli autori il miglior complimento possibile, non sembra nemmeno un libro su Obama, genere così battuto da risultare ormai palloccoloso. Nella ricerca accurata si sente la vivacità di un’ipotesi, decisiva per scoprire qualcosa, e perfino una vena di pregiudizio, importante per giudicare con l’energia di pensiero necessaria.

L’indagine non riguarda l’immensa fortuna del candidato perfetto Barack Obama, o la sua tremenda disgrazia di presidente in calo di popolarità, anche se il libro è pieno di informazioni ben trasmesse e per così dire tirate a lucido, filtrate con sapienza; ma alla fine si distingue negli autori una perfetta noncuranza dei dettagli politici da trivio. Del fenomeno di questo strano “leader cristiano” che intende fermamente redimere il mondo impaziente di essere redento con il suo umanitarismo organicamente civile, terreno, capace di subordinare a sé il linguaggio anche sentito e vissuto della fede religiosa, gli autori vogliono cogliere l’essenziale, il nucleo atomico che poi si scinde nelle diverse sezioni della cronaca e della storia politica americana di questi anni. Li aiuta un romanzo dimenticato, quello di Robert Benson sul padrone del mondo, metafora assolutamente perfetta di ogni messaggio fondato su valori umanistici perfettamente razionalizzati; e la teologia storica di Henri de Lubac, in particolare la sua celebre tesi sull’umanesimo ateo e il suo saggio su Gioacchino da Fiore (lo spiritualismo senza il Cristo della fede e della storia può portare da qualsiasi parte, come avrebbe detto anche Gilbert K. Chesterton).

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Posted by ikzus su 4 luglio 2010


Dalla burocrazia alle invalidità, chi spreca di più. I conti del federalismo

Viaggio nelle Regioni: ecco come spendono e quanto ci costano

Mario Sensini

ROMA — Nelle cronache di allora non c’è traccia, ma alla metà degli anni Ottanta, nella riviera ligure di Ponente, deve essere accaduto qualcosa di veramente terribile. La gente ha cominciato a cadere improvvisamente dalle scale, a diventare cieca di colpo e, da un momento all’altro, a non sentire più neanche le campane delle chiese. Un’epidemia di invalidità. Oggi, a Ventimiglia alta e nei piccoli paesini dell’entroterra, come Calvo, Trucco, Bevera, un abitante su quattro riceve una pensione o un’indennità dallo Stato. Proiettando la Liguria ad un certamente poco invidiabile primato tra le Regioni del Nord. Il 3,7% dei liguri, per l’esattezza 79.158 cittadini, risultano assistiti dall’Inps come invalidi. Ben oltre la media nazionale, che è del 3,3% e di per sé è già altissima, essendo il doppio della Germania e della Francia. Lo stesso fenomeno, l’esplosione delle invalidità, si era abbattuto, qualche anno prima, sulla ricca Umbria. La ragione può essere diversa. Quella è terra di santi e di miracoli, ma il risultato non cambia: il 4,6% della popolazione riceve l’assegno. In Toscana, a due passi, la percentuale non arriva al 3,3%, nel Lazio è pari a quasi la metà, il 2,8%. In Trentino alto Adige, l’anno scorso, è stata concessa solo una, dicasi una, nuova pensione di invalidità. Possibile? Ed è sicuro che non esistano le Regioni virtuose, come sostengono i governatori che rifiutano, compatti, i tagli proposti dal governo? Che gli sprechi esistano solo nei ministeri? I bilanci delle Regioni raccontano altro. Parlano di un’Italia divisa in due, di un paese dove il peso della burocrazia può essere in un posto dieci volte più pesante che in un altro, di amministrazioni che funzionano bene e costano poco ai cittadini, e di apparati elefantiaci con dipendenti pagati a peso d’oro. Una divisione, come dicono i dati sulle invalidità, non poi così netta tra il Nord e il Sud. Anche se è soprattutto dai bilanci delle Regioni del Sud che emergono i dati più clamorosi. Quelli sul costo del personale, per esempio. Colletti bianchi a peso d’oro A ogni cittadino della Lombardia i dipendenti della Regione costano appena 21 euro a testa l’anno.

Quasi metà della media nazionale, che è di 44 euro per ogni italiano. Incredibile, ma vero, i siciliani sopportano un costo pari a quasi venti volte quello dei lombardi: 349 euro pro capite! Palazzo dei Normanni, del resto è generoso: per i 20 mila dipendenti della Regione, l’Assemblea stanzia la bellezza di 1,7 miliardi di euro l’anno. Una somma che non è poi tanto più bassa della spesa per il personale di tutte le Regioni italiane messe insieme, che è di quasi 2,4 miliardi di euro l’anno. Con una media di 42.500 euro di stipendio lordo, i dipendenti della Sicilia, aumentati di cinquemila unità tra il 2003 ed il 2008, guadagnano quasi il 40% in più dei ministeriali. Ma vanno in pensione molto prima e con assegni ben più consistenti, che la Corte dei Conti ha calcolato in 2.472 euro a testa. Il fatto che sia una Regione a statuto speciale c’entra poco: l’autonomia fa sì che la Sicilia abbia la titolarità delle funzioni, ma nei fatti non la esercita. A norma di Statuto sarebbe anche proprietaria dei beni demaniali, come lo stesso Palazzo dei Normanni, ma preferisce lasciarli alla gestione dello Stato, forse perché la manutenzione costa. Nelle Regioni a statuto speciale che esercitano davvero le funzioni attribuite, come la scuola, la situazione è del resto ben diversa: in Val d’Aosta l’amministrazione regionale costa 2.207 euro a ogni valligiano, in Trentino Alto Adige 1.775. I veri numeri del federalismo La classifica elaborata partendo dai bilanci regionali riclassificati con fatica dalla Commissione tecnica sul federalismo fiscale e consegnati al Parlamento, «i veri numeri del federalismo » come li definisce il presidente Luca Antonini, vede al secondo posto in Italia tra le Regioni a statuto ordinario il Molise, dove l’amministrazione pubblica costa 187 euro ad ogni cittadino. I molisani sono pochi, appena 321 mila, e questo può in parte giustificare il dato. Una scusa che non vale per il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna, altre due Regioni autonome, ma quasi solo sulla carta, dove il costo pro-capite dei dipendenti è pari, rispettivamente, a 161 e 148 euro a testa. Sotto la media nazionale, in questo rapporto, ci sono solo la Lombardia, il Veneto (32 euro per abitante), la Liguria (34), l’Emilia- Romagna (36) e la Toscana (di un pelo, 43 euro contro 44). In tutte le altre il costo dell’amministrazione vola: 93 euro pro-capite per i lucani, 84 per gli umbri, 83 per i calabresi, 76 per gli abruzzesi, 71 per i campani, 64 per i marchigiani, 56 per i pugliesi, 53 per i laziali, 50 per i piemontesi. Ci sono Regioni dove il costo del personale pesa quasi quindici volte più che in altre. Il rapporto tra gli stipendi pagati ai dipendenti e la spesa corrente complessiva, che è poi il criterio che il governo ha proposto in Parlamento per definire la virtuosità delle Regioni e stabilire così chi tra loro dovrà sobbarcarsi il maggior contributo alla manovra antideficit (4,5 miliardi l’anno), della quale i governatori non vogliono neanche sentir parlare, è pari in Lombardia allo 0,85%. In Sicilia, manco a dirlo, arriva al 10,4%: un euro su dieci se ne va per pagare i dipendenti. La media delle Regioni a statuto ordinario è l’1,99% e solo sei sono sotto: la Liguria, il Lazio, l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto. Tutte le altre sfondano allegramente la soglia.

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La pensione delle statali e la doppia trappola dell’ideologia

Posted by ikzus su 11 giugno 2010


L’ideologia è una gran bella cosa! Ci permette di evadere da un presente troppo opprimente, colora di rosa un futuro altrimenti pauroso, e spesso arriva persino a ricostruire il passato, attraverso la reinterpretazione ‘creativa’ – ovvero la distorsione sistematica – degli avvenimenti storici. Purtroppo, essa soccombe regolarmente di fronte a due nemici mortali: il primo è la verità, che rispunta pervicacemente nonostante la narcosi indotta dalle massicce dosi di malafede. Il secondo, quello peggiore, è la realtà: presto o tardi, ogni delirio ideologico si schianta contro la rocciosa evidenza dei fatti. È quanto è successo in questi giorni a due ideologie sorelle, lo statalismo ed il femminismo (o meglio, nella sua evoluzione postmoderna, la cosiddetta teoria dl “gender”). Ma cominciamo dall’inizio.

La pensione, secondo la matematica finanziaria, è una cosa semplicissima, al pari di un’assicurazione sulla vita: tu accantoni delle somme per un certo periodo, e in questo modo accumuli un capitale; detto capitale lo potrai riavere, aumentato degli interessi, in due forme: la cifra totale alla scadenza, oppure a rate con una rendita periodica, che può anche essere vitalizia – in questo caso verrà calcolata sulla base dell’aspettativa di vita residua. Semplice, no? Vi garantisco che qualsiasi studente di ragioneria è in grado di sviluppare i calcoli necessari – probabilmente siete in grado anche voi: Excel contiene tutte le funzioni necessarie. Dunque, what’s the problem? Il fatto è che le pensioni italiane non funzionano così.

In Italia, da Mussolini in avanti – eh già, spiace per i fratelli sinistri, ma il nostro sistema previdenziale l’ha sostanzialmente messo in piedi il Duce, che difatti era socialista – , le pensioni sono slegate dai contributi versati: da corrispettivo di un risparmio, si sono trasformate in un diritto garantito dalla politica. Inoltre, da sussidio di solidarietà per una persona al termine della propria esistenza (all’epoca i sessant’anni erano l’aspettativa di vita media, contro gli ottanta e pusa di oggi), sono stati interpretati sempre più come un mezzo per attuare quella redistribuzione delle risorse che è l’obiettivo principale dell’ideologia egualitarista (per non dire sempre comunista, che ormai fanno perfino un po’ pena!). Ecco quindi la pensione a chi ha versato poco o nulla, l’assegno mensile rapportato all’ultimo stipendio invece che al montante contributivo, e tutte le altre assurdità che sono venute fuori con gli anni, specialmente nel settore pubblico. Credo che tutti conosciamo qualche furbone/a che è riuscito ancora ad andare in pensione con vent’anni di contributi – avete presente la classica maestrina che diventava pensionata a quarant’anni? Tutto ciò spiega il dissesto del sistema di previdenza sociale, e la perenne crisi dell’INPS: è evidente che, con regole del genere, e soprattutto in un Paese che (sempre per ragioni ideologiche) non fa figli ed invecchia sempre più, il carico pensionistico è non solo ingiusto – perché si traduce in una trasferimento di risorse dai lavoratori ai pensionati, dai figli ai padri – , ma anzitutto insostenibile da un punto di vista economico. Da qui le varie riforme che, senza risolvere il problema, hanno tentato di arginarne gli effetti devastanti.

Ecco perché, senza dirlo, tutti sono contenti di questa sentenza: così possiamo dire che è l’Europa che ci obbliga a correggere i conti, invece di affrontare l’amara realtà: è l’impostazione ideologica statalista che è fallita! In realtà, come hanno detto molti commentatori nelle settimane passate, la crisi dell’Euro (e dell’UE) ha messo in luce chiaramente che l’intera architettura sociale dell’Europa – quello che chiamiamo pomposamente Welfare State – è clamorosamente fallita. Non poteva andare diversamente: alla radice dello statalismo (e del socialismo in genere) c’è il rifiuto dell’economia, e l’affermazione prometeica che la politica può e deve prevalere. Purtroppo questa si è dimostrata una vana speranza, un abbaglio infantile, un azzardo utopistico; nel giro di mezzo secolo l’economia ha travolto questo rovinoso esperimento sociale, e si è ripresa la parte che le spetta: quella centrale. Essa infatti, che non per nulla viene definita “la scienza triste”, nasce dalla considerazione fondamentale del limite – delle risorse, del tempo, della conoscenza, ecc. -, e così facendo ci ricorda continuamente la nostra condizione creaturale, limitata per l’appunto, ed in ultima analisi mortale: per questo è tra tutte le scienze probabilmente la più odiata. È lei a ricordarci continuamente che i debiti prima o poi si pagano, che se qualcuno pretende ‘diritti’ qualcun altro ne sopporterà gli oneri, che prima di pensare a distribuire la torta è necessario prepararla; e così via.

Ma nel caso delle statali, il cortocircuito è addirittura doppio: infatti la giustificazione non è stata una salutare presa d’atto dell’insostenibilità dei privilegi dei pensionati (in questo caso di una parte di essi), ma al contrario l’ennesimo tentativo di imporre sulla realtà la visione ideologica – questa volta, l’uguaglianza di genere. Perché le dipendenti statali non possono andare in pensione cinque anni prima dei colleghi maschi? Perché sarebbe DISCRIMINAZIONE: orrore!

Battute a parte – sembra ridicolo a dirla così, eppure … – questa è la motivazione ‘ufficiale’ e del tutto pazzesca della sentenza della Corte di Giustizia Europea. E questo è il motivo per cui non si è sentita uno straccio di femminista che osasse protestare per l’evidente fregatura – per quanto ho visto io, l’unica che ha provato timidamente a dir qualcosa è stata Lietta Tornabuoni sulla Stampa.

Ovviamente, alla radice di una simile aberrazione c’è il presupposto antropologico che uomini e donne, maschi e femmine, sono la stessa cosa – anzi, DEVONO essere la stesa cosa, uguali, o meglio ancora ‘indifferenti’. È proprio la “differenza” ciò che risulta inammissibile per la cultura moderna, e specificamente per la dottrina “gender”: il sesso non è una qualità ‘naturale’ ma ‘culturale’, e non definisce la persona; i comportamenti legati al sesso sono imposti dalla società, e da queste imposizioni occorre ‘liberarsi’ – primo fra tutti, ovviamente, la maternità! E poco importa se uomini e donne fanno cose diverse (per dirne una, i bambini …) perché SONO diversi: come sappiamo, la realtà è l’ultima cosa che l’ideologia prende in considerazione.

È evidente la derivazione dal femminismo storico, che giustamente chiedeva pari dignità tra uomo e donna, ma risulta chiara anche la deriva successiva, in direzione di quell’egualitarismo che non valorizza ma nega le differenze, puntando ad appiattire tutto in nome di una presunta libertà ‘assoluta’, cioè (anche etimologicamente) sciolta da ogni riferimento morale o etico. Sarebbe troppo lungo affrontare in dettaglio tutti gli errori e tutte le nefaste conseguenze di questa ideologia: chi fosse interessato trova qui un testo adeguato e stimolante. A noi basta farci quattro risate, immaginando la faccia di qualche vecchia ciamporgnia che a vent’anni sfilava per le strade con le mutande in mano urlando “Io sono mia”, a trenta si è infilata in qualche baraccone statale purché fosse (probabilmente la scuola …), e a sessanta si trova ingannata (sarebbe più adeguato un altro termina, sempre con “in…”) e non può neanche protestare perché lei è una femminista doc!

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Posted by alenu su 7 giugno 2010


La crisi finanziaria è stata innescata dal “buonismo”

di Nucci Alessandra

Le regole c’erano, solo che esse, per motivi sociali, incitavano all’irresponsabilità

E’ noto che la crisi economica mondiale è stata innescata dalla superficialità di banche e lìnanziarie nel concedere il credito a cliente non solventi. Meno noto è il fatto che tale superficialità fu istigata e protetta da leggi degli anni Novanta che costrinsero le banche negli Usa a fare i prestiti chiamati eufemisticamente sub-prime, cioè meno che di prima scelta, per motivi sociali.

Iniziò con una legge del 1989 che impose alle banche di raccogliere dati sull’appartenenza razziale dei beneficiari. Ne emersero statistiche che facevano riferimento solo all’etnia e non anche alle condizioni economiche e alle garanzie di solvibilità, per cui furono viste come conferme ai sospetti di un trattamento preferenziale per i bianchi. Uno studio della Federal Reserve di Boston nel 1992 sentenziò che nella concessione di mutui vigeva una sistematica discriminazione contro le minoranze.

Con la scusa dunque di difendere le minoranze, il governo Clinton (1993- 2000) resuscitò e ampliò una legge degli anni Settanta, la Consumer Reinvestment Act, che imponeva alle banche comportamenti più socialmente responsabili, fra cui quelli di aprire filiali in zone depresse e di concedere una percentuale altissima di prestiti a clienti a rischio. Non ottemperando queste disposizioni le banche si esponevano al rischio di vedersi ostacolare le operazioni di fusione, acquisto, apertura di filiali e simili.

A controllare gli adempimenti, oltre alla Fed e a una commissione parlamentare, stavano anche le organizzazioni di attivisti (il terreno di coltura politico che ha figliato il fenomeno Obama) finanziate dallo Stato, con il potere di paralizzare, con i loro rapporti negativi, le attività delle banche. Fu così che, oltre ad aumentare in maniera vertiginosa i prestiti privi di garanzie, le banche si trovarono anche a dover comprare la benevolenza di questi “community organizers”.

Com’è noto, poi, questi prestiti venivano impacchettati e rivenduti. Fra i principali istituti ad assorbirli furono i colossi parastatali Fanny Mae e Freddie Mac, enti che, a loro volta, subivano pressioni, sia dal basso, sia dai parlamentari per abbassare la soglia delle garanzie necessarie per un mutuo, Le cause della catastrofe non sono tutte qui naturalmente, ma è stato questo il suo inizio: non quindi a causa della mancanza di regole ma in virtù di precise regole che incitavano all’irresponsabilità.

E il caso di notare che Barack Obama, da senatore, ottenne, alla stregua di altri parlamentari, lauti finanziamenti da Fannie e Freddie, e fu fra i parlamentari democratici che, nel 2005, bloccarono le proposte di legge (fra cui una di John McCain) che avrebbero limitato le dimensioni di questi enti.

Adesso il governo Obama ha varato una legge di riforma per imbrigliare Wall Street, adducendo, come scopo, quello di evitare che si ricreino le condizioni che portarono allo sfascio. Dando por acquisito che, a causare la crisi, fu la mancanza di regole, la riforma impone, con aria virtuosa, un’infinità di costosi regolamenti che avranno l’effetto di limitare i profitti. Ma è davvero questo l’importante? O l’importante non è piuttosto far ripartire l’economia? Perché, come aveva notare il Wall Street Journal, il peso di questa iper-regolamentazione non graverà sulle grosse banche,** che dispongono già di uffici esperti nel navigare all’interno del gigantismo statalista, ma sui concorrenti più piccoli del mondo del credito «quelli che non hanno causato la crisi e non hanno i mezzi finanziari per assorbire questi costi».

Italia Oggi di giovedì 3 giugno 2010, pagina 11

**non a caso, all’indomani del passaggio della legge al Senato, le quotazioni in borsa delle cinque più grandi banche americane sono schizzate in alto [an]

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Posted by ikzus su 31 maggio 2010


Quando i genitori trascurano i figli

a cura di di Gianni Riotta

Quando noi figli del baby boom eravamo sui banchi di scuola, due erano le lezioni da imparare, accanto a radici quadrate, il reale razionale di Hegel e i versi di Eschilo. Che i nostri genitori avevano sofferto sotto dittatura e guerra e che mai più l’Apocalisse sarebbe tornata sul vecchio continente, la prima. La seconda che l’Europa sarebbe stata ogni anno più integrata, ricca e pacifica. Democrazia e benessere erano il karma e i cupi titoli dal resto del mondo non scuotevano le certezze europee.

Non le guerre lontane che gli alleati e protettori americani si ostinavano a combattere, non la sorda Guerra Fredda che opponeva Washington a Mosca, non le dittature dal Brasile all’impero russo. La bonaria Europa occidentale riteneva esorcizzata la lunga guerra civile 1914-1945, malgrado il terrorismo che insanguinò Italia, Germania e Gran Bretagna. Fabbriche al lavoro, università impegnate, club vacanze pieni, sicurezza sociale, asili stracolmi, mutua per tutti, pensione in un’età in cui ci si godeva ancora la vita, premi a scrittori e registi corrucciati ai festival, per opere-denuncia sull’alienazione di un continente che viveva invece sereno nel pianeta grande e terribile.

Per anni, pendolare atlantico ho sentito le guardie doganali chiedermi «Si vive meglio in Europa o in America?» e dopo aver provato, invano, a bucare i rispettivi pregiudizi, m’ero munito di risposta standard «Dipende chi si è, se si ha già un certo benessere da difendere, meglio l’Europa. Se invece si hanno speranze e ambizioni di crescere, meglio gli Usa». Contenti tutti, bollo sul passaporto e via.

Il mantra Zen della nostra infanzia è ora rotto. Prima lo capiremo più risparmieremo, a noi, figli e nipoti, frustrazioni e sofferenza. Il dibattito frenetico di cui andate leggendo dopo la crisi greca, la discesa dell’euro, la deplorevole inanità dei leader Ue, le manovre fiscali di cui ogni paese va facendo – tardiva – professione, i titoli xenofobi della stampa popolare tedesca, vedi Bild Zeitung, nascondono una verità semplice ma dura da accettare. Abbiamo vissuto, dal 1945 all’euro, con un tenore e ritmi di vita e lavoro che mondo globale, invecchiamento della popolazione, nuove produzioni, non ci permetteranno più.

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Posted by ikzus su 7 maggio 2010


Perché la battaglia dell’Europa contro il global warming
è sempre più insensata

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Mentre il mondo rincorre la crescita economica, l’Unione europea – già girata nella direzione opposta – si chiede con quale velocità sia appropriato allontanarsi dal sentiero dello sviluppo. Bruxelles ha forgiato la sua identità attorno all’immagine di leader nella lotta ai cambiamenti climatici. Per dare sostanza al suo impegno ha fissato il target di riduzione delle emissioni di gas serra del 20 per cento al di sotto dei livelli del 1990, entro il 2020. Così si è presentata a Copenhagen a carte scoperte, entrando trionfatrice nel vertice che doveva portare all’accordo globale per il post-Kyoto e uscendone, isolata, come l’unica regione ad aver assunto obiettivi vincolanti.

Oggi, i principali responsabili delle emissioni hanno altro per la testa: la Cina pensa a consolidare il ruolo di motore economico del pianeta, gli Usa annaspano fuori dalla crisi. In questo contesto, l’Ue sta valutando se sia opportuno alzare l’asticella dal 20 al 30 per cento. Paradossalmente, a rendere possibile questo scenario è proprio, secondo Bruxelles, l’effetto della recessione, che ha sensibilmente abbassato i consumi energetici e le emissioni a essi collegati. Secondo le ottimistiche stime della Commissione, il costo dell’intera operazione sarebbe di circa 30 miliardi di euro all’anno oltre ai circa 50 (anch’essi in uno scenario molto ottimistico) richiesti a tagliare le emissioni del 20 per cento. E’ probabile che la bolletta sia molto più salata, specie in un momento in cui le prospettive di crescita sono ancora fragili.

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