ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘USA’

Posted by ikzus su 24 novembre 2010


Un televoto per decidere se abortire o diventare genitori

di Valentina Fizzotti

In America si può votare qualunque cosa, anche per l’aborto di una giovane coppia di Minneapolis

E’ anche probabile che sia una bufala colossale, ma la notizia è che all’indirizzo birthornot.com due sposi trentenni di Minneapolis, Pete e Alisha Arnold, mettono al televoto la loro possibilità di abortire. Perché, scrivono, l’America è un paese meraviglioso in cui si vota di tutto, “dal miglior cantante al prossimo leader del mondo libero”. E allora “non sarebbe bello dire la vostra e fare la differenza nel mondo reale?”. Per cliccare su “Dare alla luce” o “Abortire” i visitatori-votanti del sito hanno tempo fino al 7 dicembre: il sondaggio si chiude due giorni prima della scadenza dei termini per interrompere legalmente la gravidanza nel Minnesota, alla ventesima settimana di gravidanza.

Sul sito gli Arnold hanno pubblicato l’ecografia di loro figlio, per ora un bambino maschio sano di 17 settimane che i genitori hanno soprannominato “Wiggles”, “Che si muove”. Avevano aspettato tanto prima di decidere di avere un figlio (prima erano troppo giovani, poi lui si è deciso ma lei aveva appena trovato lavoro), e alla fine Alisha ne ha persi due in dieci mesi. Oggi non sono più tanto convinti di voler diventare genitori. Lui scrive che dopo dieci anni di matrimonio forse non hanno più davvero voglia di avere un figlio, e forse sono pure già troppo vecchi per farlo. Lei scrive che teme di pentirsi, non è certa di voler cambiare lo status quo di cui gode ora, ha paura che destreggiarsi fra maternità e carriera le faccia venire un esaurimento nervoso.

Giornali, tv e blog stanno rincorrendo questa storia (con i possibili futuri genitori che un po’ parlano e un po’ si negano e gli opinionisti che si azzuffano sulla vicenda), ma diversi credono che sia “uno scherzo pro-life” per stuzzicare l’opinione pubblica. Qualcuno ha scovato la data della registrazione del dominio: sarebbe antecedente al concepimento. Dalla pagina Facebook di lei si scopre che è metodista ed è una fan del superconservatore Glenn Beck. Lui, cattolico ma non praticante, in passato aveva espresso opinioni a favore di Bush. Quindi, nella logica di chi già fiuta l’imbroglio, sono in realtà una coppia di sfegatati antiabortisti. Al cliccatissimo Gawker hanno detto che stanno prendendo la cosa talmente seriamente (perché “questa non è una campagna prolife, crediamo nel diritto di scelta della donna”) che nel giorno del verdetto Pete, esperto informatico come Alisha, andrà a controllare che nessuno abbia barato o votato due volte. “E’ un po’ come al Congresso. Si può votare a favore di una cosa, ma il diritto di veto finale spetta al presidente”. Ma il loro referendum ricorda tanto un reality andato in onda su Internet, Bump+, in cui, puntata dopo puntata, toccava agli spettatori decidere se le protagoniste dovessero rinunciare al bambino che aspettavano.

22 novembre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


Annunci

Posted in cultura, vita | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 24 novembre 2010


Sociologia nuziale

di Mattia Ferraresi

Il Time dice che il matrimonio è obsoleto, ma non spiega cos’è

“Chi ha bisogno del matrimonio?”, è la domanda che compare a caratteri rossi sulla copertina di Time; poco più in basso c’è anche la risposta: “Gli uomini ne hanno più bisogno delle donne. E funziona più per i ricchi che per i poveri”, ma addentrandosi nella poderosa inchiesta firmata da Belinda Luscombe si scopre che la domanda ha un sottofondo retorico e la risposta implicita è: “Nessuno”. In conformità agli ideali oggettivisti della stampa anglosassone, l’analisi del fenomeno matrimoniale negli Stati Uniti è condotta con il benestare dei numeri: il sondaggio fatto dal settimanale in collaborazione con il Pew Research Center e messo scrupolosamente a confronto con campioni analoghi raccolti nel 1977 racconta che l’istituzione del matrimonio è in calo di popolarità e i suoi servigi sono apprezzati più che altro da maschi bianchi benestanti con un alto livello di istruzione. Il censimento generale condotto quest’anno dice che il 70 per cento degli americani adulti è stato sposato almeno una volta e alla domanda “il matrimonio sta diventando obsoleto?” il 39 per cento degli intervistati ha risposto che sì, il rituale alla base della società occidentale sta cadendo in disuso, e addentrandosi nelle singole categorie si scopre che i più convinti dell’inutilità del matrimonio sono – ovviamente – i conviventi con figli (62 per cento), mentre il 46 per cento dei non sposati è certo che il legame matrimoniale sia roba d’altri tempi.

Più nebuloso il 31 per cento di sposati disilluso sulla sua scelta: non si capisce se la condanna del matrimonio comprenda anche l’esperienza fatta in prima persona o sia un giudizio su cosa gli altri pensino del matrimonio. Comunque, spiega il Time, nel 1977 il 28 per cento degli americani era convinto che il matrimonio fosse al tramonto e quell’11 per cento di scetticismo accumulato in trent’anni dimostra che il declino c’è e la scomparsa definitiva della consuetudine è soltanto questione di tempo. Anzi, trent’anni fa il numero di divorzi era più alto di quello odierno, a riprova del fatto che la società di allora era comunque immersa nell’orizzonte matrimoniale, mentre oggi sono le fondamenta stesse dell’istituto a essere in pericolo.

L’esempio del principe William
e dell’anello di fidanzamento appena concesso a Catherine è usato per descrivere la sopravvivenza di questa categoria obsoleta negli ambiti dove il rituale tradizionale è ineludibile. “Il matrimonio, che abbia un interesse di natura sociale, spirituale o simbolica, in termini strettamente pratici non è necessario quanto lo era una volta”, conclude il settimanale. Il Time evita programmaticamente l’indagine attorno alla natura del matrimonio. Non si parla di indissolubilità, di natura esclusiva del rapporto, di secolarizzazione, tantomeno di amore; non si indugia su categorie che non possono precipitare in una percentuale.

I termini del dibattito si limitano alle condizioni materiali, alle capacità di una coppia sposata di crescere figli psicologicamente stabili, a tirare con più agio fine mese. L’unico momento metasociologico del sondaggio è quello in cui gli intervistatori chiedono se sia più facile per i single o per gli sposati “raggiungere la felicità”: il 29 per cento dice che è più probabile che gli sposati siano felici, mentre il 5 per cento è certo che i single siano più agevolati nella “pursuit of happiness” prevista dalla natura e garantita per diritto costituzionale. L’inchiesta di Time ha suscitato critiche, ma anche i sostenitori del matrimonio sono scesi sullo stesso terreno metodologico: “Più della metà dei single ha espresso il desiderio del matrimonio”, dice Gary Schneeberger della mega associazione Focus on the Family, nel tentativo di cambiare segno ai dati di Time. Per Chuck Donovan dell’Heritage Foundation “il matrimonio è obsoleto soltanto in una società che non ha più bisogno di fare figli”, implicito avallo dell’idea molto secolarizzata che il matrimonio sia, fra le molte forme di contratto, la più efficace per perpetuare gli stanchi rituali del focolare domestico. Ma sulla natura del legame matrimoniale – quindi sulla natura astorica del legame umano – il Time non s’avventura, forse temendo evidenze non riducibili alla sua tesi declinista.

23 novembre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


Posted in cultura, famiglia | Contrassegnato da tag: , , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Povera green economy

di Carlo Stagnaro

La festa è finita. L’incrocio tra la crisi economica e lo stop politico al “change” di Barack Obama cambia i termini della discussione ambientale. Le rinnovabili non sono più un dogma, il clima non è più una religione civile, l’ambientalismo “politico” – con il suo portato di sussidi e obblighi, target e timetable – non è più il grande, scontato e redditizio balzo in avanti. “Uno dei problemi – ha riconosciuto Paul Gipe della Alliance for Renewable Energy, intervistato dal New York Times – è che non abbiamo voluto confrontarci con la domanda più difficile. Cioè: vogliamo davvero le rinnovabili? Se la risposta è sì, allora dovremo pagare per averle”. In un istante, si è dissolto l’incantesimo per cui la rivoluzione verde avrebbe salvato l’ambiente e aiutato l’economia; è evaporata la retorica del “doppio dividendo”, è sublimato il miraggio dell’ecologismo anticrisi.

Improvvisamente
, la retorica si è sfasciata sulla dura realtà. Come sempre, un simile scontro è duro, ma nasconde un’opportunità. Senza rete di salvataggio, senza rendite garantite, la scarsità di risorse economiche e politiche disegna il perimetro della sfida: le rinnovabili si imporranno se saranno competitive, e tra le fonti verdi prevarranno quelle relativamente più competitive. Le rinnovabili sono uscite dal giardino dell’Eden, e la selezione darwiniana si è messa all’opera. Il simbolo del declino è la chiusura del Chicago Climate Exchange, la piattaforma fondata da Richard “carbon king” Sandor per sfruttare l’allora nascente, oggi abortito mercato delle quote di emissione.
La parabola del “green deal” sta nei numeri e nelle parole. Nei numeri: nel 2009, primo anno dell’era democratica, la capacità rinnovabile installata negli Stati Uniti è cresciuta dell’8 per cento, tanto quanto nel 2008, ultimo anno del regno repubblicano. Al netto dell’idroelettrico (che da solo supera il 61 per cento di tutte le energie verdi statunitensi) la crescita è stata del 24 per cento, contro il 28 per cento ottenuto dall’arcinemico del clima, George W. Bush. Continuità, altro che rupture. E difficilmente la tendenza sarà smentita, almeno a giudicare dalle dichiarazioni rese dai protagonisti del sogno che Obama voleva regalare all’America, e che l’America non ha mai sognato.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in clima, ecologia, economia, politica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 7 novembre 2010


Bye bye, green economy! Ecco l’altra faccia del voto americano

Il sogno verde di Obama è costato il seggio a tutti i democrat che l’hanno sostenuto. La sveglia pro market

Non ci sono solo la sanità e le tasse: il tema sul quale Barack Obama sconta probabilmente la débâcle elettorale in maniera più significativa è quello ambientale. Lo dicono i numeri: solo il 16 per cento dei cittadini repubblicani è convinto che vi sia un legame tra attività industriale e riscaldamento globale, contro il 53 per cento dei democratici (sondaggio del Pew Research Centre). Altre cifre: 5 dei sei nuovi senatori del Grand Old Party e 35 dei nuovi deputati sono fermamente convinti che il riscaldamento globale sia una truffa, segnala l’organizzazione ThinkProgress. Trecentomila dollari è la cifra che il candidato in pectore alla presidenza del Congresso, John A. Boehner dell’Ohio, ha ricevuto dalla lobby dell’industria mineraria e del carbone per queste elezioni (tre i milioni spesi in totale per questa tornata elettorale dalla National Mining Association).

E ancora: 35 i congressmen
democratici spazzati via martedì scorso – esattamente tutti quelli in corsa per il voto di metà mandato che l’anno scorso avevano appoggiato il Climate Bill, il piano di Obama per trasformare l’industria “sporca” americana in una green economy. Tra questi il decano di Capitol Hill, il deputato Rick Boucher della Virginia, al suo quattordicesimo mandato e uomo chiave di Obama per “vendere” il piano per l’ambiente alla Camera. Secondo alcuni osservatori, proprio la sconfitta di Boucher nella sua Virginia è il simbolo dello stato delle cose: “Non c’è dubbio, se Boucher avesse votato contro il Climate Bill sarebbe stato rieletto” ha detto il suo capo staff Andy Wright. Altro dato simbolico: in Illinois, il seggio senatoriale che fu di Obama ora è andato a un repubblicano, il neo-eletto Roland Burris: uno che nel 2009 votò per il Climate Bill ma poi fece pubblica ammenda, dichiarando che “non ne aveva compreso fino in fondo le implicazioni”.

Obama ha già capito che le sue ambizioni
verdi sono da mettere nel cassetto: nella conferenza stampa post elezioni di mercoledì, ha annunciato che non perseguirà più alcun progetto di riforma comprensiva della legislazione ambientale. “L’emission trading era solo un mezzo, non un fine, e troveremo altri sistemi” ha detto ai giornalisti, riferendosi proprio al centro del suo Climate Bill, che proponeva di introdurre un sistema di “cap and trade” simile a quello adottato dall’Unione europea per limitare le emissioni. Un sistema ribattezzato “cap and tax” dai repubblicani, che non è riuscito a superare lo scoglio del Senato e soprattutto a convincere un paese in cui il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174 mila addetti. Ma anche per il piano B di Obama, che riguarda l’Epa (Environmental Protection Agency), non ci sono molte speranze. Dopo una moratoria di nove mesi, da gennaio l’Epa dovrebbe prendersi carico del monitoraggio delle emissioni delle grandi imprese (per le piccole e medie si è rimandato al 2016). Ma è chiaro che anche qui adesso è in arrivo un fuoco di sbarramento. Sul sito del Grand Old Party si leggeva qualche mese fa: “Negli ultimi 20 l’Epa ha condotto un assalto non-stop ai posti di lavoro e alla competitività statunitensi. L’Epa ha cercato di regolamentare tutto: dal cielo al latte in polvere, mentre ometteva di rispondere con competenza a una vera calamità ambientale nel Golfo del Messico. Queste politiche sbagliate dell’Epa hanno un costo di migliaia, se non di milioni, di posti di lavoro, un prezzo troppo alto da pagare per favori politici mentre l’economia tenta di recuperare a dispetto della fallimentare agenda economica dei democratici”.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in clima, economia, politica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | 1 Comment »

Posted by alenu su 5 novembre 2010


Obama sconfitto perché ostile a spirito e storia americani
di Alessandra Nucci

La rivolta degli elettori americani contro Barack Obama, eletto presidente da una solida maggioranza appena due anni fa, non è dovuta alla sola crisi economica.

I motivi più profondi stanno in quello che è percepito come l’indifferenza di Obama, quando non addirittura la sua ostilità, allo spirito e alla storia americani.

Fra i primi gesti a indispettire gli elettori ci fu quello del busto di Churchill, che Obama rispedì in Inghilterra senza tanti complimenti nonostante fosse stato regalato agli Usa dal governo britannico.

Se alla Casa Bianca non lo voleva, si disse, non poteva trovargli un posticino in un corridoio di un museo? Di converso non potevano piacere a un popolo che aveva versato il sangue dei suoi soldati in tante guerre esterne, le scuse profferte da Obama per quella che ha definita l’arroganza americana (la Heritage Foundation ne elencava dieci già a metà 2009) o gli atteggiamenti apparsi troppo deferenti nei confronti di altri governanti, come il famoso inchino al re dell’Arabia Saudita. A questi episodi furono accostati anche altri atteggiamenti, come il rifiuto di Obama di appuntarsi al bavero la classica spilla a stelle e strisce e le varie volte in cui si era distinto per non aver messo la mano sul cuore, cosa inaudita, al momento del tradizionale giuramento di fedeltà alla Patria.

Ma tali atteggiamenti sarebbero passati in secondo piano, di fronte alla disoccupazione e ai mega-salvataggi che hanno occupato le menti e le pagine dei giornali in questi anni, se non fossero stati seguiti dalle delusioni rispetto alle promesse di trasparenza, come i patti stipulati a porte chiuse per riuscire a varare la riforma sanitaria e la creazione dell’inedita posizione di «zar» per sottrarre i collaboratori alla verifica del Congresso, altrimenti ineludibile se li avesse nominati direttamente ministri (secretary).

Questo e altro avveniva prima di arrivare ai temi più noti, come la nazionalizzazione dell’industria automobilistica, che suscitò il commento di Hugo Chavez secondo cui lui e Fidel Castro sarebbero finiti a destra di Obama. A seguire, le accuse di favoritismo nei confronti dei concessionari Chrysler che avevano contribuito alle campagne dei Democratici e nei confronti dei dipendenti muniti di tessera del sindacato.

A gettare benzina sul fuoco arrivò a metà del biennio il massacro di Fort Hood, il complesso militare di massima sicurezza dove il medico militare Nidal Malik Hasan ammazzò 12 soldati gridando «Allah-akbar». Agli occhi di molti commentatori il presidente in conferenza stampa sfiorò la mancanza di rispetto e, come per la ricorrenza dell’11 settembre, per lui l’urgenza sembrò soprattutto di parlare d’altro.

A governare lo stato di New York tornerà un governatore democratico, ma il clamore che ha scosso la città di New York quando Obama ha tentato di trasferire proprio lì, e con le garanzie di un tribunale civile anziché militare, i processi contro gli imputati dell’11 settembre, ha riguardato l’intero paese. Di pari grado l’indignazione per l’appoggio, che non competeva a lui, alla costruzione della moschea a Ground Zero, e la sua trasformazione della commemorazione dell’11 settembre da giornata di lutto nazionale in giornata di servizio civile.

(c) Italia Oggi Numero 262  pag. 7 del 4/11/2010

Posted in politica | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

La fine dell’Obama-dream

Posted by ikzus su 3 novembre 2010


Obama ha perso, perché non poteva non perdere. Troppa demagogia, troppo populismo, troppe promesse al vento: non poteva durare.

L’uomo della provvidenza, della speranza, del premio nobel alla fiducia, del dialogo, della mano tesa … ha suscitato aspettative enormi, e dopo soli due anni ne è rimasto schiacciato.

Ora deve scegliere: rinunciare alla retorica, ai sogni, alle illusioni, cominciare a governare davvero nell’interesse del suo Pese, e così perdere se stesso. Oppure, radicalizzarsi, puntare tutto sull’utopia, sull’ideologia dura e pura; e perdere le prossime elezioni presidenziali.

Auguri.

Posted in politica | Contrassegnato da tag: , , | 1 Comment »

Panorama Obama 3

Posted by ikzus su 2 novembre 2010


Obama si appresta a perdere clamorosamente le elezioni di MidTerm: il dubbio ormai non è sulla possibilità, ma sulla dimensinoe della sconfitta – come dice Lucia Annunziata, “non è ancora chiaro se si tratterà di uno «tsunami» (copyright ex sindaco dem di New York, Ed Koch) o di «un’onda di proporzioni storiche» (copyright Istituto Gallup).

Molti quotidiani dedicano ampi dossier alle imminenti elezioni americane: tra questi Repubblica, LaStampa, IlSole24Ore, Europa, l’Unità, IlGiornale, IlFoglio.

Altri dedicano comunque all’evento degli articoli: così il Corriere (qui, qui, qui e qui), IlTempo, IlRiformista, Avvenire (qui e qui), L’Occidentale (qui, qui e qui), IlSole24Ore (qui, qui e qui).

La cosa curiosa è che, come già all’epoca dell’elezione del black president, i media rimangono quasi tutti schierati  aprioristicamente con lui, nonostante la performance davvero deprimente dei primi due anni di governo: la sinistra, in particolare, ha già cominciato la solita manfrina per cui la colpa non è di Obama, ma degli americani. Mi ricorda quella barzelletta, con un tipo che afferma borioso: “Non sono io che sono razzista; è lui che è NEGRO!!!” Per l’Unità, si tratterebbe addirittura di un ‘incubo‘, che metterebbe a rischio perfino la scienza!

La verità è assai più semplice: l’elezione di Obama è stata una specie di truffa, costruita sull’emotività e su promesse impossibili da mantenere (da Guantanamo in giù), ma prima o poi i nodi vengono al pettine.

Posted in politica | Contrassegnato da tag: , , | 1 Comment »

Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


A pochi giorni dalle elezioni di Midterm

Cosa resta della promessa di Obama di chiudere Guantanamo?

A poche settimane dall’appuntamento del Midterm (il voto di metà mandato che rappresenta il giudizio sull’operato dell’Esecutivo), il presidente Obama deve fare i conti con una delle promesse elettorali mai mantenute che d’altronde, nel 2008, lo portarono dritto dritto alla Casa Bianca: la chiusura di Guantanamo. I sigilli al carcere di massima sicurezza significavano infatti la svolta di Obama nella politica antiterroristica americana dall’11 settembre 2001 in poi, con un cambio di rotta radicale rispetto a Bush figlio. Ma dopo due anni e mezzo di gestione, cos’è rimasto dell’impegno con gli americani?

“Non possiamo continuare a tradire i nostri valori, la nostra Costituzione e a calpestare lo stato di diritto”, aveva declamato in più occasioni l’allora senatore dell’Illinois. “La detenzione a tempo indeterminato di sospetti terroristi ha compromesso i nostri valori più preziosi”, ha ripetuto durante la sua Amministrazione. Il 21 gennaio del 2009, come prova che avrebbe mantenuto la sua parola, Obama ha anche firmato l’ordine di chiusura del carcere con un termine ultimo: il gennaio del 2010. A quasi due anni dall’annuncio, però, la promessa del presidente americano si è invece rivelata una vera e propria “failure to deliver” e, se il prossimo novembre venissero confermate le previsioni di vittoria dei repubblicani, è quasi scontato che ogni possibilità di chiusura si concluderebbe in un nulla di fatto.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in politica | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 28 settembre 2010


L’ambientalismo, la retorica e i falsi miti

di Christian Rocca

Contrordine compagni. La retorica dei green jobs, della nuova consapevolezza verde e dei prodotti biologici che colmano gli scaffali dei supermercati fa male, molto male, all’ambiente e a tutti noi. Non lo dice un iper-liberista, un negazionista del global warming, un cementificatore selvaggio, un petroliere senza scrupoli, un finanziere di Wall Street. La tesi è di Heather Rogers, giovane e bella giornalista vecchio stile, progressista radicale e militante dell’ambientalismo americano che con il suo nuovo libro, Green went wrong, sta diventando la Naomi Klein degli anni Dieci, la nuova eroina globale dell’antiglobalizzazione.

L’autrice sostiene che le grandi corporation stanno fermando la rivoluzione ambientalista che negli anni scorsi ha cominciato a prendere piede. Come? Sfruttando slogan verdi e creando il bisogno di nuovi prodotti biologici di cui nessuno avvertiva la mancanza prima della loro introduzione nel mercato. Le perfide multinazionali, scrive Rogers, hanno trovato il modo di fermare l’onda rivoluzionaria. Ci fanno credere che possiamo salvare il pianeta comprando lampadine fluorescenti a basso consumo, guidando automobili ibride, mangiando cibo biologico. In realtà, spiega Rogers, vogliono soltanto continuare a macinare soldi a spese del pianeta. I consumatori abboccano, scrive Rogers, e non si rendono conto che aiutano le grandi aziende che poi ringraziano sradicando le foreste e privando gli orangotango dei loro habitat naturali. Anche la chimera dei biofuel è una bufala, scrive, perché gli studi dimostrano che per creare i combustibili alternativi serve più energia di quanta riescono a svilupparne.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in clima, ecologia, politica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »

Panorama Obama

Posted by ikzus su 23 settembre 2010


Negli States si avvicinano le elezione di Mid-Term, con le quali gli elettori rinnoveranno la Camera, parte del Senato, e molti Governatori statali; Obama va verso il compimento del secondo anno del suo mandato, e i bilanci – e di conseguenza le prospettive – sono tutt’altro che positivi. Qui di seguito una breve rassegna di alcuni articoli apparsi ultimamente sulla stampa.

Purtroppo, il tempo sta dimostrando che le aspettative erano decisamente esagerate; nonostante ciò, l’atteggiamento generale della casta intellettuale rimande assai carezzevole. Gli elettori invece, secondo tutti i sondaggi, hanno capito l’antifona, e si preparano a bocciare sonoramente il Messia nero.

Cominciano a girare persino le barzellette: “A due anni dall’arrivo di Obama la disoccupazione è più alta, il debito più alto, i soldati in Afghanistan sono di più. Obama ha commentato: Tecnicamente, anche questo è cambiamento” (IlSole24Ore 22-9-10 pag. 11)

•   —   •   —   •

Usa: sondaggi a picco per Obama

Il presidente, secondo la rilevazione Abc/Washington Post, non ha la fiducia di quasi 6 americani su dieci

MILANO – Sondaggi a picco per il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a quattro mesi dal voto di metà mandato. Secondo l’ultimo rilevamento AbcNews/Washington Post quasi sei americani su dieci non hanno fiducia nella capacità del presidente di prendere le decisioni giuste per il paese.

DISAPPROVAZIONE – Una chiara maggioranza di americani disapprova inoltre quello che sta facendo Obama per l’economia. Il presidente raccoglie ancora la stima dei membri del Congresso, ma anche su questo fronte la forbice si sta chiudendo. Sette elettori registrati su dieci dicono di non aver fiducia dei parlamentari democratici e una percentuale analoga ha altrettanto bassa stima dei colleghi repubblicani. Oltre un terzo degli americani – il 36% – non si fida della classe politica, sia che occupi la Casa Bianca che Capitol Hill. Tra gli indipendenti la delusione è ancora più alta: due terzi degli elettori si dicono insoddisfatti o addirittura arrabbiati per come sta funzionando il governo federale. Solo il 43% adesso approva quel che sta facendo Obama per l’economia, mentre il 54% disapprova. Su questo fronte anche un terzo dei democratici è pronto a bocciare il suo presidente. Sulla questione della leadership il 58% non crede che Obama sia in grado di prendere decisioni giuste per l’America contro un 42% che continua a riporre fiducia nell’inquilino della Casa Bianca.

Corriere della Sera, 13 luglio 2010

Usa: Obama crolla in sondaggi,ora al 44%

Obama: USA, l’amore è già finito

•   —   •   —   •

Midterm Crisi, divisioni nei Democratici e guerra annunciano un flop elettorale

L’autunno di Obama è già pieno di spine

L’autunno di Obama Inteso come declino dell’obamismo. Le elezioni di midterm sono alle porte e, finite le primarie, la campagna elettorale entra nel vivo. Il rinnovo del Congresso rischia di rappresentare una debacle per i Democratici. Perdita quasi sicura della maggioranza al Congresso, fortemente in bilico quella al Senato. Ma la sconfitta elettorale pesa anche sul voto per eleggere i governatori in 38 Stati dell’Unione. Le elezioni di midterm sono da sempre un referendum sull’operato dell’inquilino della Casa Bianca e questa volta il risultato sembra abbastanza scontato.

Secondo un sondaggio Gallup, il Grand Old Party stacca i democratici del presidente Barack Obama di ben 10 punti percentuali, ipotecando un buon margine di consensi in vista del voto per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato. La rilevazione attribuisce, infatti, al partito all’opposizione il 51 per cento delle preferenze, contro il 41 dei democratici: uno scarto tale, a una sessantina di giorni dall’appuntamento elettorale, non si registrava dal 1942. Dati, però, che non debbono impressionare. Nel 1994, due anni di presidenza Clinton, i repubblicani guadagnarono la maggioranza in entrambi i rami del Congresso: non avveniva da quarant’anni. Clinton, però, portò a termine la sua presidenza e conquistò anche un secondo mandato.

[continua]

Il Tempo, 02/09/2010

•   —   •   —   •

Via alla campagna per il voto di Midterm, mai così basso l’indice di gradimento del Presidente

Democratici, il problema è Obama

Il Labor Day segna l’inizio della campagna elettorale di Midterm per il rinnovo del Congresso e i democratici la affrontano con un piano di emergenza confezionato da Nancy Pelosi nel tentativo di scongiurare la vittoria repubblicana. A far scattare l’allarme in casa democratica sono state due tendenze: quella dell’elettorato a favorire i repubblicani imputando all’amministrazione la persistente crisi economica; e quella dei propri candidati che in molti collegi stato facendo di tutto per evitare ogni identificazione con il presidente Barack Obama. Come nel caso di Joe Donnelly, deputato uscente nel secondo distretto dell’Indiana, che nello spot tv dice di «non avere nulla a che fare con quelli di Washington» facendo coincidere la frase con la foto di Obama e Pelosi seduti assieme alla Casa Bianca. In South Dakota la deputata Stephanie Sandlin per tentare di conservare il seggio chiede addirittura il voto «contro il trilione di dollari speso per la riforma sanitaria» voluta da Obama. Il collega Jason Altmire, in Pennsylvania, corteggia gli elettori con la seguente motivazione: «Non ho certo timore di sfidare Obama e Pelosi».

Dietro il moltiplicarsi di questi episodi c’è la popolarità del presidente precipitata al 42 per cento al termine di un’estate che ha visto la disoccupazione crescere al 9,6 per cento. «Sono molti i candidati che non vogliono essere assimilati a Obama e preferirebbero fare comizi con Bill Clinton e Joe Biden» spiega Mark Halperin, analista politico di Time, secondo il quale «nei collegi in bilico una visita di Barack può trasformarsi nel colpo di grazia a favore degli sfidanti repubblicani».

[continua]

LaStampa, 6/9/2010

•   —   •   —   •

Presidente: 50 mld Usd per rilancio infrastrutture e trasporti

Usa/ Obama attacca i repubblicani ma perde terreno nei sondaggi

Con tono combattivo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato ier, in occasione del Labor Day, un piano di investimenti nelle infrastrutture da 50 miliardi di dollari, per costruire nuove strade, ferrovie e aeroporti e stimolare l’economia statunitense da tempo sofferente.

[continua]

Il Riformista, 7/9/2010

•   —   •   —   •

Obama e la guerra delle case

[…]

La guerra più importante per Barack Obama non è in Iraq e nemmeno in Afghanistan ma è in Nevada, Florida, Arizona e tutti gli altri Stati dove i prezzi delle case sono crollati di più del 30 per cento in due anni, dove milioni di persone sono senza lavoro e senza speranza.Per evitare una batosta alle elezioni di medio termine, i Democratici devono vincere sul fronte interno – l’«altra» America, quella che non ha il passaporto e si accultura con i reality shows, reality tv. E se Obama non riesce a convincere la maggioranza degli americani che l’economia è in via di miglioramento, rischia di passare alla storia come una meteora nel firmamento della politica americana: un presidente monotermine sconfitto dalla crisi finanziaria.

[continua]

La Stampa, 9/9/2010

•   —   •   —   •

Le mani nelle tasche dell’America

Obama e le tasse. 30 anni di politica fiscale stanno per andare in fumo

Il piano fiscale di Obama spaventa gli Stati Uniti. Se dovesse essere approvato, infatti, la tassazione complessiva schizzerebbe all’improvviso dal 37,4% attuale al 45,0% (ossia dal 40,6 al 47,8% se si considerano pure le tasse sulle vendite), con inevitabili ripercussioni negative per l’economia e per l’occupazione. Ad evidenziarlo è lo studio Le tasse nel mondo: breve storia delle politiche fiscali (1981-2007), scritto per conto dell’American Enterprise Institute da Kevin A. Hassett e Aparna Mathur, e che pubblichiamo integralmente di seguito, nella versione tradotta a cura di Miriam Marinaccio.

[continua]

L’Occidentale, 14 /9/10

•   —   •   —   •

Capo dello staff in fuga dopo l’addio degli economisti. Il presidente americano pronto al rimpasto per rilanciare la politica economica.

Obama in crisi perde pezzi

Fuggi fuggi generale. Obama continua a perdere pezzi nel suo staff. E, soprattutto, si dissolve il suo team economico. I «professori» tornano alle università. Negli gli ultimi due mesi l’addio di Christina Romer, l’altroieri di Lawrence Summers che torna ad Harward, e Peter Orszag. Ora lascia anche Herbert Allison, figura di spicco all’interno dipartimento del Tesoro americano con le sue responsabilità di supervisione del piano salva-banche da 700 miliardi di dollari, il Tarp (Troubled Asset Relief Program). Il posto vacante sarà preso da Tim Assad coem ha confermato il titolare del Tesoro. Ma già si parla di un rimpasto dopo le elezioni di midterm e la sostituzione al dipartimento del Tesoro con l’uscita di Tim Geithern. Le dimissioni dei «professori» sono giustificate con la scelta di tornare all’insegnamento: la Romer al Caltech e Summers ad Harward, ma di fatto ci sono profondi dissapori sulle strategie per affrontare la crisi.

[continua]

Il Tempo, 22/9/10

Posted in politica | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 22 settembre 2010


L’emotività crea welfare

I conti dello Stato sociale in America aumentano, anche con i repubblicani

di Alberto Mingardi

Quanto costa lo Stato sociale, in America? Il fatto che gli Usa vengano di volta in volta additati o proposti come “il” modello di Paese a libero mercato, lascia pensare a molti che non abbiano un “welfare state” vero e proprio, ma piuttosto un modello di assistenza disarticolato e frammentario.

Never Enough. America’s Limitless Welfare State di William Voegeli indaga proprio lo Stato del benessere statunitense, delineandone la traiettoria di crescita (prima dell’accelerazione di Obama). Il sottotitolo, che parla di un welfare “senza limiti”, potrebbe fare trasalire il lettore europeo, ma riguarda in realtà più che lo Stato sociale, le giustificazioni che sono accampate a sua difesa, la “formula politica” che lo sostiene. Voegeli, visiting scholar al Claremont College, è un politologo çhe ha lavorato alla John M. Olin Foundation, che per anni (fino all’esaurimento del suo “fondo”) ha finanziato la ricerca nelle scienze sociale. Libri come The Closing of the American Mind di Allan Bloom e Clash of Civilizations di Samuel Huntington sono stati scritti grazie a un grant della Fondazione Olin.

Con questo saggio, Voegeli si è posto assieme tre obiettivi molto diversi: il primo è fornire una stima dell’espansione del welfare state americano, il secondo è comprenderne le dinamiche politiche, il terzo prospettare una “strategia di contenimento” più efficace di quelle sin qui praticate dai conservatori.

Le stime di Voegeli ci restituiscono anzitutto un’America che è tutto fuorché un “Far West”. Il “costo” dei programmi del governo federale rubricati alla voce “Risorse umane” (esclusi quelli per i veterani di guerra) passa da 3,57 miliardi di dollari nel 1940 a 1.685,64 miliardi di dollari nel 2007. La spesa pro capite, calcolata in dollari del 2000, è andata da 308 a 4.714 dollari. Dal 1972, la spesa sociale non è mai scesa sotto il 40% del bilancio federale.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in economia, politica | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 21 settembre 2010


“Molly non esiste più”. Fatwa contro una vignettista di Seattle

Condannata a morte dall’imam americano al Awlaki per i disegni su Maometto, ora è diventata un “fantasma” protetto dal’FBI

Non ha fatto in tempo Angela Merkel, premiando il vignettista danese Kurt Westergaard, a ricordare che la libertà d’espressione è un pilastro della democrazia, che dall’altra parte del mondo un’altra umorista, stavolta cittadina americana, era costretta a nascondersi a causa delle minacce dell’islamismo. Dopo aver proposto ironicamente di disegnare immagini del profeta islamico Maometto per stimolare il dibattito sulla libertà di parola, la vignettista Molly Norris ha dovuto nascondersi in seguito a minacce. Secondo il Seattle Weekly, giornale per cui lavora la disegnatrice, l’Fbi ha invitato Molly Norris a “sparire”. Norris ha cambiato identità e città, diventando un “fantasma”. Anwar al Awlaki, un religioso islamico di origini americane collegato ad al Qaida che si nasconde in Yemen, ha scritto che Norris è un “obiettivo primario”. Secondo Awlaki, in questi casi “la medicina prescritta dal Messaggero di Allah è l’esecuzione”. Una vera e propria fatwa, stavolta da parte di un americano contro un altro americano. Norris aveva lanciato la propria provocazione per protestare contro le minacce di violenza verso quanti avevano disegnato Maometto, una pratica ritenuta “blasfema” nella cultura islamica. L’argomento è stato al centro delle cronache cinque anni fa, quando il vignettista Westergaard scatenò una battaglia culturale, diplomatica e politica attorno alla libertà di espressione in Danimarca.

Quest’anno la serie tv South Park ha generato nuove polemiche e minacce, rappresentando Maometto in veste di orso. Il concorso “Everybody Draw Mohammad Day” (Il giorno in cui tutti disegnano Maomettò) proponeva di ospitare “rappresentazioni creative” del Profeta. L’idea di partenza del gruppo su Facebook, che ha riunito oltre centomila persone, era di “difendere la libertà di espressione” e si ispirava al lavoro della disegnatrice americana Norris. Questa, lo scorso aprile, aveva creato un fumetto contro la decisione della rete tv Comedy Central di censurare ogni riferimento a Maometto in un episodio di South Park. “I terroristi hanno minacciato i creatori di South Park, non lasciamo che i terroristi la vincano!”, aveva proclamato Norris. Gli autori di South Park, Trey Parker e Matt Stone, sono stati avvertiti che avrebbero fatto “la fine di Theo van Gogh”.

Con la fatwa di Awlaki, è la prima volta che un imam americano minaccia di morte una sua concittadina. Awlaki ha assistito, non solo spiritualmente, tre degli attentatori dell’11 settembre in una moschea della Virginia, alle porte di Washington; qualche anno più tardi è entrato in contatto con il maggiore Nalid Hasan, musulmano osservante che ha ucciso tredici colleghi nella base texana di Fort Hood. E’ anche stato il consigliere del nigeriano Farouk Abdulmutallab, che il giorno di Natale del 2009 voleva far saltare un volo Northwest diretto a Detroit. Il presidente Obama ha ordinato già l’eliminazione di Awlaki. Secondo il capo della commissione per la Sicurezza nazionale alla Camera, Jane Harman, l’imam Awlaki è “il terrorista numero uno in termini di minaccia concreta agli Stati Uniti”. A Seattle, il direttore del giornale per cui lavora la vignettista messa in fuga, Mark Fefer, comunica ai lettori del settimanale: “Avrete notato che la vignetta di Molly Norris non è sul giornale di questa settimana. Perché Molly non esiste più”.

20-9-2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

Posted in Islam, religione | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 24 agosto 2010


IL SORPASSO DELLA CINA E I NUOVI SCENARI

Quando il profetismo degli esperti viene smentito dalla storia

di Vittorio Messori

“Svolta storica“: ecco che ci risiamo, con il consueto corteo di analisi, di proiezioni, di previsioni. Questa volta tocca alla Cina, con il sorpasso della sua economia su quella giapponese. Come al solito, turbe di “esperti“ ci disegneranno  i loro scenari per l’avvenire dell’Impero di Mezzo. Ma il guaio dell’età è l’istinto di girar pagina, per confrontarsi con la cronaca del momento, lasciando in pace  la futurologia. Chi, come me, era al liceo e poi all’università tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta è vaccinatissimo contro il profetismo degli “esperti“.

Tanto per iniziare con un caso personale: nel 1961 la Torino in cui vivevo raggiungeva il milione di abitanti. Sociologi, demografi, economisti, presi sul serio dai politici, prevedevano con assoluta sicurezza che nel Duemila la città avrebbe superato i due milioni. In quell’anno, la popolazione del Comune era di 865.000 persone. Ma, in quegli anni, in una inchiesta su l’Espresso, Eugenio Scalfari profetizzava che, negli anni Ottanta, l’Unione Sovietica avrebbe superato come ricchezza, benessere personale, libertà stessa America e Europa Occidentale. A Scienze Politiche i docenti, con occhi luccicanti, ci parlavano delle meraviglie della  decolonizzazione, allora in atto. Prevedevano, soprattutto, un boom africano: economia e cultura “nere“ sarebbero esplose e ci avrebbero surclassati. Intanto, i più venerati tra i sociologi   pubblicavano best seller sulla “eclissi del Sacro nella società secolare“. Nel prossimo futuro, giuravano, ci aspettava il declino della religiosità : si sarebbe spento, o ridotto a nicchia, anche il cristianesimo, mentre l’editto di morte per l’islamismo era già pronunciato. Fede, questa, nata per beduini nel deserto, incapace di confrontarsi con la modernità. Non poteva esserci posto per essa, per i suoi decrepiti precetti, nei nuovi stati asiatici e africani nati dalla decolonizzazione.

Teneva banco, soprattutto, il think-tank degli ascoltatissimi super-esperti riuniti nel “Club di Roma“: con la sicurezza di chi si appoggia solo su dati sicuri, annunciavano, implacabili, “la fine dello sviluppo“. Entro pochi anni, le riserve di materie prime si sarebbero esaurite, a cominciare dal petrolio. Ci aspettava, ben prima del Duemila, la regressione alle caverne per mancanza di mezzi fornitici da Madre Terra.  Ma ci attendeva anche una grande glaciazione, si andava verso “il raffreddamento globale“. Non è una battuta ironica sugli apostoli attuali del global warming. Ricordo come, da giovane cronista, fui inviato a un grande congresso internazionale e riferii ai lettori  dell’unanime parere dei climatologi: la forza del Sole si indeboliva per lo schermo provocato dall’inquinamento, presto avremmo visto iceberg alla deriva nel Mediterraneo. A Venezia saremmo andati con slitte e pattini. Anche se lo si è rimossa con disagio, era quella, allora, l’ossessione dell’apocalittismo ambientalista.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in clima, cultura, religione, verità | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Posted by ikzus su 4 agosto 2010


I missili di Hamas sulla “pace fredda” tra Israele e ANP

di Claudio Pagliara

Gerusalemme. Netanyahu e Abu Mazen non si sono ancora dati appuntamento e già un minaccioso terzo incomodo si è invitato a colazione. Venerdì e sabato, razzi lanciati dalla Striscia di Gaza hanno scosso le città israeliane di Sderod e Ashkelon; stamani, dal Sinai prese di mira Aqaba, in Giordania e la “città gemella” israeliana Eylat, entrambe sul Mar Rosso. Quanti pensano che la pace in Medio Oriente sia nella mani del premier israeliano e del presidente palestinese sono serviti.

La successione degli attacchi non lascia dubbi sul fatto che siano legati da uno stesso filo rosso. Sono la risposta del fondamentalismo islamico a quello che appare il primo timido successo della diplomazia statunitense, la probabile ripresa delle trattative dirette israelo-palestinesi. E’ della settimana scorsa il vertice della Lega Araba che ha di fatto invitato il recalcitrante Abu Mazen a rompere gli indugi. Per rassicurare sulle intenzioni israeliane, il premier Netanyahu si è incontrato col re di Giordania Abdallah e il presidente Peres con il presidnete egiziano Mubarak. Dietro la svolta, Barak Obama, che ha esercitato una pressione “senza precedenti” – parole di Abu Mazen –, per convincere il presidente palestinese che non può più tergiversare.

Lo scenario più probabile è che a metà agosto Netanyahu e Abu Mazen diano il via al nuovo round negoziale. Gli eventi degli ultimi giorni, mettono in luce la fragilità del processo, al di là della distanza ancora esistente sui nodi del conflitto. In passato, i radicali islamici hanno usato il terrorismo suicida per sabotare il processo di pace. Oggi Hamas ha a disposizione uno stato di fatto, la Striscia di Gaza, per ottenere lo stesso risultato. Nei suoi arsenali, grazie al sostegno aperto dell’Iran, ha razzi in grado di raggiungere Tel Aviv. Durante l’ultimo conflitto, Piombo Fuso, ha dimostrato di poter tenere sotto tiro tutto il sud di Israele. Un massiccio attacco missilistico da Gaza, costringerebbe Israele ad un intervento militare su vasta scala. Come accadde a gennaio di due anni fa, a farne le sicure spese sarebbe proprio il negoziato.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in Israele, ONU+UE | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 22 luglio 2010


Obama: l’irresistibile ascesa di un’illusione

Da oggi in libreria il saggio su Obama scritto da Martino Cervo e Mattia Ferraresi

Al Foglio scherziamo su di un premio che vorremmo presto istituire: “Non è giornalismo” sarebbe il suo titolo o motivazione. La ragione è intuitiva: non ci piace il professionismo generico e compiaciuto di sé. Saper scrivere e cercare di essere intelligenti, dunque fondamentalmente onesti e rassegnati, ma con brio, nella relazione con se stessi e con il mondo, è una peculiarità che non si acquista per via deontologica, la si matura nella vita e la si conferma nell’esperienza, oltre che nella cultura o nella fede. Ci piace il mestieraccio, non la professione augusta, pomposa, ridondante, autoreferenziale, corporativa. Sappiamo di lavorare nell’ambito della selezione e della manipolazione dei fatti, non contiamo sull’invincibilità dell’Assoluto giornalistico, una sciocchezza settaria e una ridicolaggine anche grottesca.

Quest’anno il premio “Non è giornalismo” sarebbe vinto a mani basse da Martino Cervo e Mattia Ferraresi. L’inchiesta su Obama è un campione entusiasmante di curiosità ben costruita, di racconto a tesi che non conclude troppo ma dà quanto promette, di indagine che crea vere piste e veri depistaggi con l’ausilio di letture originali (Benson, Gioacchino da Fiore), di uno spirito cristiano e cattolico militante ma mai invasivo e mai petulante. Per fare agli autori il miglior complimento possibile, non sembra nemmeno un libro su Obama, genere così battuto da risultare ormai palloccoloso. Nella ricerca accurata si sente la vivacità di un’ipotesi, decisiva per scoprire qualcosa, e perfino una vena di pregiudizio, importante per giudicare con l’energia di pensiero necessaria.

L’indagine non riguarda l’immensa fortuna del candidato perfetto Barack Obama, o la sua tremenda disgrazia di presidente in calo di popolarità, anche se il libro è pieno di informazioni ben trasmesse e per così dire tirate a lucido, filtrate con sapienza; ma alla fine si distingue negli autori una perfetta noncuranza dei dettagli politici da trivio. Del fenomeno di questo strano “leader cristiano” che intende fermamente redimere il mondo impaziente di essere redento con il suo umanitarismo organicamente civile, terreno, capace di subordinare a sé il linguaggio anche sentito e vissuto della fede religiosa, gli autori vogliono cogliere l’essenziale, il nucleo atomico che poi si scinde nelle diverse sezioni della cronaca e della storia politica americana di questi anni. Li aiuta un romanzo dimenticato, quello di Robert Benson sul padrone del mondo, metafora assolutamente perfetta di ogni messaggio fondato su valori umanistici perfettamente razionalizzati; e la teologia storica di Henri de Lubac, in particolare la sua celebre tesi sull’umanesimo ateo e il suo saggio su Gioacchino da Fiore (lo spiritualismo senza il Cristo della fede e della storia può portare da qualsiasi parte, come avrebbe detto anche Gilbert K. Chesterton).

Leggi il seguito di questo post »

Posted in cultura, politica, religione | Contrassegnato da tag: , , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 22 luglio 2010


Obama chiude Guantanamo (ai giornali)

Se sei in guerra contro al Qaida non puoi dire tutto, nemmeno al Nyt

In attesa di chiudere il carcere speciale di Guantanamo, Barack Obama si accontenta di restringere l’accesso ai giornalisti in visita. Una pattuglia di giornali e agenzie non certo avversa per principio all’Amministrazione democratica – New York Times, Washington Post, Reuters e molti altri – sta per sporgere una denuncia formale al Pentagono per le regole restrittive che i cronisti sono obbligati a firmare prima di mettere piede nella base americana a Cuba. Ogni dettaglio è contemplato in modo maniacale: quante foto si possono fare, come si possono fare, chi è lecito intervistare e cosa i cronisti possono appuntarsi sui taccuini.

In maggio, quattro giornalisti che avevano già visitato Guantanamo a partire dal 2002 sono stati espulsi per aver pubblicato il nome di uno dei giurati del processo al canadese Omar Khadr. Tre sono stati riammessi, ma la riservatezza ai confini della censura infastidisce. Il presidente paga promesse impossibili da mantenere. Come Guantanamo non si chiude a suon di belle parole, così l’ideale di un governo perfettamente trasparente – in contrasto con l’omertosa opacità dell’Amministrazione Bush – è un’arma che si ritorce contro il presidente, assediato dai suoi stessi amici. Se Obama avesse ammesso ciò che tutti sanno – cioè che nel governo di un paese in guerra contro al Qaida ci sono cose che non si dicono – forse si sarebbe risparmiato le bugie che ora tornano sotto forma di querele.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Posted in politica, verità | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 7 luglio 2010


Il passo indietro della Casa Bianca

Tutti d’accordo sul riavviare colloqui diretti tra Autorità Palestinese e governo israeliano, nel ritenere la prospettiva di un Iran nucleare una minaccia inaccettabile alla sicurezza regionale, e nel ribadire il legame «infrangibile tra Stati Uniti e Israele». Ma al di là delle belle parole, è Benjamin Netanyahu a uscire vincitore dai colloqui allo Studio Ovale ed è Barack Obama a dover fare buon viso a cattivo gioco. Forse Obama ha scelto ancora una volta di privilegiare l’agenda interna, ha pensato alla potentissima lobby ebraica e alla sua capacità di influenzare le elezioni di mid term, già presentate come un test decisivo per una presidenza in serio calo di popolarità. Ma forse è anche l’inizio della revisione di una strategia, quella dell’amministrazione Usa, che fin qui ha portato risultati davvero scarsi.

L’ambizioso, e generoso, progetto di Obama di ricollocare gli Usa come un honest broker in Medio Oriente si è probabilmente scontrato con la realtà: una realtà nella quale l’America di Obama è decisamente meno potente di quella di Clinton e persino di quella di George W. Bush, anche se di quest’ultima senz’altro più accattivante.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in Israele, politica | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 4 luglio 2010


Il migliore dei carceri possibili

Guantanamo non si può chiudere. Ora se n’è accorto anche Obama

di Mattia Ferraresi

La chiusura del carcere speciale di Guantanamo sta scivolando sempre più in basso nell’agenda di Obama, tanto che il New York Times, sempre molto in linea con l’Amministrazione, sostiene sia “improbabile che il presidente Obama mantenga la sua promessa di chiuderlo entro la fine del suo mandato, nel 2013”. Dalla fanfara del primo giorno di servizio, quello in cui Obama aveva firmato l’ordine esecutivo per la chiusura di Guantanamo entro un anno, sono passati sedici mesi in cui il presidente ha rimandato, ha fatto nuovi propositi, ha licenziato il consigliere della Casa Bianca a cui aveva affidato il caso, per poi essere costretto ad ammettere che – come qui si sospettava – lo spazio politico e strategico per la chiusura di Guantanamo non c’è.

Il dibattito sul supercarcere istituito da Bush non è fatto di dettagli tecnici. Quando Obama ha firmato per la chiusura, voleva ribaltare l’intera narrazione della giustizia del dopo undici settembre e rovesciare l’idea che ci fosse uno spazio esterno alla giustizia ordinaria dove trattare i più straordinari dei detenuti: i terroristi. Allo stesso modo, la rinuncia obamiana è l’ammissione implicita che il carcere speciale di Bush è il modo più efficace per trattare la minaccia del terrorismo; Obama non ha una vera alternativa a portata di mano, perché un’alternativa radicale non esiste. La testa dell’avvocato della Casa Bianca, Greg Craig, è rotolata proprio nello sforzo titanico di creare una mistica obamiana dei diritti civili uguale e opposta a quella di Bush.

Craig è stato incaricato da Obama
di occuparsi del dossier di Guantanamo quattro giorni dopo che le urne l’avevano eletto presidente. Per Obama si trattava della cosa più importante, la sintesi di una visione del mondo, e per questo non c’era tempo da perdere. Ma Craig è crollato sotto i colpi della realtà. L’Amministrazione ha provato diverse vie per chiudere il carcere, e tutti i fallimenti sono stati coperti con problemi tecnici e varie versioni del “ci stiamo lavorando”. Il principio a parole è intatto, ma Craig nei fatti è stato licenziato. Al suo posto è arrivato Bob Bauer, che da subito ha fatto capire che la virtù massima nella gestione del dossier è la cautela.

Non tutti alla Casa Bianca concordano con l’idea che la chiusura di Guantanamo sia cosa buona e giusta. Da subito il capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel, si è detto d’accordo sull’inversione ideale del bushismo, ma non proprio certo che la chiusura del carcere senza se e senza ma fosse l’alternativa giusta. Per mesi si è parlato della struttura dismessa di Thompson, a 150 miglia da Chicago, come alternativa a Guantanamo, ma il progetto si è arenato, perché trasferire i prigionieri sul suolo americano vorrebbe dire prendersi il rischio enorme di sottoporli alla giustizia ordinaria, con la certezza – confermata dai dati – che la maggior parte degli eventuali rilasciati tornerebbe alle sue occupazioni jihadiste con zelo rinnovato.

Anche il dipartimento di Giustizia si è fatto più cauto e il ministro Eric Holder ha smesso di tuonare contro il carcere speciale, che peraltro è tornato a essere apprezzato dall’opinione pubblica (i sondaggi dicono che il 60 per cento degli americani non vuole la chiusura di Guantanamo) dopo l’attentato del Natale scorso, il massacro di Fort Hood e il suv carico di esplosivo trovato a Times Square. L’Amministrazione sta rinunciando anche a processare la mente dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, a New York in autunno (un altro annuncio improvvido), mentre le funzionalità della prigione segreta nella base americana di Bagram, in Afghanistan, sono state potenziate. L’unica strada percorsa dall’Amministrazione è il trasferimento di prigionieri in paesi terzi: 33 sono stati accettati dagli alleati e nella lista dei papabili ne rimangono soltanto 22. Per tutti gli altri Obama prende tempo, e alla Casa Bianca fermenta l’idea che nell’interesse della sicurezza nazionale Guantanamo sia il migliore dei carceri possibili.

29 giugno 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


Posted in politica | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Leave a Comment »

Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Ma ancora una volta ha vinto Teheran

VITTORIO EMANUELE PARSI

Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia).

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

Leggi il seguito di questo post »

Posted in Islam, Israele, ONU+UE | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Leave a Comment »

Posted by alenu su 7 giugno 2010


La crisi finanziaria è stata innescata dal “buonismo”

di Nucci Alessandra

Le regole c’erano, solo che esse, per motivi sociali, incitavano all’irresponsabilità

E’ noto che la crisi economica mondiale è stata innescata dalla superficialità di banche e lìnanziarie nel concedere il credito a cliente non solventi. Meno noto è il fatto che tale superficialità fu istigata e protetta da leggi degli anni Novanta che costrinsero le banche negli Usa a fare i prestiti chiamati eufemisticamente sub-prime, cioè meno che di prima scelta, per motivi sociali.

Iniziò con una legge del 1989 che impose alle banche di raccogliere dati sull’appartenenza razziale dei beneficiari. Ne emersero statistiche che facevano riferimento solo all’etnia e non anche alle condizioni economiche e alle garanzie di solvibilità, per cui furono viste come conferme ai sospetti di un trattamento preferenziale per i bianchi. Uno studio della Federal Reserve di Boston nel 1992 sentenziò che nella concessione di mutui vigeva una sistematica discriminazione contro le minoranze.

Con la scusa dunque di difendere le minoranze, il governo Clinton (1993- 2000) resuscitò e ampliò una legge degli anni Settanta, la Consumer Reinvestment Act, che imponeva alle banche comportamenti più socialmente responsabili, fra cui quelli di aprire filiali in zone depresse e di concedere una percentuale altissima di prestiti a clienti a rischio. Non ottemperando queste disposizioni le banche si esponevano al rischio di vedersi ostacolare le operazioni di fusione, acquisto, apertura di filiali e simili.

A controllare gli adempimenti, oltre alla Fed e a una commissione parlamentare, stavano anche le organizzazioni di attivisti (il terreno di coltura politico che ha figliato il fenomeno Obama) finanziate dallo Stato, con il potere di paralizzare, con i loro rapporti negativi, le attività delle banche. Fu così che, oltre ad aumentare in maniera vertiginosa i prestiti privi di garanzie, le banche si trovarono anche a dover comprare la benevolenza di questi “community organizers”.

Com’è noto, poi, questi prestiti venivano impacchettati e rivenduti. Fra i principali istituti ad assorbirli furono i colossi parastatali Fanny Mae e Freddie Mac, enti che, a loro volta, subivano pressioni, sia dal basso, sia dai parlamentari per abbassare la soglia delle garanzie necessarie per un mutuo, Le cause della catastrofe non sono tutte qui naturalmente, ma è stato questo il suo inizio: non quindi a causa della mancanza di regole ma in virtù di precise regole che incitavano all’irresponsabilità.

E il caso di notare che Barack Obama, da senatore, ottenne, alla stregua di altri parlamentari, lauti finanziamenti da Fannie e Freddie, e fu fra i parlamentari democratici che, nel 2005, bloccarono le proposte di legge (fra cui una di John McCain) che avrebbero limitato le dimensioni di questi enti.

Adesso il governo Obama ha varato una legge di riforma per imbrigliare Wall Street, adducendo, come scopo, quello di evitare che si ricreino le condizioni che portarono allo sfascio. Dando por acquisito che, a causare la crisi, fu la mancanza di regole, la riforma impone, con aria virtuosa, un’infinità di costosi regolamenti che avranno l’effetto di limitare i profitti. Ma è davvero questo l’importante? O l’importante non è piuttosto far ripartire l’economia? Perché, come aveva notare il Wall Street Journal, il peso di questa iper-regolamentazione non graverà sulle grosse banche,** che dispongono già di uffici esperti nel navigare all’interno del gigantismo statalista, ma sui concorrenti più piccoli del mondo del credito «quelli che non hanno causato la crisi e non hanno i mezzi finanziari per assorbire questi costi».

Italia Oggi di giovedì 3 giugno 2010, pagina 11

**non a caso, all’indomani del passaggio della legge al Senato, le quotazioni in borsa delle cinque più grandi banche americane sono schizzate in alto [an]

Posted in cultura, economia, politica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: