ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘sinistra’

Posted by ikzus su 5 febbraio 2015


MATTARELLA (CON BERGOGLIO). SUI COLLI DI ROMA IL TRIONFO POSTUMO DEL CARD. MARTINI SU GIOVANNI PAOLO II E SU BENEDETTO XVI

Il bacio della morte al Nazareno (inteso come patto) l’ha dato Giuliano Ferrara che aveva appena sfornato un pamphlet apologetico di Matteo Renzi e del suo “inciucio” col Cavaliere.

Renzi, in un batter d’occhio, l’ha sconfessato asfaltando al tempo stesso Berlusconi e i post-comunisti.

Ferrara, che è sia berlusconiano che postcomunista, è rimasto sotto le macerie di destra e di sinistra.

E oggi tutti coloro che non volevano “morire democristiani” devono rassegnarsi alla riesumazione della Balena bianca, tornata saldamente in sella ai vertici dello Stato, in barba a tutti i becchini.

E – quel che è più divertente – con i nemici di sempre della Dc (dai comunisti a Scalfari) che battono le mani entusiasticamente come per una propria vittoria.

Ma davvero è tornata Moby Dick – come farebbe pensare il “soccorso bianco” arrivato a Mattarella da tutti i democristiani di cielo di terra e di mare sparsi nei diversi schieramenti – o invece è un tonno, o uno squaletto, cioè un monocolore della sinistra democristiana, l’area ideologica da cui provengono sia Renzi che Mattarella, che è una democristianeria atipica?

QUESTIONE CATTOLICA

Di fatto i cattolici son tornati al centro del dibattito. Giulio Sapelli ieri ha scritto di ritenere da tempo che “la questione italiana è niente di più e niente di meno che la questione cattolica”.

Poi ha aggiunto: “Mattarella è il paradossale frutto di questa endiadi, ossia mentre il cattolicesimo, come fede, viene quasi sconfitto dalla secolarizzazione, il cattolicesimo come religione trionfa sotto le spoglie dell’eredità culturale della democrazia cristiana in Italia”.

E ancora: “l’unità politica dei cattolici è finalmente finita, ma chi occupa oggi i centri nevralgici del potere visibile e invisibile in Italia (salvo quelli massonici: in ritirata) son proprio i religiosi cattolici eredi di quell’unità”.

Spunti di riflessione intelligenti, ma forse non tutti centrati. Cosa sta veramente accadendo? E cosa dicono i cattolici?

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Vota Maurizio Marrone

Posted by ikzus su 8 maggio 2011


Ho incontrato e conosciuto personalmente questo giovane candidato al Consiglio Comunale di Torino, e mi è piaciuto.

Alcuni punti del suo programma, che per me sono particolarmente significativi:

  • Il Comune di Torino, negli ultimi cinque anni, ha adottato provvedimenti ideologici e demagogici – come, per esempio, il registro sulle coppie di fatto – che sviliscono il Valore della famiglia ed il suo ruolo sociale. La nostra priorità, invece, è la tutela delle famiglie tradizionali, con particolare attenzione per quelle numerose
  • Credendo nel Valore della vita, riteniamo sia necessario prestare una particolare attenzione e sostenere anche economicamente le donne che devono affrontare da sole una gravidanza, le ragazze – madri, le giovani coppie per l’acquisto della prima casa. Bisogna incentivare la natalità
  • E’ necessario valorizzare quella gioventù alternativa e distante al modello proposto dalla sinistra dei centri sociali. Gli stabili comunali abusivamente occupati devono essere “liberati” e consegnati a quei giovani che s’impegnano nel sociale, che aiutano i propri coetanei, che fanno volontariato, che si appassionano ed esercitano le discipline artistiche in maniera non ideologica e non strumentale.
  • L’integrazione è possibile quando ha come presupposto il rispetto delle regole e della nostra identità.
  • Bisogna risolvere il problema dell’accesso alle graduatorie privilegiando i residenti italiani ed, in particolare, le famiglie.
  • Basta con le domeniche a piedi, le targhe alterne, le restrizioni del traffico perché sono assolutamente inutili per il miglioramento della qualità dell’aria. Non servono provvedimenti demagogici ma interventi strutturali.
  • E’ necessario affrontare al più presto l’emergenza nomadi.

Come dire? Finalmente qualcuno che non ha paura di dire cosa pensano in tantissimi!

Votate e fate votare, mi raccomando.

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Posted by ikzus su 28 gennaio 2011


Se anche i sondaggi non contano più

Il Pdl, attorno al 30 per cento o appena più sotto, non ha risentito (o ha risentito pochissimo) del caso Ruby. Il Pd, che oscilla tra il 24 e il 26, di conseguenza non ne ha beneficiato. La Lega è sempre forte, 11-12. Il Terzo polo può arrivare al 13, ma mentre l’Udc è stabile attorno al 6, Fli si muove su una banda larga che va dal 3,5 all’8. Allo stesso modo Vendola e la sinistra radicale, attualmente fuori dal Parlamento, sono quotati, in caso di voto, fino al 15 per cento.

Con variazioni anche consistenti, ma con tendenze perfettamente concordanti, dati come questi sono stati esposti lunedì sera a «Porta a Porta» dai tre maggiori sondaggisti presenti sul mercato delle opinioni, Renato Mannheimer della Ispo, Alessandra Ghisleri di Euromedia e Roberto Weber di Swg, le cui divergenze semmai riguardano il tasso di fiducia su Berlusconi: ancora alto, oltre il 50 per cento, per la Ghisleri, che lavora per il centrodestra, e più basso, tra il 33 e il 35 per cento, per Weber che lavora per il centrosinistra, e per Mannheimer, che ha ricordato come i sistemi di misurazione dei tre istituti in questo caso siano diversi e non comparabili.

Sollecitati da Bruno Vespa, tutti i presenti in studio si sono esercitati ad analizzare i dati. Berlusconi è l’unico che può decidere senza riserve se andare o no a elezioni anticipate. La Lega ha un trend così favorevole che le conviene puntare sullo scioglimento delle Camere. Per tutti gli altri il voto è un’incognita, anche se per la sinistra radicale l’ora della rivincita sembra scoccata e il Pd non potrà non tenerne conto.

I sondaggisti accompagnavano queste opinioni con varie osservazioni, sul Fli ad esempio, simbolo ancora non troppo conosciuto e di conseguenza difficile da testare. O ancora sul caso Ruby, che al contrario essendo già noto da tempo, anche se adesso ne stanno uscendo i dettagli, non sposta consensi perché è già stato metabolizzato dagli elettori.

Ma a un certo punto Mannheimer Ghisleri e Weber hanno tirato fuori l’ultimo dato, relativo agli elettori che non si pronunciano, arrivati addirittura al 40 per cento. Se la metà ci ripensa, spiegavano – e non è affatto impossibile che accada, specie in caso di elezioni politiche -, dalle urne usciranno sorprese imprevedibili. Così, per la prima volta, davanti al record degli italiani nauseati dalla politica che sono diventati il primo partito, i sondaggisti hanno dovuto ammettere che anche i loro stessi sondaggi ormai non contano più.

26/1/2011 © LaStampa

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Posted by ikzus su 24 gennaio 2011


La satira tv che ferisce

Sono un prete stufo di fango

Sono un prete. Un prete della Chiesa cattolica. Uno dei tanti preti italiani. Seguo con interesse e ansia le vicende del mio Paese. Non avendo la bacchetta ma­gica per risolvere i problemi che affliggo­no l’Italia, faccio il mio dovere perché ci sia in giro qualche lacrima in meno e qualche sorriso in più.

Sono un uomo che come tanti lotta, sof­fre, spera. Che si sforza ogni giorno di es­sere più uomo e meno bestia. Sono un uo­mo che rispetta tutti e chiede di essere ri­spettato. Che non offende e gradirebbe di non essere offeso, infangato. Da nessuno. Inutilmente. Pubblicamente. Vigliacca­mente.

Sono un prete che lavora e riesce a dare gioia, pane, speranza a tanta gente bi­strattata, ignorata, tenuta ai margini. Un prete che ama la sua Chiesa e il Papa. Un prete che non vuole privilegi e non pre­tende di far cristiano chi non lo desidera, che mai si è tirato indietro per dare una mano a chi non crede.

Un prete che, prima della Messa della se­ra, brucia incenso in chiesa per elimina­re il fetore sprigionato dalle tonnellate di immondizie accumulate negli anni ai margini della parrocchia in un cosiddet­to cdr e che vanno aumentando in questi giorni.

Sono un prete che si arrabbia per le inef­ficienze dello Stato ai danni dei più debo­li e indifesi. Che organizza doposcuola per bambini che la scuola non riesce ad inte­ressare e paga le bollette di luce e gas per­ché le case dei poveri non si trasformino in tuguri.Sono un prete, non sono un pedofilo.

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Pacifica manifestazione di dissenso

Posted by ikzus su 15 dicembre 2010


Ieri a Roma la sinistra è tornata in piazza. Bilancio: quasi 100 feriti, 20 milioni di euro di danni, il centro devastato. Bersani dice che è colpa di Maroni.

Foto da il Corriere, il Tempo, Repubblica 1 e 2, LaStampa 1, 2 e 3, il Giornale 1, 2 e 3,


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Posted by ikzus su 14 dicembre 2010


Il professore delle nuvole

di Piero Vietti

Il nostro “man of the year” è Franco Prodi, il climatologo che dice ai catastrofisti: “So di non sapere tutto”

Dopo avere assegnato, un anno fa proprio di questi tempi, il premio “Scrooge of the year” a Giovanni Sartori, al Foglio abbiamo deciso di fare i buoni. Niente premio al più antipatico, ci travestiamo da Time e assegniamo un più esemplare e meritato “Person of the year”. Nei giorni in cui a Cancun, Messico, i rappresentanti di un sacco di stati non sono come al solito arrivati a un accordo vincolante per “combattere i cambiamenti climatici”, e si è affacciata con sempre maggiore forza l’idea che pensare di cambiare il clima emettendo più o meno CO2 è un tantino esagerato, non può non venire in mente chi questa cosa la ripete da anni: il climatologo italiano Franco Prodi.

Non fosse altro che per la costanza e la tenacia con cui si è opposto alla vulgata imperante del catastrofismo climatico e al verbo incarnato in Al Gore del riscaldamento globale di origine antropica (cioè: se fa caldo è colpa nostra e solo nostra, se piove è colpa nostra e solo nostra, se non nevica idem, e pure se nevica) e all’ideologia secondo la quale la scienza ha già capito tutto del clima, non c’è più tempo, bisogna agire ora, il premio sarebbe di per sé già meritato. Ovviamente c’è di più.
Franco Prodi è geofisico e climatologo stimato in tutto il mondo; per la precisione è un fisico dell’atmosfera, esperto di nubi e grandine. Nel decennio in cui i climatologi sui media hanno assunto toni da Apocalisse e atteggiamenti da supereroi (aiutati se non aizzati dai media stessi), Prodi ha scelto il suo mantra, e lo ha ripetuto, pacatamente, con una sicurezza e una costanza impressionanti, fregandosene di come l’opportunismo sposato da certi colleghi avrebbe potuto renderlo più popolare: “Sui cambiamenti climatici sappiamo ancora troppo poco. L’immensità del campo di energia coinvolto dall’irradiazione solare sul pianeta, più la complessità del filtro atmosferico, e mille altre varianti, non consentono certezze a buon mercato, classificazioni facili”; questo il succo dei suoi interventi.

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Posted by ikzus su 7 novembre 2010


Bye bye, green economy! Ecco l’altra faccia del voto americano

Il sogno verde di Obama è costato il seggio a tutti i democrat che l’hanno sostenuto. La sveglia pro market

Non ci sono solo la sanità e le tasse: il tema sul quale Barack Obama sconta probabilmente la débâcle elettorale in maniera più significativa è quello ambientale. Lo dicono i numeri: solo il 16 per cento dei cittadini repubblicani è convinto che vi sia un legame tra attività industriale e riscaldamento globale, contro il 53 per cento dei democratici (sondaggio del Pew Research Centre). Altre cifre: 5 dei sei nuovi senatori del Grand Old Party e 35 dei nuovi deputati sono fermamente convinti che il riscaldamento globale sia una truffa, segnala l’organizzazione ThinkProgress. Trecentomila dollari è la cifra che il candidato in pectore alla presidenza del Congresso, John A. Boehner dell’Ohio, ha ricevuto dalla lobby dell’industria mineraria e del carbone per queste elezioni (tre i milioni spesi in totale per questa tornata elettorale dalla National Mining Association).

E ancora: 35 i congressmen
democratici spazzati via martedì scorso – esattamente tutti quelli in corsa per il voto di metà mandato che l’anno scorso avevano appoggiato il Climate Bill, il piano di Obama per trasformare l’industria “sporca” americana in una green economy. Tra questi il decano di Capitol Hill, il deputato Rick Boucher della Virginia, al suo quattordicesimo mandato e uomo chiave di Obama per “vendere” il piano per l’ambiente alla Camera. Secondo alcuni osservatori, proprio la sconfitta di Boucher nella sua Virginia è il simbolo dello stato delle cose: “Non c’è dubbio, se Boucher avesse votato contro il Climate Bill sarebbe stato rieletto” ha detto il suo capo staff Andy Wright. Altro dato simbolico: in Illinois, il seggio senatoriale che fu di Obama ora è andato a un repubblicano, il neo-eletto Roland Burris: uno che nel 2009 votò per il Climate Bill ma poi fece pubblica ammenda, dichiarando che “non ne aveva compreso fino in fondo le implicazioni”.

Obama ha già capito che le sue ambizioni
verdi sono da mettere nel cassetto: nella conferenza stampa post elezioni di mercoledì, ha annunciato che non perseguirà più alcun progetto di riforma comprensiva della legislazione ambientale. “L’emission trading era solo un mezzo, non un fine, e troveremo altri sistemi” ha detto ai giornalisti, riferendosi proprio al centro del suo Climate Bill, che proponeva di introdurre un sistema di “cap and trade” simile a quello adottato dall’Unione europea per limitare le emissioni. Un sistema ribattezzato “cap and tax” dai repubblicani, che non è riuscito a superare lo scoglio del Senato e soprattutto a convincere un paese in cui il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174 mila addetti. Ma anche per il piano B di Obama, che riguarda l’Epa (Environmental Protection Agency), non ci sono molte speranze. Dopo una moratoria di nove mesi, da gennaio l’Epa dovrebbe prendersi carico del monitoraggio delle emissioni delle grandi imprese (per le piccole e medie si è rimandato al 2016). Ma è chiaro che anche qui adesso è in arrivo un fuoco di sbarramento. Sul sito del Grand Old Party si leggeva qualche mese fa: “Negli ultimi 20 l’Epa ha condotto un assalto non-stop ai posti di lavoro e alla competitività statunitensi. L’Epa ha cercato di regolamentare tutto: dal cielo al latte in polvere, mentre ometteva di rispondere con competenza a una vera calamità ambientale nel Golfo del Messico. Queste politiche sbagliate dell’Epa hanno un costo di migliaia, se non di milioni, di posti di lavoro, un prezzo troppo alto da pagare per favori politici mentre l’economia tenta di recuperare a dispetto della fallimentare agenda economica dei democratici”.

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


“Gli islamici non si integrano, impoveriscono la Germania”. E’ bufera sul libro del banchiere rosso

di Thilo Sarrazin

Thilo Sarrazin

Si scaglia contro gli immigrati islamici, dice che sono “diversi”, che “bloccano la Germania”, che “sono ignoranti” e, soprattutto, che a differenza di tutti gli altri immigrati “non si integrano”. Poi sugli ebrei dice: “Condividono un unico gene”. E’ polemica a Berlino su Thilo Sarrazin, ex ministro delle Finanze e attuale membro del consiglio direttivo della Bundesbank. Il suo libro, uscito ieri, Deutschland schafft sich ab” (La Germania si distrugge da sola) viene da molti considerato razzista e ha causato un putiferio nella nazione tedesca. Al punto che la Bundesbank ha preso le distanze e la Spd, il partito in cui Sarrazin milita da decenni, ha deciso di avviare ieri un procedimento per espellerlo.

Ma cosa dice nel suo libro Sarrazin? Il dito lo punta soprattutto sugli immigrati musulmani che, dice, non volgiono integrarsi, hanno ottenuto dal welfare tedesco più di quanto più di quanto abbiamo dato, sono poco istruiti e, riproducendosi in maniera superiore alla media, contribuiscono all’impoverimento intellettuale della Germiania.

Durante la conferenza stampa per la presentazione del libro, Sarrazin spiega meglio: “Esistono migranti e migranti – osserva – ci sono quelli provenienti dall’India, dall’Est Europa, dalla Cina o dal Vietnam che si integrano e ‘arricchiscono’ la Germania dal punto di vista sociale e culturale; poi ci sono gli immigrati arrivati nel Paesi musulmani – (che Sarrazin stima in 4-6 milioni ) – La maggior parte dei problemi culturali ed economici legati all’integrazione riguarda proprio loro: solo il 3% degli immigrati turchi di seconda generazione sposa un partner tedesco, contro una quota del 70% tra i tedeschi di origine russa”.

31 agosto 2010



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Posted by ikzus su 29 settembre 2010


Piove? Apocalypse now

Il global warming non si porta più, Obama cerca nuovi feticci linguistici

Più culturale che scientifica, la battaglia di coloro i quali sostengono l’irrimediabilità di un riscaldamento globale causato dall’uomo è da tempo balbuziente: dopo avere fruttato Oscar e premi Nobel, il “global warming” non si porta più, così come il suo successore, quel “climate change” sotto la cui bandiera sono falliti i negoziati di Copenaghen meno di un anno fa. Chi se non l’Amministrazione Obama poteva dunque incaricarsi di riscrivere il vocabolario neocatastrofista? Come scrivono blog e siti conservatori americani, la Casa Bianca sta cercando di “rinnovare il brand” che non tira più: “Global warming” è un termine “pericolosamente improprio” – ha spiegato qualche giorno fa John Holdren, consulente scientifico del presidente – bisogna che la gente cominci a parlare di “sconvolgimenti climatici globali”. Il problema è più grave di un semplice innalzamento delle temperature, ha continuato Holdren: ormai parlare di riscaldamento globale rischia di diventare ridicolo quando poi ci si trova ad affrontare inverni freddi come quello dell’anno scorso.

Ecco allora la necessità di un cambio di parole per continuare a far passare come “colpevoli” di ogni cambiamento del clima le attività umane e bollare come “sconvolgente” qualsiasi condizione meteo. Se il mese di gennaio è più freddo del solito la colpa è nostra, lo stesso se a febbraio non nevica o se nevica tanto, se l’estate è calda ma non troppo, se l’autunno è piovoso oppure secco. Ogni battaglia culturale che si rispetti, per diventare vincente, deve poggiare sulla ricerca dei vocaboli giusti, delle espressioni che più possano colpire l’opinione pubblica, diventare gergo corrente, rimanere impressa nella memoria di chi ascolta. Spostare il confine allarmista ogni volta più in là, nell’affannoso tentativo di trovare definizioni sempre nuove per una causa che da mesi vede diminuire i suoi adepti, è sintomo di uno scetticismo inconscio che evidentemente sta contagiando anche la comunità scientifica.

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Posted by ikzus su 28 settembre 2010


L’ambientalismo, la retorica e i falsi miti

di Christian Rocca

Contrordine compagni. La retorica dei green jobs, della nuova consapevolezza verde e dei prodotti biologici che colmano gli scaffali dei supermercati fa male, molto male, all’ambiente e a tutti noi. Non lo dice un iper-liberista, un negazionista del global warming, un cementificatore selvaggio, un petroliere senza scrupoli, un finanziere di Wall Street. La tesi è di Heather Rogers, giovane e bella giornalista vecchio stile, progressista radicale e militante dell’ambientalismo americano che con il suo nuovo libro, Green went wrong, sta diventando la Naomi Klein degli anni Dieci, la nuova eroina globale dell’antiglobalizzazione.

L’autrice sostiene che le grandi corporation stanno fermando la rivoluzione ambientalista che negli anni scorsi ha cominciato a prendere piede. Come? Sfruttando slogan verdi e creando il bisogno di nuovi prodotti biologici di cui nessuno avvertiva la mancanza prima della loro introduzione nel mercato. Le perfide multinazionali, scrive Rogers, hanno trovato il modo di fermare l’onda rivoluzionaria. Ci fanno credere che possiamo salvare il pianeta comprando lampadine fluorescenti a basso consumo, guidando automobili ibride, mangiando cibo biologico. In realtà, spiega Rogers, vogliono soltanto continuare a macinare soldi a spese del pianeta. I consumatori abboccano, scrive Rogers, e non si rendono conto che aiutano le grandi aziende che poi ringraziano sradicando le foreste e privando gli orangotango dei loro habitat naturali. Anche la chimera dei biofuel è una bufala, scrive, perché gli studi dimostrano che per creare i combustibili alternativi serve più energia di quanta riescono a svilupparne.

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Posted by ikzus su 24 settembre 2010


L’Italia immaginaria della sinistra

di LUCA RICOLFI

Una settimana fa Walter Veltroni ha scritto un manifesto, firmato da 75 parlamentari del Partito democratico, in cui analizza la società italiana, solleva severe critiche alla gestione Bersani del partito, indica una via alternativa per il futuro. Il documento ha provocato una grave lacerazione nel partito, che ieri la Direzione del Pd è riuscita in qualche modo a ricucire con uno dei soliti riti della vita interna dei partiti (voto a favore della relazione del segretario, con astensione delle minoranze dissidenti).

I giornali non hanno riportato gran che dei contenuti del documento, quindi sono andato a leggermelo su Internet (l’ho trovato subito con Google, ma ho faticato molto a «ripescarlo» dal sito del Pd, dove si trova, per così dire, un po’ acquattato). Lì ho scoperto che tra i firmatari del manifesto ci sono parecchie persone di cui ho la massima stima, come Pietro Ichino, Maria Leddi, Nicola Rossi, Enrico Morando. Una ragione di più per leggerlo attentamente.

Però alla fine, letto il documento e il corredo di interviste che l’ha circondato, ne sono uscito perplesso. Credo di aver capito, e persino di condividere, le preoccupazioni strettamente politiche del documento.

Anche se non lo dicono in modo esplicito, i veltroniani hanno due timori grossi come una casa, che riassumerei così. Primo timore: Bersani «gna fa», per dirla alla Funari. E non ce la può fare, a battere Berlusconi, non solo per mancanza di carisma, ma perché quel che il leader del Pd sembra avere in mente – un’alleanza che va da Vendola e Di Pietro fino a Casini – non potrebbe non rievocare la fallimentare esperienza del governo Prodi, che Veltroni vede (giustamente, secondo me) come il macigno che alle elezioni politiche del 2008 sbarrò la strada al «suo» Partito democratico. Secondo timore: la fine del bipolarismo, attraverso la nascita di un «centro» del 15-20%, il cosiddetto Terzo polo, arbitro dei giochi politici.

Quel che non mi convince, invece, è l’analisi della società italiana che il documento delinea. Un’analisi che, in molti passaggi, non è diversa da quella che abbiamo sentito in tutti questi anni, o quantomeno non ne prende a sufficienza le distanze. Perché, a mio parere, il problema di fondo del Pd non è che non riesce a proporre soluzioni convincenti alla crisi italiana, ma che ha un’idea errata, ovvero distorta e tendenziosa, della società italiana. Il problema, in breve, è innanzitutto la diagnosi, prima ancora della terapia.

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Posted by ikzus su 24 settembre 2010


Il miraggio «quota 40%» per un Pd competitivo

Quali obiettivi realistici si può porre il Pd oggi? Per rispondere a questa domanda occorre tenere conto di tre fattori: l’orizzonte temporale, le regole del gioco e le condizioni del mercato elettorale. Vista la situazione di grande fragilità parlamentare dell’attuale governo l’orizzonte temporale non può essere la scadenza naturale della legislatura nel 2013.

Un grande partito di opposizione deve essere pronto ad affrontare elezioni in tempi ravvicinati. E questo già limita le scelte a disposizione. Un altro vincolo è rappresentato dalle regole del gioco. È inutile farsi illusioni. L’attuale sistema elettorale non verrà modificato da qui alle prossime elezioni. Alla Camera vincerà chi ottiene un voto più degli altri. Al Senato vincerà chi pesca il biglietto giusto della lotteria che assegna i 17 premi di maggioranza regionali. Anche le condizioni del mercato elettorale nel breve periodo sono un vincolo. Il voto degli italiani è sempre più instabile ma la volatilità si manifesta in larghissima misura all’interno degli schieramenti e tra voto e non voto. Non tra destra e sinistra.

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Posted by ikzus su 22 settembre 2010


L’emotività crea welfare

I conti dello Stato sociale in America aumentano, anche con i repubblicani

di Alberto Mingardi

Quanto costa lo Stato sociale, in America? Il fatto che gli Usa vengano di volta in volta additati o proposti come “il” modello di Paese a libero mercato, lascia pensare a molti che non abbiano un “welfare state” vero e proprio, ma piuttosto un modello di assistenza disarticolato e frammentario.

Never Enough. America’s Limitless Welfare State di William Voegeli indaga proprio lo Stato del benessere statunitense, delineandone la traiettoria di crescita (prima dell’accelerazione di Obama). Il sottotitolo, che parla di un welfare “senza limiti”, potrebbe fare trasalire il lettore europeo, ma riguarda in realtà più che lo Stato sociale, le giustificazioni che sono accampate a sua difesa, la “formula politica” che lo sostiene. Voegeli, visiting scholar al Claremont College, è un politologo çhe ha lavorato alla John M. Olin Foundation, che per anni (fino all’esaurimento del suo “fondo”) ha finanziato la ricerca nelle scienze sociale. Libri come The Closing of the American Mind di Allan Bloom e Clash of Civilizations di Samuel Huntington sono stati scritti grazie a un grant della Fondazione Olin.

Con questo saggio, Voegeli si è posto assieme tre obiettivi molto diversi: il primo è fornire una stima dell’espansione del welfare state americano, il secondo è comprenderne le dinamiche politiche, il terzo prospettare una “strategia di contenimento” più efficace di quelle sin qui praticate dai conservatori.

Le stime di Voegeli ci restituiscono anzitutto un’America che è tutto fuorché un “Far West”. Il “costo” dei programmi del governo federale rubricati alla voce “Risorse umane” (esclusi quelli per i veterani di guerra) passa da 3,57 miliardi di dollari nel 1940 a 1.685,64 miliardi di dollari nel 2007. La spesa pro capite, calcolata in dollari del 2000, è andata da 308 a 4.714 dollari. Dal 1972, la spesa sociale non è mai scesa sotto il 40% del bilancio federale.

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Posted by ikzus su 10 agosto 2010


L’elettrosmog e gli attacchi al Vaticano Stampa

Troppo spesso, lo si sa, i media hanno la memoria corta. Così, giornali, telegiornali, siti e blog Internet si sono gettati su una notizia che hanno scambiato per ghiotta novità: la Chiesa rovina i bambini non solo con le violenze sessuali, ma anche con le radiazioni delle potentissime antenne della Radio Vaticana. Si è citata, per prova della nuova vergogna, una perizia del tribunale di Roma che, in realtà, nessuno ha ancora visto. Comprensibile che padre Federico Lombardi, direttore della Radio oltre che della Sala Stampa vaticana, abbia espresso “ vivo stupore“ per il ritorno di una vicenda che, dopo decenni di polemiche, sembrava terminata. Vicenda davvero esemplare, dove un ambientalismo catastrofista si unisce alla propaganda anticattolica di un certo radicalismo.

Proprio per questo carattere esemplare, vale la pena di ricostruire le tappe di un tormentone che oggi si vorrebbe ricominciare. Ecco, allora, i fatti. Con … … una legge del 1952, furono concessi dal Governo italiano allo Stato della Città del Vaticano tre chilometri quadrati a Nord di Roma, nella località detta Santa Maria in Galeria. Su quel terreno sono state elevate le antenne che diffondono la voce della Chiesa in tutto il mondo. Accanto agli impianti vaticani, anche la Marina Militare costruì il suo centro di comunicazioni. A quel tempo, il terreno circostante era deserto per chilometri, come avveniva spesso nella campagna romana. Ma, con gli anni, la zona si coprì di costruzioni, molte delle quali abusive, nell’inerzia del Comune. È anche da quegli abitanti irregolari – sobillati a lungo e a tappeto da comitati ad hoc creati dai Verdi più estremisti, fiancheggiati da gruppi anticlericali- che, decenni dopo, partì l’attacco contro la Radio Vaticana. Così, la gente che si era costruita la casa proprio a ridosso degli impianti, a dispetto ogni legge urbanistica, fu spinta a manifestare contro “il cinismo omicida della Chiesa“ che attentava alla salute loro e dei figli. La Radio era accusata, infatti, di diffondere “elettrosmog”.

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Posted by ikzus su 21 luglio 2010


Il Piemonte di Cota è in bilico, ma sotto sotto anche il Pd tifa per lui

di Cristina Giudici

Roberto Cota, che ha conquistato la regione Piemonte per un pugno di voti, meno di diecimila, potrebbe perderla per un pugno di schede (quindicimila) da ricontare. Da quando il Tar ha accolto alcuni ricorsi della governatrice uscente, Mercedes Bresso, su alcune irregolarità avvenute durante le votazioni, militanti e dirigenti del Pd si sono divisi in due schieramenti. I fan (pochi) della Bresso si dedicano al toto scommesse sul riconteggio delle schede elettorali, mentre i detrattori temono il suo rientro sulla scena politica. “E’ altamente probabile che il risultato delle elezioni venga capovolto a favore della Bresso”, spiega Roberto Placido, dirigente del Pd, vicepresidente di minoranza del Consiglio regionale, che nella scorsa legislatura ha provato a mettersi di traverso per osteggiare la dittatura democratica della zarina.

Placido è un po’ perplesso davanti all’eventualità di una vittoria giudiziaria del Pd perché farebbe svanire ogni sogno di rinnovamento, soprattutto generazionale, di quella parte del partito che, di fronte alla vittoria della Lega, aveva segretamente tirato un sospiro di sollievo. “Se Mercedes Bresso, che non ha mai accettato la sconfitta, ora rientra in gioco da vincente, sarà un disastro politico per il Partito democratico”, osservano quelli che invece speravano in una decisione diversa del Tar. Ossia: elezioni annullate, una nuova partita elettorale con Sergio Chiamparino come candidato governatore, e un nuovo Piemonte, dinamico e riformista. Per non parlare delle ricadute sulle elezioni comunali del prossimo anno, dove gli schieramenti dei candidati (per ora la rosa dei nomi è affollatissima) verranno sicuramente rimescolati . “Peggio di così non poteva andarci”, dicono con sarcasmo i più talebani. “Mercedes Bresso di nuovo alla guida del Piemonte? Praticamente una sequenza di ‘Pulp fiction’”, affermano in tanti nel Partito democratico.

Nella casa piemontese del Carroccio sono nervosi. Ovviamente perché potrebbero perdere la guida della regione (del resto non si aspettavano di vincere, checché ne dicano) e questa sconfitta giudiziaria, che la Padania ha già ribattezzato “golpe”, obbligherebbe la Lega a dover affrontare un ennesimo grattacapo all’interno del complicato puzzle di governo. Sulla giunta Cota pesa già l’ombra di un rimpasto, fatto tre mesi dopo il suo insediamento. Il vicepresidente della regione, Roberto Rosso (Pdl), si è dimesso la settimana scorsa. Dopo essere stato sfiorato in modo collaterale da alcuni guai giudiziari di un imprenditore piemontese, accusato di frode, che lo aveva sostenuto durante la campagna elettorale. Al suo posto è stato messo un altro esponente del Pdl, Ugo Cavallera, che invece è molto apprezzato anche dall’opposizione.

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Posted by ikzus su 4 luglio 2010


Il migliore dei carceri possibili

Guantanamo non si può chiudere. Ora se n’è accorto anche Obama

di Mattia Ferraresi

La chiusura del carcere speciale di Guantanamo sta scivolando sempre più in basso nell’agenda di Obama, tanto che il New York Times, sempre molto in linea con l’Amministrazione, sostiene sia “improbabile che il presidente Obama mantenga la sua promessa di chiuderlo entro la fine del suo mandato, nel 2013”. Dalla fanfara del primo giorno di servizio, quello in cui Obama aveva firmato l’ordine esecutivo per la chiusura di Guantanamo entro un anno, sono passati sedici mesi in cui il presidente ha rimandato, ha fatto nuovi propositi, ha licenziato il consigliere della Casa Bianca a cui aveva affidato il caso, per poi essere costretto ad ammettere che – come qui si sospettava – lo spazio politico e strategico per la chiusura di Guantanamo non c’è.

Il dibattito sul supercarcere istituito da Bush non è fatto di dettagli tecnici. Quando Obama ha firmato per la chiusura, voleva ribaltare l’intera narrazione della giustizia del dopo undici settembre e rovesciare l’idea che ci fosse uno spazio esterno alla giustizia ordinaria dove trattare i più straordinari dei detenuti: i terroristi. Allo stesso modo, la rinuncia obamiana è l’ammissione implicita che il carcere speciale di Bush è il modo più efficace per trattare la minaccia del terrorismo; Obama non ha una vera alternativa a portata di mano, perché un’alternativa radicale non esiste. La testa dell’avvocato della Casa Bianca, Greg Craig, è rotolata proprio nello sforzo titanico di creare una mistica obamiana dei diritti civili uguale e opposta a quella di Bush.

Craig è stato incaricato da Obama
di occuparsi del dossier di Guantanamo quattro giorni dopo che le urne l’avevano eletto presidente. Per Obama si trattava della cosa più importante, la sintesi di una visione del mondo, e per questo non c’era tempo da perdere. Ma Craig è crollato sotto i colpi della realtà. L’Amministrazione ha provato diverse vie per chiudere il carcere, e tutti i fallimenti sono stati coperti con problemi tecnici e varie versioni del “ci stiamo lavorando”. Il principio a parole è intatto, ma Craig nei fatti è stato licenziato. Al suo posto è arrivato Bob Bauer, che da subito ha fatto capire che la virtù massima nella gestione del dossier è la cautela.

Non tutti alla Casa Bianca concordano con l’idea che la chiusura di Guantanamo sia cosa buona e giusta. Da subito il capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel, si è detto d’accordo sull’inversione ideale del bushismo, ma non proprio certo che la chiusura del carcere senza se e senza ma fosse l’alternativa giusta. Per mesi si è parlato della struttura dismessa di Thompson, a 150 miglia da Chicago, come alternativa a Guantanamo, ma il progetto si è arenato, perché trasferire i prigionieri sul suolo americano vorrebbe dire prendersi il rischio enorme di sottoporli alla giustizia ordinaria, con la certezza – confermata dai dati – che la maggior parte degli eventuali rilasciati tornerebbe alle sue occupazioni jihadiste con zelo rinnovato.

Anche il dipartimento di Giustizia si è fatto più cauto e il ministro Eric Holder ha smesso di tuonare contro il carcere speciale, che peraltro è tornato a essere apprezzato dall’opinione pubblica (i sondaggi dicono che il 60 per cento degli americani non vuole la chiusura di Guantanamo) dopo l’attentato del Natale scorso, il massacro di Fort Hood e il suv carico di esplosivo trovato a Times Square. L’Amministrazione sta rinunciando anche a processare la mente dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, a New York in autunno (un altro annuncio improvvido), mentre le funzionalità della prigione segreta nella base americana di Bagram, in Afghanistan, sono state potenziate. L’unica strada percorsa dall’Amministrazione è il trasferimento di prigionieri in paesi terzi: 33 sono stati accettati dagli alleati e nella lista dei papabili ne rimangono soltanto 22. Per tutti gli altri Obama prende tempo, e alla Casa Bianca fermenta l’idea che nell’interesse della sicurezza nazionale Guantanamo sia il migliore dei carceri possibili.

29 giugno 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 4 luglio 2010


Dalla burocrazia alle invalidità, chi spreca di più. I conti del federalismo

Viaggio nelle Regioni: ecco come spendono e quanto ci costano

Mario Sensini

ROMA — Nelle cronache di allora non c’è traccia, ma alla metà degli anni Ottanta, nella riviera ligure di Ponente, deve essere accaduto qualcosa di veramente terribile. La gente ha cominciato a cadere improvvisamente dalle scale, a diventare cieca di colpo e, da un momento all’altro, a non sentire più neanche le campane delle chiese. Un’epidemia di invalidità. Oggi, a Ventimiglia alta e nei piccoli paesini dell’entroterra, come Calvo, Trucco, Bevera, un abitante su quattro riceve una pensione o un’indennità dallo Stato. Proiettando la Liguria ad un certamente poco invidiabile primato tra le Regioni del Nord. Il 3,7% dei liguri, per l’esattezza 79.158 cittadini, risultano assistiti dall’Inps come invalidi. Ben oltre la media nazionale, che è del 3,3% e di per sé è già altissima, essendo il doppio della Germania e della Francia. Lo stesso fenomeno, l’esplosione delle invalidità, si era abbattuto, qualche anno prima, sulla ricca Umbria. La ragione può essere diversa. Quella è terra di santi e di miracoli, ma il risultato non cambia: il 4,6% della popolazione riceve l’assegno. In Toscana, a due passi, la percentuale non arriva al 3,3%, nel Lazio è pari a quasi la metà, il 2,8%. In Trentino alto Adige, l’anno scorso, è stata concessa solo una, dicasi una, nuova pensione di invalidità. Possibile? Ed è sicuro che non esistano le Regioni virtuose, come sostengono i governatori che rifiutano, compatti, i tagli proposti dal governo? Che gli sprechi esistano solo nei ministeri? I bilanci delle Regioni raccontano altro. Parlano di un’Italia divisa in due, di un paese dove il peso della burocrazia può essere in un posto dieci volte più pesante che in un altro, di amministrazioni che funzionano bene e costano poco ai cittadini, e di apparati elefantiaci con dipendenti pagati a peso d’oro. Una divisione, come dicono i dati sulle invalidità, non poi così netta tra il Nord e il Sud. Anche se è soprattutto dai bilanci delle Regioni del Sud che emergono i dati più clamorosi. Quelli sul costo del personale, per esempio. Colletti bianchi a peso d’oro A ogni cittadino della Lombardia i dipendenti della Regione costano appena 21 euro a testa l’anno.

Quasi metà della media nazionale, che è di 44 euro per ogni italiano. Incredibile, ma vero, i siciliani sopportano un costo pari a quasi venti volte quello dei lombardi: 349 euro pro capite! Palazzo dei Normanni, del resto è generoso: per i 20 mila dipendenti della Regione, l’Assemblea stanzia la bellezza di 1,7 miliardi di euro l’anno. Una somma che non è poi tanto più bassa della spesa per il personale di tutte le Regioni italiane messe insieme, che è di quasi 2,4 miliardi di euro l’anno. Con una media di 42.500 euro di stipendio lordo, i dipendenti della Sicilia, aumentati di cinquemila unità tra il 2003 ed il 2008, guadagnano quasi il 40% in più dei ministeriali. Ma vanno in pensione molto prima e con assegni ben più consistenti, che la Corte dei Conti ha calcolato in 2.472 euro a testa. Il fatto che sia una Regione a statuto speciale c’entra poco: l’autonomia fa sì che la Sicilia abbia la titolarità delle funzioni, ma nei fatti non la esercita. A norma di Statuto sarebbe anche proprietaria dei beni demaniali, come lo stesso Palazzo dei Normanni, ma preferisce lasciarli alla gestione dello Stato, forse perché la manutenzione costa. Nelle Regioni a statuto speciale che esercitano davvero le funzioni attribuite, come la scuola, la situazione è del resto ben diversa: in Val d’Aosta l’amministrazione regionale costa 2.207 euro a ogni valligiano, in Trentino Alto Adige 1.775. I veri numeri del federalismo La classifica elaborata partendo dai bilanci regionali riclassificati con fatica dalla Commissione tecnica sul federalismo fiscale e consegnati al Parlamento, «i veri numeri del federalismo » come li definisce il presidente Luca Antonini, vede al secondo posto in Italia tra le Regioni a statuto ordinario il Molise, dove l’amministrazione pubblica costa 187 euro ad ogni cittadino. I molisani sono pochi, appena 321 mila, e questo può in parte giustificare il dato. Una scusa che non vale per il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna, altre due Regioni autonome, ma quasi solo sulla carta, dove il costo pro-capite dei dipendenti è pari, rispettivamente, a 161 e 148 euro a testa. Sotto la media nazionale, in questo rapporto, ci sono solo la Lombardia, il Veneto (32 euro per abitante), la Liguria (34), l’Emilia- Romagna (36) e la Toscana (di un pelo, 43 euro contro 44). In tutte le altre il costo dell’amministrazione vola: 93 euro pro-capite per i lucani, 84 per gli umbri, 83 per i calabresi, 76 per gli abruzzesi, 71 per i campani, 64 per i marchigiani, 56 per i pugliesi, 53 per i laziali, 50 per i piemontesi. Ci sono Regioni dove il costo del personale pesa quasi quindici volte più che in altre. Il rapporto tra gli stipendi pagati ai dipendenti e la spesa corrente complessiva, che è poi il criterio che il governo ha proposto in Parlamento per definire la virtuosità delle Regioni e stabilire così chi tra loro dovrà sobbarcarsi il maggior contributo alla manovra antideficit (4,5 miliardi l’anno), della quale i governatori non vogliono neanche sentir parlare, è pari in Lombardia allo 0,85%. In Sicilia, manco a dirlo, arriva al 10,4%: un euro su dieci se ne va per pagare i dipendenti. La media delle Regioni a statuto ordinario è l’1,99% e solo sei sono sotto: la Liguria, il Lazio, l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto. Tutte le altre sfondano allegramente la soglia.

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Posted by ikzus su 14 giugno 2010


“Tornatevene ad Auschwitz”

di Alessandro Schwed

All’alt dei soldati israeliani, i “pacifisti” hanno gridato il loro inno alla fine ebraica

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante.

E’ la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? E’ in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale.

E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. E’ dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati.

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Posted by alenu su 11 giugno 2010


Un discorso di Geert Wilders, Europarlamentare e Presidente del Freedom Party, Olanda. Wilders ha raccolto il testimone insanguinato del suo compatriota Theo Van Gogh, assassinato ad Amsterdam nel 2004 dopo che la tv aveva trasmesso il suo film «Sottomissione» sul Corano e sulla violenza contro le donne nella società islamica, realizzato con la rifugiata somala Ayaan Hirsi Ali.

Cari Amici,

Grazie per avermi invitato.

Sono venuto in America con una missione. Non va tutto bene nel Vecchio Continente. Abbiamo davanti un enorme pericolo, ed è molto difficile restare ottimisti. Potremmo essere nelle fasi finali dell’islamizzazione dell’Europa. Questo non solo costituisce un pericolo chiaro e attuale per il futuro dell’Europa stessa, è una minaccia per l’America e per la sopravvivenza stessa dell’Occidente. Gli Stati Uniti come ultimo bastione della civiltà occidentale, davanti a un’Europa islamica.

Permettetemi di descrivere innanzitutto la situazione di fatto in Europa. Poi dirò alcune cose sull’Islam. E in conclusione vi dirò di un incontro a Gerusalemme.

L’Europa che conoscete sta cambiando.

Probabilmente ne avrete visitato i monumenti. Ma in tutte queste città, talvolta a pochissima distanza dalle vostre destinazioni turistiche, c’è un altro mondo. E’ il mondo della società parallela creata dall’immigrazione di massa musulmana.

Dovunque in Europa sta sorgendo una nuova realtà: interi quartieri musulmani dove sono pochissimi i nativi che vi risiedono o che anche semplicemente vi si fanno vedere. E se si facessero vedere potrebbero pentirsene. Questo vale anche per la polizia. E’ il mondo dei veli, dove le donne girano sotto delle tende informi, con delle carrozzine e gruppi di bambini. I loro mariti o, se volete, i loro schiavisti, camminano tre passi più avanti. Con le moschee a molti angoli di strada. I negozi hanno cartelli che noi non riusciamo a leggere. Sarebbe difficile trovare una qualsiasi attività economica. Questi sono ghetti musulmani controllati da fanatici religiosi. Sono quartieri musulmani che stanno nascendo come funghi in tutta Europa. Sono i mattoni per costruire il controllo territoriale di porzioni sempre più grandi dell’Europa, strada per strada, quartiere per quartiere, una città dopo l’altra.

Oggi l’Europa è cosparsa di migliaia di moschee. E hanno più fedeli di quanti ce ne siano nelle chiese. E in ogni città europea ci sono piani per costruire delle super moschee che sovrasteranno ogni chiesa della regione. Chiaramente il segnale che si vuole dare è: comandiamo noi.

Molte città europee sono già per un quarto musulmane: basta guardare Amsterdam , Marsiglia e Malmo, in Svezia. In molte città la maggioranza della popolazione minorenne è musulmana. Parigi è oggi circondata da una cerchia di quartieri musulmani. Mohammed è il nome più popolare fra i maschi di molte città.

In alcune scuole elementari di Amsterdam non si può più menzionare il podere agricolo, perché significherebbe alludere anche al maiale, e questo costituirebbe un insulto ai musulmani.

Molte scuole statali del Belgio e della Danimarca servono solo cibo halal, a tutti gli allievi. Ad Amsterdam, una volta tollerante, gli omosessuali sono picchiati quasi esclusivamente dai musulmani. Per le donne non-musulmane è normale sentirsi dire “puttana, puttana”. I piatti satellitari non sono puntati verso i canali locali, ma verso le televisioni dei paesi d’origine.

In Francia si consiglia agli insegnanti di evitare gli autori ritenuti offensivi per i musulmani, ivi compresi Voltaire e Diderot; lo stesso vale sempre di più per Darwin. La storia dell’Olocausto non si può più insegnare a causa dell’ipersensibilità dei musulmani.

I tribunali islamici adesso sono ufficialmente parte integrante del sistema legale britannico. Molti quartieri della Francia sono proibiti a donne che non indossino il velo. La settimana scorsa un uomo ha rischiato di morire dopo esssere stato picchiato dai musulmani a Bruxelles, perché beveva durante il Ramadan.

Un numero senza precedenti di ebrei sta fuggendo dalla Francia, per sfuggire alla peggiore ondata di anti-semitismo si sia mai vista dai tempi della seconda guerra mondiale. Oggi è comune sentir parlare francese nelle strade di Tel Aviv e Netanya, in Israele. Potrei continuare all’infinito con racconti come questi. Racconti sull’islam.

Oggi in Europa vivono un totale di 54 milioni di musulmani .. L’università di San Diego ha calcolato recentemente che un colossale 25 per cento della popolazione europea sarà musulmana nel giro di appena 12 anni. Bernhard Lewis ha predetto che entro la fine del secolo i musulmani saranno in maggioranza.

Ora, questi sono solo numeri. E i numeri non sarebbero minacciosi se gli immigrati musulmani avessero un forte desiderio di integrarsi. Ma ci sono pochi segni che sia così. Il Centro di ricerca Pew riferisce che metà dei musulmani francesi considera più forte il loro dovere di fedeltà all’islam della corrispondente fedeltà alla Francia. Un terzo dei musulmani francesi non è contrario agli attacchi suicidi. Il Centro britannico per la Coesione sociale ha riferito che un terzo degli studenti musulmani britannici è a favore di un califfato mondiale. I musulmani esigono quello che chiamano “rispetto”. Ed è così che diamo loro “rispetto”: abbiamo cinque feste nazionali musulmane ufficiali.

Il Ministro della giustizia cristiano-democratico è disposto ad accettare la sharia in Olanda se ci sarà una maggioranza musulmana. Nel governo abbiamo ministri con passaporti del Marocco e della Turchia.

Le rivendicazioni musulmane sono accompagnate da comportamenti illegali, che vanno dai piccoli reati e le violenze a caso, ad esempio contro gli operatori di ambulanze e guidatori di bus, ai piccoli tumulti. Parigi ha avuto sommosse nelle banlieue.

Io chiamo i responsabili di tutto questo dei ‘colonizzatori’. E’ questo ciò che sono. Non vengono per integrarsi nelle nostre società, vengono per integrare la nostra società nel loro Dar-al-Islam. Perciò sono dei colonizzatori.

Gran parte delle violenze di strada che ho menzionato è diretta esclusivamente contro non-musulmani, il che costringe molti nativi a lasciare i loro quartieri, le loro città, i loro paesi. Inoltre, adesso i musulmani rappresentano un voto determinante che non si può ignorare.

La seconda cosa che dovete sapere è l’importanza del profeta Maometto. Il suo comportamento deve servire da esempio a tutti i musulmani e non si può criticare. Ora, se Maometto fosse stato un uomo di pace, diciamo come Gandhi e Madre Teresa messi insieme, non ci sarebbe problema. Ma Maometto era un guerrafondaio, un omicida di massa, un pedofilo, ed ebbe molti matrimoni – simultaneamente. La tradizione islamica ci dice come combatté in battaglia, come fece assassinare i suoi nemici e perfino i prigionieri di guerra. Maometto stesso massacrò la tribù ebraica di Banu Qurayza. Se è bene per l’islam, è bene. Se è male per l’islam è male.

Non fatevi ingannare da chi vi dice che l’islam è una religione. Certo, ha un dio, e un al di là, e 72 vergini. Ma in essenza l’islam è un’ideologia politica. E’ un sistema che stabilisce regole dettagliate per la società e per la vita di ogni persona. L’islam vuole dettare ogni aspetto della vita. Islam significa “sottomissione”. L’islam non è compatibile con la libertà e la democrazia, perché quello a cui punta è la sharia. Se si vuole paragonare l’islam a qualcosa, si paragoni al comunismo o al nazional-socialismo: sono tutte ideologie totalitarie.

Adesso capite perché Winston Churchill chiamava l’islam ‘la forza più retrograda del mondo’ e perché paragonò il Corano al Mein Kampf.

L’opinione pubblica ha accettato in pieno il racconto palestinese e vede Israele come l’aggressore. Io sono vissuto in questo paese e l’ho visitato decine di volte. Io sto dalla parte di Israele. Primo, perché è la patria ebraica dopo duemila anni di esilio, fino ad Auschwitz compreso; secondo perché è una democrazia e terzo perché Israele è la nostra prima linea di difesa.

Questo minuscolo paesino è situato sulla faglia di demarcazione della jihad, e ferma l’avanzata territoriale dell’islam. Israele è in prima linea contro la jihad, come il Kashmir, il Kosovo, le Filippine, la Thailandia meridionale, il Darfur nel Sudan, il Libano ed Aceh in Indonesia. Israele è semplicemente nel mezzo. Nello stesso modo in cui lo era Berlino Ovest durante la Guerra Fredda.

La guerra contro Israele non è una guerra contro Israele. E’ una guerra contro l’Occidente. E’ jihad. Israele sta semplicemente subendo i colpi che sono mirati contro tutti noi. Se non ci fosse stato Israele, l’imperialismo islamico avrebbe trovato altri luoghi in cui scatenare le sue energie e il suo desiderio di conquista. Grazie ai genitori israeliani che mandano i loro figli nell’esercito e poi di notte non riescono a chiudere occhio, i genitori in Europa e America possono dormire sonni tranquilli e sognare, ignari dei pericoli che stanno intorno.

Molti in Europa sostengono che bisogna abbandonare Israele per venire incontro alle rimostranze delle nostre minoranze musulmane. Ma se Israele dovesse, Dio non voglia, soccombere, non ne verrebbe un sollievo all’Occidente. Non significherebbe che le nostre minoranze musulmane improvvisamente cambierebbero comportamento e accetterebbero i nostri valori. Al contrario, la fine di Israele darebbe un incoraggiamento enorme alle forze dell’islam. Vedrebbero, giustamente, la fine di Israele come la prova che l’Occidente è debole e desinato all’annientamento. La fine di Israele non significherebbe la fine dei nostri problemi con l’islam ma solo l’inizio. Significherebbe l’inizio della battaglia finale per il dominio mondiale. Se riescono a distruggere Israele, riusciranno a ottenere tutto quello che vogliono.

I cosiddetti giornalisti si offrono per etichettare chiunque critichi l’islamizzazione come “estremisti di destra” o “razzisti”. Nel mio paese, l’Olanda, il 60 per cento della popolazione adesso considera l’immigrazione di massa dei musulmani come il più grande errore politico a far tempo dalla seconda guerra mondiale. E un altro 60 per cento vede nell’islam la minaccia più grande.

Eppure esiste un pericolo più grande degli attacchi terroristici, ed è lo scenario dell’America come ultimo uomo rimasto in piedi.

Le luci potrebbero spegnersi in Europa più velocemente di quanto ci si immagini. Un’Europa islamica significa un’Europa senza libertà e democrazia, una terra economicamente desolata, un incubo intellettuale, e una perdita di potenza militare per l’America – dato che i suoi alleati diventeranno nemici, nemici con la bomba atomica.

Con un’Europa islamica l’America resterebbe da sola a preservare il retaggio di Roma, Atene e Gerusalemme.

Cari amici, la libertà è il più prezioso dei doni. La mia generazione non ha mai dovuto combattere per questa libertà, ci fu offerta su un vassoio d’argento, da gente che per essa aveva sacrificato la vita.

In tutta Europa i cimiteri americani ci ricordano i giovanotti che non ce la fecero mai a ritornare a casa, e la cui memoria ci è cara. La mia generazione non è proprietaria di questa libertà; siamo solo chiamati a custodirla. Possiamo solo trasmettere questa libertà, duramente conquistata, ai figli d’Europa, nelle stesse condizioni in cui ci è stata offerta. Non possiamo venire a un compromesso con i mullah e gli imam. Le generazioni del futuro non ce lo perdonerebbero mai. Non possiamo disperdere le nostre libertà. Semplicemente, non abbiamo il diritto di farlo.

Dobbiamo fare adesso i passi necessari per fermare questa stupidità islamica e impedirle di distruggere il mondo libero quale noi lo conosciamo.

Vi prego di prendere il tempo necessario per leggere e comprendere quello che c’è scritto qui. Vi prego di inviarlo ad ogni persona libera che conoscete….”

Sunday, October 19, 2008

geert wilders: Who lost Europe to Islam?

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Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Se i pacifisti sono veri e non jhadisti, non succede nulla

di Carlo Panella

La nave Rachel Corrie è stata abbordata dai soldati israeliani, che sono saliti a bordo, hanno ordinato di fare rotta sul porto israeliano di Ashdod, hanno assicurato che il carico di viveri e medicinali sarà trasportato via terra a Gaza. Non una goccia di sangue versata. Perché? La risposta è semplice: perché sulla Rachel Corrie sono imbarcati dei veri pacifisti, mentre sulla Mavi Marmara erano imbarcati dei falsi pacifisti, dei militanti islamisti che hanno tentato –e ci sono quasi riusciti- di linciare alcuni soldati e che hanno lasciato Istanbul dichiarando che andavano “a cercare il martirio”. Dunque, i veri pacifisti si comportano da tali, i falsi pacifisti-islamisti creano situazioni in cui corre il sangue.

Questa è la prima, doverosa constatazione, che pochi faranno.

La seconda è che Israele ha tutto il diritto di impedire che venga violato il blocco di Gaza. Perché a Gaza governa una Hamas che si rifiuta di sottoscrivere gli accordi di Oslo, che si rifiuta di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, che lancia migliaia di razzi contro Israele, che ha massacrato centinaia di militanti palestinesi di Abu Mazen, che impicca i collaborazionisti, che ha trasformato la Striscia in un incubo islamista.

La terza constatazione –che ribadiamo- è che il governo israeliano doveva sapere che sulla Mavi Marmara era pronta un’imboscata dei falsi pacifisti, che farvi scendere uno a uno i soldati da un elicottero per essere bastonati e linciati è stato un errore da dilettanti, imperdonabile, e che quindi la responsabilità dei nove morti provocati dalla reazione dei soldati israeliani è su chi ha iniziato una operazione militare in modo irresponsabile: i generali israeliani.

La quarta constatazione –ma dovrebbe essere la prima- è che questa storia di “Gaza che muore di fame” è una immensa bufala e che il fatto che quasi tutti i media in Italia e in Europa la accreditino, dando quindi retta alle provocazioni dei pacifisti (anche di quelli veri) è vergognoso. Si legga il reportage della settimana scorsa di Cremonesi sul Corriere della Sera e si avrà prova che a Gaza i viveri arrivano, e così i medicinali, ed addirittura le macchine giapponesi di grossa cilindrata.

La quinta constatazione è che il blocco da parte dell’Egitto è sempre stato molto più duro e impenetrabile di quello israeliano. Pure l’Egitto è un paese arabo e musulmano. Ma isola la Gaza di Hamas perché è in mano ad una banda di oltranzisti, che rifiutano ogni trattativa con Abu Mazen e che si appoggiano all’Iran.

Detto questo, veniamo alla prospettiva. Netanyhau ha dichiarato che non permetterà che Gaza diventi un porto iraniano e le sue non sono parole al vento, perché il 4 gennaio 2002 i militari israeliani bloccarono la nave Karine A che era piena di armi pesanti e leggere inviate dall’Iran a Gaza e perché tutto il mondo sa che ormai Hamas è strettissimo alleato di Ahmadinejad.

E’ quindi indispensabile che l’Europa e gli Usa stiano al fianco di Israele per quanto riguarda la sua sicurezza, e quindi la continuazione del blocco di Gaza, magari facendosi carico di inviare, via terra, ulteriori carichi umanitari molto ben controllati.

Ma è soprattutto indispensabile che Europa e Usa prendano atto che i colloqui tra Abu Mazen e Natanyhau sono una farsa per la semplice ragione che Abu Mazen “non ha potere di firma”, perché qualsiasi accordo la Anp firmi, Hamas ne farà carta straccia. Però dal 2006, da quando Hamas ha preso il controllo di Gaza, Ue e Usa mettono la testa sotto la sabbia, rifiutano di affrontare il “nodo gordiano di Gaza”. Blaterano di “due popoli, due stati”, mentre sanno benissimo che semmai saranno “due popoli, tre stati”. Devono invece prendere atto che l’Egitto, come l’Arabia Saudita, come Abu Mazen, non sanno risolvere questo problema e che è irresponsabile e vile obbligare Israele a difendersi anche da questo problema, che è tutto e solo interno al mondo arabo e islamico.

Obama e l’Europa devono risolvere il problema di Hamas, Onu o non Onu.

Fino a quando non lo faranno, le tragedie si ripeteranno.

Tratto da Il Tempo del 5 giugno 2010

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