ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘Pasqua’

Ció in cui noi cristiani crediamo

Posted by alagna su 31 marzo 2013


Victimæ paschali laudes immolent Christiani.
Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores.
Mors et Vita duello conflixere mirando: Dux Vitæ mortuus, regnat vivus.
Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?
Sepulcrum Christi viventis, et gloriam vidi resurgentis,
angelicos testes, sudarium et vestes.
Surrexit Christus spes mea: præcedet suos in Galilaeam.
Scimus Christum surrexisse a mortuis vere: Tu nobis, victor Rex, miserere.
Amen. Alleluia.

Buona Pasqua

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Silenzio

Posted by ikzus su 1 aprile 2010


Il silenzio ha molte facce.

Intanto, contiene un ovvio richiamo alla morte, che in effetti quasi tutti attraverseremo nel silenzio, e che lascia sempre un corpo muto, ormai incapace di ogni comunicazione. Questo è probabilmente l’aspetto più spaventoso, quello che motiva maggiormente la caratterizzazione prevalentemente negativa che ne dà la nostra società. I Nomadi, in una loro vecchia e tragica canzone, lo dipingevano “come un sudario [che] si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno“.

È il silenzio del Venerdì Santo: il silenzio della croce, dell’annientamento, della tomba; per chi veglia, è il silenzio della perdita, del non senso, della disperazione. È il silenzio di Giobbe, che straziato dalla prova,  “per sette giorni e sette notti“, tace.

Vicino ad esso, e per certi versi imparentato, c’è il silenzio vuoto, l’assenza, la rappresentazione per così dire sonora del nulla. È quello che attanaglia e atterrisce i vecchi, e li porta a vivere con la radio o la televisione perennemente accesa, spesso anche di notte. Somiglia ad uno schermo nero al termine del film, o alla parola ‘fine’ in fondo a un bel romanzo. Pur essendo impalpabile, paradossalmente incarna e quasi personifica la solitudine.

Anche Gesù l’ha vissuto – e questa è forse la pagina più misteriosa di tutta la Bibbia: «Elì, Elì, lemà sabactàni?» «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’inconcepibile grido del Figlio al Padre che mai abbandona i suoi figli, la separazione dentro l’inseparabile comunione trinitaria, l’assenza inspiegabile dell’eterna e totale Presenza, il non-essere che penetra nell’Essere fino ad isolarlo da se stesso. Forse, per quanto è lecito tentare di immaginare, è l’assenso definitivo del Cristo al progetto del Padre, senza cui la morte comunque non avrebbe potuto prevalere.

Ancora, il silenzio può significare incomunicabilità, incapacità di rapportarsi con l’altro; e dunque, perdita della propria dimensione sociale, del nostro essere parte dell’umanità. È il silenzio alienante, che trasfigura l’uomo in fantasma, in mostro; quello di cui Simon & Garfunkel cantavano così: “people talking without speaking / people hearing without listening“; e che paragonavano ad un tumore inarrestabile: “silence like a cancer grows“.

C’è però anche un silenzio ‘pieno’, che al contrario è in grado di comunicare l’incomunicabile, di trasmettere ciò che attraverso le parole non riesce a passare. In certe situazioni un genitore, con una sola occhiata, può mandare al figlio un messaggio che condensa tutte le dimensioni del rapporto interpersonale, con un’efficacia irraggiungibile da una semplice frase, o anche da un intero discorso. E quando due amanti esauriscono il fiume delle parole vane, sempre si ritrovano immersi in un silenzio che dice l’inesprimibile del loro amore.

C’è un silenzio che è presenza, come la madre che, senza far rumore, accudisce dolcemente un figlio malato; c’è un silenzio che è rispetto, ascolto, accoglienza, far posto all’altro dentro di sé; c’è un silenzio che è profondità, pace, amore.

È il silenzio fecondo dell’inverno, che nelle viscere della terra prepara l’esplosione di vita della primavera.

È il silenzio in cui Dio si è imprigionato quando ha inventato l’Eucarestia, un giovedì di tanti anni fa: presenza muta, disarmata e  disarmante, amore che non giudica e non pretende nulla – nemmeno di essere riconosciuto! È la sua parola ultima e definitiva; come diceva San Giovanni della Croce, è il ritorno della Parola all’eterno silenzio in cui è stata generata.

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Tu Dio sempre più muto
silenzio che più si addensa
più esplode: e ti parlo, ti parlo
e mi pento
e balbetto e sussurro sillabe
a me stesso ignote:
ma so che odi e ascolti
e ti muovi a pietà:
allora anch’io mi acquieto
e faccio silenzio.

David Maria Turoldo
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eucarestiacroce

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Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi che erano nel mondo,
li amò sino alla fine.

Vangelo di Giovanni, cap. 13

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RESURREXIT SICUT DIXIT

Posted by ikzus su 12 aprile 2009


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Silenzio

Posted by ikzus su 9 aprile 2009


Il silenzio ha molte facce.

Intanto, contiene un ovvio richiamo alla morte, che in effetti quasi tutti attraverseremo nel silenzio, e che lascia sempre un corpo muto, ormai incapace di ogni comunicazione. Questo è probabilmente l’aspetto più spaventoso, quello che motiva maggiormente la caratterizzazione prevalentemente negativa che ne dà la nostra società. I Nomadi, in una loro vecchia e tragica canzone, lo dipingevano “come un sudario [che] si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno“.

È il silenzio del Venerdì Santo: il silenzio della croce, dell’annientamento, della tomba; per chi veglia, è il silenzio della perdita, del non senso, della disperazione. È il silenzio di Giobbe, che straziato dalla prova,  “per sette giorni e sette notti“, tace.

Vicino ad esso, e per certi versi imparentato, c’è il silenzio vuoto, l’assenza, la rappresentazione per così dire sonora del nulla. È quello che attanaglia e atterrisce i vecchi, e li porta a vivere con la radio o la televisione perennemente accesa, spesso anche di notte. Somiglia ad uno schermo nero al termine del film, o alla parola ‘fine’ in fondo a un bel romanzo. Pur essendo impalpabile, paradossalmente incarna e quasi personifica la solitudine.

Anche Gesù l’ha vissuto – e questa è forse la pagina più misteriosa di tutta la Bibbia: «Elì, Elì, lemà sabactàni?» «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’inconcepibile grido del Figlio al Padre che mai abbandona i suoi figli, la separazione dentro l’inseparabile comunione trinitaria, l’assenza inspiegabile dell’eterna e totale Presenza, il non-essere che penetra nell’Essere fino ad isolarlo da se stesso. Forse, per quanto è lecito tentare di immaginare, è l’assenso definitivo del Cristo al progetto del Padre, senza cui la morte comunque non avrebbe potuto prevalere.

Ancora, il silenzio può significare incomunicabilità, incapacità di rapportarsi con l’altro; e dunque, perdita della propria dimensione sociale, del nostro essere parte dell’umanità. È il silenzio alienante, che trasfigura l’uomo in fantasma, in mostro; quello di cui Simon & Garfunkel cantavano così: “people talking without speaking / people hearing without listening“; e che paragonavano ad un tumore inarrestabile: “silence like a cancer grows“.

C’è però anche un silenzio ‘pieno’, che al contrario è in grado di comunicare l’incomunicabile, di trasmettere ciò che attraverso le parole non riesce a passare. In certe situazioni un genitore, con una sola occhiata, può mandare al figlio un messaggio che condensa tutte le dimensioni del rapporto interpersonale, con un’efficacia irraggiungibile da una semplice frase, o anche da un intero discorso. E quando due amanti esauriscono il fiume delle parole vane, sempre si ritrovano immersi in un silenzio che dice l’inesprimibile del loro amore.

C’è un silenzio che è presenza, come la madre che, senza far rumore, accudisce dolcemente un figlio malato; c’è un silenzio che è rispetto, ascolto, accoglienza, far posto all’altro dentro di sé; c’è un silenzio che è profondità, pace, amore.

È il silenzio fecondo dell’inverno, che nelle viscere della terra prepara l’esplosione di vita della privera.

È il silenzio in cui Dio si è imprigionato quando ha inventato l’Eucarestia, un giovedì di tanti anni fa: presenza muta, disarmata e  disarmante, amore che non giudica e non pretende nulla – nemmeno di essere riconosciuto! È la sua parola ultima e definitiva; come diceva San Giovanni della Croce, è il ritorno della Parola all’eterno silenzio in cui è stata generata.

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Tu Dio sempre più muto
silenzio che più si addensa
più esplode: e ti parlo, ti parlo
e mi pento
e balbetto e sussurro sillabe
a me stesso ignote:
ma so che odi e ascolti
e ti muovi a pietà:
allora anch’io mi acquieto
e faccio silenzio.

David Maria Turoldo
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eucarestiacroce

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Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi che erano nel mondo,
li amò sino alla fine.

Vangelo di Giovanni, cap. 13

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Per amore

Posted by ikzus su 5 aprile 2009


C’era una volta un uomo di nome George Thomas, era pastore protestante e viveva in un piccolo paese. Una mattina della Domenica di Pasqua stava recandosi in Chiesa, portando con se una gabbia arrugginita. La sistemò vicino pulpito. La gente era alquanto scioccata. Come risposta alla motivazione, il pastore cominciò a parlare…

“Ieri stavo passeggiando quando vidi un ragazzo con questa gabbia. Nella gabbia c’erano tre uccellini, tremavano dal freddo e per lo spavento. Fermai il ragazzo e gli chiesi: “Cos’hai lì, figliolo?”. “Tre vecchi uccelli” fu la risposta. “Cosa farai di loro?” chiesi. “Li porto a casa e mi divertirò con loro”, ripose il ragazzo. “Li stuzzicherò, strapperò loro le piume cosi litigheranno. Mi divertirò tantissimo”. “Ma presto o tardi ti stancherai di loro. Allora cosa farai?”. “O, ho dei gatti”, disse il ragazzo. “A loro piacciono gli uccelli, li darò a loro”.

Il pastore rimase in silenzio per un momento. “Quanto vuoi per questi uccelli, figliolo?”. “Cosa??!!! Perché, mica li vuoi, signore, sono uccelli di campo, niente di speciale. Non cantano. Non sono nemmeno belli!” “Quanto?” chiese di nuovo il pastore. Pensando fosse pazzo il ragazzo disse, “$10?” Il pastore prese $10 dalla sua tasca e li mise in mano al ragazzo. Come un fulmine il ragazzo sparì. Il pastore prese la gabbia e con delicatezza andò in un campo dove c’erano alberi e erba. Aprì la gabbia e con gentilezza lasciò liberi gli uccellini.

Poi iniziò a raccontare questa storia.

Un giorno Satana e Gesù stavano conversando. Satana era appena ritornato dal Giardino di Eden, era borioso e si gonfiava di superbia. “Si, Signore, ho appena catturato l’intera umanità. Ho usato una trappola che sapevo non avrebbe trovato resistenza, ho usato un esca che sapevo ottima. Li ho presi tutti!”. “Cosa farai con loro?” chiese Gesù. Satana rispose, “O, mi divertirò con loro! Gli insegnerò come sposarsi e divorziare, come odiare e farsi male a vicenda, come bere e fumare e bestemmiare. Gli insegnerò a fabbricare armi da guerra, fucili e bombe, e ammazzarsi fra di loro. Mi divertirò un mondo!” “E poi, quanto avrai finito di giocare con loro, cosa ne farai?” chiese Gesù. “O, li ucciderò” esclamò Satana con superbia.

“Quanto vuoi per loro?” chiese Gesù

“Ma va, non la vuoi questa gente. Non sono per niente buoni, sono cattivi. Ti odieranno. Ti sputeranno addosso, ti bestemmieranno e ti uccideranno. No, non puoi volerli!!”

“Quanto?” chiese di nuovo Gesù.

Satana guardò Gesù, e sogghignando disse, “Tutto il tuo sangue, tutte le tue lacrime e la tua vita.”

Gesù disse: “AFFARE FATTO!” E poi pagò il prezzo.

Il pastore prese la gabbia e lasciò il pulpito.

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