ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘omosessualismo’

Posted by ikzus su 30 ottobre 2015


Kasper contro Ratzinger, la disputa che non finisce mai

Francesco l’ha rinfocolata e il sinodo non l’ha risolta.
Nei paragrafi sui divorziati risposati la parola “comunione” non c’è. Ma il papa potrebbe introdurla lui, d’autorità

di Sandro Magister

ROMA, 30 ottobre 2015 – Era palpabile l’insoddisfazione di papa Francesco per come il sinodo è andato a finire. Nel discorso e nell’omelia di chiusura se l’è presa ancora una volta con l'”ermeneutica cospirativa”, con l’arida “fede da tabella”, con chi vuole “sedersi sulla cattedra di Mosè per giudicare con superiorità i casi difficili e le famiglie ferite”:

> Discorso del 24 ottobre

> Omelia del 25 ottobre

Eppure il documento finale, approvato sabato 24 ottobre, è tutto un’inno alla misericordia, dalla prima all’ultima riga:

> Relazione finale del sinodo dei vescovi

Solo che non c’è nemmeno una parola, in questo documento, che schiodi la dottrina e la disciplina della Chiesa cattolica da quel “no” alla comunione per i divorziati risposati che era il vero muro da abbattere nel disegno dei novatori, il varco che avrebbe portato dritto all’ammissione del divorzio e delle seconde nozze.

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Matrimoni gay? No grazie!

Posted by ikzus su 15 aprile 2010


La sentenza della Corte Costituzionale

Non ammette forzature il linguaggio del buon diritto

Grazie alla Corte Costituzionale, il tentativo di introdurre nel nostro ordinamento il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, sfruttando in modo capzioso il dettato di alcuni articoli della Costituzione, è fallito. Non è vero che le coppie omosessuali vadano fatte rientrare nel novero delle formazioni sociali tutelate dall’art. 2; non è vero che si incrina il principio d’eguaglianza, proclamato nell’art.3, negando le nozze ai gay; non è vero che si possa leggere il testo dell’art. 29, come se il riferimento alla famiglia avesse una valenza plurale (cioè come se esistessero diversi modelli di famiglia, tutti parimenti meritevoli di attenzione da parte del legislatore).

Hanno assolutamente torto quindi, in buona sostanza, quegli omosessuali che affermano di essere discriminati perché la legge non concede loro di sposare il partner; la discriminazione non esiste, perché l’esperienza della coppia omosessuale può anche avere un forte rilievo psicologico, affettivo e sociale, ma non per questo possiede un rilievo giuridico, perché non crea famiglia, non attiva cioè quei vincoli interpersonali e intergenerazionali che giustificano quella regolamentazione giuridica del rapporto eterosessuale che chiamiamo “matrimonio”.

Vengono così confutate le opinioni di coloro che percepiscono un conflitto tra la normativa italiana in tema di matrimonio e famiglia e le indicazioni normative europee, che siamo vincolati a rispettare; vengono così dichiarate inconsistenti le opinioni di tutti quei giuristi (né pochi né privi di prestigio) che da anni cercano di convincere l’opinione pubblica che bisogna dare una lettura “progressista” del testo costituzionale, identificando il progressismo col libertarismo; vengono respinti i tentativi di abusare del linguaggio e del lessico dei diritti, per far ottenere riconoscimento giuridico a ciò che non lo merita.
Sappiamo che la battaglia sul matrimonio tra gay continuerà; ma adesso, dopo la pronuncia della Corte, possiamo sperare che venga condotta con mezzi intellettualmente più onesti di quelli fino ad ora utilizzati.

Tutto bene, dunque? Forse sì, forse no: da alcune indicazioni ufficiose (dato che nel momento in cui scrivo non si ha ancora il testo del dispositivo della sentenza) sembra che i giudici della Consulta abbiano sostenuto che qualsiasi decisione in tema di matrimonio omosessuale spetti esclusivamente alla volontà esplicita e positiva del legislatore (e che quindi non possa essere ottenuta in via obliqua, come hanno cercato di fare i ricorrenti, peraltro sonoramente sconfitti).
Se fosse davvero così, se la Corte avesse riconosciuto che è nella discrezionalità del potere politico modellare il matrimonio non nelle sue configurazioni storicamente contingenti, ma nella sua struttura, avrebbe commesso un errore. Il matrimonio non è una invenzione dello Stato e va da questo rispettato nella sua identità di vincolo eterosessuale e generazionale. Guai se ci lasciamo indurre a pensare che il legislatore possa manipolare istituzioni antropologiche fondamentali, fino al punto da renderle irriconoscibili. Si dirà: ma non è proprio questo che è avvenuto nella Spagna di Zapatero, col riconoscimento del matrimonio gay? Sì, è avvenuto proprio questo; è avvenuto che la legge abbia umiliato il diritto e la giustizia ed abbia istituzionalizzato il torto. L’intervento della Consulta ha impedito che un analogo torto venisse istituzionalizzato anche in Italia.

Diciamole grazie. E mentre le diciamo grazie, ricordiamole che la sua altissima funzione consiste nell’essere non solo la custode della Costituzione, ma ancor più e ancor prima la custode del buon diritto.

Francesco D’Agostino, Avvenire 15 aprile 2010
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Laicità e laicismo nell’attacco alla Chiesa

Posted by ikzus su 14 aprile 2010


L’autore dell’articolo che riporto sotto, esponente di primo piano degli intellettuali laici italiani, commette due errori non di poco conto: il primo consiste nell’addebitare alla Chiesa comportamenti scorretti di alcuni suoi membri – ho già spiegato altrove che ciò non ha senso (come non ne avrebbe prendersela con la Fiat, per dire, se qualche suo dipendente …). Il secondo errore sta nel sottovalutare l’incidenza dell’omosessualità nella pedofilia: i dati parlano chiaro, pedofilo uguale omosessuale nove volte su dieci; se non si esce dall’omosessualmente corretto, non si può incidere su questo devianza mostruosa.

Detto ciò, come sempre la verità piano piano viene fuori: trovo assai significativo che proprio il Corrierone, sempre in prima fila sui fronti più avanzati del secolarismo, per una volta ritrovi la sua vena autentiucamente laica, e pubblichi un articolo esemplare sulla distinzione tra peccato e reato, tra Stato e Chiesa, in definitiva tra laicismo ideologico e laicità correttamente intesa, che guarda caso affonda le sue radici proprio nel cristianesimo, e nella cultura cristiana che ha letteralmente ‘fatto’ l’Europa.

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Una difesa laica del Papa

All’origine dell’aggressione cui sono sottoposti la Chiesa, e lo stesso papa Benedetto XVI, sul tema della pedofilia in ambito ecclesiale, ci sono un pregiudizio razionalista e una violenza giacobina: si pensi alla «peste pedofila » di cui parla Paolo Flores d’Arcais, che prefigura la dannazione per volontà popolare dell’«untore » di manzoniana memoria. Sono toni cui dovrebbe essere estranea la stessa cultura laica. Che non è negazione della religione, ma cavourriana separazione tra le leggi e i comandamenti, tra lo Stato e le istituzioni ecclesiastiche. Il pregiudizio razionalista tende invece a cancellare la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato; pretende di assimilare, «omologare», i comportamenti della Chiesa a quelli della società civile, negandone la specificità spirituale, codificata nel diritto canonico, ben diverso da quello positivo dello Stato secolarizzato.

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Posted by ikzus su 1 aprile 2010


Perché B-XVI agli irlandesi ha ricordato certi vecchi errori del Concilio

di Roberto de Mattei

La forza della “Lettera ai cattolici di Irlanda” di Benedetto XVI, dello scorso 19 marzo, sta soprattutto nel suo spirito di autentico rinnovamento e riforma della chiesa. Il richiamo alla penitenza che costituisce il suo filo conduttore non è mai disgiunto dall’appello “agli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente”, che nel passato resero grande l’Irlanda e l’Europa e che ancora oggi possono rifondarla (n. 3). Unico fondamento di questa ricostruzione è però Gesù Cristo “che è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebrei 13, 8 ) (n. 9). Rivolgendosi a tutti i fedeli di Irlanda, il Papa li invita “ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale” (n. 12). Questa tradizione non è tramontata, anche se a essa si è opposto “un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici” (n. 4).

In questo paragrafo, che costituisce un passaggio chiave del documento pontificio, il Papa afferma che negli anni Sessanta fu “determinante” “la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento del Concilio vaticano fu a volte frainteso” e vi fu “una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari”. “E’ in questo contesto generale” di “indebolimento della fede” e di “perdita del rispetto per la chiesa e per i suoi insegnamenti”, “che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi”.

In che senso il Concilio poté essere “frainteso”? Il breve, ma significativo accenno di Benedetto XVI merita di essere sviluppato. Occorre ricordare che durante i lavori dell’assise conciliare prese forma l’idea di una chiesa non più militante, ma peregrinante, in ascolto dei segni dei tempi, pronta a rinunziare alla verginità della sua dottrina, per lasciarsi fecondare dai valori del mondo. Offrirsi ai valori del mondo significava rinunziare ai propri valori, a cominciare a quello che è più intrinseco al cristianesimo: l’idea del Sacrificio, che dal mistero della Croce discende in ogni aspetto della vita ecclesiale, fino alla dottrina morale, che un tempo ispirava la vita di ogni battezzato, chierico o laico che fosse.

Il Concilio impose ai vescovi, come un dovere, la “sociologia pastorale”, raccomandando di aprirsi alle scienze del mondo, dalla sociologia alla psicanalisi. In quegli anni era stato riscoperto lo psicanalista austriaco Wilhelm Reich, morto quasi del tutto dimenticato in un manicomio americano nel 1957. Nel suo libro-manifesto “La Rivoluzione sessuale,” Reich aveva sostituito alle categorie della borghesia e del proletariato quelle di repressione e di liberazione, intendendo con questo ultimo termine la pienezza della libertà sessuale. Ciò implicava la riduzione dell’uomo a un insieme di bisogni fisici e, in ultima analisi, ad energia sessuale. La famiglia, fondata sul matrimonio monogamico indissolubile tra un uomo e una donna, era vista come l’istituto sociale repressivo per eccellenza: nessuna considerazione sociologica poteva autorizzarne la sopravvivenza. Una nuova morale, basata sull’esaltazione del piacere, avrebbe presto spazzato via la morale tradizionale cristiana, che attribuiva un valore positivo all’idea di sacrificio e di sofferenza.

La nuova teologia, spinta dal suo abbraccio ecumenico ai valori del mondo, cercò l’impossibile dialogo tra la morale cristiana e i suoi nemici. I corifei della “nuova morale”, che in Italia furono teologi come don Enrico Chiavacci don Leandro Rossi e don Ambrogio Valsecchi, salutarono come maestri del nuovo corso morale Wilhelm Reich e Herbert Marcuse. Nel 1973, a cura di Valsecchi e di Rossi, uscì, per le edizioni Paoline, un pomposo “Dizionario enciclopedico di teologia morale”, che ambiva a sostituire il classico, e ancor oggi prezioso “Dizionario di teologia morale” dei cardinali Francesco Roberti e Pietro Palazzini (la quarta edizione fu pubblicata da Studium nel 1968). Nel nuovo “Dizionario morale”, Enrico Chiavacci sosteneva che “la vera natura umana è di non aver natura” e che l’uomo è tale per la “tensione” che la sua coscienza esprime, indipendentemente dai “divieti” della morale tradizionale. Valsecchi affermava la necessità di svincolarsi da una concezione della morale che facesse appello a una fondazione metafisica della natura umana. Unico peccato, radice di tutti gli altri, quello “contro l’amore”, e unica virtù, quella di assecondare l’amore, naturalmente e non soprannaturalmente inteso.

I nuovi moralisti, definiti da qualcuno “pornoteologi”, sostituivano alla oggettività della legge naturale, la “persona”, intesa come volontà progettante, sciolta da ogni vincolo normativo e immersa nel contesto storico-culturale, ovvero nell’ “etica della situazione”. E poiché il sesso costituisce parte integrante della persona, rivendicavano il ruolo della sessualità, definita “funzione primaria di crescita personale” (così Valsecchi), anche perché, a dir loro, il Concilio insegnava che solo nel rapporto dialogico con l’altro, la persona umana si realizza. Citavano a questo proposito il concetto secondo cui “ho bisogno dell’altro per essere me stesso”, fondato sul n. 24 della Gaudium et Spes, magna charta del progressismo postconciliare. Chiavacci, Rossi e Valsecchi, contestarono pubblicamente, nel 1974, la posizione antidivorzista della Conferenza episcopale, ma continuarono ad essere per molti anni i “moralisti” più in vista della Chiesa italiana. Ancora oggi basta entrare in una libreria cattolica per trovare in primo piano sugli scaffali i loro libri, stampati da case editrici come le Paoline e la Queriniana.

Eppure, ciò che fa riflettere sono proprio vicende esistenziali, come quelle di Ambrogio Valsecchi professore di morale alla Facoltà teologica di Milano, consulente del cardinale di Milano, Carlo Colombo, al Concilio Vaticano II, alfiere della nuova morale, poi dispensato dai voti e sposato (con rito religioso) nel 1975, quindi divenuto nell’ultimo decennio della sua vita psicologo, analista e terapista di coppia. Altrettanto fallimentare è stato l’itinerario di colui che oggi è, con Hans Küng, il principale accusatore di Benedetto XVI: Rembert Weakland. Difensore ad oltranza della “rivoluzione sessuale”, dei diritti dei “gay” e delle donne nella Chiesa, Weakland non è più arcivescovo di Milwaukee dal 2002 quando fu “dimissionato” dopo che un ex studente di teologia l’aveva accusato di violenza carnale, rompendo il segreto che lo stesso Weakland gli aveva imposto in cambio di 450 mila dollari detratti dalle casse dell’arcidiocesi. La stampa “liberal”, lungi dal lapidarlo, lo trattò però con molto riguardo, come conveniva a un celebrato campione della Chiesa progressista quale egli era.

I nemici della tradizione hanno sempre preteso di opporre il primato dell’esistenza a quello della dottrina, il cristianesimo concretamente vissuto a quello astrattamente predicato. Il “tribunale della vita vissuta”, a cui essi si sono appellati, ha ribaltato però i loro giudizi e le loro previsioni. Chi ha voltato le spalle alla ferrea intransigenza dei princìpi per ancorarsi al molliccio fondamento della propria esperienza, è spesso fuoriuscito da quella Chiesa che diceva di voler meglio servire. Chi ha negato l’esistenza di una natura da rispettare, ha iniziato col soddisfare gli istinti della natura che negava, per assecondare poi le deviazioni che la volontà offriva alla sua intelligenza, disancorata dal vero. Il passaggio dalla etero alla omosessualità e di qui alla pedofilia è stato, per alcuni, se non cronologicamente, almeno logicamente coerente.

Oggi si può sostenere, in prima pagina di Repubblica, che il celibato ecclesiastico produce pedofilia. Ma su nessun giornale si potrebbe affermare l’esistenza di un nesso altrettanto diretto tra pedofilia e omosessualità. Lo impediscono le leggi di alcuni Stati europei, che hanno introdotto il reato di omofobia, ma più ancora lo vieta la censura culturale e sociale che riduce sempre di più i margini di difesa della moralità. All’interno di un certo mondo cattolico, ancora più grave è considerata l’affermazione di un rapporto, anche solo indiretto, tra la nuova teologia degli anni Sessanta e il pansessualismo che penetrò nella Chiesa dopo il Concilio. Benedetto XVI lo ha fatto e gliene va reso onore.

Leggi Sulla bella lettera di Benedetto alla nuova Corinto d’Irlanda di Giuliano Ferrara

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