ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘Obama’

Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Povera green economy

di Carlo Stagnaro

La festa è finita. L’incrocio tra la crisi economica e lo stop politico al “change” di Barack Obama cambia i termini della discussione ambientale. Le rinnovabili non sono più un dogma, il clima non è più una religione civile, l’ambientalismo “politico” – con il suo portato di sussidi e obblighi, target e timetable – non è più il grande, scontato e redditizio balzo in avanti. “Uno dei problemi – ha riconosciuto Paul Gipe della Alliance for Renewable Energy, intervistato dal New York Times – è che non abbiamo voluto confrontarci con la domanda più difficile. Cioè: vogliamo davvero le rinnovabili? Se la risposta è sì, allora dovremo pagare per averle”. In un istante, si è dissolto l’incantesimo per cui la rivoluzione verde avrebbe salvato l’ambiente e aiutato l’economia; è evaporata la retorica del “doppio dividendo”, è sublimato il miraggio dell’ecologismo anticrisi.

Improvvisamente
, la retorica si è sfasciata sulla dura realtà. Come sempre, un simile scontro è duro, ma nasconde un’opportunità. Senza rete di salvataggio, senza rendite garantite, la scarsità di risorse economiche e politiche disegna il perimetro della sfida: le rinnovabili si imporranno se saranno competitive, e tra le fonti verdi prevarranno quelle relativamente più competitive. Le rinnovabili sono uscite dal giardino dell’Eden, e la selezione darwiniana si è messa all’opera. Il simbolo del declino è la chiusura del Chicago Climate Exchange, la piattaforma fondata da Richard “carbon king” Sandor per sfruttare l’allora nascente, oggi abortito mercato delle quote di emissione.
La parabola del “green deal” sta nei numeri e nelle parole. Nei numeri: nel 2009, primo anno dell’era democratica, la capacità rinnovabile installata negli Stati Uniti è cresciuta dell’8 per cento, tanto quanto nel 2008, ultimo anno del regno repubblicano. Al netto dell’idroelettrico (che da solo supera il 61 per cento di tutte le energie verdi statunitensi) la crescita è stata del 24 per cento, contro il 28 per cento ottenuto dall’arcinemico del clima, George W. Bush. Continuità, altro che rupture. E difficilmente la tendenza sarà smentita, almeno a giudicare dalle dichiarazioni rese dai protagonisti del sogno che Obama voleva regalare all’America, e che l’America non ha mai sognato.

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Posted by ikzus su 7 novembre 2010


Bye bye, green economy! Ecco l’altra faccia del voto americano

Il sogno verde di Obama è costato il seggio a tutti i democrat che l’hanno sostenuto. La sveglia pro market

Non ci sono solo la sanità e le tasse: il tema sul quale Barack Obama sconta probabilmente la débâcle elettorale in maniera più significativa è quello ambientale. Lo dicono i numeri: solo il 16 per cento dei cittadini repubblicani è convinto che vi sia un legame tra attività industriale e riscaldamento globale, contro il 53 per cento dei democratici (sondaggio del Pew Research Centre). Altre cifre: 5 dei sei nuovi senatori del Grand Old Party e 35 dei nuovi deputati sono fermamente convinti che il riscaldamento globale sia una truffa, segnala l’organizzazione ThinkProgress. Trecentomila dollari è la cifra che il candidato in pectore alla presidenza del Congresso, John A. Boehner dell’Ohio, ha ricevuto dalla lobby dell’industria mineraria e del carbone per queste elezioni (tre i milioni spesi in totale per questa tornata elettorale dalla National Mining Association).

E ancora: 35 i congressmen
democratici spazzati via martedì scorso – esattamente tutti quelli in corsa per il voto di metà mandato che l’anno scorso avevano appoggiato il Climate Bill, il piano di Obama per trasformare l’industria “sporca” americana in una green economy. Tra questi il decano di Capitol Hill, il deputato Rick Boucher della Virginia, al suo quattordicesimo mandato e uomo chiave di Obama per “vendere” il piano per l’ambiente alla Camera. Secondo alcuni osservatori, proprio la sconfitta di Boucher nella sua Virginia è il simbolo dello stato delle cose: “Non c’è dubbio, se Boucher avesse votato contro il Climate Bill sarebbe stato rieletto” ha detto il suo capo staff Andy Wright. Altro dato simbolico: in Illinois, il seggio senatoriale che fu di Obama ora è andato a un repubblicano, il neo-eletto Roland Burris: uno che nel 2009 votò per il Climate Bill ma poi fece pubblica ammenda, dichiarando che “non ne aveva compreso fino in fondo le implicazioni”.

Obama ha già capito che le sue ambizioni
verdi sono da mettere nel cassetto: nella conferenza stampa post elezioni di mercoledì, ha annunciato che non perseguirà più alcun progetto di riforma comprensiva della legislazione ambientale. “L’emission trading era solo un mezzo, non un fine, e troveremo altri sistemi” ha detto ai giornalisti, riferendosi proprio al centro del suo Climate Bill, che proponeva di introdurre un sistema di “cap and trade” simile a quello adottato dall’Unione europea per limitare le emissioni. Un sistema ribattezzato “cap and tax” dai repubblicani, che non è riuscito a superare lo scoglio del Senato e soprattutto a convincere un paese in cui il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174 mila addetti. Ma anche per il piano B di Obama, che riguarda l’Epa (Environmental Protection Agency), non ci sono molte speranze. Dopo una moratoria di nove mesi, da gennaio l’Epa dovrebbe prendersi carico del monitoraggio delle emissioni delle grandi imprese (per le piccole e medie si è rimandato al 2016). Ma è chiaro che anche qui adesso è in arrivo un fuoco di sbarramento. Sul sito del Grand Old Party si leggeva qualche mese fa: “Negli ultimi 20 l’Epa ha condotto un assalto non-stop ai posti di lavoro e alla competitività statunitensi. L’Epa ha cercato di regolamentare tutto: dal cielo al latte in polvere, mentre ometteva di rispondere con competenza a una vera calamità ambientale nel Golfo del Messico. Queste politiche sbagliate dell’Epa hanno un costo di migliaia, se non di milioni, di posti di lavoro, un prezzo troppo alto da pagare per favori politici mentre l’economia tenta di recuperare a dispetto della fallimentare agenda economica dei democratici”.

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Posted by alenu su 5 novembre 2010


Obama sconfitto perché ostile a spirito e storia americani
di Alessandra Nucci

La rivolta degli elettori americani contro Barack Obama, eletto presidente da una solida maggioranza appena due anni fa, non è dovuta alla sola crisi economica.

I motivi più profondi stanno in quello che è percepito come l’indifferenza di Obama, quando non addirittura la sua ostilità, allo spirito e alla storia americani.

Fra i primi gesti a indispettire gli elettori ci fu quello del busto di Churchill, che Obama rispedì in Inghilterra senza tanti complimenti nonostante fosse stato regalato agli Usa dal governo britannico.

Se alla Casa Bianca non lo voleva, si disse, non poteva trovargli un posticino in un corridoio di un museo? Di converso non potevano piacere a un popolo che aveva versato il sangue dei suoi soldati in tante guerre esterne, le scuse profferte da Obama per quella che ha definita l’arroganza americana (la Heritage Foundation ne elencava dieci già a metà 2009) o gli atteggiamenti apparsi troppo deferenti nei confronti di altri governanti, come il famoso inchino al re dell’Arabia Saudita. A questi episodi furono accostati anche altri atteggiamenti, come il rifiuto di Obama di appuntarsi al bavero la classica spilla a stelle e strisce e le varie volte in cui si era distinto per non aver messo la mano sul cuore, cosa inaudita, al momento del tradizionale giuramento di fedeltà alla Patria.

Ma tali atteggiamenti sarebbero passati in secondo piano, di fronte alla disoccupazione e ai mega-salvataggi che hanno occupato le menti e le pagine dei giornali in questi anni, se non fossero stati seguiti dalle delusioni rispetto alle promesse di trasparenza, come i patti stipulati a porte chiuse per riuscire a varare la riforma sanitaria e la creazione dell’inedita posizione di «zar» per sottrarre i collaboratori alla verifica del Congresso, altrimenti ineludibile se li avesse nominati direttamente ministri (secretary).

Questo e altro avveniva prima di arrivare ai temi più noti, come la nazionalizzazione dell’industria automobilistica, che suscitò il commento di Hugo Chavez secondo cui lui e Fidel Castro sarebbero finiti a destra di Obama. A seguire, le accuse di favoritismo nei confronti dei concessionari Chrysler che avevano contribuito alle campagne dei Democratici e nei confronti dei dipendenti muniti di tessera del sindacato.

A gettare benzina sul fuoco arrivò a metà del biennio il massacro di Fort Hood, il complesso militare di massima sicurezza dove il medico militare Nidal Malik Hasan ammazzò 12 soldati gridando «Allah-akbar». Agli occhi di molti commentatori il presidente in conferenza stampa sfiorò la mancanza di rispetto e, come per la ricorrenza dell’11 settembre, per lui l’urgenza sembrò soprattutto di parlare d’altro.

A governare lo stato di New York tornerà un governatore democratico, ma il clamore che ha scosso la città di New York quando Obama ha tentato di trasferire proprio lì, e con le garanzie di un tribunale civile anziché militare, i processi contro gli imputati dell’11 settembre, ha riguardato l’intero paese. Di pari grado l’indignazione per l’appoggio, che non competeva a lui, alla costruzione della moschea a Ground Zero, e la sua trasformazione della commemorazione dell’11 settembre da giornata di lutto nazionale in giornata di servizio civile.

(c) Italia Oggi Numero 262  pag. 7 del 4/11/2010

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La fine dell’Obama-dream

Posted by ikzus su 3 novembre 2010


Obama ha perso, perché non poteva non perdere. Troppa demagogia, troppo populismo, troppe promesse al vento: non poteva durare.

L’uomo della provvidenza, della speranza, del premio nobel alla fiducia, del dialogo, della mano tesa … ha suscitato aspettative enormi, e dopo soli due anni ne è rimasto schiacciato.

Ora deve scegliere: rinunciare alla retorica, ai sogni, alle illusioni, cominciare a governare davvero nell’interesse del suo Pese, e così perdere se stesso. Oppure, radicalizzarsi, puntare tutto sull’utopia, sull’ideologia dura e pura; e perdere le prossime elezioni presidenziali.

Auguri.

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Panorama Obama 3

Posted by ikzus su 2 novembre 2010


Obama si appresta a perdere clamorosamente le elezioni di MidTerm: il dubbio ormai non è sulla possibilità, ma sulla dimensinoe della sconfitta – come dice Lucia Annunziata, “non è ancora chiaro se si tratterà di uno «tsunami» (copyright ex sindaco dem di New York, Ed Koch) o di «un’onda di proporzioni storiche» (copyright Istituto Gallup).

Molti quotidiani dedicano ampi dossier alle imminenti elezioni americane: tra questi Repubblica, LaStampa, IlSole24Ore, Europa, l’Unità, IlGiornale, IlFoglio.

Altri dedicano comunque all’evento degli articoli: così il Corriere (qui, qui, qui e qui), IlTempo, IlRiformista, Avvenire (qui e qui), L’Occidentale (qui, qui e qui), IlSole24Ore (qui, qui e qui).

La cosa curiosa è che, come già all’epoca dell’elezione del black president, i media rimangono quasi tutti schierati  aprioristicamente con lui, nonostante la performance davvero deprimente dei primi due anni di governo: la sinistra, in particolare, ha già cominciato la solita manfrina per cui la colpa non è di Obama, ma degli americani. Mi ricorda quella barzelletta, con un tipo che afferma borioso: “Non sono io che sono razzista; è lui che è NEGRO!!!” Per l’Unità, si tratterebbe addirittura di un ‘incubo‘, che metterebbe a rischio perfino la scienza!

La verità è assai più semplice: l’elezione di Obama è stata una specie di truffa, costruita sull’emotività e su promesse impossibili da mantenere (da Guantanamo in giù), ma prima o poi i nodi vengono al pettine.

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


A pochi giorni dalle elezioni di Midterm

Cosa resta della promessa di Obama di chiudere Guantanamo?

A poche settimane dall’appuntamento del Midterm (il voto di metà mandato che rappresenta il giudizio sull’operato dell’Esecutivo), il presidente Obama deve fare i conti con una delle promesse elettorali mai mantenute che d’altronde, nel 2008, lo portarono dritto dritto alla Casa Bianca: la chiusura di Guantanamo. I sigilli al carcere di massima sicurezza significavano infatti la svolta di Obama nella politica antiterroristica americana dall’11 settembre 2001 in poi, con un cambio di rotta radicale rispetto a Bush figlio. Ma dopo due anni e mezzo di gestione, cos’è rimasto dell’impegno con gli americani?

“Non possiamo continuare a tradire i nostri valori, la nostra Costituzione e a calpestare lo stato di diritto”, aveva declamato in più occasioni l’allora senatore dell’Illinois. “La detenzione a tempo indeterminato di sospetti terroristi ha compromesso i nostri valori più preziosi”, ha ripetuto durante la sua Amministrazione. Il 21 gennaio del 2009, come prova che avrebbe mantenuto la sua parola, Obama ha anche firmato l’ordine di chiusura del carcere con un termine ultimo: il gennaio del 2010. A quasi due anni dall’annuncio, però, la promessa del presidente americano si è invece rivelata una vera e propria “failure to deliver” e, se il prossimo novembre venissero confermate le previsioni di vittoria dei repubblicani, è quasi scontato che ogni possibilità di chiusura si concluderebbe in un nulla di fatto.

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Panorama Obama 2

Posted by ikzus su 29 settembre 2010


Proseguiamo il panorama delle voci che mettono in rilevo il declino del Black President.

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Il giornalista del Watergate sull’Afghanistan

Woodward ci consegna l’immagine di un Obama in guerra con i suoi generali

di Luca Meneghel

Che tra Barack Obama e i suoi consiglieri militari non corra buon sangue è cosa nota, e il caso del Generale McChrystal – silurato per le critiche affidate a un giornalista di “Rolling Stone” – è solo la punta di un iceberg molto profondo. Lunedì mattina, a conferma delle indiscrezioni pubblicate quotidianamente dai giornali di tutto il mondo, gli americani troveranno in libreria un volume che racconta molti aneddoti scottanti: si tratta di “Obama’s Wars” (Simon & Schuster), il nuovo saggio del giornalista investigativo Bob Woodward. Dagli anni settanta, quando insieme a Carl Bernstein scrisse una serie di articoli che portarono alle dimissioni di Richard Nixon, Bob ne ha fatta di strada: ogni suo libro è diventato un bestseller, grazie a fonti di alto livello e alla consultazione di documenti estremamente riservati.

L’Occidentale  venerdì 24 settembre 2010  [continua]

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L’Obama pallido che rinforza l’Iran

Per costare 20 miliardi di dollari l’anno, l’Onu è produttivo: riesce infatti a rappresentare veridicamente la pericolosa confusione in cui versa oggi la politica mondiale. A ogni Assemblea Generale, la cui maggioranza è costituita da Stati non democratici, gli Stati Uniti rappresentano sempre agli Stati membri i loro buoni sentimenti, e ieri una quantità enorme di buona volontà è stata disegnata nel discorso di Obama. Il presidente è apparso ispirato da grandi cause umane e civili in maniera un po’ esagerata e astratta: ha dedicato un terzo del suo tempo alla certezza che entro un anno si possa raggiungere la soluzione del conflitto medio orientale, non si capisce se per irresponsabilità dei suoi consiglieri o per un suo sogno di onnipotenza. Ha opinato “accountability” delle classi dirigenti, società civile al potere, diritti umani, condizione femminile, inizio dello sgombero dell’Afghanistan… E poi ancora; sconfiggeremo Al Qaida; mano tesa con l’Iran, mentre «abbiamo intrapreso una nuova politica mondiale e quindi nessuno si aspetti che gli Usa agiscano autonomamente, solo il rapporto multilaterale col mondo emergente disegnerà la nostra politica».

Il Giornale, 24/9/2010 [continua]

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Obama e i cocci del dream team

di David Rothkopf

I motivi all’origine delle dimissioni di Larry Summers dalla carica di massimo consigliere per l’economia del presidente Obama non contano, né importa che cosa abbia fatto durante il suo mandato alla Casa Bianca. Ciò che più conta è che cosa accadrà adesso.
Summers lascia un vuoto enorme al vertice del team di consiglieri di Obama, in un momento di grande incertezza per il presidente, gli Usa e l’economia internazionale. Mentre la maggior parte dell’opinione pubblica si concentrerà sulla persona scelta per sostituire Summers, il primo posto nel quale Obama deve guardare è dentro di sé. È innegabile che i massimi funzionari e dipartimenti della Casa Bianca hanno successo solo nella misura in cui il presidente consente che l’abbiano. È il presidente a dare pieni poteri alle persone, a esserne garante, a decidere lo stile del lavoro.
L’ondata di dimissioni in ambito economico – Peter Orszag, capo dell’Ufficio budget della Casa Bianca, e Christina Romer, capo del consiglio dei consiglieri economici, e Summers – cancella la squadra di all star che Obama aveva tanto pubblicizzato. La realtà è che tutti loro sono stati di successo, collaborativi, creativi o capaci di stabilire le giuste priorità soltanto nella misura in cui il presidente glielo ha permesso. Vale la pena osservare che accanto a loro, nei briefing quotidiani sull’economia, c’erano anche altri personaggi di spicco, Rahm Emanuel, David Axelrod, Valerie Jarrett e Tim Geithner, il segretario del Tesoro. Quando il polverone sollevato calerà, sembra che resteranno solo Jarrett e forse Geithner.
Nello sport, quando una squadra gioca male, la prima persona a dover fare fagotto è il manager o l’allenatore. In politica, pare sempre che sia la squadra a sciogliersi.

IlSole24Ore, 24/9/2010 [continua]

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Jimmy Obama: il paragone con Carter preoccupa la Casa Bianca

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I paragoni fra la Casa Bianca di Obama e la fallita presidenza di Jimmy Carter sono ogni giorno più numerosi. E a farli sono i democratici.

Walter Mondale, vicepresidente sotto Carter, ha dichiarato al New Yorker questa settimana che, alla fine degli anni Settanta, gli elettori nervosi e infuriati “si rivoltarono contro di noi, proprio come contro Obama”. Mentre i sondaggi andavano a sfavore della sua amministrazione – ha ricordato Mondale – Carter “cominciò a perdere fiducia nella propria capacità di colpire il pubblico”. E adesso i democratici a Capitol Hill dicono che la stessa cosa sta accadendo a Obama.

L’Occidentale  sabato 25 settembre 2010  [continua]

© The Wall Street Journal Traduzione Andrea Di Nino

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Posted by ikzus su 29 settembre 2010


Piove? Apocalypse now

Il global warming non si porta più, Obama cerca nuovi feticci linguistici

Più culturale che scientifica, la battaglia di coloro i quali sostengono l’irrimediabilità di un riscaldamento globale causato dall’uomo è da tempo balbuziente: dopo avere fruttato Oscar e premi Nobel, il “global warming” non si porta più, così come il suo successore, quel “climate change” sotto la cui bandiera sono falliti i negoziati di Copenaghen meno di un anno fa. Chi se non l’Amministrazione Obama poteva dunque incaricarsi di riscrivere il vocabolario neocatastrofista? Come scrivono blog e siti conservatori americani, la Casa Bianca sta cercando di “rinnovare il brand” che non tira più: “Global warming” è un termine “pericolosamente improprio” – ha spiegato qualche giorno fa John Holdren, consulente scientifico del presidente – bisogna che la gente cominci a parlare di “sconvolgimenti climatici globali”. Il problema è più grave di un semplice innalzamento delle temperature, ha continuato Holdren: ormai parlare di riscaldamento globale rischia di diventare ridicolo quando poi ci si trova ad affrontare inverni freddi come quello dell’anno scorso.

Ecco allora la necessità di un cambio di parole per continuare a far passare come “colpevoli” di ogni cambiamento del clima le attività umane e bollare come “sconvolgente” qualsiasi condizione meteo. Se il mese di gennaio è più freddo del solito la colpa è nostra, lo stesso se a febbraio non nevica o se nevica tanto, se l’estate è calda ma non troppo, se l’autunno è piovoso oppure secco. Ogni battaglia culturale che si rispetti, per diventare vincente, deve poggiare sulla ricerca dei vocaboli giusti, delle espressioni che più possano colpire l’opinione pubblica, diventare gergo corrente, rimanere impressa nella memoria di chi ascolta. Spostare il confine allarmista ogni volta più in là, nell’affannoso tentativo di trovare definizioni sempre nuove per una causa che da mesi vede diminuire i suoi adepti, è sintomo di uno scetticismo inconscio che evidentemente sta contagiando anche la comunità scientifica.

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Panorama Obama

Posted by ikzus su 23 settembre 2010


Negli States si avvicinano le elezione di Mid-Term, con le quali gli elettori rinnoveranno la Camera, parte del Senato, e molti Governatori statali; Obama va verso il compimento del secondo anno del suo mandato, e i bilanci – e di conseguenza le prospettive – sono tutt’altro che positivi. Qui di seguito una breve rassegna di alcuni articoli apparsi ultimamente sulla stampa.

Purtroppo, il tempo sta dimostrando che le aspettative erano decisamente esagerate; nonostante ciò, l’atteggiamento generale della casta intellettuale rimande assai carezzevole. Gli elettori invece, secondo tutti i sondaggi, hanno capito l’antifona, e si preparano a bocciare sonoramente il Messia nero.

Cominciano a girare persino le barzellette: “A due anni dall’arrivo di Obama la disoccupazione è più alta, il debito più alto, i soldati in Afghanistan sono di più. Obama ha commentato: Tecnicamente, anche questo è cambiamento” (IlSole24Ore 22-9-10 pag. 11)

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Usa: sondaggi a picco per Obama

Il presidente, secondo la rilevazione Abc/Washington Post, non ha la fiducia di quasi 6 americani su dieci

MILANO – Sondaggi a picco per il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a quattro mesi dal voto di metà mandato. Secondo l’ultimo rilevamento AbcNews/Washington Post quasi sei americani su dieci non hanno fiducia nella capacità del presidente di prendere le decisioni giuste per il paese.

DISAPPROVAZIONE – Una chiara maggioranza di americani disapprova inoltre quello che sta facendo Obama per l’economia. Il presidente raccoglie ancora la stima dei membri del Congresso, ma anche su questo fronte la forbice si sta chiudendo. Sette elettori registrati su dieci dicono di non aver fiducia dei parlamentari democratici e una percentuale analoga ha altrettanto bassa stima dei colleghi repubblicani. Oltre un terzo degli americani – il 36% – non si fida della classe politica, sia che occupi la Casa Bianca che Capitol Hill. Tra gli indipendenti la delusione è ancora più alta: due terzi degli elettori si dicono insoddisfatti o addirittura arrabbiati per come sta funzionando il governo federale. Solo il 43% adesso approva quel che sta facendo Obama per l’economia, mentre il 54% disapprova. Su questo fronte anche un terzo dei democratici è pronto a bocciare il suo presidente. Sulla questione della leadership il 58% non crede che Obama sia in grado di prendere decisioni giuste per l’America contro un 42% che continua a riporre fiducia nell’inquilino della Casa Bianca.

Corriere della Sera, 13 luglio 2010

Usa: Obama crolla in sondaggi,ora al 44%

Obama: USA, l’amore è già finito

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Midterm Crisi, divisioni nei Democratici e guerra annunciano un flop elettorale

L’autunno di Obama è già pieno di spine

L’autunno di Obama Inteso come declino dell’obamismo. Le elezioni di midterm sono alle porte e, finite le primarie, la campagna elettorale entra nel vivo. Il rinnovo del Congresso rischia di rappresentare una debacle per i Democratici. Perdita quasi sicura della maggioranza al Congresso, fortemente in bilico quella al Senato. Ma la sconfitta elettorale pesa anche sul voto per eleggere i governatori in 38 Stati dell’Unione. Le elezioni di midterm sono da sempre un referendum sull’operato dell’inquilino della Casa Bianca e questa volta il risultato sembra abbastanza scontato.

Secondo un sondaggio Gallup, il Grand Old Party stacca i democratici del presidente Barack Obama di ben 10 punti percentuali, ipotecando un buon margine di consensi in vista del voto per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato. La rilevazione attribuisce, infatti, al partito all’opposizione il 51 per cento delle preferenze, contro il 41 dei democratici: uno scarto tale, a una sessantina di giorni dall’appuntamento elettorale, non si registrava dal 1942. Dati, però, che non debbono impressionare. Nel 1994, due anni di presidenza Clinton, i repubblicani guadagnarono la maggioranza in entrambi i rami del Congresso: non avveniva da quarant’anni. Clinton, però, portò a termine la sua presidenza e conquistò anche un secondo mandato.

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Il Tempo, 02/09/2010

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Via alla campagna per il voto di Midterm, mai così basso l’indice di gradimento del Presidente

Democratici, il problema è Obama

Il Labor Day segna l’inizio della campagna elettorale di Midterm per il rinnovo del Congresso e i democratici la affrontano con un piano di emergenza confezionato da Nancy Pelosi nel tentativo di scongiurare la vittoria repubblicana. A far scattare l’allarme in casa democratica sono state due tendenze: quella dell’elettorato a favorire i repubblicani imputando all’amministrazione la persistente crisi economica; e quella dei propri candidati che in molti collegi stato facendo di tutto per evitare ogni identificazione con il presidente Barack Obama. Come nel caso di Joe Donnelly, deputato uscente nel secondo distretto dell’Indiana, che nello spot tv dice di «non avere nulla a che fare con quelli di Washington» facendo coincidere la frase con la foto di Obama e Pelosi seduti assieme alla Casa Bianca. In South Dakota la deputata Stephanie Sandlin per tentare di conservare il seggio chiede addirittura il voto «contro il trilione di dollari speso per la riforma sanitaria» voluta da Obama. Il collega Jason Altmire, in Pennsylvania, corteggia gli elettori con la seguente motivazione: «Non ho certo timore di sfidare Obama e Pelosi».

Dietro il moltiplicarsi di questi episodi c’è la popolarità del presidente precipitata al 42 per cento al termine di un’estate che ha visto la disoccupazione crescere al 9,6 per cento. «Sono molti i candidati che non vogliono essere assimilati a Obama e preferirebbero fare comizi con Bill Clinton e Joe Biden» spiega Mark Halperin, analista politico di Time, secondo il quale «nei collegi in bilico una visita di Barack può trasformarsi nel colpo di grazia a favore degli sfidanti repubblicani».

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LaStampa, 6/9/2010

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Presidente: 50 mld Usd per rilancio infrastrutture e trasporti

Usa/ Obama attacca i repubblicani ma perde terreno nei sondaggi

Con tono combattivo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato ier, in occasione del Labor Day, un piano di investimenti nelle infrastrutture da 50 miliardi di dollari, per costruire nuove strade, ferrovie e aeroporti e stimolare l’economia statunitense da tempo sofferente.

[continua]

Il Riformista, 7/9/2010

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Obama e la guerra delle case

[…]

La guerra più importante per Barack Obama non è in Iraq e nemmeno in Afghanistan ma è in Nevada, Florida, Arizona e tutti gli altri Stati dove i prezzi delle case sono crollati di più del 30 per cento in due anni, dove milioni di persone sono senza lavoro e senza speranza.Per evitare una batosta alle elezioni di medio termine, i Democratici devono vincere sul fronte interno – l’«altra» America, quella che non ha il passaporto e si accultura con i reality shows, reality tv. E se Obama non riesce a convincere la maggioranza degli americani che l’economia è in via di miglioramento, rischia di passare alla storia come una meteora nel firmamento della politica americana: un presidente monotermine sconfitto dalla crisi finanziaria.

[continua]

La Stampa, 9/9/2010

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Le mani nelle tasche dell’America

Obama e le tasse. 30 anni di politica fiscale stanno per andare in fumo

Il piano fiscale di Obama spaventa gli Stati Uniti. Se dovesse essere approvato, infatti, la tassazione complessiva schizzerebbe all’improvviso dal 37,4% attuale al 45,0% (ossia dal 40,6 al 47,8% se si considerano pure le tasse sulle vendite), con inevitabili ripercussioni negative per l’economia e per l’occupazione. Ad evidenziarlo è lo studio Le tasse nel mondo: breve storia delle politiche fiscali (1981-2007), scritto per conto dell’American Enterprise Institute da Kevin A. Hassett e Aparna Mathur, e che pubblichiamo integralmente di seguito, nella versione tradotta a cura di Miriam Marinaccio.

[continua]

L’Occidentale, 14 /9/10

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Capo dello staff in fuga dopo l’addio degli economisti. Il presidente americano pronto al rimpasto per rilanciare la politica economica.

Obama in crisi perde pezzi

Fuggi fuggi generale. Obama continua a perdere pezzi nel suo staff. E, soprattutto, si dissolve il suo team economico. I «professori» tornano alle università. Negli gli ultimi due mesi l’addio di Christina Romer, l’altroieri di Lawrence Summers che torna ad Harward, e Peter Orszag. Ora lascia anche Herbert Allison, figura di spicco all’interno dipartimento del Tesoro americano con le sue responsabilità di supervisione del piano salva-banche da 700 miliardi di dollari, il Tarp (Troubled Asset Relief Program). Il posto vacante sarà preso da Tim Assad coem ha confermato il titolare del Tesoro. Ma già si parla di un rimpasto dopo le elezioni di midterm e la sostituzione al dipartimento del Tesoro con l’uscita di Tim Geithern. Le dimissioni dei «professori» sono giustificate con la scelta di tornare all’insegnamento: la Romer al Caltech e Summers ad Harward, ma di fatto ci sono profondi dissapori sulle strategie per affrontare la crisi.

[continua]

Il Tempo, 22/9/10

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La violenza scontata

Posted by ikzus su 14 settembre 2010


Fino a qualche tempo fa – non tanto, in realtà – in Italia lo stupro era considerato un reato non contro la persona, ma contro la morale; ed era normale che il violentatore beneficiasse delle attenuanti, per il solo fatto che la vittima “non si era opposta” oppure, col suo abbigliamento o col suo contegno generale, “aveva dato ad intendere …”. Cose da pazzi, vero? Eppure questo è ciò che succede sempre, quando esplode la violenza islamica in giro per il mondo; è successo anche questa volta.

Un tipo qualunque, pastore di una delle 60.000 sette (o chiese, o denominazioni, o associazioni …) protestanti germogliate dalla Riforma, in uno sperduto paesello dell’immensa campagna americana, dichiara che brucerà pubblicamente copie del Corano per celebrare degnamente il nono anniversario dell’11/9. Apriti cielo! Il mondo trattiene il fiato; i media si scatenano; l’esercito più potente della terra (per bocca del generalissimo Petraeus) paventa le conseguenze di tale gesto; persino l’imperatore del mondo (Obama I) si sgola per impedire tale sciagura. Perché? Perché tutti immaginano, come in un film del terrore, che a tale atto di per sé ridicolo seguirà una tragedia immane – cosa che difatti si verifica, pur se l’insignificante provocatore non eseguirà l’atto blasfemo. Ad oggi si registrano 18 morti, chiese scuole e missioni date alle fiamme, folle inferocite, un presunto kamikaze fermato appena in tempo in Danimarca. Superfluo aggiungere che nessuna delle vittime aveva nulla a che fare col telepredicatore.

Sappiamo tutti che molte donne si abbigliano in maniera vistosa, si comportano in modo allettante, usano la seduzione per ottenere ciò che vogliono, e a volte provocano più o meno apertamente l’altra metà del cielo, che perlopiù non ha la forza di resistergli. Tutto ciò può giustificare la violenza sessuale? Sbagliato provocare; inaccettabile – ripeto: INACCETTABILE! – utilizzare la provocazione come scusa per operare violenza. Invece, quando si tratta di Islam, ormai il riflesso condizionato di tutti rovescia immediatamente l’assunto: sbagliata la violenza, inaccettabile la provocazione! La paura, come un veleno lento ed inesorabile, ha ormai sconvolto la nostra mente: scambiamo l’effetto con la causa, attribuiamo le colpe del carnefice alla vittima, giustifichiamo tranquillamente l’assassinio e condanniamo drasticamente la carnevalata.

Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che il gesto in sé era assolutamente censurabile, che le convinzioni religiose devono essere massimamente rispettate, che la blasfemia è un atto gravissimo indipendentemente da ogni altra considerazione. Sono daccordo; mi limito a fare due osservazioni. In primo luogo, di fatto non è stata questa l’interpretazione che si è data alla vicenda: da Obama in giù, tutti hanno detto soltanto: “Ma sei scemo? Ma non sai cosa succede se …?”. In secondo luogo, se davvero la si pensasse così, non vedo che spazio potrebbero avere gli infiniti detrattori del cristianesimo – dal ‘grande’ Dan Brown al nostro ‘modesto’ Odifreddi, per dire – che invece non solo non vengono minimamente censurati, ma al contrario hanno costruito la loro fortuna proprio sulla melma che spargono a piene mani sui credenti della religione più  diffusa al mondo.

I musulmani devono fare i conti con la violenza del Corano (e riformarlo)

Gli occhi chiusi dell’Occidente

Il Corano non brucia, le chiese sì

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

Il rogo del Corano e l’ipocrisia di Obama

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Posted by ikzus su 22 luglio 2010


Obama: l’irresistibile ascesa di un’illusione

Da oggi in libreria il saggio su Obama scritto da Martino Cervo e Mattia Ferraresi

Al Foglio scherziamo su di un premio che vorremmo presto istituire: “Non è giornalismo” sarebbe il suo titolo o motivazione. La ragione è intuitiva: non ci piace il professionismo generico e compiaciuto di sé. Saper scrivere e cercare di essere intelligenti, dunque fondamentalmente onesti e rassegnati, ma con brio, nella relazione con se stessi e con il mondo, è una peculiarità che non si acquista per via deontologica, la si matura nella vita e la si conferma nell’esperienza, oltre che nella cultura o nella fede. Ci piace il mestieraccio, non la professione augusta, pomposa, ridondante, autoreferenziale, corporativa. Sappiamo di lavorare nell’ambito della selezione e della manipolazione dei fatti, non contiamo sull’invincibilità dell’Assoluto giornalistico, una sciocchezza settaria e una ridicolaggine anche grottesca.

Quest’anno il premio “Non è giornalismo” sarebbe vinto a mani basse da Martino Cervo e Mattia Ferraresi. L’inchiesta su Obama è un campione entusiasmante di curiosità ben costruita, di racconto a tesi che non conclude troppo ma dà quanto promette, di indagine che crea vere piste e veri depistaggi con l’ausilio di letture originali (Benson, Gioacchino da Fiore), di uno spirito cristiano e cattolico militante ma mai invasivo e mai petulante. Per fare agli autori il miglior complimento possibile, non sembra nemmeno un libro su Obama, genere così battuto da risultare ormai palloccoloso. Nella ricerca accurata si sente la vivacità di un’ipotesi, decisiva per scoprire qualcosa, e perfino una vena di pregiudizio, importante per giudicare con l’energia di pensiero necessaria.

L’indagine non riguarda l’immensa fortuna del candidato perfetto Barack Obama, o la sua tremenda disgrazia di presidente in calo di popolarità, anche se il libro è pieno di informazioni ben trasmesse e per così dire tirate a lucido, filtrate con sapienza; ma alla fine si distingue negli autori una perfetta noncuranza dei dettagli politici da trivio. Del fenomeno di questo strano “leader cristiano” che intende fermamente redimere il mondo impaziente di essere redento con il suo umanitarismo organicamente civile, terreno, capace di subordinare a sé il linguaggio anche sentito e vissuto della fede religiosa, gli autori vogliono cogliere l’essenziale, il nucleo atomico che poi si scinde nelle diverse sezioni della cronaca e della storia politica americana di questi anni. Li aiuta un romanzo dimenticato, quello di Robert Benson sul padrone del mondo, metafora assolutamente perfetta di ogni messaggio fondato su valori umanistici perfettamente razionalizzati; e la teologia storica di Henri de Lubac, in particolare la sua celebre tesi sull’umanesimo ateo e il suo saggio su Gioacchino da Fiore (lo spiritualismo senza il Cristo della fede e della storia può portare da qualsiasi parte, come avrebbe detto anche Gilbert K. Chesterton).

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Posted by ikzus su 22 luglio 2010


Obama chiude Guantanamo (ai giornali)

Se sei in guerra contro al Qaida non puoi dire tutto, nemmeno al Nyt

In attesa di chiudere il carcere speciale di Guantanamo, Barack Obama si accontenta di restringere l’accesso ai giornalisti in visita. Una pattuglia di giornali e agenzie non certo avversa per principio all’Amministrazione democratica – New York Times, Washington Post, Reuters e molti altri – sta per sporgere una denuncia formale al Pentagono per le regole restrittive che i cronisti sono obbligati a firmare prima di mettere piede nella base americana a Cuba. Ogni dettaglio è contemplato in modo maniacale: quante foto si possono fare, come si possono fare, chi è lecito intervistare e cosa i cronisti possono appuntarsi sui taccuini.

In maggio, quattro giornalisti che avevano già visitato Guantanamo a partire dal 2002 sono stati espulsi per aver pubblicato il nome di uno dei giurati del processo al canadese Omar Khadr. Tre sono stati riammessi, ma la riservatezza ai confini della censura infastidisce. Il presidente paga promesse impossibili da mantenere. Come Guantanamo non si chiude a suon di belle parole, così l’ideale di un governo perfettamente trasparente – in contrasto con l’omertosa opacità dell’Amministrazione Bush – è un’arma che si ritorce contro il presidente, assediato dai suoi stessi amici. Se Obama avesse ammesso ciò che tutti sanno – cioè che nel governo di un paese in guerra contro al Qaida ci sono cose che non si dicono – forse si sarebbe risparmiato le bugie che ora tornano sotto forma di querele.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 7 luglio 2010


Il passo indietro della Casa Bianca

Tutti d’accordo sul riavviare colloqui diretti tra Autorità Palestinese e governo israeliano, nel ritenere la prospettiva di un Iran nucleare una minaccia inaccettabile alla sicurezza regionale, e nel ribadire il legame «infrangibile tra Stati Uniti e Israele». Ma al di là delle belle parole, è Benjamin Netanyahu a uscire vincitore dai colloqui allo Studio Ovale ed è Barack Obama a dover fare buon viso a cattivo gioco. Forse Obama ha scelto ancora una volta di privilegiare l’agenda interna, ha pensato alla potentissima lobby ebraica e alla sua capacità di influenzare le elezioni di mid term, già presentate come un test decisivo per una presidenza in serio calo di popolarità. Ma forse è anche l’inizio della revisione di una strategia, quella dell’amministrazione Usa, che fin qui ha portato risultati davvero scarsi.

L’ambizioso, e generoso, progetto di Obama di ricollocare gli Usa come un honest broker in Medio Oriente si è probabilmente scontrato con la realtà: una realtà nella quale l’America di Obama è decisamente meno potente di quella di Clinton e persino di quella di George W. Bush, anche se di quest’ultima senz’altro più accattivante.

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Posted by ikzus su 4 luglio 2010


Il migliore dei carceri possibili

Guantanamo non si può chiudere. Ora se n’è accorto anche Obama

di Mattia Ferraresi

La chiusura del carcere speciale di Guantanamo sta scivolando sempre più in basso nell’agenda di Obama, tanto che il New York Times, sempre molto in linea con l’Amministrazione, sostiene sia “improbabile che il presidente Obama mantenga la sua promessa di chiuderlo entro la fine del suo mandato, nel 2013”. Dalla fanfara del primo giorno di servizio, quello in cui Obama aveva firmato l’ordine esecutivo per la chiusura di Guantanamo entro un anno, sono passati sedici mesi in cui il presidente ha rimandato, ha fatto nuovi propositi, ha licenziato il consigliere della Casa Bianca a cui aveva affidato il caso, per poi essere costretto ad ammettere che – come qui si sospettava – lo spazio politico e strategico per la chiusura di Guantanamo non c’è.

Il dibattito sul supercarcere istituito da Bush non è fatto di dettagli tecnici. Quando Obama ha firmato per la chiusura, voleva ribaltare l’intera narrazione della giustizia del dopo undici settembre e rovesciare l’idea che ci fosse uno spazio esterno alla giustizia ordinaria dove trattare i più straordinari dei detenuti: i terroristi. Allo stesso modo, la rinuncia obamiana è l’ammissione implicita che il carcere speciale di Bush è il modo più efficace per trattare la minaccia del terrorismo; Obama non ha una vera alternativa a portata di mano, perché un’alternativa radicale non esiste. La testa dell’avvocato della Casa Bianca, Greg Craig, è rotolata proprio nello sforzo titanico di creare una mistica obamiana dei diritti civili uguale e opposta a quella di Bush.

Craig è stato incaricato da Obama
di occuparsi del dossier di Guantanamo quattro giorni dopo che le urne l’avevano eletto presidente. Per Obama si trattava della cosa più importante, la sintesi di una visione del mondo, e per questo non c’era tempo da perdere. Ma Craig è crollato sotto i colpi della realtà. L’Amministrazione ha provato diverse vie per chiudere il carcere, e tutti i fallimenti sono stati coperti con problemi tecnici e varie versioni del “ci stiamo lavorando”. Il principio a parole è intatto, ma Craig nei fatti è stato licenziato. Al suo posto è arrivato Bob Bauer, che da subito ha fatto capire che la virtù massima nella gestione del dossier è la cautela.

Non tutti alla Casa Bianca concordano con l’idea che la chiusura di Guantanamo sia cosa buona e giusta. Da subito il capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel, si è detto d’accordo sull’inversione ideale del bushismo, ma non proprio certo che la chiusura del carcere senza se e senza ma fosse l’alternativa giusta. Per mesi si è parlato della struttura dismessa di Thompson, a 150 miglia da Chicago, come alternativa a Guantanamo, ma il progetto si è arenato, perché trasferire i prigionieri sul suolo americano vorrebbe dire prendersi il rischio enorme di sottoporli alla giustizia ordinaria, con la certezza – confermata dai dati – che la maggior parte degli eventuali rilasciati tornerebbe alle sue occupazioni jihadiste con zelo rinnovato.

Anche il dipartimento di Giustizia si è fatto più cauto e il ministro Eric Holder ha smesso di tuonare contro il carcere speciale, che peraltro è tornato a essere apprezzato dall’opinione pubblica (i sondaggi dicono che il 60 per cento degli americani non vuole la chiusura di Guantanamo) dopo l’attentato del Natale scorso, il massacro di Fort Hood e il suv carico di esplosivo trovato a Times Square. L’Amministrazione sta rinunciando anche a processare la mente dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, a New York in autunno (un altro annuncio improvvido), mentre le funzionalità della prigione segreta nella base americana di Bagram, in Afghanistan, sono state potenziate. L’unica strada percorsa dall’Amministrazione è il trasferimento di prigionieri in paesi terzi: 33 sono stati accettati dagli alleati e nella lista dei papabili ne rimangono soltanto 22. Per tutti gli altri Obama prende tempo, e alla Casa Bianca fermenta l’idea che nell’interesse della sicurezza nazionale Guantanamo sia il migliore dei carceri possibili.

29 giugno 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 14 giugno 2010


“Tornatevene ad Auschwitz”

di Alessandro Schwed

All’alt dei soldati israeliani, i “pacifisti” hanno gridato il loro inno alla fine ebraica

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante.

E’ la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? E’ in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale.

E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. E’ dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati.

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Posted by alenu su 7 giugno 2010


La crisi finanziaria è stata innescata dal “buonismo”

di Nucci Alessandra

Le regole c’erano, solo che esse, per motivi sociali, incitavano all’irresponsabilità

E’ noto che la crisi economica mondiale è stata innescata dalla superficialità di banche e lìnanziarie nel concedere il credito a cliente non solventi. Meno noto è il fatto che tale superficialità fu istigata e protetta da leggi degli anni Novanta che costrinsero le banche negli Usa a fare i prestiti chiamati eufemisticamente sub-prime, cioè meno che di prima scelta, per motivi sociali.

Iniziò con una legge del 1989 che impose alle banche di raccogliere dati sull’appartenenza razziale dei beneficiari. Ne emersero statistiche che facevano riferimento solo all’etnia e non anche alle condizioni economiche e alle garanzie di solvibilità, per cui furono viste come conferme ai sospetti di un trattamento preferenziale per i bianchi. Uno studio della Federal Reserve di Boston nel 1992 sentenziò che nella concessione di mutui vigeva una sistematica discriminazione contro le minoranze.

Con la scusa dunque di difendere le minoranze, il governo Clinton (1993- 2000) resuscitò e ampliò una legge degli anni Settanta, la Consumer Reinvestment Act, che imponeva alle banche comportamenti più socialmente responsabili, fra cui quelli di aprire filiali in zone depresse e di concedere una percentuale altissima di prestiti a clienti a rischio. Non ottemperando queste disposizioni le banche si esponevano al rischio di vedersi ostacolare le operazioni di fusione, acquisto, apertura di filiali e simili.

A controllare gli adempimenti, oltre alla Fed e a una commissione parlamentare, stavano anche le organizzazioni di attivisti (il terreno di coltura politico che ha figliato il fenomeno Obama) finanziate dallo Stato, con il potere di paralizzare, con i loro rapporti negativi, le attività delle banche. Fu così che, oltre ad aumentare in maniera vertiginosa i prestiti privi di garanzie, le banche si trovarono anche a dover comprare la benevolenza di questi “community organizers”.

Com’è noto, poi, questi prestiti venivano impacchettati e rivenduti. Fra i principali istituti ad assorbirli furono i colossi parastatali Fanny Mae e Freddie Mac, enti che, a loro volta, subivano pressioni, sia dal basso, sia dai parlamentari per abbassare la soglia delle garanzie necessarie per un mutuo, Le cause della catastrofe non sono tutte qui naturalmente, ma è stato questo il suo inizio: non quindi a causa della mancanza di regole ma in virtù di precise regole che incitavano all’irresponsabilità.

E il caso di notare che Barack Obama, da senatore, ottenne, alla stregua di altri parlamentari, lauti finanziamenti da Fannie e Freddie, e fu fra i parlamentari democratici che, nel 2005, bloccarono le proposte di legge (fra cui una di John McCain) che avrebbero limitato le dimensioni di questi enti.

Adesso il governo Obama ha varato una legge di riforma per imbrigliare Wall Street, adducendo, come scopo, quello di evitare che si ricreino le condizioni che portarono allo sfascio. Dando por acquisito che, a causare la crisi, fu la mancanza di regole, la riforma impone, con aria virtuosa, un’infinità di costosi regolamenti che avranno l’effetto di limitare i profitti. Ma è davvero questo l’importante? O l’importante non è piuttosto far ripartire l’economia? Perché, come aveva notare il Wall Street Journal, il peso di questa iper-regolamentazione non graverà sulle grosse banche,** che dispongono già di uffici esperti nel navigare all’interno del gigantismo statalista, ma sui concorrenti più piccoli del mondo del credito «quelli che non hanno causato la crisi e non hanno i mezzi finanziari per assorbire questi costi».

Italia Oggi di giovedì 3 giugno 2010, pagina 11

**non a caso, all’indomani del passaggio della legge al Senato, le quotazioni in borsa delle cinque più grandi banche americane sono schizzate in alto [an]

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Go Obama, go!

Posted by ikzus su 10 marzo 2010


Questa volta mi iscrivo anch’io al club degli obamentusiasti: finalmente il superpresidente ne combina una buona! Mi riferisco alla dichiarazione secondo cui gli USA procederanno ad una riduzione «dramatic» dell’arsenale atomico, con l’eliminazione di «migliaia di testate nucleari». Per carità, solo parole – fin’ora Obama non ha fatto altro, purtroppo -, tuttavia importanti. Il nostro povero mondo, oltre a tutte le altre miserie, continua a rischiare l’olocausto; le bombe atomiche a disposizione delle varie potenze sono un multiplo del quantitativo necessario per distruggere completamente il pianeta. Dunque è veramente necessario procedere ad una drastica riduzione di questo tipo di armamenti, e qualcuno deve pur cominciare. Bravo Obama, vai così!

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Ultimi ritocchi alle nuove linee guida del Pentagono: il piano riguarda
anche le testate dislocate in Europa. Finisce l’era della mutua distruzione

Disarmo, la svolta di Obama
“Pronto a ridurre le atomiche”

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Mare fermo, Obama a picco

Posted by ikzus su 23 febbraio 2010


I sostenitori del global_warming_a_tutti_i_costi somigliano sempre più a Barack Obama: ormai cominciano a fare tenerezza!

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Il livello dei mari si innalza. Anzi no

Scienziato ritratta le sue previsioni: “Ho sbagliato i calcoli”

La raccontava il Guardian di ieri, ed è solo l’ultima gaffe della scienza climatica, e come le altre (tra tutte la previsione sballata sullo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya fatta in base a un documento del Wwf) smonta un altro pezzo del castello che negli anni l’Onu, Al Gore e gli scienziati dell’Ipcc hanno costruito sostendendo che senza ombra di dubbio il pianeta si stesse riscaldando per colpa dell’uomo. Chi osava contraddire era bollato come “negazionista”, diventava un parìa della scienza del clima. Il riscaldamento globale causato dell’uomo porterebbe con sé un corollario di disastri più o meno catastrofici, sbandierati dai media come prossimi. Tra questi, l’aumento fino a 82 cm del livello complessivo degli oceani del mondo. Così scriveva il report del 2007 dell’Ipcc (quello che parla anche dell’Himalaya), e così confermava uno studio apparso su Nature Geoscience (rivista tra le migliori del settore) a firma di Mark Siddall, dell’Univerità di Bristol. Appena scoppiate le polemiche sugli studi approssimativi dell’Ipcc, Siddall ha ritrattato il suo studio dicendo di avere compiuto almeno un paio di errori. Ecco perché “non possiamo trarre alcuna conclusione certa sul livello del mare alla fine del secolo”, ha detto Siddall.

da http://www.ilfoglio.it

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Obama media, ma la riforma sanitaria Usa è ancora in alto mare

La proposta del presidente si scontra con un Congresso diviso

New York, 23 feb. (Apcom) – Il presidente americano Barack Obama ha presentato la sua versione della riforma della sanità, nella speranza di sbloccare l’iter della legge approvata sia dalla Camera che dal senato nei mesi scorsi, ma in due versioni inconciliabili.

Il testo di legge presentato da Obama è l’ultimo atto nel lungo dibattito sulla riforma della sanità, un’impresa tentata da numerosi presidenti americani e sempre naufragata. Il presidente ha preso in mano direttamente la riforma, dopo avere delegato per oltre un anno la materia al Congresso, ma questo non significa che la soluzione sia più vicina. Anzi: il consenso sul testo di Obama non c’è né alla Camera né al Senato e poco è cambiato nelle ultime settimane, quando anche i democratici più ottimisti del Congresso avevano definito la riforma “in fin di vita”.

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OBAMALLAH

Posted by ikzus su 17 febbraio 2010


Ho pubblicato un libro !!!

Si tratta di un testo sull’Islam in formato ebook, è possibile scaricarlo gratuitamente da qui, oppure anche a questo indirizzo (previa registrazione gratuita).

Per l’occasione ho aperto un blog apposito: http://obamallah.wordpress.com.

Qui di seguito la prefazione di Magdi Allam.

Pietro Castagneri non è, almeno formalmente, un islamologo, ovvero un esperto di islam. Di fatto ha realizzato un’opera di islamologia di valore scientifico per la correttezza dei dati e l’elaborazione oggettiva dei temi. Al punto che considero “Obamallah” un testo di riferimento di particolare interesse non solo per i neofiti ma anche per coloro che vogliono approfondire la complessa e mistificata realtà dell’islam.

Vi consiglio calorosamente di leggerlo. Castagneri è riuscito brillantemente nella sua impresa esponendo l’insieme dei fatti e dei concetti in modo semplice e pacato in modo da risultare comprensibile e avvincente al grande pubblico. Vi troverete una solida struttura fondata sulla ragione che ci consente di pervenire alla realtà dei fatti e di valutarli criticamente, ma potrete toccare con mano una profonda spiritualità che nasce dall’amore sconfinato per la vita, la verità e la libertà.

Se pertanto il giudizio sull’islam come religione è rigoroso evidenziando la sua negatività, ciò è sempre e comunque correttamente rapportato alla violazione dei diritti fondamentali della persona che incarnano i valori non negoziabili della nostra comune umanità e civiltà. Senza che vi sia mai un pregiudizio nei confronti dei musulmani come persone, il cui rispetto nella certezza della pari dignità che prescinde da qualsiasi credo religioso non è assolutamente messo in discussione.

Partendo dall’analisi dettagliata del discorso pronunciato il 4 giugno 2009 al Cairo dal presidente americano Barack Obama e il cui testo viene fedelmente riportato nella sua integralità in appendice, Castagneri ci dimostra come, da un lato, l’ideologia dell’islamicamente corretto abbia ormai contagiato la residua superpotenza mondiale e, dall’altro, che l’insieme dell’Occidente sia votato al suicidio della propria civiltà per aver scelto di relativizzare la propria fede, valori e identità fino al punto da trasformarsi in una terra di conquista prossima a sottomettersi alla sharia, la legge di Allah.

Colpisce il rigore documentativo e metodologico con cui Castagneri si muove all’interno del tema dell’islam, che oggi più di altri si presta a reazioni improntate alla suscettibilità fino a degenerare nella condanna assoluta e inappellabile da parte degli estremisti e dei terroristi che si arrogano il monopolio del “vero islam”. Ebbene questo rigore si sposa perfettamente con la scelta dell’autore di essere “politicamente scorretto”, o sarebbe meglio parlare di “islamicamente scorretto” in considerazione della materia trattata. Ed è proprio questa sintonia tra la scienza oggettiva e la scelta soggettiva che evidenzia come, su un piano squisitamente umano, verità e libertà siano due facce della stessa medaglia, così come anche, sul piano che attiene alla trascendenza, ragione e fede possano coniugarsi felicemente.

E’ un testo che scorre agevolmente anche per la suddivisione nelle voci più gettonate della questione islamica che corrispondono ai grandi quesiti che periodicamente tutti noi ci poniamo e che coincidono con i problemi più critici della nostra quotidianità e più esplosivi per il nostro futuro. E’ un’impostazione che mira a facilitare la comprensione e a favorire la valutazione critica, fatta con l’animo di chi ha maturato una piena consapevolezza della gravità della crisi in cui è sprofondato l’Occidente cristiano e, al tempo stesso, si sente investito dell’imperativo etico di suonare l’allarme per porre un argine alla tendenza suicida che all’insegna del relativismo, del buonismo e dell’islamicamente corretto porta a mistificare la realtà, violare i nostri valori e tradire la nostra identità che affonda nelle radici giudaico-cristiane.

Personalmente ringrazio Castagneri per lo straordinario impegno profuso che gli ha consentito di scalare con successo una vetta insidiosa ed irta, un traguardo che si è reso possibile solo in virtù di una eccezionale fede nel Dio autentico dell’Amore e della Pace, unitamente ad una incontenibile passione per la salvezza della persona fatta a sua immagine e somiglianza. E’ questo lo spirito positivo e costruttivo che permea l’insieme del suo messaggio rivolto principalmente ed essenzialmente a tutti noi laici, credenti, agnostici e atei, invitandoci a prendere consapevolmente e coraggiosamente nelle nostre mani il destino dell’Occidente cristiano per il riscatto della nostra umanità e la salvezza della nostra civiltà.

Magdi Cristiano Allam

(Fabrica di Roma, 13 gennaio 2010)

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Wind of change

Posted by ikzus su 22 gennaio 2010


Quand’ero ragazzo ritagliavo giornali; lo faccio ancora.

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Grave disfatta per i democratici del presidente americano Barack Obama che hanno perso il seggio di senatore del Masshachusetts che fu di Ted Kennedy. Alle elezioni ha vinto infatti il repubblicano Scott Brown con il 52% dei voti, contro la democratica Martha Coakley con il 47%, secondo dati relativi al 90% degli scrutini.

Con la sconfitta del Massachusetts, i democratici si ritrovano con soltanto 59 voti su 100 al Senato, al di sotto della soglia di 60 seggi necessaria per fermare l’ostruzionismo repubblicano e portare avanti le riforme, in primo luogo quella per la sanità.

Erano 30 anni che in Massachusetts non veniva eletto un repubblicano. Ted Kennedy, che è morto l’anno scorso, era uno dei più decisi sostenitori della riforma sanitaria, che definiva «la causa della mia vita». Il voto appare in parte anche come un’indicazione di un calo dei consensi verso Obama, che si è insediato alla presidenza americana esattamente un anno fa.

Una delle roccaforti più solide del mondo liberal e democratico, che Obama aveva conquistato in novembre con ben 26 punti di margine su John McCain

Una debacle di portata storica per il partito democratico, uno vero e proprio tsunami che si abbatte, amara ironia della sorte, su Barack Obama proprio nel giorno del primo anniversario dal suo insediamento alla Casa Bianca.

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