ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘Israele’

Posted by ikzus su 26 dicembre 2010


Ahmadinejad deve riconoscere di essere stato battuto da “Stuxnet”

Mahmoud Ahmadinejad ha riconosciuto che il programma iraniano di arricchimento dell’uranio ha subito una battuta d’arresto: “ Sono stati in grado di mettere fuori uso, in modo limitato, alcune delle nostre centrifughe attraverso un software installato nelle nostre attrezzature elettroniche”, ha riconosciuto il presidente iraniano di fronte ai giornalisti. Bell’eufemismo. Il programma iraniano d’arricchimento dell’uranio è stato messo al palo per un significativo lasso di tempo; le sue risorse tecniche drenate altrove; e le risorse umane disorganizzate. Il software in questione è un worm per computer di nome Stuxnet ( N.d.T. un worm è programma auto-replicante capace di propagarsi attraverso una rete con effetti distruttivi sul sistema in questione), già visto in azioni (di successo) nella breve narrativa storica delle cyber-guerre.

Stuxnet ha fatto per la prima volta la sua comparsa lo scorso 17 Giugno, quando una compagnia di sicurezza digitale di Minsk, VirusBlokAda, ne fece la scoperta in uno dei suoi computer destinato ad uno dei suoi clienti iraniani. E’ stato immediatamente chiaro che Stuxnet non era un comune malware (N.d.T. per malware si intende qualsiasi programma inteso a danneggiare o mettere fuori uso computer o sistemi per computer).

Infatti Stuxnet non è un virus ma un worm. Si tratta di virus che si appoggiano su programmi già presenti su di un computer. I worm sono programmi in tutto e per tutto, che si nascondono dentro un computer, e che segretamente si propagano in altri computer. Dopo un mese di studio alcuni ingegneri di cyber-sicurezza hanno emesso la sentenza: Stuxnet è stato disegnato per interferire con sistemi industriali costruiti dalla casa tedesca Siemens, con la finalità di mettere fuori uso i controlli di supervisione ed i protocolli di acquisizione dati degli stessi, i c.d. SCADA. Come a dire che, a differenza di molti malware oggi in circolazione (tesi alla mera manipolazione di operazioni virtuali), Stuxnet può invece generare conseguenze nel mondo reale: questo worm è infatti in grado di comandare tanto i lavori di un grande stabilimento industriale, quanto quelli di una centrale energetica, di una diga o di un’industria. Di quale impianto si sia trattato in questo caso, non è dato saperlo.

Quel che sappiamo però, è che Stuxnet ha sin da subito mostrato un profilo di anomalia rispetto ai suoi predecessori. I worm che hanno interferito con SCADA non sono sconosciuti ma eccezionalmente rari. Quale sequenza di codice fisico, Stuxnet è enorme (si stima che pesi all’incirca mezzo megabyte), superando in grandezza, di molti multipli, un medio esemplare di worm in circolazione.

Prendiamo in conto ora il suo raggio d’infezione: Stuxnet è riuscito ad infiltrarsi in almeno 100.000 computer in tutto il mondo, di cui il 60% solo in Iran. Senza contare che la potenza e l’eleganza di Stuxnet lo rendono ancora più intrigante agli addetti ai lavori. Molti sistemi industriali girano su computer che usano Microsoft Windows quale sistema operativo. Gli hacker mettono alla prova costantemente quelle che in gergo vengono chiamate le vulnerabilità del “giorno zero” (zero day vulnerabilities), i punti deboli del codice non identificati dai programmatori-creatori. Su un pezzo di software sofisticato quale è Windows, la scoperta di una sola vulnerabilità del “giorno zero” è estremamente rara. Basterà dire allora che i creatori di Stuxnet ne hanno trovate, e usate, ben quattro. Nessuno negli ambienti della cyber-sicurezza aveva mai visto niente del genere.

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Posted by ikzus su 4 ottobre 2010


GERUSALEMME. Dal nostro inviato
La paura più grande per un demografo è di non essere ascoltato quando legge le sue carte e indica il destino di un popolo. Quella di Sergio Della Pergola, demografo israeliano di fama mondiale, è che Israele ignori di essere al suo bivio esistenziale: dal Mediterraneo al Giordano gli arabi crescono più degli ebrei. Più si occupano territori meno si afferma il carattere ebraico di Israele: la ragione per cui è nato lo stato.

Terra e demografia sono i pilastri del conflitto. Un sondaggio del giornale Ma’ariv rivela che per gli israeliani il problema demografico è “la minaccia”: più del programma nucleare iraniano, del terrorismo e di Hezbollah. Rinunciando a fermare gli insediamenti, la negazione di uno stato palestinese è evidente e l’annessione della Cisgiordania la conseguenza implicita. Della Pergola trae il risultato, precisando di non partire «dalle mie convinzioni politiche ma dall’analisi. Già il 15% della popolazione israeliana è araba», spiega. «Con i palestinesi di Cisgiordania salirebbe al 35% circa. Se diamo loro tutti i diritti civili e si organizzano in un partito, avranno il gruppo parlamentare più grande della Knesset. In un governo di coalizione Abu Mazen potrebbe chiedere gli Esteri, Salam Fayyad il Tesoro. Non riconoscere diritti a una sezione così importante della popolazione è insostenibile, farlo porterebbe a questo risultato».

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Panorama Obama 2

Posted by ikzus su 29 settembre 2010


Proseguiamo il panorama delle voci che mettono in rilevo il declino del Black President.

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Il giornalista del Watergate sull’Afghanistan

Woodward ci consegna l’immagine di un Obama in guerra con i suoi generali

di Luca Meneghel

Che tra Barack Obama e i suoi consiglieri militari non corra buon sangue è cosa nota, e il caso del Generale McChrystal – silurato per le critiche affidate a un giornalista di “Rolling Stone” – è solo la punta di un iceberg molto profondo. Lunedì mattina, a conferma delle indiscrezioni pubblicate quotidianamente dai giornali di tutto il mondo, gli americani troveranno in libreria un volume che racconta molti aneddoti scottanti: si tratta di “Obama’s Wars” (Simon & Schuster), il nuovo saggio del giornalista investigativo Bob Woodward. Dagli anni settanta, quando insieme a Carl Bernstein scrisse una serie di articoli che portarono alle dimissioni di Richard Nixon, Bob ne ha fatta di strada: ogni suo libro è diventato un bestseller, grazie a fonti di alto livello e alla consultazione di documenti estremamente riservati.

L’Occidentale  venerdì 24 settembre 2010  [continua]

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L’Obama pallido che rinforza l’Iran

Per costare 20 miliardi di dollari l’anno, l’Onu è produttivo: riesce infatti a rappresentare veridicamente la pericolosa confusione in cui versa oggi la politica mondiale. A ogni Assemblea Generale, la cui maggioranza è costituita da Stati non democratici, gli Stati Uniti rappresentano sempre agli Stati membri i loro buoni sentimenti, e ieri una quantità enorme di buona volontà è stata disegnata nel discorso di Obama. Il presidente è apparso ispirato da grandi cause umane e civili in maniera un po’ esagerata e astratta: ha dedicato un terzo del suo tempo alla certezza che entro un anno si possa raggiungere la soluzione del conflitto medio orientale, non si capisce se per irresponsabilità dei suoi consiglieri o per un suo sogno di onnipotenza. Ha opinato “accountability” delle classi dirigenti, società civile al potere, diritti umani, condizione femminile, inizio dello sgombero dell’Afghanistan… E poi ancora; sconfiggeremo Al Qaida; mano tesa con l’Iran, mentre «abbiamo intrapreso una nuova politica mondiale e quindi nessuno si aspetti che gli Usa agiscano autonomamente, solo il rapporto multilaterale col mondo emergente disegnerà la nostra politica».

Il Giornale, 24/9/2010 [continua]

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Obama e i cocci del dream team

di David Rothkopf

I motivi all’origine delle dimissioni di Larry Summers dalla carica di massimo consigliere per l’economia del presidente Obama non contano, né importa che cosa abbia fatto durante il suo mandato alla Casa Bianca. Ciò che più conta è che cosa accadrà adesso.
Summers lascia un vuoto enorme al vertice del team di consiglieri di Obama, in un momento di grande incertezza per il presidente, gli Usa e l’economia internazionale. Mentre la maggior parte dell’opinione pubblica si concentrerà sulla persona scelta per sostituire Summers, il primo posto nel quale Obama deve guardare è dentro di sé. È innegabile che i massimi funzionari e dipartimenti della Casa Bianca hanno successo solo nella misura in cui il presidente consente che l’abbiano. È il presidente a dare pieni poteri alle persone, a esserne garante, a decidere lo stile del lavoro.
L’ondata di dimissioni in ambito economico – Peter Orszag, capo dell’Ufficio budget della Casa Bianca, e Christina Romer, capo del consiglio dei consiglieri economici, e Summers – cancella la squadra di all star che Obama aveva tanto pubblicizzato. La realtà è che tutti loro sono stati di successo, collaborativi, creativi o capaci di stabilire le giuste priorità soltanto nella misura in cui il presidente glielo ha permesso. Vale la pena osservare che accanto a loro, nei briefing quotidiani sull’economia, c’erano anche altri personaggi di spicco, Rahm Emanuel, David Axelrod, Valerie Jarrett e Tim Geithner, il segretario del Tesoro. Quando il polverone sollevato calerà, sembra che resteranno solo Jarrett e forse Geithner.
Nello sport, quando una squadra gioca male, la prima persona a dover fare fagotto è il manager o l’allenatore. In politica, pare sempre che sia la squadra a sciogliersi.

IlSole24Ore, 24/9/2010 [continua]

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Jimmy Obama: il paragone con Carter preoccupa la Casa Bianca

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I paragoni fra la Casa Bianca di Obama e la fallita presidenza di Jimmy Carter sono ogni giorno più numerosi. E a farli sono i democratici.

Walter Mondale, vicepresidente sotto Carter, ha dichiarato al New Yorker questa settimana che, alla fine degli anni Settanta, gli elettori nervosi e infuriati “si rivoltarono contro di noi, proprio come contro Obama”. Mentre i sondaggi andavano a sfavore della sua amministrazione – ha ricordato Mondale – Carter “cominciò a perdere fiducia nella propria capacità di colpire il pubblico”. E adesso i democratici a Capitol Hill dicono che la stessa cosa sta accadendo a Obama.

L’Occidentale  sabato 25 settembre 2010  [continua]

© The Wall Street Journal Traduzione Andrea Di Nino

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Posted by ikzus su 24 agosto 2010


IL SORPASSO DELLA CINA E I NUOVI SCENARI

Quando il profetismo degli esperti viene smentito dalla storia

di Vittorio Messori

“Svolta storica“: ecco che ci risiamo, con il consueto corteo di analisi, di proiezioni, di previsioni. Questa volta tocca alla Cina, con il sorpasso della sua economia su quella giapponese. Come al solito, turbe di “esperti“ ci disegneranno  i loro scenari per l’avvenire dell’Impero di Mezzo. Ma il guaio dell’età è l’istinto di girar pagina, per confrontarsi con la cronaca del momento, lasciando in pace  la futurologia. Chi, come me, era al liceo e poi all’università tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta è vaccinatissimo contro il profetismo degli “esperti“.

Tanto per iniziare con un caso personale: nel 1961 la Torino in cui vivevo raggiungeva il milione di abitanti. Sociologi, demografi, economisti, presi sul serio dai politici, prevedevano con assoluta sicurezza che nel Duemila la città avrebbe superato i due milioni. In quell’anno, la popolazione del Comune era di 865.000 persone. Ma, in quegli anni, in una inchiesta su l’Espresso, Eugenio Scalfari profetizzava che, negli anni Ottanta, l’Unione Sovietica avrebbe superato come ricchezza, benessere personale, libertà stessa America e Europa Occidentale. A Scienze Politiche i docenti, con occhi luccicanti, ci parlavano delle meraviglie della  decolonizzazione, allora in atto. Prevedevano, soprattutto, un boom africano: economia e cultura “nere“ sarebbero esplose e ci avrebbero surclassati. Intanto, i più venerati tra i sociologi   pubblicavano best seller sulla “eclissi del Sacro nella società secolare“. Nel prossimo futuro, giuravano, ci aspettava il declino della religiosità : si sarebbe spento, o ridotto a nicchia, anche il cristianesimo, mentre l’editto di morte per l’islamismo era già pronunciato. Fede, questa, nata per beduini nel deserto, incapace di confrontarsi con la modernità. Non poteva esserci posto per essa, per i suoi decrepiti precetti, nei nuovi stati asiatici e africani nati dalla decolonizzazione.

Teneva banco, soprattutto, il think-tank degli ascoltatissimi super-esperti riuniti nel “Club di Roma“: con la sicurezza di chi si appoggia solo su dati sicuri, annunciavano, implacabili, “la fine dello sviluppo“. Entro pochi anni, le riserve di materie prime si sarebbero esaurite, a cominciare dal petrolio. Ci aspettava, ben prima del Duemila, la regressione alle caverne per mancanza di mezzi fornitici da Madre Terra.  Ma ci attendeva anche una grande glaciazione, si andava verso “il raffreddamento globale“. Non è una battuta ironica sugli apostoli attuali del global warming. Ricordo come, da giovane cronista, fui inviato a un grande congresso internazionale e riferii ai lettori  dell’unanime parere dei climatologi: la forza del Sole si indeboliva per lo schermo provocato dall’inquinamento, presto avremmo visto iceberg alla deriva nel Mediterraneo. A Venezia saremmo andati con slitte e pattini. Anche se lo si è rimossa con disagio, era quella, allora, l’ossessione dell’apocalittismo ambientalista.

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Posted by ikzus su 4 agosto 2010


I missili di Hamas sulla “pace fredda” tra Israele e ANP

di Claudio Pagliara

Gerusalemme. Netanyahu e Abu Mazen non si sono ancora dati appuntamento e già un minaccioso terzo incomodo si è invitato a colazione. Venerdì e sabato, razzi lanciati dalla Striscia di Gaza hanno scosso le città israeliane di Sderod e Ashkelon; stamani, dal Sinai prese di mira Aqaba, in Giordania e la “città gemella” israeliana Eylat, entrambe sul Mar Rosso. Quanti pensano che la pace in Medio Oriente sia nella mani del premier israeliano e del presidente palestinese sono serviti.

La successione degli attacchi non lascia dubbi sul fatto che siano legati da uno stesso filo rosso. Sono la risposta del fondamentalismo islamico a quello che appare il primo timido successo della diplomazia statunitense, la probabile ripresa delle trattative dirette israelo-palestinesi. E’ della settimana scorsa il vertice della Lega Araba che ha di fatto invitato il recalcitrante Abu Mazen a rompere gli indugi. Per rassicurare sulle intenzioni israeliane, il premier Netanyahu si è incontrato col re di Giordania Abdallah e il presidente Peres con il presidnete egiziano Mubarak. Dietro la svolta, Barak Obama, che ha esercitato una pressione “senza precedenti” – parole di Abu Mazen –, per convincere il presidente palestinese che non può più tergiversare.

Lo scenario più probabile è che a metà agosto Netanyahu e Abu Mazen diano il via al nuovo round negoziale. Gli eventi degli ultimi giorni, mettono in luce la fragilità del processo, al di là della distanza ancora esistente sui nodi del conflitto. In passato, i radicali islamici hanno usato il terrorismo suicida per sabotare il processo di pace. Oggi Hamas ha a disposizione uno stato di fatto, la Striscia di Gaza, per ottenere lo stesso risultato. Nei suoi arsenali, grazie al sostegno aperto dell’Iran, ha razzi in grado di raggiungere Tel Aviv. Durante l’ultimo conflitto, Piombo Fuso, ha dimostrato di poter tenere sotto tiro tutto il sud di Israele. Un massiccio attacco missilistico da Gaza, costringerebbe Israele ad un intervento militare su vasta scala. Come accadde a gennaio di due anni fa, a farne le sicure spese sarebbe proprio il negoziato.

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Posted by ikzus su 7 luglio 2010


Il passo indietro della Casa Bianca

Tutti d’accordo sul riavviare colloqui diretti tra Autorità Palestinese e governo israeliano, nel ritenere la prospettiva di un Iran nucleare una minaccia inaccettabile alla sicurezza regionale, e nel ribadire il legame «infrangibile tra Stati Uniti e Israele». Ma al di là delle belle parole, è Benjamin Netanyahu a uscire vincitore dai colloqui allo Studio Ovale ed è Barack Obama a dover fare buon viso a cattivo gioco. Forse Obama ha scelto ancora una volta di privilegiare l’agenda interna, ha pensato alla potentissima lobby ebraica e alla sua capacità di influenzare le elezioni di mid term, già presentate come un test decisivo per una presidenza in serio calo di popolarità. Ma forse è anche l’inizio della revisione di una strategia, quella dell’amministrazione Usa, che fin qui ha portato risultati davvero scarsi.

L’ambizioso, e generoso, progetto di Obama di ricollocare gli Usa come un honest broker in Medio Oriente si è probabilmente scontrato con la realtà: una realtà nella quale l’America di Obama è decisamente meno potente di quella di Clinton e persino di quella di George W. Bush, anche se di quest’ultima senz’altro più accattivante.

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Posted by ikzus su 14 giugno 2010


“Tornatevene ad Auschwitz”

di Alessandro Schwed

All’alt dei soldati israeliani, i “pacifisti” hanno gridato il loro inno alla fine ebraica

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante.

E’ la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? E’ in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale.

E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. E’ dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati.

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Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Ma ancora una volta ha vinto Teheran

VITTORIO EMANUELE PARSI

Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia).

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

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Posted by alenu su 11 giugno 2010


Un discorso di Geert Wilders, Europarlamentare e Presidente del Freedom Party, Olanda. Wilders ha raccolto il testimone insanguinato del suo compatriota Theo Van Gogh, assassinato ad Amsterdam nel 2004 dopo che la tv aveva trasmesso il suo film «Sottomissione» sul Corano e sulla violenza contro le donne nella società islamica, realizzato con la rifugiata somala Ayaan Hirsi Ali.

Cari Amici,

Grazie per avermi invitato.

Sono venuto in America con una missione. Non va tutto bene nel Vecchio Continente. Abbiamo davanti un enorme pericolo, ed è molto difficile restare ottimisti. Potremmo essere nelle fasi finali dell’islamizzazione dell’Europa. Questo non solo costituisce un pericolo chiaro e attuale per il futuro dell’Europa stessa, è una minaccia per l’America e per la sopravvivenza stessa dell’Occidente. Gli Stati Uniti come ultimo bastione della civiltà occidentale, davanti a un’Europa islamica.

Permettetemi di descrivere innanzitutto la situazione di fatto in Europa. Poi dirò alcune cose sull’Islam. E in conclusione vi dirò di un incontro a Gerusalemme.

L’Europa che conoscete sta cambiando.

Probabilmente ne avrete visitato i monumenti. Ma in tutte queste città, talvolta a pochissima distanza dalle vostre destinazioni turistiche, c’è un altro mondo. E’ il mondo della società parallela creata dall’immigrazione di massa musulmana.

Dovunque in Europa sta sorgendo una nuova realtà: interi quartieri musulmani dove sono pochissimi i nativi che vi risiedono o che anche semplicemente vi si fanno vedere. E se si facessero vedere potrebbero pentirsene. Questo vale anche per la polizia. E’ il mondo dei veli, dove le donne girano sotto delle tende informi, con delle carrozzine e gruppi di bambini. I loro mariti o, se volete, i loro schiavisti, camminano tre passi più avanti. Con le moschee a molti angoli di strada. I negozi hanno cartelli che noi non riusciamo a leggere. Sarebbe difficile trovare una qualsiasi attività economica. Questi sono ghetti musulmani controllati da fanatici religiosi. Sono quartieri musulmani che stanno nascendo come funghi in tutta Europa. Sono i mattoni per costruire il controllo territoriale di porzioni sempre più grandi dell’Europa, strada per strada, quartiere per quartiere, una città dopo l’altra.

Oggi l’Europa è cosparsa di migliaia di moschee. E hanno più fedeli di quanti ce ne siano nelle chiese. E in ogni città europea ci sono piani per costruire delle super moschee che sovrasteranno ogni chiesa della regione. Chiaramente il segnale che si vuole dare è: comandiamo noi.

Molte città europee sono già per un quarto musulmane: basta guardare Amsterdam , Marsiglia e Malmo, in Svezia. In molte città la maggioranza della popolazione minorenne è musulmana. Parigi è oggi circondata da una cerchia di quartieri musulmani. Mohammed è il nome più popolare fra i maschi di molte città.

In alcune scuole elementari di Amsterdam non si può più menzionare il podere agricolo, perché significherebbe alludere anche al maiale, e questo costituirebbe un insulto ai musulmani.

Molte scuole statali del Belgio e della Danimarca servono solo cibo halal, a tutti gli allievi. Ad Amsterdam, una volta tollerante, gli omosessuali sono picchiati quasi esclusivamente dai musulmani. Per le donne non-musulmane è normale sentirsi dire “puttana, puttana”. I piatti satellitari non sono puntati verso i canali locali, ma verso le televisioni dei paesi d’origine.

In Francia si consiglia agli insegnanti di evitare gli autori ritenuti offensivi per i musulmani, ivi compresi Voltaire e Diderot; lo stesso vale sempre di più per Darwin. La storia dell’Olocausto non si può più insegnare a causa dell’ipersensibilità dei musulmani.

I tribunali islamici adesso sono ufficialmente parte integrante del sistema legale britannico. Molti quartieri della Francia sono proibiti a donne che non indossino il velo. La settimana scorsa un uomo ha rischiato di morire dopo esssere stato picchiato dai musulmani a Bruxelles, perché beveva durante il Ramadan.

Un numero senza precedenti di ebrei sta fuggendo dalla Francia, per sfuggire alla peggiore ondata di anti-semitismo si sia mai vista dai tempi della seconda guerra mondiale. Oggi è comune sentir parlare francese nelle strade di Tel Aviv e Netanya, in Israele. Potrei continuare all’infinito con racconti come questi. Racconti sull’islam.

Oggi in Europa vivono un totale di 54 milioni di musulmani .. L’università di San Diego ha calcolato recentemente che un colossale 25 per cento della popolazione europea sarà musulmana nel giro di appena 12 anni. Bernhard Lewis ha predetto che entro la fine del secolo i musulmani saranno in maggioranza.

Ora, questi sono solo numeri. E i numeri non sarebbero minacciosi se gli immigrati musulmani avessero un forte desiderio di integrarsi. Ma ci sono pochi segni che sia così. Il Centro di ricerca Pew riferisce che metà dei musulmani francesi considera più forte il loro dovere di fedeltà all’islam della corrispondente fedeltà alla Francia. Un terzo dei musulmani francesi non è contrario agli attacchi suicidi. Il Centro britannico per la Coesione sociale ha riferito che un terzo degli studenti musulmani britannici è a favore di un califfato mondiale. I musulmani esigono quello che chiamano “rispetto”. Ed è così che diamo loro “rispetto”: abbiamo cinque feste nazionali musulmane ufficiali.

Il Ministro della giustizia cristiano-democratico è disposto ad accettare la sharia in Olanda se ci sarà una maggioranza musulmana. Nel governo abbiamo ministri con passaporti del Marocco e della Turchia.

Le rivendicazioni musulmane sono accompagnate da comportamenti illegali, che vanno dai piccoli reati e le violenze a caso, ad esempio contro gli operatori di ambulanze e guidatori di bus, ai piccoli tumulti. Parigi ha avuto sommosse nelle banlieue.

Io chiamo i responsabili di tutto questo dei ‘colonizzatori’. E’ questo ciò che sono. Non vengono per integrarsi nelle nostre società, vengono per integrare la nostra società nel loro Dar-al-Islam. Perciò sono dei colonizzatori.

Gran parte delle violenze di strada che ho menzionato è diretta esclusivamente contro non-musulmani, il che costringe molti nativi a lasciare i loro quartieri, le loro città, i loro paesi. Inoltre, adesso i musulmani rappresentano un voto determinante che non si può ignorare.

La seconda cosa che dovete sapere è l’importanza del profeta Maometto. Il suo comportamento deve servire da esempio a tutti i musulmani e non si può criticare. Ora, se Maometto fosse stato un uomo di pace, diciamo come Gandhi e Madre Teresa messi insieme, non ci sarebbe problema. Ma Maometto era un guerrafondaio, un omicida di massa, un pedofilo, ed ebbe molti matrimoni – simultaneamente. La tradizione islamica ci dice come combatté in battaglia, come fece assassinare i suoi nemici e perfino i prigionieri di guerra. Maometto stesso massacrò la tribù ebraica di Banu Qurayza. Se è bene per l’islam, è bene. Se è male per l’islam è male.

Non fatevi ingannare da chi vi dice che l’islam è una religione. Certo, ha un dio, e un al di là, e 72 vergini. Ma in essenza l’islam è un’ideologia politica. E’ un sistema che stabilisce regole dettagliate per la società e per la vita di ogni persona. L’islam vuole dettare ogni aspetto della vita. Islam significa “sottomissione”. L’islam non è compatibile con la libertà e la democrazia, perché quello a cui punta è la sharia. Se si vuole paragonare l’islam a qualcosa, si paragoni al comunismo o al nazional-socialismo: sono tutte ideologie totalitarie.

Adesso capite perché Winston Churchill chiamava l’islam ‘la forza più retrograda del mondo’ e perché paragonò il Corano al Mein Kampf.

L’opinione pubblica ha accettato in pieno il racconto palestinese e vede Israele come l’aggressore. Io sono vissuto in questo paese e l’ho visitato decine di volte. Io sto dalla parte di Israele. Primo, perché è la patria ebraica dopo duemila anni di esilio, fino ad Auschwitz compreso; secondo perché è una democrazia e terzo perché Israele è la nostra prima linea di difesa.

Questo minuscolo paesino è situato sulla faglia di demarcazione della jihad, e ferma l’avanzata territoriale dell’islam. Israele è in prima linea contro la jihad, come il Kashmir, il Kosovo, le Filippine, la Thailandia meridionale, il Darfur nel Sudan, il Libano ed Aceh in Indonesia. Israele è semplicemente nel mezzo. Nello stesso modo in cui lo era Berlino Ovest durante la Guerra Fredda.

La guerra contro Israele non è una guerra contro Israele. E’ una guerra contro l’Occidente. E’ jihad. Israele sta semplicemente subendo i colpi che sono mirati contro tutti noi. Se non ci fosse stato Israele, l’imperialismo islamico avrebbe trovato altri luoghi in cui scatenare le sue energie e il suo desiderio di conquista. Grazie ai genitori israeliani che mandano i loro figli nell’esercito e poi di notte non riescono a chiudere occhio, i genitori in Europa e America possono dormire sonni tranquilli e sognare, ignari dei pericoli che stanno intorno.

Molti in Europa sostengono che bisogna abbandonare Israele per venire incontro alle rimostranze delle nostre minoranze musulmane. Ma se Israele dovesse, Dio non voglia, soccombere, non ne verrebbe un sollievo all’Occidente. Non significherebbe che le nostre minoranze musulmane improvvisamente cambierebbero comportamento e accetterebbero i nostri valori. Al contrario, la fine di Israele darebbe un incoraggiamento enorme alle forze dell’islam. Vedrebbero, giustamente, la fine di Israele come la prova che l’Occidente è debole e desinato all’annientamento. La fine di Israele non significherebbe la fine dei nostri problemi con l’islam ma solo l’inizio. Significherebbe l’inizio della battaglia finale per il dominio mondiale. Se riescono a distruggere Israele, riusciranno a ottenere tutto quello che vogliono.

I cosiddetti giornalisti si offrono per etichettare chiunque critichi l’islamizzazione come “estremisti di destra” o “razzisti”. Nel mio paese, l’Olanda, il 60 per cento della popolazione adesso considera l’immigrazione di massa dei musulmani come il più grande errore politico a far tempo dalla seconda guerra mondiale. E un altro 60 per cento vede nell’islam la minaccia più grande.

Eppure esiste un pericolo più grande degli attacchi terroristici, ed è lo scenario dell’America come ultimo uomo rimasto in piedi.

Le luci potrebbero spegnersi in Europa più velocemente di quanto ci si immagini. Un’Europa islamica significa un’Europa senza libertà e democrazia, una terra economicamente desolata, un incubo intellettuale, e una perdita di potenza militare per l’America – dato che i suoi alleati diventeranno nemici, nemici con la bomba atomica.

Con un’Europa islamica l’America resterebbe da sola a preservare il retaggio di Roma, Atene e Gerusalemme.

Cari amici, la libertà è il più prezioso dei doni. La mia generazione non ha mai dovuto combattere per questa libertà, ci fu offerta su un vassoio d’argento, da gente che per essa aveva sacrificato la vita.

In tutta Europa i cimiteri americani ci ricordano i giovanotti che non ce la fecero mai a ritornare a casa, e la cui memoria ci è cara. La mia generazione non è proprietaria di questa libertà; siamo solo chiamati a custodirla. Possiamo solo trasmettere questa libertà, duramente conquistata, ai figli d’Europa, nelle stesse condizioni in cui ci è stata offerta. Non possiamo venire a un compromesso con i mullah e gli imam. Le generazioni del futuro non ce lo perdonerebbero mai. Non possiamo disperdere le nostre libertà. Semplicemente, non abbiamo il diritto di farlo.

Dobbiamo fare adesso i passi necessari per fermare questa stupidità islamica e impedirle di distruggere il mondo libero quale noi lo conosciamo.

Vi prego di prendere il tempo necessario per leggere e comprendere quello che c’è scritto qui. Vi prego di inviarlo ad ogni persona libera che conoscete….”

Sunday, October 19, 2008

geert wilders: Who lost Europe to Islam?

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Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Se i pacifisti sono veri e non jhadisti, non succede nulla

di Carlo Panella

La nave Rachel Corrie è stata abbordata dai soldati israeliani, che sono saliti a bordo, hanno ordinato di fare rotta sul porto israeliano di Ashdod, hanno assicurato che il carico di viveri e medicinali sarà trasportato via terra a Gaza. Non una goccia di sangue versata. Perché? La risposta è semplice: perché sulla Rachel Corrie sono imbarcati dei veri pacifisti, mentre sulla Mavi Marmara erano imbarcati dei falsi pacifisti, dei militanti islamisti che hanno tentato –e ci sono quasi riusciti- di linciare alcuni soldati e che hanno lasciato Istanbul dichiarando che andavano “a cercare il martirio”. Dunque, i veri pacifisti si comportano da tali, i falsi pacifisti-islamisti creano situazioni in cui corre il sangue.

Questa è la prima, doverosa constatazione, che pochi faranno.

La seconda è che Israele ha tutto il diritto di impedire che venga violato il blocco di Gaza. Perché a Gaza governa una Hamas che si rifiuta di sottoscrivere gli accordi di Oslo, che si rifiuta di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, che lancia migliaia di razzi contro Israele, che ha massacrato centinaia di militanti palestinesi di Abu Mazen, che impicca i collaborazionisti, che ha trasformato la Striscia in un incubo islamista.

La terza constatazione –che ribadiamo- è che il governo israeliano doveva sapere che sulla Mavi Marmara era pronta un’imboscata dei falsi pacifisti, che farvi scendere uno a uno i soldati da un elicottero per essere bastonati e linciati è stato un errore da dilettanti, imperdonabile, e che quindi la responsabilità dei nove morti provocati dalla reazione dei soldati israeliani è su chi ha iniziato una operazione militare in modo irresponsabile: i generali israeliani.

La quarta constatazione –ma dovrebbe essere la prima- è che questa storia di “Gaza che muore di fame” è una immensa bufala e che il fatto che quasi tutti i media in Italia e in Europa la accreditino, dando quindi retta alle provocazioni dei pacifisti (anche di quelli veri) è vergognoso. Si legga il reportage della settimana scorsa di Cremonesi sul Corriere della Sera e si avrà prova che a Gaza i viveri arrivano, e così i medicinali, ed addirittura le macchine giapponesi di grossa cilindrata.

La quinta constatazione è che il blocco da parte dell’Egitto è sempre stato molto più duro e impenetrabile di quello israeliano. Pure l’Egitto è un paese arabo e musulmano. Ma isola la Gaza di Hamas perché è in mano ad una banda di oltranzisti, che rifiutano ogni trattativa con Abu Mazen e che si appoggiano all’Iran.

Detto questo, veniamo alla prospettiva. Netanyhau ha dichiarato che non permetterà che Gaza diventi un porto iraniano e le sue non sono parole al vento, perché il 4 gennaio 2002 i militari israeliani bloccarono la nave Karine A che era piena di armi pesanti e leggere inviate dall’Iran a Gaza e perché tutto il mondo sa che ormai Hamas è strettissimo alleato di Ahmadinejad.

E’ quindi indispensabile che l’Europa e gli Usa stiano al fianco di Israele per quanto riguarda la sua sicurezza, e quindi la continuazione del blocco di Gaza, magari facendosi carico di inviare, via terra, ulteriori carichi umanitari molto ben controllati.

Ma è soprattutto indispensabile che Europa e Usa prendano atto che i colloqui tra Abu Mazen e Natanyhau sono una farsa per la semplice ragione che Abu Mazen “non ha potere di firma”, perché qualsiasi accordo la Anp firmi, Hamas ne farà carta straccia. Però dal 2006, da quando Hamas ha preso il controllo di Gaza, Ue e Usa mettono la testa sotto la sabbia, rifiutano di affrontare il “nodo gordiano di Gaza”. Blaterano di “due popoli, due stati”, mentre sanno benissimo che semmai saranno “due popoli, tre stati”. Devono invece prendere atto che l’Egitto, come l’Arabia Saudita, come Abu Mazen, non sanno risolvere questo problema e che è irresponsabile e vile obbligare Israele a difendersi anche da questo problema, che è tutto e solo interno al mondo arabo e islamico.

Obama e l’Europa devono risolvere il problema di Hamas, Onu o non Onu.

Fino a quando non lo faranno, le tragedie si ripeteranno.

Tratto da Il Tempo del 5 giugno 2010

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Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Pacifisti, brutta razza

di Giulio Meotti

Ecco chi sono gli italiani in rotta su Gaza. Lavorano per la radio dell’Iran, scrivono su siti negazionisti che denigrano “l’ebreo Carlo De Benedetti”, firmano appelli sul “cosiddetto olocausto” e assistono i figli dei kamikaze

Chissà se l’Ingegner Carlo De Benedetti sapeva chi fosse la pacifista italiana di ritorno da Gaza che ieri, sulla prima pagina di Repubblica, ha firmato un lungo racconto della sua detenzione in Israele. Angela Lano ha fatto parte del gruppo di italiani saliti a bordo della “Freedom Flottilla” assaltata dai commandos israeliani. Lano è una collaboratrice di TerraSantaLibera, uno dei principali portali dell’antisemitismo italiano monitorato anche dal Parlamento. Un sito web in cui lo stesso Carlo De Benedetti viene definito senza giri di parole “ebreo sionista”, oppure semplicemente “l’ebreo De Benedetti”. TerraSantaLibera è una sorta di ricettacolo di tutti gli stereotipi antiebraici, sia di matrice laica sia religiosa, in nome della “solidarietà e supporto alla Palestina”. Vi si possono scaricare persino “I Protocolli dei Savi di Sion”, il falso che oggi fa bella mostra di sé nelle librerie del mondo arabo islamico.

Su TerraSantaLibera i “così detti” Protocolli
sono definiti “redatti con lungimirante lucidità”. Un sito negazionista dell’Olocausto che ripropone interviste e testi di negazionisti italiani e stranieri come Roger Garaudy o Robert Faurisson. Oltre a inviti a “investigare sull’11 settembre”. Garaudy è noto per aver sostenuto che “non c’è stato alcun genocidio durante la Seconda guerra mondiale, gli ebrei hanno sostanzialmente inventato l’Olocausto per il loro tornaconto politico ed economico”. Faurisson nega le camere a gas.

E’ allora facile da capire perché l’anziano leader della onlus Italia-Palestina, Mariano Mingarelli, padrino della militanza filopalestinese in Italia, abbia rotto con l’agenzia di stampa Infopal di Angela Lano. Al Corriere fiorentino, Mingarelli ha detto: “Non voglio certi nomi accanto al mio”. Mingarelli si è dimesso dall’agenzia di stampa di cui è direttrice la pacifista Lano per la presenza di intellettuali affiancati al suo nome che, secondo Mingarelli, hanno atteggiamenti antisemiti e negazionisti. “Al suo interno ci sono alcuni intellettuali, chiamiamoli così, con posizioni antisemite o comunque che non mi trovano d’accordo”, dice Mingarelli.

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Pacifinti e guerre vere

Posted by ikzus su 1 giugno 2010


Chiariamo subito una cosa: non c’era nulla di pacifico nella spedizione FreeGaza; i soldati delle forze speciali israeliane sono stati assaliti immediatamente e in maniera per niente ‘simbolica’, come dimostrano ampiamente le riprese video. E d’altronde, non si capisce quale potrebbe essere l’intenzione ed il guadagno di Israele nell’arrembare un convoglio di civili e fare una strage premeditata! E neppure l’ipotesi di un ‘errore tecnico’ è credibile più di tanto: Tsahal è considerata la più preparata tra le formazioni militari di questo tipo. Ma se non bastassero queste considerazioni di buon senso, la conferma viene dal fatto ci sono dei soldati feriti – o per caso vogliamo dire che gli israeliani sono talmente assetati di sangue che si sono sparati addosso tra di loro?

Neanche l’intenzione era pacifica: la spedizione era organizzata da IHH, un’organizzazione ‘sorella’ di Hamas, che è responsabile non solo del fallimento dei negoziati di pace – per sua stessa dichiarazione – ma pure del sanguinoso colpo di stato con cui nel 2007 prese il potere nella striscia di Gaza. Terroristi che appoggiano altri terroristi, in definitiva. Si legge dovunque che era una missione umanitaria: non è vero, era intesa fin dal principio come una provocazione. Perfino la rappresentazione della situazione della striscia di Gaza viene sistematicamente distorta: basti dire che l’embargo non viene attuato solo da Israele, ma anche dall’Egitto!

Allora, dirà qualcuno, va bene così? No, non va bene, tutte le volte che muore qualcuno di morte violenta non va bene; ma dobbiamo finirla col doppiopesismo, con l’ipocrisia dell’equidistanza tra terroristi e vittime, tra uno Stato democratico che mette sotto processo i suoi generali quando sbagliano, ed un’organizzazione che manda donne  e bambini a farsi esplodere nei bus e nelle piazze, e che per statuto ha l’obiettivo di annientare Israele.

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In difesa di Israele

Un errore tecnico grave nell’esercizio di un diritto politico: l’autodifesa

Da tempo era noto che una flottiglia di provocatori politici, messa su con la complicità dei nemici in armi di Israele, voleva forzare il blocco di Gaza. La decisione di impedire questa forzatura era legittima, ci mancherebbe, ma doveva realizzarsi in condizioni di maggiore sicurezza, con un impiego intelligente della forza, in modo da evitare lutti, dolori ed equivoci umanitari pronti ad essere sfruttati con cattiveria dalla propaganda pacifista internazionale, da sempre alleata con la propaganda antisionista dei peggiori ceffi, ora anche turchi, che agitano la scena mediterranea.

Il blocco contro il quale muoveva la flottiglia delle anime belle, accompagnata da parecchie brutte facce, è una decisione sovrana che Gerusalemme ha preso, giusta o sbagliata che la vogliate giudicare, per tutelarsi da una comunità di impianto terrorista costruita con la violenza da Hamas, movimento islamista che vuole annientare Israele, dopo il ritiro di Tsahal dalla Striscia. Era stato così anche nel Libano meridionale. Il ritiro, l’insediamento successivo sempre più radicato di Hezbollah, le trame iraniane e di altri stati nemici dell’entità sionista, e poi il sistematico bombardamento missilistico delle città di confine, fino ad Haifa: infine la dura reazione delle Israel Defence Forces. Ma qui nasce il vero problema.

Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica.
Ha il diritto di difendersi, ma purtroppo non ha il diritto di sbagliare. Non si fa guerra in Libano senza aver chiaro nei limiti del possibile e dell’impossibile quale sarà il contrattacco di Hezbollah, quanto saranno capaci di nascondere e far funzionare le loro batterie missilistiche nel corso dell’offensiva, quali vie per il traffico delle armi resteranno aperte per giorni e settimane. Così non si abborda una flottiglia di pacifisti ben intenzionati a menare le mani, a usare i coltelli e i bastoni, e magari a disarmare i soldati piovuti dagli elicotteri, senza calcolare tra le possibili conseguenze una carneficina. Un disastro tecnico diventa subito una catastrofe umana e politica, quando si parla di uno stato che vive sotto il ricatto prenucleare di Teheran, di un governo che oggi si sente isolato perfino dall’Amministrazione americana o da sue decisive componenti, di una classe dirigente che deve condurre difficili campagne di verità a proposito di un nemico potente travestito da soggetto debole, diseredato, in perenne penuria per la cattiveria degli “ebrei insediatisi in Palestina”.

E’ doloroso e folle quel che è accaduto a bordo di quelle navi. E’ inaudito anche solo ipotizzare che Israele non abbia il diritto e il dovere di reagire a simili provocazioni politiche, alla violenza degli umanitari e dei pacifisti alleati di Teheran e di folle tumultuanti allertate dalla nuova propaganda di Erdogan. Ma non così.

Giuliano Ferrara, Il Foglio 1 giugno 2010

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Ankara al bivio

In frantumi l’asse con Ankara

Una Ong radicale, vicina ad Hamas (PDF)

Quei 4 italiani sulle navi – i kamikaze di casa nostra

L’alleanza tra i pacifisti e i volontari islamici (PDF)

Così un’operazione giusta rischia la sconfitta politica

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Il quadruplo vicolo cieco

Posted by ikzus su 17 giugno 2009


Cosa sta succedendo in Iran? Le possibilità sono due: o le elezioni sono state truccate (qualcuno degli oppositori al regime si spinge addirittura a parlare di colpo di stato), oppure no. E come ogni tema di politica estera (politica tout court, in realtà) anche questo si presta ad essere affrontato secondo i due paradigmi classici, del realismo (le cose sono come sono, bisogna cercare di trarne il massimo profitto) e dell’idealismo (qualsiasi decisione non può prescindere da una griglia etico-ideale). L’incrocio tra queste due coppie di alternative ci presenta quattro scenari, che portano comunque tutti ad un’unica conclusione: anche questa volta, l’Occidente si trova in un vicolo cieco, paralizzato dal relativismo, incapace di dare una risposta ai drammi che affliggono il nostro povero pianeta.

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La cartina di tornasole

Posted by ikzus su 23 aprile 2009


La conferenza ONU sul razzismo, nota come Durban II, avrebbe dovuto concludersi domani; invece è già finita due giorni fa, per acclamazione, come nelle migliori tradizioni totalitarie.

Il testo così approvato è una vera schifezza che, se non facesse paura, farebbere ridere: gli ebrei, vittime del razzismo per antonomasia, sono gli unici accusati. Il grande protagonista dello show infame, il presidente iraniano che da anni promette l’annientamento di Israele, al suo ritorno in patria è stato osannato come un eroe nazionale.

Allora, ci stracciamo le vesti? Assolutamente no: anzi, si tratta di un’occasione preziosa, per chi non vuol chiudere gli occhi di fronte alla triste realtà. Diciamo che è una specie di cartina di tornasole, che inequivocabilmente ci dimostra alcune verità scomode:

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Olocausto prossimo venturo

Posted by ikzus su 6 agosto 2008


6 agosto 1945: la prima bomba atomica della storia distrugge Hiroshima (e di lì a 3 giorni segue Nagasaki); si chiude così, con un ecatombe mai vista, la guerra scatenata dal regime nazionalsocialista tedesco contro (quasi tutto) il resto del mondo.

A distanza di 63 anni, probabilmente ci stiamo avviando verso la seconda guerra nucleare, e forse la terza guerra mondiale (qualcuno dice la quinta, dopo la ‘guerra fredda’ e la lotta contro il terrorismo islamico, ma non cambia).

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