ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘Islam’

Posted by ikzus su 7 settembre 2014


Dalla rinoplastica all’infibulazione, le madri inglesi che “decapitano cristiani”

di Giulio Meotti

 

Loro che non avevano Dio, sono partite per quella parte di pianeta dove la fede reclama le sue vittime. E’ questo il più grande orrore dello Stato Islamico. Che è una storia di occidentali che uccidono altri occidentali. Steven Sotloff e James Foley, due giornalisti occidentali, decapitati da un islamista inglese, in un video realizzato da un altro cittadino britannico, mentre ad assistere c’era una donna inglese. Nella stessa settimana in cui l’intelligence kenyota diceva di aver perso le tracce di Samantha Lewthwaite, la donna inglese “mente” della strage al centro commerciale di Westgate, a Nairobi, l’Inghilterra faceva la scoperta di un’altra mamma britannica salita ai vertici del jihad. Si tratta di Sally Jones, madre di due bambini di Chatham, nel Kent, già chitarrista della rock band Krunch, che oggi posta messaggi del tipo: “Voi cristiani avete tutti bisogno di una decapitazione con un bel coltello smussato. Venite qui, lo farò per voi”.

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Posted by ikzus su 16 luglio 2012


Andare a messa, cioè a morire, in Nigeria

Una mozione per chiedere che i caschi blu difendano i cristiani

 La strage di cristiani nelle chiese della Nigeria è oggetto di un bollettino di morte che si ripete ogni domenica e in ogni ricorrenza religiosa dall’inizio dell’anno. Contro questo stato di cose, un gruppo di parlamentari del Pdl ha presentato ieri una mozione (prime firmatarie Eugenia Roccella, Fiamma Nirenstein e Souad Sbai) con cui chiede che il nostro governo si attivi “nei confronti dell’Onu, affinché forze di interposizione siano inviate in Nigeria, in coordinamento con il governo nigeriano, a protezione delle chiese cristiane e dei fedeli”. “Chiediamo che non ci si limiti solo alle parole, ma che ci sia una protezione fisica delle persone che vanno a messa, con l’intervento dei caschi blu”, ha detto Eugenia Roccella, mentre Souad Sbai sottolinea come “si parla molto della Siria e del nord Africa, ma su quanto avviene nell’Africa nera permane un silenzio assordante”. Fiamma Nirenstein aggiunge che chiedere l’intervento dei caschi blu può apparire “audace. Ma ci sembra di interpretare un punto di vista necessario”.

I cristiani di Nigeria sono le vittime di una persecuzione che ha prodotto seicento morti dall’inizio dell’anno e più di diecimila nell’ultimo decennio. La mozione afferma che “l’impunità in cui sembrano agire i terroristi ne conferma la forza e la potenza agli occhi del mondo, e rischia di suscitare iniziative analoghe da parte di altri gruppi organizzati, allargando il massacro ad altri territori dove opera il terrorismo di matrice islamica, in nome dell’odio verso i cristiani e verso l’occidente, identificato con la civiltà giudaico cristiana”. Servono quindi “iniziative di solidarietà internazionale a supporto del governo nigeriano, dalla collaborazione bilaterale fino a un possibile intervento dei caschi blu”, perché “il primo interesse delle nazioni è la difesa della libertà di coscienza, di pensiero e di culto”. E ieri un kamikaze si è fatto saltare di fronte a una moschea nel sud del paese, a Maiduguri, dove è attiva la setta islamista Boko Haram, autrice di attacchi contro i cristiani del nord. L’attentato, che ha ucciso cinque persone, puntava probabilmente a eliminare un politico locale e il leader religioso della regione, durante la preghiera del venerdì.

14 luglio 2012 – © FOGLIO QUOTIDIANO

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Stessa pagina, stessa crociata sulla Chiesa sì, sull’Islam no

Posted by alagna su 1 aprile 2012


Alcuni giorni fa una bizzarra pagina pubblicitaria appare sul New York Times. Una lettera aperta indirizzata ai cattolici moderati o non praticanti dal titolo che non lascia nulla all’immaginazione: «È tempo di abbandonare la Chiesa Cattolica».

Un invito a dire basta all’oscurantismo cattolico e abbandonare la Chiesa, incorniciato tra la vignetta di un vescovo furioso che strilla guardando una pillola anticoncezionale e il disegno di una donna accigliata che reclama la propria libertà sessuale. La lunga lettera rappresenta una sorta di manifesto semplificato del laicismo liberal della sinistra americana, in gran parte centrato sui temi dell’aborto e della politica cattolica sulla contraccezione. Partendo dai diritti delle donne, l’invettiva passa in rassegna tutti i mali del mondo, dalla miseria alla sovrappopolazione, e finisce per attribuirli tutti alle sacre scritture. Ovvia la conclusione: la modernità non è compatibile con la religione. Cari cattolici, è arrivato il tempo delle scelte: abbandonate la Chiesa. A firmare la pubblicità, la fondazione atea Freedom From Religion Foundation.

Fin qui nulla di particolarmente strano. I giornali, anche quelli stranieri, sono pieni di buffi annunci. E pochi li prendono realmente in considerazione. Se non fosse che, questa volta, la bislacca pagina pubblicitaria ha la sventura di catturare l’attenzione di Pamela Geller.

Blogger, giornalista, scrittrice e punta di diamante del movimento anti-Jihad cresciuto online dopo l’11 settembre 2001, Pamela Geller è stata definita come un mix tra una Ann Coulter simpatica e una Sarah Palin brillante.

Forse è un’esagerazione, ma resta il fatto che la Geller è una delle figure più in vista e più influenti della cyberdestra a stelle e strisce, oltre che una delle più odiate dalla sinistra. Insieme a Robert Spencer (FrontPage Magazine e Human Events), ha fondato due organizzazioni, Freedom Defense Initiative e Stop Islamization of America, che si propongono di combattere qualsiasi tendenza alla sharia negli States. E ha dato alle stampe, sempre insieme a Spencer, il bestseller The Post-American Presidency: The Obama Administration’s War on America. Il nome del blog che l’ha resa famosa, Atlas Shrugs è un chiaro omaggio all’opera di Ayn Rand (il cui romanzo più celebre, La rivolta di Atlante, in inglese è intitolato Atlas Shrugged), che la Geller definisce «il più grande filosofo della storia dell’umanità».

Descritto il tipo, il resto viene da sé. La Geller ha un’idea e senza perder tempo la mette in pratica. Prepara un’inserzione pubblicitaria identica: stessa grafica, stesso tratto nelle vignette. Al posto del vescovo, un imam. Al posto della pillola, un corano incendiato. Simile anche la donna che con sguardo fiero dice «no» alla barbarie. Diverso, ovviamente, il destinatario della missiva. Quella della Geller e della fondazione SIA (Stop Islamization of America), è ovviamente rivolta ai musulmani moderati. «È tempo di abbandonare l’Islam», titola la nuova lettera aperta. Un bel pacchetto con richiesta di pubblicazione finisce sulla scrivania dell’amministrazione del New York Times. Un discreto rischio per una provocazione: la tariffa è di 38mila dollari. Se l’accettano, tocca pagare.

E invece, come previsto dalla perfida Geller, puntuale arriva la telefonata imbarazzata di Bob Christie, niente meno che Senior Vice President of Corporate Communications per il New York Times. Per farla breve ecco il messaggio: bella la pubblicità, ma per il momento il quotidiano non ritiene opportuno pubblicarla. Troppo pericoloso, perché rischia di alzare la tensione con i fondamentalisti e ci sono ancora le truppe americane in Afghanistan che rischiano ritorsioni.

Per la Geller è la prova del nove: l’imbarazzo del New York Times era scontato. Chiamatelo politicamente corretto o, come lei preferisce, «vigliacco genuflettersi alla barbarie islamica». E la domanda diventa scontata: «Se avessero temuto un attacco cattolico al grattacielo del New York Times, avrebbero mai pubblicato quella prima pubblicità?». La morale? Scontata anche quella: se vuoi essere trattato con rispetto dal New York Times e dal resto dell’establishment politicamente corretto, il modo migliore è mettere ben in chiaro la tua volontà di ucciderli.

di Andrea Mancia e Cristina Missiroli
da Il Giornale del 23 Marzo 2012

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Aiutiamo il futuro – la sete di democrazia e l’Europa

Posted by alagna su 27 febbraio 2011


Il 25 gennaio 2011 sono iniziate le manifestazioni contro il dittatore della Tunisia Ben Alì. Solo un mese dopo, siamo spettatori di una rivolta popolare che ha coinvolto quindici Paesi islamici del Nord Africa e del Medio Oriente: Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Gibuti, Yemen, Giordania, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Qatar, Siria, Iran. Il 25 gennaio le manifestazioni contro il governo tunisino sembravano un fatto locale di scarsa importanza internazionale, oggi sappiamo che l’effetto domino di quella “rivoluzione” ha già coinvolto quasi tutti i Paesi arabo-islamici e l’Iran, causando il crollo di tre dittature: Tunisia, Egitto e Libia (Gheddafi sembra vicino alla fine dei suoi 42 anni di sanguinaria tirannia). Non solo, ma da questi giorni tragici e corruschi, possiamo già tentare alcune riflessioni.

1) In tutta evidenza i protagonisti di queste rivolte sono stati i giovani, mossi sostanzialmente dalle ristrettezze economiche e dalla mancanza di libertà, di sviluppo, di lavoro e di giustizia nei loro Paesi. Non chiedono uno stato teocratico come l’Arabia e l’Iran, vogliono una democrazia come alla tv e in Internet vedono che esiste nei vicini Paesi europei; non hanno bruciato bandiere americane o israeliane, ma vogliono vivere in pace; non sono stati animati da spirito di odio, violenza e vendetta contro i dittatori e i loro seguaci: Gheddafi fa eccezione perché ha fatto mitragliare e bombardare i manifestanti, ma Mubarak ha potuto ritirarsi nella sua villa: i 31 anni della sua dittatura, certamente dura e oppressiva, sono finiti quasi senza spargimento di sangue!

2) Nella storia dei Paesi a maggioranza musulmana è la prima volta che un movimento di popolo di queste proporzioni prende corpo e mette soprattutto in crisi l’islam politico, cioè la stretta connessione fra religione e politica fin dall’inizio. Maometto infatti era un capo religioso, politico e militare, come anche i suoi “califfi”, cioè i successori del Profeta nei secoli seguenti. I giovani manifestanti non rifiutano l’islam e non sono affatto anti-cristiani. In Egitto, il Paese simbolo di questi giorni perché da sempre guida del mondo arabo-islamico, abbiamo visto le foto pubblicate da “Asia News”: nella folla che occupava Piazza Tahrir cristiani e musulmani erano abbracciati e sventolavano festosamente le insegne identitarie delle loro religioni: la croce e la mezzaluna. D’altra parte, anche dalla Libia e dalla Tunisia non si segnalano assalti e violenze contro i cristiani, le loro chiese e istituzioni.

3) Tutto questo non significa che il fondamentalismo islamico non esiste più, ma solo che i protagonisti delle rivoluzioni nei Paesi a sud del Mediterraneo sono giovani che chiedono democrazia, rispetto dei diritti umani, sviluppo economico, cioè società dinamiche e non bloccate, come sono sempre, o quasi sempre, quelle islamiche.

Il pericolo, già segnalato, è che, terminati i giorni dell’euforia e della festa per la liberazione, la mancanza di leader politici e di partiti in sintonia con queste aspirazioni possa aprire una porta a movimenti islamisti ben organizzati e radicati sul territorio, come in Egitto i “Fratelli musulmani” e in Libia le varie Confraternite di radice tribale.

4) Il problema fondamentale dell’islam è il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna, i giovani manifestanti lo sentono e lo vivono in modo drammatico. In questi giorni è evidente che, nel difficile cammino per giungere alla meta desiderata, i popoli così vicini nel sud del Mediterraneo hanno urgenza dell’aiuto fraterno dell’Europa. Le distruzioni e i disastri economici prodotti dai sommovimenti popolari e dalle reazioni del potere, la miseria e la scarsità di strutture produttive ereditate dalle dittature non sono situazioni che favoriscono uno sviluppo democratico. L’Europa tutta, le istituzioni europee e i governi nazionali dovrebbero dare dei forti segnali di essere disposti ad aiutare con misure straordinarie questi popoli così vicini. Purtroppo, la crisi delle società europee ci rende popoli con una maggioranza di anziani e sempre meno giovani. Anche i Paesi “cristiani” sembrano paralizzati in una condizione di ricchezza economica e di miseria morale. Ma questo è un motivo in più per ritornare a Cristo, non come etichetta identitaria, ma come vita secondo il Vangelo.

Piero Gheddo

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Posted by ikzus su 23 ottobre 2010


Musulmani d’Europa

di Angelo Panebianco

La dichiarazione del cancelliere Angela Merkel («il multiculturalismo è fallito») è stata interpretata da tutti come una constatazione di fatto sugli errori della politica dell’immigrazione tedesca degli ultimi decenni ma anche come il segnale di una svolta imminente. Anche in Germania, come in tutto il resto dell’Europa, la questione degli immigrati è ora un problema politico di prima grandezza: dare risposte incoerenti con le domande dell’opinione pubblica può significare perdere le elezioni. È la nuova grande questione che divide, e dividerà a lungo, le democrazie europee e che va ad aggiungersi alle più tradizionali divisioni sui temi economici.

Partiti anti-immigrati sorgono come funghi e fanno pienoni elettorali in tanti Paesi europei. Dove questo non accade è solo perché i partiti più tradizionali, già insediati, hanno indurito per tempo il loro approccio all’immigrazione. Due giorni fa, il Sole 24 Ore ha pubblicato un’utile inchiesta sulle politiche europee dell’immigrazione mostrando un quadro assai differenziato. Si va dai Paesi fino ad oggi più accoglienti, come la Svezia o l’Olanda (che però stanno sperimentando forti rivolte anti-immigrati) a quelli più chiusi come la Grecia. Ma non è difficile immaginare che le varie democrazie europee, adattandosi alle domande delle loro opinioni pubbliche, col tempo finiscano tutte per convergere su politiche selettive, che mettano più filtri, e più rigorosi, di quelli utilizzati nel recente passato.

C’è la reazione delle opinioni pubbliche ma c’è anche un’incertezza obiettiva su come fronteggiare il problema. Nessuna delle due strade fin qui adottate, quella originariamente francese dell’assimilazionismo (chi arriva deve spogliarsi della precedente identità per abbracciare identità e cultura del Paese ospitante) e quella, originariamente anglosassone, del multiculturalismo, sembra funzionare. Il multiculturalismo, soprattutto, ben prima che lo riconoscesse la Merkel, appariva più un sogno da idealisti che una politica realisticamente praticabile. Il multiculturalismo prevede infatti che le varie culture presenti sul territorio vengano preservate, anche con leggi apposite, e che le diverse comunità culturali si autogovernino per tutti gli aspetti che riguardano la tutela della propria identità. Una società multiculturale è una società segmentata, divisa in tante comunità culturali che, si suppone, non sentendosi minacciate nelle proprie tradizioni, siano in grado di coesistere pacificamente. Ma il punto è che una società siffatta è difficilmente compatibile con la democrazia. Salvo specialissime eccezioni, può essere tenuta insieme solo con un alto grado di coercizione, in modo non democratico. Per questo, il multiculturalismo non è una politica adatta per le democrazie europee. Gran Bretagna, Olanda, Germania avevano scelto quella strada e ne hanno verificato l’impraticabilità.

Ma se la via francese (l’assimilazionismo) è difficilissima e quella multiculturale impraticabile, che fare allora? Assistere passivamente al montare dei conflitti?

Il problema della maggiore o minore capacità di convivenza con la nuova immigrazione dipende non da uno ma da un insieme di fattori: la qualità e il rigore dei filtri predisposti (le politiche dell’immigrazione in senso stretto), i cicli economici, la capacità di offrire servizi agli immigrati che lavorano, la capacità di reprimere i comportamenti illegali, eccetera. Ma dipende anche dalle tradizioni di provenienza e appartenenza degli immigrati. È inutile girarci intorno. Ci sono immigrati che, per la tradizione di provenienza, possono trovare un loro ruolo nei Paesi ospitanti (e col tempo, potranno forse anche essere assimilati nel senso francese del termine. E, se non loro, i loro figli) con relativa facilità. Episodi di intolleranza, anche gravi, ci sono e ci saranno. Ma nel complesso, molti immigrati, soprattutto dell’Est europeo, riusciranno ad inserirsi con successo nelle società europeo-occidentali.

C’è però il caso dell’islam. Non è casuale che proprio ai musulmani (e non agli altri immigrati) si faccia sempre riferimento quando si constata il fallimento del multiculturalismo. Ciò che ovunque in Europa si teme è che una crescita eccessiva delle comunità musulmane, grazie anche al differenziale demografico, finisca per imporre le trasformazioni più forti nelle regole di convivenza delle società europee. La domanda di cui nessuno conosce la risposta è la seguente: cosa può succedere quando due grandi civiltà, altrettanto forti e orgogliose, come quella europea-cristiana (oggi anche liberale e democratica) e quella islamica, che si ispirano a principi e norme antitetiche, e che, anche per questo, si sono aspramente combattute attraverso i secoli, si trovano a condividere lo stesso territorio e lo stesso spazio politico? La risposta dipenderà in parte da noi europei, dagli atteggiamenti che assumeremo e dalle politiche che adotteremo. Ma, in larga parte dipenderà anche dalla evoluzione del mondo islamico. Se il ciclo fondamentalista (connesso al cosiddetto «risveglio islamico») che ha investito l’islam mondiale negli ultimi decenni non si esaurirà presto, dovremo attenderci aspri conflitti e fortissime tensioni anche in Europa (altro che pacifica convivenza multiculturale). Se invece quel ciclo, raggiunto un picco e punte di massima espansione, andrà ad esaurirsi, come è possibile che prima o poi accada, allora nasceranno forse esperimenti inediti e interessanti: la democrazia potrà misurare il proprio successo anche sulla sua capacità di favorire la piena adesione dei musulmani immigrati alle regole della società aperta e libera. Oggi ciò non appare probabile. Ma è lecito, per lo meno, sperarlo.

21 ottobre 2010 © Il Corriere della Sera

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


A pochi giorni dalle elezioni di Midterm

Cosa resta della promessa di Obama di chiudere Guantanamo?

A poche settimane dall’appuntamento del Midterm (il voto di metà mandato che rappresenta il giudizio sull’operato dell’Esecutivo), il presidente Obama deve fare i conti con una delle promesse elettorali mai mantenute che d’altronde, nel 2008, lo portarono dritto dritto alla Casa Bianca: la chiusura di Guantanamo. I sigilli al carcere di massima sicurezza significavano infatti la svolta di Obama nella politica antiterroristica americana dall’11 settembre 2001 in poi, con un cambio di rotta radicale rispetto a Bush figlio. Ma dopo due anni e mezzo di gestione, cos’è rimasto dell’impegno con gli americani?

“Non possiamo continuare a tradire i nostri valori, la nostra Costituzione e a calpestare lo stato di diritto”, aveva declamato in più occasioni l’allora senatore dell’Illinois. “La detenzione a tempo indeterminato di sospetti terroristi ha compromesso i nostri valori più preziosi”, ha ripetuto durante la sua Amministrazione. Il 21 gennaio del 2009, come prova che avrebbe mantenuto la sua parola, Obama ha anche firmato l’ordine di chiusura del carcere con un termine ultimo: il gennaio del 2010. A quasi due anni dall’annuncio, però, la promessa del presidente americano si è invece rivelata una vera e propria “failure to deliver” e, se il prossimo novembre venissero confermate le previsioni di vittoria dei repubblicani, è quasi scontato che ogni possibilità di chiusura si concluderebbe in un nulla di fatto.

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


Sharia über alles

di Giulio Meotti

Dietro la Merkel anti multiculti c’è l’invadenza del diritto islamico

“L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito”, ha scandito a Potsdam la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Il multiculturalismo è morto”, aveva annunciato venerdì Horst Seehofer, leader della Csu, il partito bavarese gemello della Cdu. La Germania discute furiosamente di integrazione da quando è uscito il pamphlet dell’ex ministro e banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin, “La Germania si distrugge da sola”. Due giorni prima dell’annuncio choc della Merkel, il prestigioso settimanale Der Spiegel, voce del giornalismo liberal tedesco, pubblicava un’inchiesta dal titolo: “Il ruolo della legge islamica nelle corti tedesche”. Sarà poi Merkel a ricordare che “in Germania vige la Costituzione, non la sharia”. Importanti elementi del diritto prodotti in Arabia Saudita nel VII secolo sono da tempo confluiti nel sistema tedesco. Ha denunciato il ministro del Cancellierato Ronald Pofalla: “Se si pone il Corano al disopra della Costituzione tedesca, allora posso solo dire: buona notte, Germania”.

La cronaca aiuta a capire la denuncia improvvisa della cancelliera tedesca contro il multiculturalismo. Già in Gran Bretagna da tempo ormai, al fianco della centenaria common law viene applicata la sharia nei casi di controversie familiari. Si è persino creato un sistema giuridico parallelo con le corti della sharia riconosciute legalmente. Tra i numerosi casi di applicazione del diritto islamico da parte di un tribunale tedesco, lo Spiegel cita i cittadini giordani che in Germania si sposano e divorziano in base alla sharia. Anche la poligamia ha de facto una base giuridica. Lo Spiegel aggiunge che “i giudici tedeschi si rifanno in continuazione alla sharia”. Si tratta di un “lento processo di capitolazione di fronte all’inevitabile”, ha osservato sul settimanale l’analista Henryk Broder.

Il fenomeno rispecchia la crescita della più vasta comunità islamica d’Europa. Dei sette milioni di immigrati stranieri in Germania, oltre 3,3 milioni sono musulmani. E secondo lo Spiegel nel 2030 la quota dei musulmani arriverà a sette milioni. Erediteranno una corposa casistica a loro favore. Un giudice di Hannover ha respinto la richiesta di divorzio di una donna tedesca sposata a un egiziano che minacciava di uccidere la figlia stuprata: “I musulmani hanno una diversa concezione dello stupro”. Un giudice di Essen ha stabilito che le allieve musulmane non possono essere costrette a partecipare alle lezioni di nuoto: “Incompatibili con la loro religione”. Un giudice di Dortmund, citando il Corano, ha stabilito che un padre può picchiare la figlia che si rifiuti di indossare il velo. Un magistrato di Francoforte ha negato il divorzio a una marocchina nata in Germania che per anni è stata picchiata e minacciata di morte dal marito: “Nel Corano, alla Sura quarta verso 34, è previsto che l’uomo possa punire la moglie”. Un anno fa la Bild mise in copertina la statua della Dea Iustitia, il capo coperto dal velo islamico e il Corano su uno dei due piatti della bilancia.

L’avanzata della sharia non si limita ai tribunali. A Mannheim ha aperto la prima banca che segue la sharia e la Deutsche Bank ha emesso quattro nuovi fondi, quotati in Borsa, conformi all’islam. In molte scuole tedesche per i professori musulmani vige la deroga sulla consueta stretta di mano alle ragazze alla consegna dei diplomi. Spiegazione: “Nell’islam è illecito”. La Corte costituzionale ha stabilito che i centri islamici hanno il diritto di diffondere con gli altoparlanti le preghiere, cinque volte al giorno e a partire dal levar del sole. L’ultima a ottenere via libera è stata la gigantesca moschea di Rendsburg. Come nel passaggio incriminato del libro di Sarrazin: “Non voglio che nel paese dei miei nipoti e pronipoti il ritmo della giornata sia scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in oriente”. Gli fa eco una già storica copertina dello Spiegel. Titolo: “Mecca Germania”.

19-10-10 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


«Merkel: Il multiculturalismo è fallito»

di Alessandro Alviani

I conservatori tedeschi seppelliscono l’idea del multiculturalismo. E a officiare la cerimonia è la cancelliera in persona. «L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito», ha detto ieri Angela Merkel, abbandonando per un attimo la sua tradizionale cautela verbale. In passato abbiamo chiesto agli immigrati troppo poco, è giusto pretendere che imparino il tedesco, ha scandito a Potsdam davanti i giovani della Cdu/Csu. L’Islam, comunque, è una parte integrante della Germania, ha corretto il tiro Frau Merkel, ripetendo una discussa frase del presidente federale Christian Wulff.

«Il multiculturalismo è morto», aveva detto venerdì sera Horst Seehofer, leader della Csu (il partito bavarese gemello della Cdu). «Noi ci schieriamo a favore della cultura predominante tedesca e contro il multiculturalismo», aveva aggiunto, ripescando un termine – Leitkultur, cultura predominante – apparso nel dibattito politico tedesco dieci anni fa.

La Germania discute animatamente di integrazione da fine agosto, da quando, cioè, è uscito un provocatorio libro scritto dall’ex banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin. A ravvivare il dibattito ci hanno pensato nei giorni scorsi prima le frasi di Seehofer, che ha chiesto di sospendere l’arrivo di nuovi immigrati dalla Turchia e dal mondo arabo, poi i risultati di due studi: per il primo quasi il 60% dei tedeschi vorrebbe limitare l’esercizio della libertà di religione dei musulmani; per il secondo circa il 41% dei giovani turchi auspica di dividere il pianerottolo con un tedesco, mentre meno del 10% dei giovani tedeschi vorrebbe un vicino turco.

La folta comunità turca in Germania teme che la situazione possa sfuggire di mano: «Ho paura, da settimane mi minacciano dicendomi che sono uno straniero di merda, sebbene io sia un cittadino tedesco – ha raccontato alla «Welt» Kenan Kolat, presidente della comunità turca in Germania – È come all’inizio degli Anni 90 col dibattito sul diritto d’asilo, poco dopo ci furono degli incendi».

Qualcosa, in realtà, nel frattempo è cambiato: la Germania non è più un Paese di immigrazione, ma di emigrazione. Nel 2009 hanno lasciato la Repubblica federale 734.000 persone, mentre 721.000 vi sono emigrate; i turchi che hanno abbandonato la Germania sono stati 10.000 in più rispetto a quelli che vi sono arrivati. Il che sembra paradossale, visti i toni dell’attuale dibattito, che si spiega anche con ragioni politiche. La Cdu, ma soprattutto la Csu di Seehofer, tentano di recuperare l’elettorato conservatore, deluso dal rinnovamento imposto da un’Angela Merkel su cui si moltiplicano le indiscrezioni: da giorni girano voci secondo cui, se a marzo la Cdu dovesse crollare alle regionali in Baden-Württemberg, Merkel potrebbe farsi da parte e lasciare la cancelleria al ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, che parla però di idea «bizzarra».

Il presidente turco Abdullah Gül ha provato ad abbassare i toni, invitando i suoi connazionali in Germania a imparare il tedesco «correntemente e senza accento». Il dibattito, però, prosegue. «La Germania non è un Paese d’immigrazione» e bisogna evitare che la carenza di personale altamente qualificato diventi un pretesto per «un’immigrazione incontrollata», ha rilanciato Seehofer in un piano in sette punti sull’integrazione. Le sue parole suonano tutt’altro che nuove. «L’integrazione è possibile solo se il numero degli stranieri che vivono da noi non continuerà a crescere; bisogna evitare un’immigrazione illimitata e incontrollata». Parola di Helmut Kohl, alla sua prima dichiarazione da cancelliere al Bundestag. Era il 1982.

17-10-2010 © LaStampa

(articolo riprodotto qui)

Vedi anche:

IlGiornale “Angela, ultima arrivata tra i difensori della nostra identità

IlSole24Ore “La Merkel va a destra per contrastare il partito anti-islamico

L’Occidentale “Cittadinanza breve? Chiedetelo alla Merkel

IlGiornale “Immigrazione, l’Europa ritrova l’orgoglio

IGiornale “Khaled Fouad Allam: “Basta con gli autogol. Con la tolleranza si favorisce la xenofobia

IlSole24Ore “Merkel sente soffiare il populismo e apre un dibattito sul post multiculturalismo

IlSole24Ore “Sugli immigrati l’Europa perde il filo

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


“Gli islamici non si integrano, impoveriscono la Germania”. E’ bufera sul libro del banchiere rosso

di Thilo Sarrazin

Thilo Sarrazin

Si scaglia contro gli immigrati islamici, dice che sono “diversi”, che “bloccano la Germania”, che “sono ignoranti” e, soprattutto, che a differenza di tutti gli altri immigrati “non si integrano”. Poi sugli ebrei dice: “Condividono un unico gene”. E’ polemica a Berlino su Thilo Sarrazin, ex ministro delle Finanze e attuale membro del consiglio direttivo della Bundesbank. Il suo libro, uscito ieri, Deutschland schafft sich ab” (La Germania si distrugge da sola) viene da molti considerato razzista e ha causato un putiferio nella nazione tedesca. Al punto che la Bundesbank ha preso le distanze e la Spd, il partito in cui Sarrazin milita da decenni, ha deciso di avviare ieri un procedimento per espellerlo.

Ma cosa dice nel suo libro Sarrazin? Il dito lo punta soprattutto sugli immigrati musulmani che, dice, non volgiono integrarsi, hanno ottenuto dal welfare tedesco più di quanto più di quanto abbiamo dato, sono poco istruiti e, riproducendosi in maniera superiore alla media, contribuiscono all’impoverimento intellettuale della Germiania.

Durante la conferenza stampa per la presentazione del libro, Sarrazin spiega meglio: “Esistono migranti e migranti – osserva – ci sono quelli provenienti dall’India, dall’Est Europa, dalla Cina o dal Vietnam che si integrano e ‘arricchiscono’ la Germania dal punto di vista sociale e culturale; poi ci sono gli immigrati arrivati nel Paesi musulmani – (che Sarrazin stima in 4-6 milioni ) – La maggior parte dei problemi culturali ed economici legati all’integrazione riguarda proprio loro: solo il 3% degli immigrati turchi di seconda generazione sposa un partner tedesco, contro una quota del 70% tra i tedeschi di origine russa”.

31 agosto 2010



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Posted by ikzus su 21 settembre 2010


“Molly non esiste più”. Fatwa contro una vignettista di Seattle

Condannata a morte dall’imam americano al Awlaki per i disegni su Maometto, ora è diventata un “fantasma” protetto dal’FBI

Non ha fatto in tempo Angela Merkel, premiando il vignettista danese Kurt Westergaard, a ricordare che la libertà d’espressione è un pilastro della democrazia, che dall’altra parte del mondo un’altra umorista, stavolta cittadina americana, era costretta a nascondersi a causa delle minacce dell’islamismo. Dopo aver proposto ironicamente di disegnare immagini del profeta islamico Maometto per stimolare il dibattito sulla libertà di parola, la vignettista Molly Norris ha dovuto nascondersi in seguito a minacce. Secondo il Seattle Weekly, giornale per cui lavora la disegnatrice, l’Fbi ha invitato Molly Norris a “sparire”. Norris ha cambiato identità e città, diventando un “fantasma”. Anwar al Awlaki, un religioso islamico di origini americane collegato ad al Qaida che si nasconde in Yemen, ha scritto che Norris è un “obiettivo primario”. Secondo Awlaki, in questi casi “la medicina prescritta dal Messaggero di Allah è l’esecuzione”. Una vera e propria fatwa, stavolta da parte di un americano contro un altro americano. Norris aveva lanciato la propria provocazione per protestare contro le minacce di violenza verso quanti avevano disegnato Maometto, una pratica ritenuta “blasfema” nella cultura islamica. L’argomento è stato al centro delle cronache cinque anni fa, quando il vignettista Westergaard scatenò una battaglia culturale, diplomatica e politica attorno alla libertà di espressione in Danimarca.

Quest’anno la serie tv South Park ha generato nuove polemiche e minacce, rappresentando Maometto in veste di orso. Il concorso “Everybody Draw Mohammad Day” (Il giorno in cui tutti disegnano Maomettò) proponeva di ospitare “rappresentazioni creative” del Profeta. L’idea di partenza del gruppo su Facebook, che ha riunito oltre centomila persone, era di “difendere la libertà di espressione” e si ispirava al lavoro della disegnatrice americana Norris. Questa, lo scorso aprile, aveva creato un fumetto contro la decisione della rete tv Comedy Central di censurare ogni riferimento a Maometto in un episodio di South Park. “I terroristi hanno minacciato i creatori di South Park, non lasciamo che i terroristi la vincano!”, aveva proclamato Norris. Gli autori di South Park, Trey Parker e Matt Stone, sono stati avvertiti che avrebbero fatto “la fine di Theo van Gogh”.

Con la fatwa di Awlaki, è la prima volta che un imam americano minaccia di morte una sua concittadina. Awlaki ha assistito, non solo spiritualmente, tre degli attentatori dell’11 settembre in una moschea della Virginia, alle porte di Washington; qualche anno più tardi è entrato in contatto con il maggiore Nalid Hasan, musulmano osservante che ha ucciso tredici colleghi nella base texana di Fort Hood. E’ anche stato il consigliere del nigeriano Farouk Abdulmutallab, che il giorno di Natale del 2009 voleva far saltare un volo Northwest diretto a Detroit. Il presidente Obama ha ordinato già l’eliminazione di Awlaki. Secondo il capo della commissione per la Sicurezza nazionale alla Camera, Jane Harman, l’imam Awlaki è “il terrorista numero uno in termini di minaccia concreta agli Stati Uniti”. A Seattle, il direttore del giornale per cui lavora la vignettista messa in fuga, Mark Fefer, comunica ai lettori del settimanale: “Avrete notato che la vignetta di Molly Norris non è sul giornale di questa settimana. Perché Molly non esiste più”.

20-9-2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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La violenza scontata

Posted by ikzus su 14 settembre 2010


Fino a qualche tempo fa – non tanto, in realtà – in Italia lo stupro era considerato un reato non contro la persona, ma contro la morale; ed era normale che il violentatore beneficiasse delle attenuanti, per il solo fatto che la vittima “non si era opposta” oppure, col suo abbigliamento o col suo contegno generale, “aveva dato ad intendere …”. Cose da pazzi, vero? Eppure questo è ciò che succede sempre, quando esplode la violenza islamica in giro per il mondo; è successo anche questa volta.

Un tipo qualunque, pastore di una delle 60.000 sette (o chiese, o denominazioni, o associazioni …) protestanti germogliate dalla Riforma, in uno sperduto paesello dell’immensa campagna americana, dichiara che brucerà pubblicamente copie del Corano per celebrare degnamente il nono anniversario dell’11/9. Apriti cielo! Il mondo trattiene il fiato; i media si scatenano; l’esercito più potente della terra (per bocca del generalissimo Petraeus) paventa le conseguenze di tale gesto; persino l’imperatore del mondo (Obama I) si sgola per impedire tale sciagura. Perché? Perché tutti immaginano, come in un film del terrore, che a tale atto di per sé ridicolo seguirà una tragedia immane – cosa che difatti si verifica, pur se l’insignificante provocatore non eseguirà l’atto blasfemo. Ad oggi si registrano 18 morti, chiese scuole e missioni date alle fiamme, folle inferocite, un presunto kamikaze fermato appena in tempo in Danimarca. Superfluo aggiungere che nessuna delle vittime aveva nulla a che fare col telepredicatore.

Sappiamo tutti che molte donne si abbigliano in maniera vistosa, si comportano in modo allettante, usano la seduzione per ottenere ciò che vogliono, e a volte provocano più o meno apertamente l’altra metà del cielo, che perlopiù non ha la forza di resistergli. Tutto ciò può giustificare la violenza sessuale? Sbagliato provocare; inaccettabile – ripeto: INACCETTABILE! – utilizzare la provocazione come scusa per operare violenza. Invece, quando si tratta di Islam, ormai il riflesso condizionato di tutti rovescia immediatamente l’assunto: sbagliata la violenza, inaccettabile la provocazione! La paura, come un veleno lento ed inesorabile, ha ormai sconvolto la nostra mente: scambiamo l’effetto con la causa, attribuiamo le colpe del carnefice alla vittima, giustifichiamo tranquillamente l’assassinio e condanniamo drasticamente la carnevalata.

Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che il gesto in sé era assolutamente censurabile, che le convinzioni religiose devono essere massimamente rispettate, che la blasfemia è un atto gravissimo indipendentemente da ogni altra considerazione. Sono daccordo; mi limito a fare due osservazioni. In primo luogo, di fatto non è stata questa l’interpretazione che si è data alla vicenda: da Obama in giù, tutti hanno detto soltanto: “Ma sei scemo? Ma non sai cosa succede se …?”. In secondo luogo, se davvero la si pensasse così, non vedo che spazio potrebbero avere gli infiniti detrattori del cristianesimo – dal ‘grande’ Dan Brown al nostro ‘modesto’ Odifreddi, per dire – che invece non solo non vengono minimamente censurati, ma al contrario hanno costruito la loro fortuna proprio sulla melma che spargono a piene mani sui credenti della religione più  diffusa al mondo.

I musulmani devono fare i conti con la violenza del Corano (e riformarlo)

Gli occhi chiusi dell’Occidente

Il Corano non brucia, le chiese sì

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

Il rogo del Corano e l’ipocrisia di Obama

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Posted by ikzus su 24 agosto 2010


IL SORPASSO DELLA CINA E I NUOVI SCENARI

Quando il profetismo degli esperti viene smentito dalla storia

di Vittorio Messori

“Svolta storica“: ecco che ci risiamo, con il consueto corteo di analisi, di proiezioni, di previsioni. Questa volta tocca alla Cina, con il sorpasso della sua economia su quella giapponese. Come al solito, turbe di “esperti“ ci disegneranno  i loro scenari per l’avvenire dell’Impero di Mezzo. Ma il guaio dell’età è l’istinto di girar pagina, per confrontarsi con la cronaca del momento, lasciando in pace  la futurologia. Chi, come me, era al liceo e poi all’università tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta è vaccinatissimo contro il profetismo degli “esperti“.

Tanto per iniziare con un caso personale: nel 1961 la Torino in cui vivevo raggiungeva il milione di abitanti. Sociologi, demografi, economisti, presi sul serio dai politici, prevedevano con assoluta sicurezza che nel Duemila la città avrebbe superato i due milioni. In quell’anno, la popolazione del Comune era di 865.000 persone. Ma, in quegli anni, in una inchiesta su l’Espresso, Eugenio Scalfari profetizzava che, negli anni Ottanta, l’Unione Sovietica avrebbe superato come ricchezza, benessere personale, libertà stessa America e Europa Occidentale. A Scienze Politiche i docenti, con occhi luccicanti, ci parlavano delle meraviglie della  decolonizzazione, allora in atto. Prevedevano, soprattutto, un boom africano: economia e cultura “nere“ sarebbero esplose e ci avrebbero surclassati. Intanto, i più venerati tra i sociologi   pubblicavano best seller sulla “eclissi del Sacro nella società secolare“. Nel prossimo futuro, giuravano, ci aspettava il declino della religiosità : si sarebbe spento, o ridotto a nicchia, anche il cristianesimo, mentre l’editto di morte per l’islamismo era già pronunciato. Fede, questa, nata per beduini nel deserto, incapace di confrontarsi con la modernità. Non poteva esserci posto per essa, per i suoi decrepiti precetti, nei nuovi stati asiatici e africani nati dalla decolonizzazione.

Teneva banco, soprattutto, il think-tank degli ascoltatissimi super-esperti riuniti nel “Club di Roma“: con la sicurezza di chi si appoggia solo su dati sicuri, annunciavano, implacabili, “la fine dello sviluppo“. Entro pochi anni, le riserve di materie prime si sarebbero esaurite, a cominciare dal petrolio. Ci aspettava, ben prima del Duemila, la regressione alle caverne per mancanza di mezzi fornitici da Madre Terra.  Ma ci attendeva anche una grande glaciazione, si andava verso “il raffreddamento globale“. Non è una battuta ironica sugli apostoli attuali del global warming. Ricordo come, da giovane cronista, fui inviato a un grande congresso internazionale e riferii ai lettori  dell’unanime parere dei climatologi: la forza del Sole si indeboliva per lo schermo provocato dall’inquinamento, presto avremmo visto iceberg alla deriva nel Mediterraneo. A Venezia saremmo andati con slitte e pattini. Anche se lo si è rimossa con disagio, era quella, allora, l’ossessione dell’apocalittismo ambientalista.

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Posted by ikzus su 4 agosto 2010


I missili di Hamas sulla “pace fredda” tra Israele e ANP

di Claudio Pagliara

Gerusalemme. Netanyahu e Abu Mazen non si sono ancora dati appuntamento e già un minaccioso terzo incomodo si è invitato a colazione. Venerdì e sabato, razzi lanciati dalla Striscia di Gaza hanno scosso le città israeliane di Sderod e Ashkelon; stamani, dal Sinai prese di mira Aqaba, in Giordania e la “città gemella” israeliana Eylat, entrambe sul Mar Rosso. Quanti pensano che la pace in Medio Oriente sia nella mani del premier israeliano e del presidente palestinese sono serviti.

La successione degli attacchi non lascia dubbi sul fatto che siano legati da uno stesso filo rosso. Sono la risposta del fondamentalismo islamico a quello che appare il primo timido successo della diplomazia statunitense, la probabile ripresa delle trattative dirette israelo-palestinesi. E’ della settimana scorsa il vertice della Lega Araba che ha di fatto invitato il recalcitrante Abu Mazen a rompere gli indugi. Per rassicurare sulle intenzioni israeliane, il premier Netanyahu si è incontrato col re di Giordania Abdallah e il presidente Peres con il presidnete egiziano Mubarak. Dietro la svolta, Barak Obama, che ha esercitato una pressione “senza precedenti” – parole di Abu Mazen –, per convincere il presidente palestinese che non può più tergiversare.

Lo scenario più probabile è che a metà agosto Netanyahu e Abu Mazen diano il via al nuovo round negoziale. Gli eventi degli ultimi giorni, mettono in luce la fragilità del processo, al di là della distanza ancora esistente sui nodi del conflitto. In passato, i radicali islamici hanno usato il terrorismo suicida per sabotare il processo di pace. Oggi Hamas ha a disposizione uno stato di fatto, la Striscia di Gaza, per ottenere lo stesso risultato. Nei suoi arsenali, grazie al sostegno aperto dell’Iran, ha razzi in grado di raggiungere Tel Aviv. Durante l’ultimo conflitto, Piombo Fuso, ha dimostrato di poter tenere sotto tiro tutto il sud di Israele. Un massiccio attacco missilistico da Gaza, costringerebbe Israele ad un intervento militare su vasta scala. Come accadde a gennaio di due anni fa, a farne le sicure spese sarebbe proprio il negoziato.

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Posted by ikzus su 17 luglio 2010


Due paginette insanguinate:
“Sono fiero di aver ucciso Theo van Gogh”

di Giulio Meotti

Abbiamo ottenuto in esclusiva in Italia una copia della lettera che l’assassino di Theo van Gogh, Mohammed Bouyeri, ha fatto uscire dal carcere in risposta a un gruppo islamico francofono stanziato in Belgio (qui sono riprodotte le due pagine della missiva, citata dal quotidiano olandese Algemeen Dagblad). Bouyeri sta scontando l’ergastolo nel carcere di Nieuw Vosseveld, uno dei penitenziari di massima sicurezza in Olanda. Il suo è un documento decisivo su una vicenda che ha segnato la recente storia euroccidentale: l’uccisione di un celebre regista, il trisnipote del pittore Vincent van Gogh, da parte di un figlio di immigrati musulmani, per aver filmato la discriminazione delle donne islamiche nel paese della tolleranza.

In molti hanno definito il caso Van Gogh come “l’11 settembre dell’Olanda”. Forse d’Europa. Quell’omicidio ha scosso le certezze del multiculturalismo da sempre vanto dei Paesi Bassi. E si è imposta la paura fra gli artisti, gli scrittori e i giornalisti. “La libertà di parola è l’unica cosa che può salvare i liberi cittadini dai barbari”, aveva detto Van Gogh. Bouyeri però non gli aveva mai perdonato “Submission”, il film sceneggiato da Ayaan Hirsi Ali e da lui girato. Parla di una donna, del suo matrimonio combinato e della condanna per adulterio. Alcuni versetti del Corano sono tatuati sul corpo della donna, la pelle viva è solcata dalle frustate. Le immagini di quel cortometraggio furono uno choc per l’Olanda.
Nella lettera che riproduciamo Bouyeri dice di non provare rimorso per quanto ha fatto, ma di essere fiero di aver ucciso. A chi gli scrive, Bouyeri offre “il sentiero”. Incita i “fratelli e sorelle” a seguire la strada da lui intrapresa. E’ interessante e angosciante che a scrivergli sia un bambino di dieci anni a nome di una organizzazione islamica in Belgio, come se Bouyeri fosse un esempio da emulare. Il tono della lettera è segnato da un candore assassino. Bouyeri non nomina mai Van Gogh, ma fa capire di aver adempiuto a un dovere religioso nell’ucciderlo. Dice che la sua vita di prima era luccicante e moderna, ma al fine empia, sporca.

Il 4 novembre 2004 Mohammed Bouyeri
si sveglia alle 5 e 30 del mattino. Lascia uno scritto per la famiglia: “Quando riceverete questa lettera sarò caduto come martire”. Dopo aver pregato, Mohammed sale in bicicletta dirigendosi verso un uomo che sta pedalando in una strada dall’altra parte di Amsterdam. Bouyeri ha già fatto decine di volte quel percorso. L’uomo veste una t-shirt e vistose bretelle. Si chiama Theo van Gogh. Sta andando verso il suo studio cinematografico a sud di Amsterdam, non lontano dalla casa in cui ha vissuto Cartesio. Il regista si ferma a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. Bouyeri gli spara un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cade dalla bicicletta, riesce a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo segue fino al cestino delle immondizie a cui la vittima si aggrappa, esplode altri due colpi. Poi Bouyeri squarcia la gola a Van Gogh, prima di appuntargli una lettera al petto.

La lettera contiene minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Wilders è oggi uno dei politici più popolari dei Paesi Bassi. Hirsi Ali, dissidente e apostata dell’islam, già deputata olandese, è riparata a Washington, dove lavora presso il pensatoio neoconservatore American Enterprise Institute. Addosso a Bouyeri la mattina dell’omicidio viene trovata un’altra lettera: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”.
Mohammed Bouyeri non è nato in una famiglia di fanatici, ma di immigrati marocchini ben integrati. Per tutti “Mo” era un ragazzo “promettente”, “positivo”, a scuola i compagni lo ricordano introverso e “timido”. Scrive nel giornale della scuola, organizza banchetti e dibattiti pubblici. Gli piacciono le ragazze olandesi, le trova “facili”. Dopo l’11 settembre però Mohammed annuncia agli amici di voler “trovare la verità”. Inizia a minacciare gli amici che consumano alcol, si rifiuta di stringere la mano alle donne, indossa una tunica islamica e si fa crescere la barba. La “verità” gliela fornisce un imam fondamentalista, il siriano Abou Khaled.

Bouyeri viene educato a una corrente dell’islam nota come “Takfir”. La tesi centrale di questa corrente è che i musulmani devono punire senza pietà coloro che abbandonano “la Verità” o fanno blasfemia. E una volta stanati, impartire la giusta condanna. Come avrebbe fatto con Van Gogh. Al processo Bouyeri ha confessato di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione: “Ho agito per convinzione e non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”. E rivolto alla madre di Van Gogh disse: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”. Nelle due pagine (qui a fianco ne riproduciamo una per la prima volta) il killer di Van Gogh fa uscire le proprie idee dal carcere.

Leggi la lettera in esclusiva di Mohammed Bouyeri

17 luglio 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 4 luglio 2010


Il migliore dei carceri possibili

Guantanamo non si può chiudere. Ora se n’è accorto anche Obama

di Mattia Ferraresi

La chiusura del carcere speciale di Guantanamo sta scivolando sempre più in basso nell’agenda di Obama, tanto che il New York Times, sempre molto in linea con l’Amministrazione, sostiene sia “improbabile che il presidente Obama mantenga la sua promessa di chiuderlo entro la fine del suo mandato, nel 2013”. Dalla fanfara del primo giorno di servizio, quello in cui Obama aveva firmato l’ordine esecutivo per la chiusura di Guantanamo entro un anno, sono passati sedici mesi in cui il presidente ha rimandato, ha fatto nuovi propositi, ha licenziato il consigliere della Casa Bianca a cui aveva affidato il caso, per poi essere costretto ad ammettere che – come qui si sospettava – lo spazio politico e strategico per la chiusura di Guantanamo non c’è.

Il dibattito sul supercarcere istituito da Bush non è fatto di dettagli tecnici. Quando Obama ha firmato per la chiusura, voleva ribaltare l’intera narrazione della giustizia del dopo undici settembre e rovesciare l’idea che ci fosse uno spazio esterno alla giustizia ordinaria dove trattare i più straordinari dei detenuti: i terroristi. Allo stesso modo, la rinuncia obamiana è l’ammissione implicita che il carcere speciale di Bush è il modo più efficace per trattare la minaccia del terrorismo; Obama non ha una vera alternativa a portata di mano, perché un’alternativa radicale non esiste. La testa dell’avvocato della Casa Bianca, Greg Craig, è rotolata proprio nello sforzo titanico di creare una mistica obamiana dei diritti civili uguale e opposta a quella di Bush.

Craig è stato incaricato da Obama
di occuparsi del dossier di Guantanamo quattro giorni dopo che le urne l’avevano eletto presidente. Per Obama si trattava della cosa più importante, la sintesi di una visione del mondo, e per questo non c’era tempo da perdere. Ma Craig è crollato sotto i colpi della realtà. L’Amministrazione ha provato diverse vie per chiudere il carcere, e tutti i fallimenti sono stati coperti con problemi tecnici e varie versioni del “ci stiamo lavorando”. Il principio a parole è intatto, ma Craig nei fatti è stato licenziato. Al suo posto è arrivato Bob Bauer, che da subito ha fatto capire che la virtù massima nella gestione del dossier è la cautela.

Non tutti alla Casa Bianca concordano con l’idea che la chiusura di Guantanamo sia cosa buona e giusta. Da subito il capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel, si è detto d’accordo sull’inversione ideale del bushismo, ma non proprio certo che la chiusura del carcere senza se e senza ma fosse l’alternativa giusta. Per mesi si è parlato della struttura dismessa di Thompson, a 150 miglia da Chicago, come alternativa a Guantanamo, ma il progetto si è arenato, perché trasferire i prigionieri sul suolo americano vorrebbe dire prendersi il rischio enorme di sottoporli alla giustizia ordinaria, con la certezza – confermata dai dati – che la maggior parte degli eventuali rilasciati tornerebbe alle sue occupazioni jihadiste con zelo rinnovato.

Anche il dipartimento di Giustizia si è fatto più cauto e il ministro Eric Holder ha smesso di tuonare contro il carcere speciale, che peraltro è tornato a essere apprezzato dall’opinione pubblica (i sondaggi dicono che il 60 per cento degli americani non vuole la chiusura di Guantanamo) dopo l’attentato del Natale scorso, il massacro di Fort Hood e il suv carico di esplosivo trovato a Times Square. L’Amministrazione sta rinunciando anche a processare la mente dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, a New York in autunno (un altro annuncio improvvido), mentre le funzionalità della prigione segreta nella base americana di Bagram, in Afghanistan, sono state potenziate. L’unica strada percorsa dall’Amministrazione è il trasferimento di prigionieri in paesi terzi: 33 sono stati accettati dagli alleati e nella lista dei papabili ne rimangono soltanto 22. Per tutti gli altri Obama prende tempo, e alla Casa Bianca fermenta l’idea che nell’interesse della sicurezza nazionale Guantanamo sia il migliore dei carceri possibili.

29 giugno 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 26 giugno 2010


“Il calcio non è ammesso dal Corano”,
al Qaida contro i Mondiali

di Fabio Nicolucci

Quando alla fine del 2009 scoppiò la prima guerra del football tra Algeria ed Egitto, la galassia jihadista non diede peso agli eventi. Eppure la conquista del biglietto per il Sudafrica da parte dell’Algeria a spese dell’Egitto innescò una serie di incidenti e scontri tanto gravi da culminare in una crisi bilaterale che non migliorò nemmeno con la rivincita egiziana alla Coppa d’Africa due mesi dopo. Oggi costretto ad inseguire più che a determinare l’agenda internazionale, con l’avvicinarsi della coppa del Mondo il jihadismo ha cambiato rotta. Lo scorso maggio il gruppo Stato Islamico dell’Iraq rivendica l’attentato allo stadio di Tal Afar con 25 morti, e al Qaida del nord Africa minaccia un attacco – poi smentito, però dopo 15 giorni di pubblicità – alla coppa del Mondo e alle squadre occidentali. Qualche giorno fa, in Somalia, due persone vengono uccise da un gruppo jihadista perché sorprese a vedere Germania-Australia. Così, dopo tanta pratica, ora è arrivata anche l’interpretazione teorica secondo la legge islamica. L’occasione per una vera e propria fatwa è data da un post sul sito jihadista “il pulpito del monoteismo e del jihad” di un fedele, tormentato sulla liceità di guardare le partite in corso in Sudafrica. Ciò che turba l’animo dello scrivente non sarebbe tanto il gioco in se stesso, quanto ciò che di mondano lo circonda – dato che “si vedono delle donne svestite, e ci sono anche tamburi e suoni musicali” – e per questo chiede lumi.

Magari anche una rassicurazione,
e il beneplacito a guardarsi qualche partita in pace. Arrivano invece saette, con una fatwa che stronca ogni possibile fruizione di tale spettacolo. Non solo infatti il contesto nel quale si svolge sarebbe sacrilego, ma è proprio il gioco in sé a non essere islamico: il calcio potrebbe distrarre dal rispetto delle cinque preghiere giornaliere e si configurerebbe come una specie di gioco d’azzardo, dato che  i giocatori sono pagati in modo diverso e non secondo il numero dei goal. Ma la diffidenza del giureconsulto jihadista è prima di tutto ideologica: intanto il calcio non è tra le tre forme di competizione ammesse dal Corano, cioè “le corse di cavalli, di cammelli, e il tiro con l’arco, permesse perché possono essere utili anche in guerra”, e poi  “queste gare sono inventate dai nostri nemici per distrarci dal jihad verso di loro”. Questa proibizione di un gioco così popolare anche tra i musulmani rivela le difficoltà del progetto jihadista. Esse non datano però da oggi.

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Posted by ikzus su 14 giugno 2010


“Tornatevene ad Auschwitz”

di Alessandro Schwed

All’alt dei soldati israeliani, i “pacifisti” hanno gridato il loro inno alla fine ebraica

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante.

E’ la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? E’ in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale.

E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. E’ dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati.

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Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Ma ancora una volta ha vinto Teheran

VITTORIO EMANUELE PARSI

Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia).

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

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Posted by alenu su 11 giugno 2010


Un discorso di Geert Wilders, Europarlamentare e Presidente del Freedom Party, Olanda. Wilders ha raccolto il testimone insanguinato del suo compatriota Theo Van Gogh, assassinato ad Amsterdam nel 2004 dopo che la tv aveva trasmesso il suo film «Sottomissione» sul Corano e sulla violenza contro le donne nella società islamica, realizzato con la rifugiata somala Ayaan Hirsi Ali.

Cari Amici,

Grazie per avermi invitato.

Sono venuto in America con una missione. Non va tutto bene nel Vecchio Continente. Abbiamo davanti un enorme pericolo, ed è molto difficile restare ottimisti. Potremmo essere nelle fasi finali dell’islamizzazione dell’Europa. Questo non solo costituisce un pericolo chiaro e attuale per il futuro dell’Europa stessa, è una minaccia per l’America e per la sopravvivenza stessa dell’Occidente. Gli Stati Uniti come ultimo bastione della civiltà occidentale, davanti a un’Europa islamica.

Permettetemi di descrivere innanzitutto la situazione di fatto in Europa. Poi dirò alcune cose sull’Islam. E in conclusione vi dirò di un incontro a Gerusalemme.

L’Europa che conoscete sta cambiando.

Probabilmente ne avrete visitato i monumenti. Ma in tutte queste città, talvolta a pochissima distanza dalle vostre destinazioni turistiche, c’è un altro mondo. E’ il mondo della società parallela creata dall’immigrazione di massa musulmana.

Dovunque in Europa sta sorgendo una nuova realtà: interi quartieri musulmani dove sono pochissimi i nativi che vi risiedono o che anche semplicemente vi si fanno vedere. E se si facessero vedere potrebbero pentirsene. Questo vale anche per la polizia. E’ il mondo dei veli, dove le donne girano sotto delle tende informi, con delle carrozzine e gruppi di bambini. I loro mariti o, se volete, i loro schiavisti, camminano tre passi più avanti. Con le moschee a molti angoli di strada. I negozi hanno cartelli che noi non riusciamo a leggere. Sarebbe difficile trovare una qualsiasi attività economica. Questi sono ghetti musulmani controllati da fanatici religiosi. Sono quartieri musulmani che stanno nascendo come funghi in tutta Europa. Sono i mattoni per costruire il controllo territoriale di porzioni sempre più grandi dell’Europa, strada per strada, quartiere per quartiere, una città dopo l’altra.

Oggi l’Europa è cosparsa di migliaia di moschee. E hanno più fedeli di quanti ce ne siano nelle chiese. E in ogni città europea ci sono piani per costruire delle super moschee che sovrasteranno ogni chiesa della regione. Chiaramente il segnale che si vuole dare è: comandiamo noi.

Molte città europee sono già per un quarto musulmane: basta guardare Amsterdam , Marsiglia e Malmo, in Svezia. In molte città la maggioranza della popolazione minorenne è musulmana. Parigi è oggi circondata da una cerchia di quartieri musulmani. Mohammed è il nome più popolare fra i maschi di molte città.

In alcune scuole elementari di Amsterdam non si può più menzionare il podere agricolo, perché significherebbe alludere anche al maiale, e questo costituirebbe un insulto ai musulmani.

Molte scuole statali del Belgio e della Danimarca servono solo cibo halal, a tutti gli allievi. Ad Amsterdam, una volta tollerante, gli omosessuali sono picchiati quasi esclusivamente dai musulmani. Per le donne non-musulmane è normale sentirsi dire “puttana, puttana”. I piatti satellitari non sono puntati verso i canali locali, ma verso le televisioni dei paesi d’origine.

In Francia si consiglia agli insegnanti di evitare gli autori ritenuti offensivi per i musulmani, ivi compresi Voltaire e Diderot; lo stesso vale sempre di più per Darwin. La storia dell’Olocausto non si può più insegnare a causa dell’ipersensibilità dei musulmani.

I tribunali islamici adesso sono ufficialmente parte integrante del sistema legale britannico. Molti quartieri della Francia sono proibiti a donne che non indossino il velo. La settimana scorsa un uomo ha rischiato di morire dopo esssere stato picchiato dai musulmani a Bruxelles, perché beveva durante il Ramadan.

Un numero senza precedenti di ebrei sta fuggendo dalla Francia, per sfuggire alla peggiore ondata di anti-semitismo si sia mai vista dai tempi della seconda guerra mondiale. Oggi è comune sentir parlare francese nelle strade di Tel Aviv e Netanya, in Israele. Potrei continuare all’infinito con racconti come questi. Racconti sull’islam.

Oggi in Europa vivono un totale di 54 milioni di musulmani .. L’università di San Diego ha calcolato recentemente che un colossale 25 per cento della popolazione europea sarà musulmana nel giro di appena 12 anni. Bernhard Lewis ha predetto che entro la fine del secolo i musulmani saranno in maggioranza.

Ora, questi sono solo numeri. E i numeri non sarebbero minacciosi se gli immigrati musulmani avessero un forte desiderio di integrarsi. Ma ci sono pochi segni che sia così. Il Centro di ricerca Pew riferisce che metà dei musulmani francesi considera più forte il loro dovere di fedeltà all’islam della corrispondente fedeltà alla Francia. Un terzo dei musulmani francesi non è contrario agli attacchi suicidi. Il Centro britannico per la Coesione sociale ha riferito che un terzo degli studenti musulmani britannici è a favore di un califfato mondiale. I musulmani esigono quello che chiamano “rispetto”. Ed è così che diamo loro “rispetto”: abbiamo cinque feste nazionali musulmane ufficiali.

Il Ministro della giustizia cristiano-democratico è disposto ad accettare la sharia in Olanda se ci sarà una maggioranza musulmana. Nel governo abbiamo ministri con passaporti del Marocco e della Turchia.

Le rivendicazioni musulmane sono accompagnate da comportamenti illegali, che vanno dai piccoli reati e le violenze a caso, ad esempio contro gli operatori di ambulanze e guidatori di bus, ai piccoli tumulti. Parigi ha avuto sommosse nelle banlieue.

Io chiamo i responsabili di tutto questo dei ‘colonizzatori’. E’ questo ciò che sono. Non vengono per integrarsi nelle nostre società, vengono per integrare la nostra società nel loro Dar-al-Islam. Perciò sono dei colonizzatori.

Gran parte delle violenze di strada che ho menzionato è diretta esclusivamente contro non-musulmani, il che costringe molti nativi a lasciare i loro quartieri, le loro città, i loro paesi. Inoltre, adesso i musulmani rappresentano un voto determinante che non si può ignorare.

La seconda cosa che dovete sapere è l’importanza del profeta Maometto. Il suo comportamento deve servire da esempio a tutti i musulmani e non si può criticare. Ora, se Maometto fosse stato un uomo di pace, diciamo come Gandhi e Madre Teresa messi insieme, non ci sarebbe problema. Ma Maometto era un guerrafondaio, un omicida di massa, un pedofilo, ed ebbe molti matrimoni – simultaneamente. La tradizione islamica ci dice come combatté in battaglia, come fece assassinare i suoi nemici e perfino i prigionieri di guerra. Maometto stesso massacrò la tribù ebraica di Banu Qurayza. Se è bene per l’islam, è bene. Se è male per l’islam è male.

Non fatevi ingannare da chi vi dice che l’islam è una religione. Certo, ha un dio, e un al di là, e 72 vergini. Ma in essenza l’islam è un’ideologia politica. E’ un sistema che stabilisce regole dettagliate per la società e per la vita di ogni persona. L’islam vuole dettare ogni aspetto della vita. Islam significa “sottomissione”. L’islam non è compatibile con la libertà e la democrazia, perché quello a cui punta è la sharia. Se si vuole paragonare l’islam a qualcosa, si paragoni al comunismo o al nazional-socialismo: sono tutte ideologie totalitarie.

Adesso capite perché Winston Churchill chiamava l’islam ‘la forza più retrograda del mondo’ e perché paragonò il Corano al Mein Kampf.

L’opinione pubblica ha accettato in pieno il racconto palestinese e vede Israele come l’aggressore. Io sono vissuto in questo paese e l’ho visitato decine di volte. Io sto dalla parte di Israele. Primo, perché è la patria ebraica dopo duemila anni di esilio, fino ad Auschwitz compreso; secondo perché è una democrazia e terzo perché Israele è la nostra prima linea di difesa.

Questo minuscolo paesino è situato sulla faglia di demarcazione della jihad, e ferma l’avanzata territoriale dell’islam. Israele è in prima linea contro la jihad, come il Kashmir, il Kosovo, le Filippine, la Thailandia meridionale, il Darfur nel Sudan, il Libano ed Aceh in Indonesia. Israele è semplicemente nel mezzo. Nello stesso modo in cui lo era Berlino Ovest durante la Guerra Fredda.

La guerra contro Israele non è una guerra contro Israele. E’ una guerra contro l’Occidente. E’ jihad. Israele sta semplicemente subendo i colpi che sono mirati contro tutti noi. Se non ci fosse stato Israele, l’imperialismo islamico avrebbe trovato altri luoghi in cui scatenare le sue energie e il suo desiderio di conquista. Grazie ai genitori israeliani che mandano i loro figli nell’esercito e poi di notte non riescono a chiudere occhio, i genitori in Europa e America possono dormire sonni tranquilli e sognare, ignari dei pericoli che stanno intorno.

Molti in Europa sostengono che bisogna abbandonare Israele per venire incontro alle rimostranze delle nostre minoranze musulmane. Ma se Israele dovesse, Dio non voglia, soccombere, non ne verrebbe un sollievo all’Occidente. Non significherebbe che le nostre minoranze musulmane improvvisamente cambierebbero comportamento e accetterebbero i nostri valori. Al contrario, la fine di Israele darebbe un incoraggiamento enorme alle forze dell’islam. Vedrebbero, giustamente, la fine di Israele come la prova che l’Occidente è debole e desinato all’annientamento. La fine di Israele non significherebbe la fine dei nostri problemi con l’islam ma solo l’inizio. Significherebbe l’inizio della battaglia finale per il dominio mondiale. Se riescono a distruggere Israele, riusciranno a ottenere tutto quello che vogliono.

I cosiddetti giornalisti si offrono per etichettare chiunque critichi l’islamizzazione come “estremisti di destra” o “razzisti”. Nel mio paese, l’Olanda, il 60 per cento della popolazione adesso considera l’immigrazione di massa dei musulmani come il più grande errore politico a far tempo dalla seconda guerra mondiale. E un altro 60 per cento vede nell’islam la minaccia più grande.

Eppure esiste un pericolo più grande degli attacchi terroristici, ed è lo scenario dell’America come ultimo uomo rimasto in piedi.

Le luci potrebbero spegnersi in Europa più velocemente di quanto ci si immagini. Un’Europa islamica significa un’Europa senza libertà e democrazia, una terra economicamente desolata, un incubo intellettuale, e una perdita di potenza militare per l’America – dato che i suoi alleati diventeranno nemici, nemici con la bomba atomica.

Con un’Europa islamica l’America resterebbe da sola a preservare il retaggio di Roma, Atene e Gerusalemme.

Cari amici, la libertà è il più prezioso dei doni. La mia generazione non ha mai dovuto combattere per questa libertà, ci fu offerta su un vassoio d’argento, da gente che per essa aveva sacrificato la vita.

In tutta Europa i cimiteri americani ci ricordano i giovanotti che non ce la fecero mai a ritornare a casa, e la cui memoria ci è cara. La mia generazione non è proprietaria di questa libertà; siamo solo chiamati a custodirla. Possiamo solo trasmettere questa libertà, duramente conquistata, ai figli d’Europa, nelle stesse condizioni in cui ci è stata offerta. Non possiamo venire a un compromesso con i mullah e gli imam. Le generazioni del futuro non ce lo perdonerebbero mai. Non possiamo disperdere le nostre libertà. Semplicemente, non abbiamo il diritto di farlo.

Dobbiamo fare adesso i passi necessari per fermare questa stupidità islamica e impedirle di distruggere il mondo libero quale noi lo conosciamo.

Vi prego di prendere il tempo necessario per leggere e comprendere quello che c’è scritto qui. Vi prego di inviarlo ad ogni persona libera che conoscete….”

Sunday, October 19, 2008

geert wilders: Who lost Europe to Islam?

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Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Se i pacifisti sono veri e non jhadisti, non succede nulla

di Carlo Panella

La nave Rachel Corrie è stata abbordata dai soldati israeliani, che sono saliti a bordo, hanno ordinato di fare rotta sul porto israeliano di Ashdod, hanno assicurato che il carico di viveri e medicinali sarà trasportato via terra a Gaza. Non una goccia di sangue versata. Perché? La risposta è semplice: perché sulla Rachel Corrie sono imbarcati dei veri pacifisti, mentre sulla Mavi Marmara erano imbarcati dei falsi pacifisti, dei militanti islamisti che hanno tentato –e ci sono quasi riusciti- di linciare alcuni soldati e che hanno lasciato Istanbul dichiarando che andavano “a cercare il martirio”. Dunque, i veri pacifisti si comportano da tali, i falsi pacifisti-islamisti creano situazioni in cui corre il sangue.

Questa è la prima, doverosa constatazione, che pochi faranno.

La seconda è che Israele ha tutto il diritto di impedire che venga violato il blocco di Gaza. Perché a Gaza governa una Hamas che si rifiuta di sottoscrivere gli accordi di Oslo, che si rifiuta di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, che lancia migliaia di razzi contro Israele, che ha massacrato centinaia di militanti palestinesi di Abu Mazen, che impicca i collaborazionisti, che ha trasformato la Striscia in un incubo islamista.

La terza constatazione –che ribadiamo- è che il governo israeliano doveva sapere che sulla Mavi Marmara era pronta un’imboscata dei falsi pacifisti, che farvi scendere uno a uno i soldati da un elicottero per essere bastonati e linciati è stato un errore da dilettanti, imperdonabile, e che quindi la responsabilità dei nove morti provocati dalla reazione dei soldati israeliani è su chi ha iniziato una operazione militare in modo irresponsabile: i generali israeliani.

La quarta constatazione –ma dovrebbe essere la prima- è che questa storia di “Gaza che muore di fame” è una immensa bufala e che il fatto che quasi tutti i media in Italia e in Europa la accreditino, dando quindi retta alle provocazioni dei pacifisti (anche di quelli veri) è vergognoso. Si legga il reportage della settimana scorsa di Cremonesi sul Corriere della Sera e si avrà prova che a Gaza i viveri arrivano, e così i medicinali, ed addirittura le macchine giapponesi di grossa cilindrata.

La quinta constatazione è che il blocco da parte dell’Egitto è sempre stato molto più duro e impenetrabile di quello israeliano. Pure l’Egitto è un paese arabo e musulmano. Ma isola la Gaza di Hamas perché è in mano ad una banda di oltranzisti, che rifiutano ogni trattativa con Abu Mazen e che si appoggiano all’Iran.

Detto questo, veniamo alla prospettiva. Netanyhau ha dichiarato che non permetterà che Gaza diventi un porto iraniano e le sue non sono parole al vento, perché il 4 gennaio 2002 i militari israeliani bloccarono la nave Karine A che era piena di armi pesanti e leggere inviate dall’Iran a Gaza e perché tutto il mondo sa che ormai Hamas è strettissimo alleato di Ahmadinejad.

E’ quindi indispensabile che l’Europa e gli Usa stiano al fianco di Israele per quanto riguarda la sua sicurezza, e quindi la continuazione del blocco di Gaza, magari facendosi carico di inviare, via terra, ulteriori carichi umanitari molto ben controllati.

Ma è soprattutto indispensabile che Europa e Usa prendano atto che i colloqui tra Abu Mazen e Natanyhau sono una farsa per la semplice ragione che Abu Mazen “non ha potere di firma”, perché qualsiasi accordo la Anp firmi, Hamas ne farà carta straccia. Però dal 2006, da quando Hamas ha preso il controllo di Gaza, Ue e Usa mettono la testa sotto la sabbia, rifiutano di affrontare il “nodo gordiano di Gaza”. Blaterano di “due popoli, due stati”, mentre sanno benissimo che semmai saranno “due popoli, tre stati”. Devono invece prendere atto che l’Egitto, come l’Arabia Saudita, come Abu Mazen, non sanno risolvere questo problema e che è irresponsabile e vile obbligare Israele a difendersi anche da questo problema, che è tutto e solo interno al mondo arabo e islamico.

Obama e l’Europa devono risolvere il problema di Hamas, Onu o non Onu.

Fino a quando non lo faranno, le tragedie si ripeteranno.

Tratto da Il Tempo del 5 giugno 2010

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