ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘Iran’

Posted by ikzus su 26 dicembre 2010


Ahmadinejad deve riconoscere di essere stato battuto da “Stuxnet”

Mahmoud Ahmadinejad ha riconosciuto che il programma iraniano di arricchimento dell’uranio ha subito una battuta d’arresto: “ Sono stati in grado di mettere fuori uso, in modo limitato, alcune delle nostre centrifughe attraverso un software installato nelle nostre attrezzature elettroniche”, ha riconosciuto il presidente iraniano di fronte ai giornalisti. Bell’eufemismo. Il programma iraniano d’arricchimento dell’uranio è stato messo al palo per un significativo lasso di tempo; le sue risorse tecniche drenate altrove; e le risorse umane disorganizzate. Il software in questione è un worm per computer di nome Stuxnet ( N.d.T. un worm è programma auto-replicante capace di propagarsi attraverso una rete con effetti distruttivi sul sistema in questione), già visto in azioni (di successo) nella breve narrativa storica delle cyber-guerre.

Stuxnet ha fatto per la prima volta la sua comparsa lo scorso 17 Giugno, quando una compagnia di sicurezza digitale di Minsk, VirusBlokAda, ne fece la scoperta in uno dei suoi computer destinato ad uno dei suoi clienti iraniani. E’ stato immediatamente chiaro che Stuxnet non era un comune malware (N.d.T. per malware si intende qualsiasi programma inteso a danneggiare o mettere fuori uso computer o sistemi per computer).

Infatti Stuxnet non è un virus ma un worm. Si tratta di virus che si appoggiano su programmi già presenti su di un computer. I worm sono programmi in tutto e per tutto, che si nascondono dentro un computer, e che segretamente si propagano in altri computer. Dopo un mese di studio alcuni ingegneri di cyber-sicurezza hanno emesso la sentenza: Stuxnet è stato disegnato per interferire con sistemi industriali costruiti dalla casa tedesca Siemens, con la finalità di mettere fuori uso i controlli di supervisione ed i protocolli di acquisizione dati degli stessi, i c.d. SCADA. Come a dire che, a differenza di molti malware oggi in circolazione (tesi alla mera manipolazione di operazioni virtuali), Stuxnet può invece generare conseguenze nel mondo reale: questo worm è infatti in grado di comandare tanto i lavori di un grande stabilimento industriale, quanto quelli di una centrale energetica, di una diga o di un’industria. Di quale impianto si sia trattato in questo caso, non è dato saperlo.

Quel che sappiamo però, è che Stuxnet ha sin da subito mostrato un profilo di anomalia rispetto ai suoi predecessori. I worm che hanno interferito con SCADA non sono sconosciuti ma eccezionalmente rari. Quale sequenza di codice fisico, Stuxnet è enorme (si stima che pesi all’incirca mezzo megabyte), superando in grandezza, di molti multipli, un medio esemplare di worm in circolazione.

Prendiamo in conto ora il suo raggio d’infezione: Stuxnet è riuscito ad infiltrarsi in almeno 100.000 computer in tutto il mondo, di cui il 60% solo in Iran. Senza contare che la potenza e l’eleganza di Stuxnet lo rendono ancora più intrigante agli addetti ai lavori. Molti sistemi industriali girano su computer che usano Microsoft Windows quale sistema operativo. Gli hacker mettono alla prova costantemente quelle che in gergo vengono chiamate le vulnerabilità del “giorno zero” (zero day vulnerabilities), i punti deboli del codice non identificati dai programmatori-creatori. Su un pezzo di software sofisticato quale è Windows, la scoperta di una sola vulnerabilità del “giorno zero” è estremamente rara. Basterà dire allora che i creatori di Stuxnet ne hanno trovate, e usate, ben quattro. Nessuno negli ambienti della cyber-sicurezza aveva mai visto niente del genere.

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Panorama Obama 2

Posted by ikzus su 29 settembre 2010


Proseguiamo il panorama delle voci che mettono in rilevo il declino del Black President.

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Il giornalista del Watergate sull’Afghanistan

Woodward ci consegna l’immagine di un Obama in guerra con i suoi generali

di Luca Meneghel

Che tra Barack Obama e i suoi consiglieri militari non corra buon sangue è cosa nota, e il caso del Generale McChrystal – silurato per le critiche affidate a un giornalista di “Rolling Stone” – è solo la punta di un iceberg molto profondo. Lunedì mattina, a conferma delle indiscrezioni pubblicate quotidianamente dai giornali di tutto il mondo, gli americani troveranno in libreria un volume che racconta molti aneddoti scottanti: si tratta di “Obama’s Wars” (Simon & Schuster), il nuovo saggio del giornalista investigativo Bob Woodward. Dagli anni settanta, quando insieme a Carl Bernstein scrisse una serie di articoli che portarono alle dimissioni di Richard Nixon, Bob ne ha fatta di strada: ogni suo libro è diventato un bestseller, grazie a fonti di alto livello e alla consultazione di documenti estremamente riservati.

L’Occidentale  venerdì 24 settembre 2010  [continua]

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L’Obama pallido che rinforza l’Iran

Per costare 20 miliardi di dollari l’anno, l’Onu è produttivo: riesce infatti a rappresentare veridicamente la pericolosa confusione in cui versa oggi la politica mondiale. A ogni Assemblea Generale, la cui maggioranza è costituita da Stati non democratici, gli Stati Uniti rappresentano sempre agli Stati membri i loro buoni sentimenti, e ieri una quantità enorme di buona volontà è stata disegnata nel discorso di Obama. Il presidente è apparso ispirato da grandi cause umane e civili in maniera un po’ esagerata e astratta: ha dedicato un terzo del suo tempo alla certezza che entro un anno si possa raggiungere la soluzione del conflitto medio orientale, non si capisce se per irresponsabilità dei suoi consiglieri o per un suo sogno di onnipotenza. Ha opinato “accountability” delle classi dirigenti, società civile al potere, diritti umani, condizione femminile, inizio dello sgombero dell’Afghanistan… E poi ancora; sconfiggeremo Al Qaida; mano tesa con l’Iran, mentre «abbiamo intrapreso una nuova politica mondiale e quindi nessuno si aspetti che gli Usa agiscano autonomamente, solo il rapporto multilaterale col mondo emergente disegnerà la nostra politica».

Il Giornale, 24/9/2010 [continua]

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Obama e i cocci del dream team

di David Rothkopf

I motivi all’origine delle dimissioni di Larry Summers dalla carica di massimo consigliere per l’economia del presidente Obama non contano, né importa che cosa abbia fatto durante il suo mandato alla Casa Bianca. Ciò che più conta è che cosa accadrà adesso.
Summers lascia un vuoto enorme al vertice del team di consiglieri di Obama, in un momento di grande incertezza per il presidente, gli Usa e l’economia internazionale. Mentre la maggior parte dell’opinione pubblica si concentrerà sulla persona scelta per sostituire Summers, il primo posto nel quale Obama deve guardare è dentro di sé. È innegabile che i massimi funzionari e dipartimenti della Casa Bianca hanno successo solo nella misura in cui il presidente consente che l’abbiano. È il presidente a dare pieni poteri alle persone, a esserne garante, a decidere lo stile del lavoro.
L’ondata di dimissioni in ambito economico – Peter Orszag, capo dell’Ufficio budget della Casa Bianca, e Christina Romer, capo del consiglio dei consiglieri economici, e Summers – cancella la squadra di all star che Obama aveva tanto pubblicizzato. La realtà è che tutti loro sono stati di successo, collaborativi, creativi o capaci di stabilire le giuste priorità soltanto nella misura in cui il presidente glielo ha permesso. Vale la pena osservare che accanto a loro, nei briefing quotidiani sull’economia, c’erano anche altri personaggi di spicco, Rahm Emanuel, David Axelrod, Valerie Jarrett e Tim Geithner, il segretario del Tesoro. Quando il polverone sollevato calerà, sembra che resteranno solo Jarrett e forse Geithner.
Nello sport, quando una squadra gioca male, la prima persona a dover fare fagotto è il manager o l’allenatore. In politica, pare sempre che sia la squadra a sciogliersi.

IlSole24Ore, 24/9/2010 [continua]

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Jimmy Obama: il paragone con Carter preoccupa la Casa Bianca

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I paragoni fra la Casa Bianca di Obama e la fallita presidenza di Jimmy Carter sono ogni giorno più numerosi. E a farli sono i democratici.

Walter Mondale, vicepresidente sotto Carter, ha dichiarato al New Yorker questa settimana che, alla fine degli anni Settanta, gli elettori nervosi e infuriati “si rivoltarono contro di noi, proprio come contro Obama”. Mentre i sondaggi andavano a sfavore della sua amministrazione – ha ricordato Mondale – Carter “cominciò a perdere fiducia nella propria capacità di colpire il pubblico”. E adesso i democratici a Capitol Hill dicono che la stessa cosa sta accadendo a Obama.

L’Occidentale  sabato 25 settembre 2010  [continua]

© The Wall Street Journal Traduzione Andrea Di Nino

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Posted by ikzus su 7 luglio 2010


Il passo indietro della Casa Bianca

Tutti d’accordo sul riavviare colloqui diretti tra Autorità Palestinese e governo israeliano, nel ritenere la prospettiva di un Iran nucleare una minaccia inaccettabile alla sicurezza regionale, e nel ribadire il legame «infrangibile tra Stati Uniti e Israele». Ma al di là delle belle parole, è Benjamin Netanyahu a uscire vincitore dai colloqui allo Studio Ovale ed è Barack Obama a dover fare buon viso a cattivo gioco. Forse Obama ha scelto ancora una volta di privilegiare l’agenda interna, ha pensato alla potentissima lobby ebraica e alla sua capacità di influenzare le elezioni di mid term, già presentate come un test decisivo per una presidenza in serio calo di popolarità. Ma forse è anche l’inizio della revisione di una strategia, quella dell’amministrazione Usa, che fin qui ha portato risultati davvero scarsi.

L’ambizioso, e generoso, progetto di Obama di ricollocare gli Usa come un honest broker in Medio Oriente si è probabilmente scontrato con la realtà: una realtà nella quale l’America di Obama è decisamente meno potente di quella di Clinton e persino di quella di George W. Bush, anche se di quest’ultima senz’altro più accattivante.

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Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Ma ancora una volta ha vinto Teheran

VITTORIO EMANUELE PARSI

Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia).

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

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Posted by ikzus su 11 giugno 2010


Se i pacifisti sono veri e non jhadisti, non succede nulla

di Carlo Panella

La nave Rachel Corrie è stata abbordata dai soldati israeliani, che sono saliti a bordo, hanno ordinato di fare rotta sul porto israeliano di Ashdod, hanno assicurato che il carico di viveri e medicinali sarà trasportato via terra a Gaza. Non una goccia di sangue versata. Perché? La risposta è semplice: perché sulla Rachel Corrie sono imbarcati dei veri pacifisti, mentre sulla Mavi Marmara erano imbarcati dei falsi pacifisti, dei militanti islamisti che hanno tentato –e ci sono quasi riusciti- di linciare alcuni soldati e che hanno lasciato Istanbul dichiarando che andavano “a cercare il martirio”. Dunque, i veri pacifisti si comportano da tali, i falsi pacifisti-islamisti creano situazioni in cui corre il sangue.

Questa è la prima, doverosa constatazione, che pochi faranno.

La seconda è che Israele ha tutto il diritto di impedire che venga violato il blocco di Gaza. Perché a Gaza governa una Hamas che si rifiuta di sottoscrivere gli accordi di Oslo, che si rifiuta di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, che lancia migliaia di razzi contro Israele, che ha massacrato centinaia di militanti palestinesi di Abu Mazen, che impicca i collaborazionisti, che ha trasformato la Striscia in un incubo islamista.

La terza constatazione –che ribadiamo- è che il governo israeliano doveva sapere che sulla Mavi Marmara era pronta un’imboscata dei falsi pacifisti, che farvi scendere uno a uno i soldati da un elicottero per essere bastonati e linciati è stato un errore da dilettanti, imperdonabile, e che quindi la responsabilità dei nove morti provocati dalla reazione dei soldati israeliani è su chi ha iniziato una operazione militare in modo irresponsabile: i generali israeliani.

La quarta constatazione –ma dovrebbe essere la prima- è che questa storia di “Gaza che muore di fame” è una immensa bufala e che il fatto che quasi tutti i media in Italia e in Europa la accreditino, dando quindi retta alle provocazioni dei pacifisti (anche di quelli veri) è vergognoso. Si legga il reportage della settimana scorsa di Cremonesi sul Corriere della Sera e si avrà prova che a Gaza i viveri arrivano, e così i medicinali, ed addirittura le macchine giapponesi di grossa cilindrata.

La quinta constatazione è che il blocco da parte dell’Egitto è sempre stato molto più duro e impenetrabile di quello israeliano. Pure l’Egitto è un paese arabo e musulmano. Ma isola la Gaza di Hamas perché è in mano ad una banda di oltranzisti, che rifiutano ogni trattativa con Abu Mazen e che si appoggiano all’Iran.

Detto questo, veniamo alla prospettiva. Netanyhau ha dichiarato che non permetterà che Gaza diventi un porto iraniano e le sue non sono parole al vento, perché il 4 gennaio 2002 i militari israeliani bloccarono la nave Karine A che era piena di armi pesanti e leggere inviate dall’Iran a Gaza e perché tutto il mondo sa che ormai Hamas è strettissimo alleato di Ahmadinejad.

E’ quindi indispensabile che l’Europa e gli Usa stiano al fianco di Israele per quanto riguarda la sua sicurezza, e quindi la continuazione del blocco di Gaza, magari facendosi carico di inviare, via terra, ulteriori carichi umanitari molto ben controllati.

Ma è soprattutto indispensabile che Europa e Usa prendano atto che i colloqui tra Abu Mazen e Natanyhau sono una farsa per la semplice ragione che Abu Mazen “non ha potere di firma”, perché qualsiasi accordo la Anp firmi, Hamas ne farà carta straccia. Però dal 2006, da quando Hamas ha preso il controllo di Gaza, Ue e Usa mettono la testa sotto la sabbia, rifiutano di affrontare il “nodo gordiano di Gaza”. Blaterano di “due popoli, due stati”, mentre sanno benissimo che semmai saranno “due popoli, tre stati”. Devono invece prendere atto che l’Egitto, come l’Arabia Saudita, come Abu Mazen, non sanno risolvere questo problema e che è irresponsabile e vile obbligare Israele a difendersi anche da questo problema, che è tutto e solo interno al mondo arabo e islamico.

Obama e l’Europa devono risolvere il problema di Hamas, Onu o non Onu.

Fino a quando non lo faranno, le tragedie si ripeteranno.

Tratto da Il Tempo del 5 giugno 2010

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Posted by ikzus su 18 maggio 2010


Il regime iraniano entra nella Commissione ONU per i diritti delle donne

E’ di qualche giorno fa l’ennesima beffa dell’Onu. L’Iran è stato eletto per acclamazione, e non con regolare votazione, nella Commissione on Status of Women, deputata alla difesa e alla tutela delle donne di tutto il mondo. Un seggio quadriennale, a partire dal 2011, giustificato come “vacante in organismi sussidiari”, per un Paese che punisce l’adulterio con la lapidazione dopo il seppellimento dalla vita in giù e che per le donne immodeste riserva la frusta. E’ difficile immaginare l’Iran che, insieme agli altri 44 membri della Commissione, discute di parità di genere, di avanzamento delle donne e sopra tutto di diritti umani. Chissà cosa dirà la Commissione a proposito della prigione di Gohar Dasht, nella città di Karaj, nel nord del Paese, dove dal 2005 decine di giovani donne sono state violentate e uccise. Ragazze dai 22 ai 30 anni, arrestate dalla polizia iraniana perché colpevoli di abbigliamento immorale o di uso di sostanze stupefacenti, e di cui da più di quattro anni si sono perse le tracce. Come saranno giustificate le vessazioni che le donne iraniane continuano a subire? A Teheran le giovani non possono sporgere denuncia per violenza se non con la testimonianza di quattro uomini, mentre un marito che uccide la moglie in flagranza di adulterio non viene condannato. E le ragazzine sono costrette a sposarsi con uomini che non conoscono e molto più grandi di loro, come se fossero oggetti nelle mani del padre e del futuro marito violentatore.

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Il quadruplo vicolo cieco

Posted by ikzus su 17 giugno 2009


Cosa sta succedendo in Iran? Le possibilità sono due: o le elezioni sono state truccate (qualcuno degli oppositori al regime si spinge addirittura a parlare di colpo di stato), oppure no. E come ogni tema di politica estera (politica tout court, in realtà) anche questo si presta ad essere affrontato secondo i due paradigmi classici, del realismo (le cose sono come sono, bisogna cercare di trarne il massimo profitto) e dell’idealismo (qualsiasi decisione non può prescindere da una griglia etico-ideale). L’incrocio tra queste due coppie di alternative ci presenta quattro scenari, che portano comunque tutti ad un’unica conclusione: anche questa volta, l’Occidente si trova in un vicolo cieco, paralizzato dal relativismo, incapace di dare una risposta ai drammi che affliggono il nostro povero pianeta.

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La cartina di tornasole

Posted by ikzus su 23 aprile 2009


La conferenza ONU sul razzismo, nota come Durban II, avrebbe dovuto concludersi domani; invece è già finita due giorni fa, per acclamazione, come nelle migliori tradizioni totalitarie.

Il testo così approvato è una vera schifezza che, se non facesse paura, farebbere ridere: gli ebrei, vittime del razzismo per antonomasia, sono gli unici accusati. Il grande protagonista dello show infame, il presidente iraniano che da anni promette l’annientamento di Israele, al suo ritorno in patria è stato osannato come un eroe nazionale.

Allora, ci stracciamo le vesti? Assolutamente no: anzi, si tratta di un’occasione preziosa, per chi non vuol chiudere gli occhi di fronte alla triste realtà. Diciamo che è una specie di cartina di tornasole, che inequivocabilmente ci dimostra alcune verità scomode:

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Olocausto prossimo venturo

Posted by ikzus su 6 agosto 2008


6 agosto 1945: la prima bomba atomica della storia distrugge Hiroshima (e di lì a 3 giorni segue Nagasaki); si chiude così, con un ecatombe mai vista, la guerra scatenata dal regime nazionalsocialista tedesco contro (quasi tutto) il resto del mondo.

A distanza di 63 anni, probabilmente ci stiamo avviando verso la seconda guerra nucleare, e forse la terza guerra mondiale (qualcuno dice la quinta, dopo la ‘guerra fredda’ e la lotta contro il terrorismo islamico, ma non cambia).

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