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La verità vi farà liberi

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Lourdes, la liturgia dei corpi

Posted by ikzus su 10 settembre 2017


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“Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” Romani cap. 12

Quella che si celebra nelle piscine di Lourdes è in effetti proprio questo, una liturgia del corpo.

Quando i pellegrini arrivano, per prima cosa si spogliano. La maggior parte di noi vive con disagio il proprio corpo, per molti è addirittura fonte di vergogna. Il mettersi a nudo davanti a Dio – e anche agli altri uomini – è come dire: “Vedi, in fin dei conti sono fatto così, sono solo questo, e non piace molto neanche a me”

I corpi che arrivano alle piscine sono quasi sempre sudati, a volte sporchi, spesso vecchi, piagati, ammalati. È così che ci vede Dio: deboli, feriti, peccatori. Spogliarsi è già di per sé un gesto penitenziale.

Poi c’è un momento di preghiera. Alcuni scelgono di viverlo nel silenzio e nell’intimità del loro cuore, si capisce che sono abituati all’interiorità e al raccoglimento. La maggior parte preferisce formulare una preghiera vocale, quasi sempre un’Ave Maria in tutte le lingue del mondo, spesso facendosi accompagnare nella preghiera dai volontari. Qualcuno dichiara tranquillamente che non sa pregare, a quel punto sono i volontari stessi ad offrirsi di pregare per lui e al posto suo: in questo modo esercitano quel ministero sacerdotale che hanno ricevuto col battesimo, il potere di intercedere tra il Padre e gli uomini. Ma puoi incontrare anche musulmani, induisti, non credenti… Ti spiazzano, ti domandi che cosa ci fanno lì, hai la sensazione che siano fuori posto; ma dopo un istante ti ricordi che tu sei solo un ‘servo inutile’, è la Madre celeste che li ha convocati, non sta a te conoscere il come né il perché.

Quando sono pronti scendono nella vasca, fanno pochi passi, poi si immergono all’indietro, lasciandosi adagiare nell’acqua dai volontari. Devono fidarsi, abbandonarsi alle braccia di sconosciuti che non hanno mai incontrato prima e di cui non sanno nulla. Per alcuni, specie se malati gravi, è normale non avere il controllo sulla propria vita ed avere la necessità dell’aiuto altrui, ma per la maggior parte invece è un passo in più, un ulteriore distacco dalle proprie false sicurezze, un prendere coscienza che siamo nelle mani di altri, e soprattutto di un Altro.

Cadono all’indietro, sprofondano nell’acqua gelata, alcuni hanno la sensazione di annegare: di per sé, un’esperienza scioccante! Eppure quando li rialzi sono tutti commossi, molti riprendono a pregare, qualcuno scoppia a piangere; chi ringrazia, chi domanda perdono, chi chiede di ripetere l’immersione, due, tre volte; alcuni parrebbero voler restare lì, non andar più via, fermare il tempo.

Prima di tornare nell’anticamera della piscina per rivestirsi quasi tutti si voltano a salutare, sorridenti; molti ringraziano, qualcuno ti abbraccia – ancora tutto bagnato! – stringendoti forte come se fossi un caro amico o un fratello; poi escono per sempre dalla tua vita, lasciandoti lì con lo sguardo rivolto alla statuina della Madonna in cima alla vasca, a domandarti che cosa sarà successo nel cuore di quell’uomo, quale sofferenza sarà stata guarita questa volta da Maria.

Ma già sta entrando un altro pellegrino, proveniente chissà da dove, con le sue tribolazioni, la sua storia, il suo corpo da offrire. “Bienvenido!  … Comment tu t’appèlle?  … This way, please …” la Madre celeste oggi aspettava anche te.

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Quella destinazione per prendere il largo

Posted by alagna su 4 luglio 2013


GIUGNO, MESE DELLE ORDINAZIONI. E DI UNA VOCAZIONE CHE SI COMPIE

« Sai, mi hanno destinato: vado in periferia di Milano. Dicono sia un posto ‘caldo’, ma io non vedo l’ora».

Ricordo ancora l’entusiasmo di un amico, neo­sacerdote, catapultato in un quartiere di Cinisello Balsamo, una delle zone per certi versi più difficili della diocesi ambrosiana. Quello stesso sorriso l’ho rivisto, pochi giorni fa, sul volto di un giovane missionario del Pime, in partenza per l’Algeria: l’entusiasmo di chi sta finalmente per ‘prendere il largo’, dopo aver accarezzato per anni il giorno della partenza. Che cosa vi sia da gioire per l’assegnazione a una periferia complicata oppure a un Paese tra i più pericolosi al mondo non lo si può capire, se non in un’ottica di fede. Il segreto è tutto lì, in quella parola ‘destinazione’, che contiene e allude a un’altra, ancor più pregnante e impegnativa: ‘destino’. La vocazione questo è: l’intreccio tra il Destino buono pensato da Dio per te e una ‘destinazione’ concreta, fisica: una terra, la persona (nel caso degli sposati), un popolo, dove giocare la propria libertà, scommettendo sulla bontà dell’ipotesi-Cristo. Tra giugno e luglio in molte diocesi si celebrano le ordinazioni sacerdotali, cui segue la ‘destinazione’ dei preti novelli. È commuovente ed edificante (nel senso più autentico e nobile del termine) vedere l’entusiasmo col quale tanti giovani ‘sentono’ come casa loro nomi di località che fino al giorno prima ignoravano o sulle quali, addirittura, avevano pregiudizi. È perché capiscono che lì Dio ha dato loro appuntamento, al di là del fatto che questa notizia venga comunicata concretamente dal vescovo o dal superiore religioso. Nell’abbinamento a un popolo e a un luogo concreti prende il via l’inevitabile processo di incarnazione che ciascuno – prete, suora, religioso che sia – è chiamato a realizzare, sulla scia del Maestro. Anni e anni dopo, tale processo porterà molti a identificarsi quasi totalmente con la gente in mezzo alla quale e con la quale ha provato a vivere il Vangelo nella concretezza del quotidiano.

Sarà capitato anche a voi: non di rado si sentono missionari parlare utilizzando quasi solo proverbi locali, in una lingua che ormai è diventata un italiano imbastardito con le più curiose inflessioni, talora inframmezzato da espressioni come «da noi, in Colombia…» o cose del genere. È la testimonianza plastica di una ‘destinazione’ fisica vissuta e interpretata come ‘compimento del proprio Destino’, dentro una logica di obbedienza e gratuità che il mondo non capisce.

Perché davvero non si comprende – se non con gli occhi della fede – che cosa vi sia da guadagnare a lasciare un posto di lavoro sicuro per abbracciare – che so? – la vocazione sacerdotale oggi, in un momento storico in cui ‘fare il prete’ non è certo la più comoda delle scelte, né la più gratificante delle professioni.

Senza la fede, non si capisce davvero perché uno debba partire per il Giappone, dove il Pil è invidiabile, dove non c’è bisogno di costruire scuole o lebbrosari, ma quello che manca (lo dicono i 30mila suicidi l’anno) è una risposta convincente alla domanda sul senso della vita. Solo grazie alla fede si può capire la pazzia di una ragazza – magari laureata a pieni voti, cercata dagli amici e pure bella – che sceglie la via del convento, facendo così coincidere il suo Destino con una destinazione che, nel caso della clausura, è irrevocabile. Una destinazione forse angusta negli spazi, ma capace di dilatare all’infinito il cuore di chi l’abbraccia.

Da L’avvenire del 28 Giugno 2013

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Ció in cui noi cristiani crediamo

Posted by alagna su 31 marzo 2013


Victimæ paschali laudes immolent Christiani.
Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores.
Mors et Vita duello conflixere mirando: Dux Vitæ mortuus, regnat vivus.
Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?
Sepulcrum Christi viventis, et gloriam vidi resurgentis,
angelicos testes, sudarium et vestes.
Surrexit Christus spes mea: præcedet suos in Galilaeam.
Scimus Christum surrexisse a mortuis vere: Tu nobis, victor Rex, miserere.
Amen. Alleluia.

Buona Pasqua

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L’amore che costa

Posted by alagna su 19 dicembre 2012


Un vescovo, il potere, i distratti

La dolorosa vicenda di monsignor Taddeo Ma Daqin – il vescovo ausiliare di Shanghai che si è visto “revocare” la nomina da Pechino, come punizione per essersi pubblicamente staccato dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi – non pare scaldare gli animi di tanti attivisti nostrani, pronti a muoversi per le più diverse cause di diritti negati nel mondo. Non sono bastati gli oltre cinque mesi di arresti domiciliari passati dal presule cinese nel seminario di Shashan a farne un “personaggio” tale da essere adottato dall’opinione pubblica internazionale. Il che la dice lunga dello strabismo dei mass media occidentali. Ma il guaio è che – seppur con alcune lodevoli eccezioni – persino sui media d’ispirazione cattolica si rischia di considerare la vicenda del vescovo. Ma come l’ennesimo “incidente” nei già tesi rapporti fra Pechino e il Vaticano. Le cose non stanno affatto così.
Intanto perché quanto accaduto in questi giorni è di una gravità inaudita. Giovedì scorso è dovuto scendere in campo il “numero due” di Propaganda Fide per spiegare a chiare lettere che il provvedimento adottato dal governo cinese è «sotto il profilo ecclesiale, privo di qualsiasi valore giuridico» e che, proprio perché «dimentica» che la sola autorità in materia di nomina episcopale è il Papa, esso «crea inutilmente una divisione nel Paese».

Il dispiacere maggiore, però, è nel constatare che pochi conoscono la splendida lezione di fede, tenacia e coraggio che monsignor Ma sta offrendo al mondo intero. Se oggi tace il blog al quale per mesi il vescovo ha affidato brevi pensieri (il presule sa benissimo che un passo falso potrebbe costargli caro), non si è spenta la sua voglia di condividere l’esperienza di fede nella prova che lo vede protagonista. Ogni giorno, infatti – come scrive MissiOnLine.org – monsignor Ma pubblica preghiere, riflessioni e passi del Vangelo su un sito cinese di microblogging affine a Twitter. E oltre diecimila persone lo seguono, per via telematica, esprimendogli solidarietà e vicinanza.

Ebbene, dall’inusuale pulpito di un social network (ma è ancora così, oggi che anche Benedetto XVI lo ha scelto come “nuovo aeropago”?), il giorno in cui si è diffusa la notizia della “revoca governativa” della nomina episcopale monsignor Ma ha diffuso un pensiero a dir poco sorprendente («L’amore di Dio è come l’amore sincero di un padre, la tenerezza di una madre, il dolce sentimento di uno sposo verso la sposa»), corredandolo con la citazione di un noto passo di Isaia: «Quand’anche i monti s’allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amor mio non s’allontanerà da te».
Qualche giorno prima, riallacciandosi al «Beati i perseguitati dalla giustizia perché di essi è il regno dei cieli», il vescovo cinese aveva alzato il suo grido, dando voce al sentimento di profonda amarezza e sconcerto per la propria condizione: «Signore, alcune persone sono perseguitate e condannate non perché hanno commesso un crimine, ma al contrario, perché hanno perseguito la giustizia, l’onestà e agito secondo la propria coscienza. Questa è la sorte di chi non è stato alle regole del gioco».

Di fronte a una testimonianza così alta di fedeltà al Papa e alla Chiesa, di amore “a caro prezzo” per il Vangelo, abbiamo il dovere – se autenticamente cattolici – di accogliere l’appello di monsignor Savio Hon di Propaganda Fide a unirci in preghiera per il vescovo ausiliare di Shanghai, tuttora agli arresti domiciliari. E di ringraziare monsignor Taddeo Ma Daqin per la sua esemplare perseveranza. Un tesoro prezioso, ancor più in quest’Anno della fede.

 

Gerolamo Fazzini
da L’avvenire del 18 dicembre 2012

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A chi crede e a chi ragiona

Posted by alagna su 9 ottobre 2012


La secolarizzazione non è più quella di una volta. Quando incominciò, apparve come un impulso di emancipazione del­l’umano che è comune a tutti, e sta a cuore a tutti. In essa, nono­stante tutto, erano le potenzia­lità dell’umanesimo contenute nel seme cristiano che, in molti modi, venivano alla luce. E for­nivano – persino tacitamente – il fondamento e il corredo etico delle virtù – umane, non solo ci­viche – che sono necessarie: il ri­spetto della persona, il senso del dovere, la disposizione della so­lidarietà, il pudore dell’intimità, la dignità del lavoro, l’amore del sapere, la fedeltà degli affetti, la cura della generazione, la re­sponsabilità del ruolo.

Il programma del Sinodo mon­diale dei Vescovi che sta per in­cominciare non usa mezzi ter­mini, né troppi giri di parole. La secolarizzazione del legame so­ciale, intenzionata a perseguire l’obiettivo della giusta laicità della cosa pubblica, ha trascu­rato di alimentare questi fonda­menti etici dell’umanesimo co­mune, lasciando sempre più spazio all’ideale dell’individuo che si fa da sé, senza dovere nul­la a nessuno. Ne doveva scatu­rire, quasi spontaneamente, u­na nuova società di liberi e u­guali. Non è andata proprio co­sì. Ora siamo tra i cocci di un u­manesimo fai–da–te. E non ne usciremo facilmente: in ogni ca­so, non senza la determinazio­ne e il sacrificio che ci sono man­cati. Anzi, di più. La «morte di Dio», che era sembrata l’ultima profezia della ragione adulta, or­mai capace di garantirsi da sé l’alto profilo di una vita buona e di un umanesimo compiuto, «ha ceduto il posto a una sterile mentalità edonistica e consu­mistica, che spinge verso modi molto superficiali di affrontare la vita e le responsabilità».

Il cristianesimo deve essere ca­pace di far diventare l’adorazio­ne di Dio l’atto decisivo per la ri­conciliazione collettiva della ra­gione con l’umano. I due si sono persi di vista: il desiderio ha in­termittenze deliranti, che in ca­po a qualche generazione pro­mettono di diventare sub–cultu­ra di tribalità predatorie. «La Chiesa sente come un suo dove­re riuscire a immaginare nuovi strumenti e nuove parole per rendere udibile e comprensibile anche nei nuovi deserti del mon­do la parola della fede che ci ha generato alla vita, quella vera, in Dio». La fede deve ritrovare l’a­more di prima, e diventare capa­ce di sostenere di nuovo la gene­razione e le generazioni, fino al­l’altezza di ciò che fa grande l’a­nimo di un popolo. La Chiesa del Sinodo si rivolge in primo luogo ai credenti, chiedendo anzitutto a loro un serio esame di coscien­za e un profondo cambiamento di mentalità. Neppure la fede va da sé. Noi stessi abbiamo cerca­to di aggiustarci un umanesimo che si adattava ai desideri e ai so­gni, perdendo lo slancio e il rea­lismo di una fede che riapre a Dio tempi e spazi della vita reale. La fede in Gesù Cristo non pianta fiorellini non–ti–scordar–di–me sul parabrezza dell’auto, non se­mina molliche come Pollicino. La fede ha radici semplici e pos­senti: sposta i massi che ostrui­scono la strada verso Dio, colma le voragini per gli incauti segua­ci del Pifferaio magico.

Il Sinodo dei Vescovi è deciso a imprimere una svolta alla vitalità della fede: a cominciare dei po­poli che fecero l’impresa (e ora, quasi, se ne vergognano). La sfi­da, nondimeno, è affrontata per tutti. “Dio” non è un vocabolo del gergo ecclesiastico: è parola– chiave di un senso radicalmente comune, per uomini e donne al­l’altezza delle domande dei figli che nascono. Anche nel deserto.

Pierangelo Sequeri
Da l’Avvenire del 7 Ottobre 2012

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