ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘famiglia’

Posted by ikzus su 30 ottobre 2015


Kasper contro Ratzinger, la disputa che non finisce mai

Francesco l’ha rinfocolata e il sinodo non l’ha risolta.
Nei paragrafi sui divorziati risposati la parola “comunione” non c’è. Ma il papa potrebbe introdurla lui, d’autorità

di Sandro Magister

ROMA, 30 ottobre 2015 – Era palpabile l’insoddisfazione di papa Francesco per come il sinodo è andato a finire. Nel discorso e nell’omelia di chiusura se l’è presa ancora una volta con l'”ermeneutica cospirativa”, con l’arida “fede da tabella”, con chi vuole “sedersi sulla cattedra di Mosè per giudicare con superiorità i casi difficili e le famiglie ferite”:

> Discorso del 24 ottobre

> Omelia del 25 ottobre

Eppure il documento finale, approvato sabato 24 ottobre, è tutto un’inno alla misericordia, dalla prima all’ultima riga:

> Relazione finale del sinodo dei vescovi

Solo che non c’è nemmeno una parola, in questo documento, che schiodi la dottrina e la disciplina della Chiesa cattolica da quel “no” alla comunione per i divorziati risposati che era il vero muro da abbattere nel disegno dei novatori, il varco che avrebbe portato dritto all’ammissione del divorzio e delle seconde nozze.

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Si vuole trasformare la scuola in “campi di rieducazione”? I genitori non si facciano intimidire

Posted by alagna su 27 marzo 2014


Di seguito riportiamo la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al Consiglio episcopale permanente in corso a Roma. In uno dei suoi passaggi più significativi, l’arcivescovo di Genova ha parlato delle recenti polemiche sulla cosiddetta ideologia di genere e della sua introduzione nelle scuole.

Bagnasco ha usato queste parole: «In questa logica distorta e ideologica, si innesta la recente iniziativa – variamente attribuita – di tre volumetti dal titolo “Educare alla diversità a scuola”, che sono approdati nelle scuole italiane, destinati alle scuole primarie e alle secondarie di primo e secondo grado. In teoria le tre guide hanno lo scopo di sconfiggere bullismo e discriminazione – cosa giusta –, in realtà mirano a “istillare” (è questo il termine usato) nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre… parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte. È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza se si vuol fare della scuola dei “campi di rieducazione”, di “indottrinamento”. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati? Si è chiesto a loro non solo il parere ma anche l’esplicita autorizzazione? I figli non sono materiale da esperimento in mano di nessuno, neppure di tecnici o di cosiddetti esperti. I genitori non si facciano intimidire, hanno il diritto di reagire con determinazione e chiarezza: non c’è autorità che tenga».

Da Tempi

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Roma, un quoziente per nuove tariffe a misura di famiglia

Posted by alagna su 5 agosto 2012


Politica
4 agosto 2012

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FISCO
Roma, un quoziente per nuove
tariffe a misura di famiglia
Il Comune di Roma viene incontro alle necessità delle famiglie con figli, introducendo un nuovo “quoziente” per il calcolo delle tariffe. La novità principale riguarda la Tia, la Tariffa igiene ambientale (la cosiddetta tassa rifiuti), che, grazie all’introduzione di questo nuovo sistema di calcolo, approvato dal Consiglio comunale, sarà completamente azzerata per circa 90mila nuclei familiari della capitale.

Il “quoziente Roma” prevede un investimento di 27 milioni di euro e una serie di correzioni al metodo di calcolo dell’Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente. In particolare, è tenuta in considerazione la numerosità del nucleo familiare e l’età dei figli (fino a 25 anni). La differenza è che, mentre la scala di equivalenza dell’Isee assegna un “peso” decrescente all’aumentare del numero dei figli, il “quoziente Roma” fa esattamente il contrario, aumentando il valore all’incremento dei componenti il nucleo familiare.

Un secondo fattore tenuto in considerazione è relativo alle condizioni di temporanea difficoltà economica della famiglia, per la presenza di membri disoccupati o inoccupati. Infine, per il calcolo delle tariffe sono considerati anche gli oneri sostenuti per la cura e l’assistenza di persone disabili, o con una invalidità superiore al 66%.

Per poter ottenere l’esenzione totale della Tia, la famiglia dovrà presentare un indicatore equivalente inferiore ai 6.500 euro. L’esempio potrebbe essere quello di un nucleo composto da padre lavoratore, madre casalinga e due figli minori di 25 anni. Questa famiglia ha un reddito di 19.942 euro e la proprietà di un trilocale di 100 metri in zona semiperiferica, con una rendita catastale di 895,76 euro e un mutuo residuo di 100mila euro. Con l’indicatore Isee tradizionale non sarebbe esentata dalla Tia perché avrebbe un reddito equivalente di 8.106,50 euro. Invece, con l’applicazione del “quoziente Roma”, che assegna un “valore” maggiore ai figli, il reddito equivalente è di 6.080 euro e, quindi, scatta l’esenzione.

Inoltre, il Comune di Roma ha confermato le tariffe degli asili nido e delle scuole dell’infanzia. In media le famiglie spendono 146 euro, che è la cifra più bassa tra le grandi città (Milano 232 euro, Torino 394 euro, Firenze 353 euro). Inoltre, le famiglie con tre o più figli minorenni sono esenti dal pagamento della quota del nido a prescindere dal reddito.

Tariffe contenute anche per il servizio di ristorazione scolastica, con l’esenzione totale per i redditi Isee fino a 5.165 euro. In media, la tariffa varia da un minimo di 30 a un massimo di 80 euro mensili (Milano 61 euro, Napoli 68 euro, Firenze 98 euro, Genova 130 euro e Torino 124 euro). Inoltre, per l’85,6% degli utenti, con un reddito Isee fino a 30mila euro, l’incremento del costo del servizio è stato contenuto in 13,76 euro al mese, mentre sono previsti sconti, in base al numero di figli, per i nuclei con reddito Isee inferiore ai 25mila euro.

«Finalmente una scelta amministrativa concreta a favore delle famiglie, e soprattutto di quelle numerose, in concreta applicazione dell’articolo 31 della Costituzione, troppo dimenticato in questi anni – ha commentato il presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari, Francesco Belletti –. Forse è tempo che il livello nazionale accetti di apprendere dalle buone pratiche da quei Comuni che, in assenza di politiche familiari nazionali degne di questo nome, investono sulle famiglie e sulle nuove generazioni, impegnando risorse concrete nel bilancio comunale, costruendo così il futuro non solo della propria città, ma dell’intero Paese».

Paolo Ferrario
Da L’Avvenire del 4 agosto 2012

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La paura e l’amore

Posted by alagna su 2 agosto 2012


Proprio in questi giorni è stato inaugurato a Roma il centro “Exit”, nato dalla collaborazione di neonatologi e ostetrici del Policlinico Gemelli e del Bambino Gesù. Exit è la sigla che indica una tecnica con cui i medici intervengono sul feto (l’exit viene eseguita quando il feto ancora riceve sangue dalla mamma attraverso la placenta) poco prima della nascita effettiva per favorire la cura di certe patologie congenite, e che già in alcuni Paesi è impiegata con successo. È un’ottima notizia, perché la Exit e le varie forme di chirurgia fetale non solo mostrano il bimbo non ancora nato come paziente – dunque è culturalmente un passo importante –, ma anche perché realmente, con grande soddisfazione delle famiglie, riesce a salvare delle piccole vite che potrebbero avere un destino triste.
Ottima notizia, anche perché invece sembra che le risorse (e l’attenzione dei media) in ambito prenatale siano indirizzate in stragrande parte verso la diagnostica prenatale genetica. Entra per esempio in commercio in questi giorni in Svizzera l’ennesimo test per individuare prima della nascita chi è Down e chi non lo è. Non ne sentivamo la mancanza, anche perché sistemi per individuare i bimbi Down non mancano. Certo, ci sono mamme ansiose per le quali avere conferma che il figlio non è malato serve a rasserenarsi; ma quanti padri e madri usano test genetici prenatali nell’ottica quasi routinaria di abortire se il figlio non è “conforme”? Si moltiplicano i test genetici prenatali; e salta all’occhio l’impiego di risorse su risorse per questo scopo, mentre invece in molti Paesi le associazioni di persone con disabilità varie lamentano tagli su tagli negli stanziamenti sociali e nella ricerca per aiutare chi è malato, chi ha malattie rare, chi ha familiari portatori di handicap. Anche chi sostiene la liceità dell’aborto trova difficile a questo punto sostenere che l’aborto sia una scelta libera: quale libertà può esserci se l’alternativa di “tenere” il bambino non solo non trova un sostegno economico, ma neanche culturale o sociale? Eppure la medicina non ha difficoltà a riconoscere che il feto è un paziente e va curato; e probabilmente se questi sforzi e questa consapevolezza venissero assecondati, tutta la società ne trarrebbe vantaggio.

Il problema che ci dovremmo porre, viste queste notizie, è duplice. Riguarda in primo luogo l’allocazione delle risorse e quanto sarebbe auspicabile che gli Stati dedicassero più attenzione alle cure che all’alba della vita favoriscono la vita stessa, come fa il nuovo centro di terapia fetale romano. Il secondo punto riguarda la cultura che si respira in occidente riguardo la vita prenatale. È una cultura che unisce disinformazione, paura e abbandono che mischiati senza cura stuzzicano la parte emotiva dei futuri genitori. Ma la paura dovrebbe essere combattuta culturalmente da una società che mostri con i suoi strumenti potenti di non classificare i cittadini in categorie a seconda della malattia; mentre l’abbandono di chi ha maggiormente bisogno non è accettabile in un mondo che si dice moderno ed evoluto.

Che segnale forte sarebbe, allora, introdurre un percorso virtuoso di diagnostica prenatale in tutti gli ospedali e in tutti gli ambulatori europei, per il quale alla diagnosi di una malattia genetica fetale la famiglia venisse indirizzata automaticamente verso chi la cura prima e dopo la nascita e allo specialista della malattia in questione; e se i genitori volessero, anche verso chi questa malattia già la vive nella sua famiglia, per uscire dall’emotività e trovare una strada al desiderio di vita e di amore. Se poi si capisse che c’è tanta gente che semplicemente vuole più aiuto per accogliere più figli, e si indirizzassero lì le risorse, saremmo davvero sulla strada giusta.

Carlo Bellieni
Su L’Avvenire del 2 Agosto 2012

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Le radici del disagio

Posted by alagna su 21 luglio 2012


E’ tempo di capire e di agire

Tre milioni e 400mila famiglie in povertà assoluta, otto milioni e 100mila in po­vertà relativa. In percentuale sono il 5,2% le une, l’11,1% le altre, le prime in netto au­mento rispetto al 4,6% del 2010, le seconde cresciute di uno 0,1 appena. Ma le stime me­die, per quanto già di per sé preoccupanti, non rendono la complessità di un Paese che è ormai attraversato da faglie profonde e che rischia ogni giorno di più di lacerarsi.Sono almeno due, infatti, le direttrici sulle quali ci stiamo dividendo: i giovani e le fa­miglie con figli. Con un terzo elemento che si innesta in maniera trasversale e rende più forte ogni differenza: la sofferente realtà del Mezzogiorno. Oltre che per i nuclei con ge­nitori operai o che perdono il lavoro, infat­ti, colpisce il deciso peggioramento della condizione dei giovani. L’incidenza della po­vertà relativa nelle persone con meno di 34 anni passa dal 10,2 al 10,8%; mentre la po­vertà assoluta cresce addirittura di un pun­to dal 4,3 al 5,3%. Siamo ormai assai vicini al valore che caratterizza la popolazione an­ziana (6%), tradizionalmente la più fragile, quella con meno opportunità.

Ma è in particolare il numero dei compo­nenti la famiglia, l’avere figli, che oggi rap­presenta uno dei maggiori fattori di rischio. Le cifre sono impressionanti: con un solo componente la media della povertà relati­va in Italia è il 6,7%, sale al 9,4% per la cop­pia, cresce all’11,7% con un figlio, si impen­na al 15,6% con due bambini e si innalza fi­no al 28,5% quando i figli sono tre o più. Già con tre bambini – non con una nidiata di u­na dozzina – in quasi un terzo dei casi si ri­schia di cadere in povertà relativa. Se poi si risiede nel Mezzogiorno, dove le opportunità di lavoro sono più scarse e i servizi pubbli­ci carenti, le cifre si esasperano per tutte le categorie e diventano drammatiche per le famiglie, con una progressione che va dal 22,8% di povertà relativa per chi ha un solo figlio, fino al 50,6% per chi ha tre o più figli minorenni.

Questo è il Paese che si sta lacerando. Nel quale l’essere giovane sembra una condan­na da scontare, sperando che ‘passi’ presto. E desiderare di avere tre figli risulta un az­zardo, peggio un’imprudenza imperdona­bile, tanto è alta la possibilità di finire in mi­seria: addirittura una su due al Sud. Ma un Paese così non è solo diviso, slabbrato. È sen­za futuro, perché togliendo speranza all’og­gi non costruisce alcun domani, mortifica qualsiasi entusiasmo. Invecchia e alla fine marcisce in se stesso.

E allora oggi non possiamo limitarci a com­pulsare i valori dello spread dei Btp e non ve­dere che nella nostra società stanno allar­gandosi altre differenze sociali. Non possia­mo continuare a ripetere slogan sui giova­ni, senza predisporre un vero piano per la lo­ro occupazione. Non possiamo pensare di far sempre conto sulle famiglie – che aiu­tandosi fra i diversi componenti riescono bene o male a coprire tutte le necessità e con i loro risparmi privati salvano pure l’I­talia dal default – e poi disconoscere quegli stessi legami quando si tratta di far pagare loro le imposte. Perciò chiediamo da anni un sistema fiscale che riconosca concreta­mente – tramite l’applicazione di un quo­ziente o meglio di un ‘fattore famiglia’ – i diversi pesi di cui una famiglia deve farsi ca­rico nel crescere i figli. Perché possa essere messa nelle condizioni adatte per compie­re il primo e più decisivo investimento so­ciale per un Paese: mettere al mondo ed e­ducare i cittadini di domani. Un’operazio­ne di equità, lungimirante, un’assicurazio­ne contro il rischio, che deve poi essere ac­compagnata e completata con un interven­to specifico per le situazioni di povertà più grave.

La crisi che rende tutto più incerto, la fragi­lità dei conti pubblici non esimono dal met­tere mano a una riforma fiscale, a investi­menti a favore delle famiglie e dei soggetti più deboli. Anzi, minori sono le risorse di­sponibili meglio vanno mirate, più forti e decise devono essere le scelte. Anche spo­stando l’imposizione dal lavoro alla rendi­ta finanziaria, rivedendo vecchie agevola­zioni e rafforzandone di nuove. La povertà cresce, le famiglie si assottigliano e s’inde­boliscono: il governo e la politica non pos­sono più sottrarsi a questa responsabilità.

Francesco Riccardi

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Un anno un soffio

Posted by alagna su 29 aprile 2011


Oggi sarebbe un bambino di un anno. Lo avrebbe compiuto proprio il giorno di Pasqua, se la sua vita non fosse stata considerata un “errore”, una svista, un increscioso incidente. Perché Angelo, venuto al mondo il 24 aprile di un anno fa, non era un neonato, era un aborto. Eppure, nato per “caso”, piangeva e sgambettava come gli altri, almeno finché ha avuto fiato.

Accadeva all’ospedale di Rossano Calabro, dove Maria (nome d’invenzione) si era recata a interrompere una gravidanza già molto avanzata, troppo perfino per la legge 194, secondo la quale dopo tre mesi l’aborto è vietato a meno che per la madre non sussista un pericolo di morte o nel suo bambino non vi siano anomalie tali da costituire «un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna». Se poi il feto è già così formato da poter avere vita autonoma, come ormai era Angelo, la legge restringe ancora più il campo: niente aborto se la madre non è in gravissimo pericolo di vita. E comunque dopo l’intervento quel bambino-a-tutti-gli-effetti va salvato.

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Niente adozioni per i genitori cristiani inglesi

Posted by alagna su 13 marzo 2011


L’Alta Corte di Giustizia d’Inghilterra e Galles ha emesso una sentenza in base alla quale a una coppia di coniugi cristiani, appartenente alla comunità pentecostale, è stato confermato il divieto di affidamento di bambini a causa dei loro principi morali in materia di educazione sessuale e omosessualità. L’Alta Corte ha di fatto stabilito che i principi morali basati sulla fede dei coniugi sono «ostili» per l’educazione dei bambini. I coniugi, Owen e Eunice Johns, in particolare, avrebbero espresso – secondo quanto stabilito dalla Royal Courts of Justice – opinioni contrarie all’omosessualità, violando per questo il rispetto dell’«Equality Act» 2010 (la legge che punisce discriminazioni sulla base del sesso) che condensa una serie di normative che tutelano i diritti degli omosessuali. La legislazione in materia, risalente al 1965, si era infatti notevolmente arricchita nel tempo anche in attuazione di alcune direttive europee. Leggi il seguito di questo post »

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Adozioni ai single

Posted by alagna su 17 febbraio 2011


Ancora una volta la magistratura vuole sostituirsi al Parlamento

Questa volta è la Corte di Cassazione: prosegue purtroppo l’usanza della magistratura di cercare di sostituirsi agli organi politici per fare e promuovere le leggi, invece che limitarsi a fare il proprio dovere, cioè applicare le leggi e i provvedimenti scritti da chi ha l’autorità per farlo, cioè gli organi politici eletti dai cittadini. A poche settimane dall’incredibile messa in discussione del divieto di fecondazione assistita eterologa, espressamente vietata dalla Legge 40/2004, questa volta la Corte di Cassazione con una sentenza invita a fare una legge che permetta l’adozione dei single (…e magari poi alle coppie gay). Qui di seguito il comunicato stampa del Forum delle Associazioni Familiari.

ADOZIONE. PRIORITARIO IL DIRITTO DEL BAMBINO DI AVERE UN PADRE ED UNA MADRE«I casi eccezionali, già oggi previsti dalla legge, che consentono l’adozione di minori da parte di adulti single devono restare, appunto, delle eccezioni, e non diventare un improprio grimaldello per reclamare un’allargamento delle maglie della legislazione». Così commenta Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, la pronuncia della Corte di Cassazione, che invita il legislatore a “provvedere ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di un minore da parte di una persona singola”.
In Italia, ricorda Belletti, «c’è una grande abbondanza di coppie che hanno intrapreso la via dell’adozione. Molte di più di quante siano le concrete possibilità di completare le procedure di adozione un bambino, in Italia o all’estero.
«Con l’adozione si vuole restituire una genitorialità piena, con un papà e una mamma, a bambini già duramente provati dalla vita e che hanno il diritto di crescere ed essere educati in una famiglia. Il diritto del bambino deve essere messo al primo posto rispetto al desiderio degli aspiranti genitori.
«I bisogni di un bambino senza famiglia esigono le migliori condizioni possibili. Alla società spetta di garantire queste condizioni e certamente la presenza stabile di un padre e di una madre è fattore fondamentale per il futuro benessere di quel bambino. In situazioni particolari – in quei casi speciali che già la nostra legislazione ammette – si può riconoscere l’adozione di single, ma queste situazioni sono e devono rimanere “speciali”. Il diritto generale» conclude Belletti «deve puntare a dare al minore un padre ed una madre che si curino di lui».

da Onde Nuove

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Quoziente familiare: Milano apre al “modello Parma”

Posted by alagna su 17 febbraio 2011


Il ‘modello Parma’ ap­proda a Milano: ieri il Consiglio comunale ha approvato (opposizione e maggioranza d’accordo) l’e­mendamento, presentato dal consigliere del Pd, Andrea Fanzago, che prevede l’ado­zione del ‘quoziente familia­re’, già ampiamente speri­mentato nella città emiliana. Per i prossimi tre anni (il do­cumento approvato contem­pla il triennio 2011–2013) Mi­lano adotterà progressiva­mente il modello che proteg­ge le famiglie numerose e con più figli con la rimodulazione delle tariffe per l’accesso ai servizi comu­nali. 

«Ma chiamar­lo modello Parma è ridut­tivo – ci tiene a precisare l’as­sessore alle politiche so­ciali e alla fa­miglia del Co­mune di Milano, Mariolina Moioli – già dal 2011 mettere­mo in atto studi di fattibilità per poter effettuare la rimo­dulazione delle tariffe anche per le utenze gas, luce e ac­qua e non solo quelle per l’ac­cesso ai servizi sociali». Per questi, infatti, il Comune di Milano prevede già tariffe ‘a misura di famiglia’, con particolare ri­guardo a quelle più nu­merose. Ridu­zioni speciali per quanto ri­guarda, ad e­sempio, le i­scrizioni al ni­do e alla ma­terna, il bo­nus libri e la priorità per due fratellini di poter accedere al­la stessa scuola, la più vicina a casa, sono già in atto nel ca­poluogo lombardo. Il ‘mo­dello Parma’ (così chiamato perché per la prima volta a­dottato nella città Ducale nel 2009) contribuisce inoltre a rafforzare la capacità econo­mica della famiglia, permet­tendo al tempo stesso di svol­gere al meglio le proprie fun­zioni di cura, educazione, so­stegno e accoglienza.

Un mo­dello a cui Milano guardava già da alcuni mesi e per il qua­le erano stati attivati tavoli tecnici e di lavoro congiunti con le associazioni di settore e gli assessorati al bilancio e alle politiche sociali. «Il sistema naturalmente sarà adeguato alla nostra città, con i nostri numeri – prosegue l’assessore milanese Moioli – Oggi abbiamo un sistema mi­sto e stiamo riflettendo e la­vorando insieme al Forum delle associazioni familiari milanesi: un gruppo tecnico–scientifico centrato sul fatto­re famiglia».

Daniela Fassini
Avvenire 16 Febbraio 2011

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Posted by ikzus su 8 gennaio 2011


IL MATRIMONIO E’ DIVENTATO PIU’ FRAGILE

Tutti insieme, separatamente

In Italia le coppie senza figli sono almeno 650 mila. Vivono in case diverse, rifiutano i figli, vogliono amori pendolari: un libro racconta le nuove “famiglie”

Vent’anni fa Woody Allen e Mia Farrow davano scandalo per la decisione di vivere in due case diverse, seppure fossero una coppia con tanto di bambini. Quella storia finì come finì, con il pasticciaccio della love story del regista con la figlia adottiva di lei. Ma fatto sta che oggi in Italia ci sono 600 mila coppie che abitano sotto due tetti diversi: amori Lat, dicono gli americani. Cioè Living apart together: si vive insieme, ma separatamente. E non perché divisi dal lavoro, da necessità di salute, da problemi familiari, ma per scelta.

E se le coppie Dink (Double income, no kids: doppio reddito, niente bambini) sono diventate 650 mila, cresce il fronte di quelle radicalmente Childfree: gente che di pargoli, pannolini e notti insonni non ne vuole proprio sapere e che furoreggia su Internet con un decalogo molto spassoso che elenca le ragioni per non procreare: dal denaro ai viaggi, dal tempo libero alla forma fisica. Stima accreditata, 138 mila coppie. Di sicuro, il 6 per cento delle italiane tra 20 e 30 anni dichiara di non avere alcuna intenzione di diventare madre. Mentre, al contrario, il 40 per cento delle coppie sterili fa di tutto per avere figli, ricorrendo a tecniche di procreazione assistita che funzionano nel 35 per cento dei casi.

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Posted by ikzus su 17 dicembre 2010


Pacsiamoci

di Annalena Benini

La grande ascesa francese dei Pacs e l’irresistibile attrazione verso il caro vecchio matrimonio

Ogni tre matrimoni, in Francia si celebrano due Pacs. E a Parigi, undicesimo arrondissement, i Pacs hanno superato i matrimoni. Doveva essere una rivoluzione per gli omosessuali, finalmente liberi di trovare un riconoscimento civile all’amore, ma è finita con una stragrande maggioranza (settantacinque per cento) di fidanzati del liceo che decidono di unirsi in Pacs, coppie ideologicamente contrarie alle nozze tradizionali che scelgono la registrazione, divorziati che non hanno più voglia di matrimonio, giovani amanti spaventati dall’idea di un’unione indissolubile (anche se il matrimonio non è mai stato tanto solubile come adesso, soprattutto in Francia).

Il New York Times ha raccontato ieri il grande successo dei Pacs come unione leggera tra uomini e donne, che preferiscono registrarsi invece di sposarsi, e lasciarsi con una lettera piuttosto che separarsi.  Ci si pacsa sempre di più, ma in un modo irresistibilmente attratto dal solito vecchio e polveroso matrimonio: i negozi hanno liste di Pacs, con servizi di bicchieri identici a quelli delle liste di nozze, i ristoranti propongono menu per i pranzi di Pacs, le agenzie di viaggio offrono pacchetti di lune di miele Pacs, le amiche si comprano vestiti nuovi per il Pacs, la pacsanda si mette a dieta mesi prima, le torte sono a ventotto piani con sopra i due Pacs vestiti da veri sposi e tutti sono molto emozionati e troppo truccati (come testimoniano, per i secoli a venire, gli album di Pacs pieni di foto in cui i due si baciano dentro una carrozza, o sopra una Vespa, e guardano rapiti la Senna abbracciandosi teneramente).

Si snobba il matrimonio (che infatti è in declino: duecentocinquantamila nozze in Francia nel 2009, contro le quattrocentomila degli anni Settanta), lo si considera un’istituzione inutile e dannosa, si cerca qualcosa di più svelto, giovane, vispo e non troppo impegnativo, ma poi non si resiste ai confetti rosa di cioccolato a forma di cuore e al centrotavola di fiori freschi (si spera che almeno il taglio della cravatta venga risparmiato) e al lancio dei piatti contro il muro se lui ha tenuto tutto il pomeriggio il telefono spento (non è che con il Pacs le liti diventino più snelle e informali: la tradizione dello scannarsi non sarà mai in declino).

Allo stesso tempo, il matrimonio va velocemente e silenziosamente verso il Pacs (eviterò di raccontare le mie nozze, ma il più sobrio e avanzato dei Pacs francesi sembrerebbe in confronto uno sposalizio napoletano, di quelli in cui ci si siede a tavola a mezzogiorno e non si sa quanti anni passeranno prima di potere smettere di mangiare e brindare): ci si sposa alla chetichella, in dieci minuti,  in Francia se si è d’accordo si divorzia al massimo in sei mesi e si sta studiando il modo di permettere agli ex sposi senza figli di dirsi addio per sempre semplicemente andando dal notaio. Per quanto il matrimonio sembri sempre più archeologico e in disuso, il Pacs invece di ridergli in faccia e cancellarlo l’ha inseguito, assecondato, corteggiato e infine gli ha messo un anello al dito.

16-11-2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 24 novembre 2010


Sociologia nuziale

di Mattia Ferraresi

Il Time dice che il matrimonio è obsoleto, ma non spiega cos’è

“Chi ha bisogno del matrimonio?”, è la domanda che compare a caratteri rossi sulla copertina di Time; poco più in basso c’è anche la risposta: “Gli uomini ne hanno più bisogno delle donne. E funziona più per i ricchi che per i poveri”, ma addentrandosi nella poderosa inchiesta firmata da Belinda Luscombe si scopre che la domanda ha un sottofondo retorico e la risposta implicita è: “Nessuno”. In conformità agli ideali oggettivisti della stampa anglosassone, l’analisi del fenomeno matrimoniale negli Stati Uniti è condotta con il benestare dei numeri: il sondaggio fatto dal settimanale in collaborazione con il Pew Research Center e messo scrupolosamente a confronto con campioni analoghi raccolti nel 1977 racconta che l’istituzione del matrimonio è in calo di popolarità e i suoi servigi sono apprezzati più che altro da maschi bianchi benestanti con un alto livello di istruzione. Il censimento generale condotto quest’anno dice che il 70 per cento degli americani adulti è stato sposato almeno una volta e alla domanda “il matrimonio sta diventando obsoleto?” il 39 per cento degli intervistati ha risposto che sì, il rituale alla base della società occidentale sta cadendo in disuso, e addentrandosi nelle singole categorie si scopre che i più convinti dell’inutilità del matrimonio sono – ovviamente – i conviventi con figli (62 per cento), mentre il 46 per cento dei non sposati è certo che il legame matrimoniale sia roba d’altri tempi.

Più nebuloso il 31 per cento di sposati disilluso sulla sua scelta: non si capisce se la condanna del matrimonio comprenda anche l’esperienza fatta in prima persona o sia un giudizio su cosa gli altri pensino del matrimonio. Comunque, spiega il Time, nel 1977 il 28 per cento degli americani era convinto che il matrimonio fosse al tramonto e quell’11 per cento di scetticismo accumulato in trent’anni dimostra che il declino c’è e la scomparsa definitiva della consuetudine è soltanto questione di tempo. Anzi, trent’anni fa il numero di divorzi era più alto di quello odierno, a riprova del fatto che la società di allora era comunque immersa nell’orizzonte matrimoniale, mentre oggi sono le fondamenta stesse dell’istituto a essere in pericolo.

L’esempio del principe William
e dell’anello di fidanzamento appena concesso a Catherine è usato per descrivere la sopravvivenza di questa categoria obsoleta negli ambiti dove il rituale tradizionale è ineludibile. “Il matrimonio, che abbia un interesse di natura sociale, spirituale o simbolica, in termini strettamente pratici non è necessario quanto lo era una volta”, conclude il settimanale. Il Time evita programmaticamente l’indagine attorno alla natura del matrimonio. Non si parla di indissolubilità, di natura esclusiva del rapporto, di secolarizzazione, tantomeno di amore; non si indugia su categorie che non possono precipitare in una percentuale.

I termini del dibattito si limitano alle condizioni materiali, alle capacità di una coppia sposata di crescere figli psicologicamente stabili, a tirare con più agio fine mese. L’unico momento metasociologico del sondaggio è quello in cui gli intervistatori chiedono se sia più facile per i single o per gli sposati “raggiungere la felicità”: il 29 per cento dice che è più probabile che gli sposati siano felici, mentre il 5 per cento è certo che i single siano più agevolati nella “pursuit of happiness” prevista dalla natura e garantita per diritto costituzionale. L’inchiesta di Time ha suscitato critiche, ma anche i sostenitori del matrimonio sono scesi sullo stesso terreno metodologico: “Più della metà dei single ha espresso il desiderio del matrimonio”, dice Gary Schneeberger della mega associazione Focus on the Family, nel tentativo di cambiare segno ai dati di Time. Per Chuck Donovan dell’Heritage Foundation “il matrimonio è obsoleto soltanto in una società che non ha più bisogno di fare figli”, implicito avallo dell’idea molto secolarizzata che il matrimonio sia, fra le molte forme di contratto, la più efficace per perpetuare gli stanchi rituali del focolare domestico. Ma sulla natura del legame matrimoniale – quindi sulla natura astorica del legame umano – il Time non s’avventura, forse temendo evidenze non riducibili alla sua tesi declinista.

23 novembre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 7 ottobre 2010


Sollevati dubbi di costituzionalità sulla legge 40

Il grande ripopolatore da Nobel nel mondo spopolato dell’aborto

Ipocrita celebrazione dei concepiti in provetta

Il Tribunale civile di Firenze ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla norma della legge sulla fecondazione artificiale (legge 40) con la quale si vieta alle coppie sterili di accedere alla fecondazione eterologa, con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia.

Lo hanno reso noto gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, che assistono i coniugi che hanno presentato la richiesta. L’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza. Torna quindi alla Corte Costituzionale la legge 40 sulla fecondazione assistita.

Niente in apparenza è più allegro, edificante, rassicurante della capacità di dare figli al mondo, magari aiutati dalla medicina. Quattro milioni di bambini concepiti in provetta (tecnica IVF, in vitro fertilisation) sono celebrati come un miracolo scientifico e umanistico dai giornali italiani, che dedicano aperture di prima pagina al Nobel Robert Edwards, 85 anni, fisiologo emerito di Cambridge, lo scienziato che nel 1969 mise a punto la tecnica capace di far nascere poi, nel 1978, la capostipite della buona brigata dei nati IVF, Louise Brown. I giornali inglesi, che al contrario dei nostri quotidiani tenorili trattano la notizia con pudore (pagina interna, semplice cronaca su Guardian e Daily Telegraph), riferiscono una bella frase del nuovo Nobel laureate: “La cosa più importante nella vita è avere un figlio. Niente è più speciale di un figlio”. Questo magnifico adagio antiabortista, questa perorazione natalista, prende però un significato del tutto particolare in bocca a Edwards, fisiologo competente, fortunato, tenace e di valore, che ha rovesciato il paradigma della medicina moderna in fatto di riproduzione, provocando una rivoluzione culturale e antropologica che sfugge chiaramente, non so se alla sua comprensione, certo a quella dei suoi ammiratori e degli apologeti della tecnica IVF. Edwards infatti ha anche detto, e qui siamo invece in un mondo di percezioni huxleiane: “Non dimenticherò mai il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa buffa nelle colture… quel che ho visto era una blastocisti umana che mi osservava fissamente. Ho pensato: ce l’abbiamo fatta”.

Quattro milioni di bambini sono stati “prodotti” in vitro e poi accuditi, nutriti, formati e partoriti da un corpo di donna, cosa di cui non è possibile finire di rallegrarsi, per chi ha avuto la benedizione di un figlio e per chi ha avuto il diritto di nascere. Ma è incredibile che solo gli uomini di chiesa si siano domandati che fine hanno fatto quei milioni di “cose buffe” (letteralmente “something funny”) che guardano i loro fattori dall’occhio microscopico nei laboratori di fertilizzazione umana di tutto il mondo. Parlo ovviamente degli esclusi, delle cose buffe congelate, di quelle usate per la ricerca come topi-cavia, dei processi di fertilizzazione negoziati sul mercato degli ovociti, delle banche dati, delle scelte di maternità-paternità à la carte, dell’aborto selettivo attraverso lo strumento della diagnosi prenatale, e parlo più in generale della grande strage degli innocenti che caratterizza i trent’anni che ci separano dalla nascita di Louise Brown.

Per quattro milioni di celebrate cose buffe che procedono verso la nascita grazie a una tecnica che realizza volontà umana e desiderio, si dovrebbe contare, a rigore, un miliardo circa di cose buffe avviate all’esecuzione capitale in nome della “libertà riproduttiva”, con il consenso culturale, moralmente sordo, della comunità politica mondiale, specie dei corpi umanitari che custodiscono i diritti universali dell’uomo sanciti dalla dichiarazione del 1948. Spero soltanto che i ginecologi faustiani alla Flamigni, e altri uomini di scienza molto sicuri di sé, si appuntino bene la frase di Edwards: “…something funny in the cultures… what I saw was a human blastocyst gazing up on me…”. I figli orgogliosi di questo tempo capiranno l’importanza non solo linguistica di quella definizione dell’embrione fecondato, ovvero di quello che la legge 40 chiama il “concepito”: una blastocisti umana che guarda fissamente il suo autore. Per Chesterton il cattolicesimo libera gli uomini dalla schiavitù di essere figli del loro tempo. Scienziati e moralisti della libertà: la cosa buffa vi guarda.

Giuliano Ferrara

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La medicina che si intesta certi successi dimentica i suoi fallimenti

Il mare in declino della fecondità occidentale

di Roberto Volpi

Nobel a Robert Edwards per la sua scoperta, or sono quasi tre decenni, della rivoluzionaria tecnica della fecondazione in vitro già adottata dai veterinari. Commenti unanimemente favorevoli. C’è che la medicina è svelta a intestarsi i successi, quanto a non prendersi responsabilità degli insuccessi. Così, per esempio, se l’infertilità cresce (è tutto l’establishment medico-scientifico a dirlo), segnatamente nel mondo occidentale, sarà mica tutta colpa dell’inquinamento o dei ritmi di vita che non sono più quelli di una volta.

Fuor di metafora, la fecondazione in vitro ha permesso quattro milioni di nascite – ci ricordano i giornali – e al tempo stesso ha accompagnato la caduta del tasso di fecondità – ci ricordano le cifre ufficiali delle nascite. L’Unione europea a 27, da sola, ha perso la bellezza di tre milioni di neonati annue, tra la nascita di Louise Brown e oggi. E non si può negare che l’Europa sia, con gli Stati Uniti, l’area del mondo dove la fecondazione in vitro è stata ed è più largamente utilizzata. Dice: ma i milioni di nascite in più a essa dovute restano. Sì, ma guardiamo bene. Relativamente all’Italia, della generazione di donne nate nel 1990, una su quattro (per la precisione il ventiquattro per cento), secondo l’ipotesi più realistica delle previsioni Istat, resterà senza figli. Delle loro madri, nate nel 1960, sono rimaste senza figli in quattordici su cento. Secondo l’ipotesi “alta” le figlie potrebbero rimanere senza figli in proporzione addirittura più che doppia rispetto alle madri. Nel tempo della fecondazione assistita, artificiale, in vitro le donne senza figli tendono a crescere. Allora uno non capisce com’è che più rimedi si pigliano e più i risultati finali contraddicono le premesse. E’ un po’ come la lotta al tumore, miete successi, ma intanto i morti per tumore quando i successi non c’erano, e la prevenzione neppure, erano cinquantamila l’anno in meno rispetto ad oggi (ancora dati Istat, che nessuno cita mai – inutile aggiungere perché).

A proposito di questo problema della sterilità crescente.
Ha radici lunghe, complesse, antropologiche, e rischia di venire risucchiato dalla banalità – con tutto il rispetto – della medicina. C’è un venir meno formidabile dell’istinto, una volta naturale, di sopravvivenza della specie, come se l’ampliamento smisurato degli orizzonti dovuto alle nuove possibilità della scienza ci avesse rinchiusi nella prospettiva delle nostre sole vite, così poco interessati a quel che sarà. Un venir meno al quale si collega lo spostamento della fecondità sempre più in là nel tempo, sempre più in là, al punto che la classe d’età delle oltre quarantenni è l’unica oggi in grande spolvero sotto questo aspetto. C’è la crescente “inutilità” materiale del figlio nella funzione di sostegno della vecchiaia dei genitori, con addirittura l’inversione delle parti: i vecchi a sostegno di figli sempre più adulti ma che non vogliono saperne di assumersi le responsabilità dell’età adulta. C’è la scelta razionale, ponderata, della “non maternità” per la realizzazione a tutto tondo di una vita dedicata ad altro, di grande, di meno grande e pure di non grande – del tipo vacanze e notti ai tropici e aperitivi in qualche piazzetta, la cui perdita di esclusività è compensata dalla moltiplicazione delle piazzette.

E c’è pure la fecondazione in vitro. C’è l’“invenzione” del figlio. Perché anche un figlio che si può inventare contribuisce ad abbassare la naturale e fisiologica, ma anche culturale e infine antropologica, “propensione” al figlio. La propensione al figlio è letteralmente sotto assedio, in occidente, tra scienziati e opinion maker che almanaccano (qui, in Italia, in Europa) di superpopolazione e una moltiplicazione di pillole e contropillole del prima, del dopo e del durante da non raccapezzarcisi.
La funzione riproduttiva in quanto tale, quella comunemente legata alle coppie e alla loro vita insieme, è sempre più culturalmente confinata nell’alveo familiare, incapace ormai di rappresentare l’àncora che tutti ci tiene in questi mari. Cosicché quelli che tendono ai figli tendono ai “propri” figli, e i figli in quanto categoria generale e costitutiva vanno sparendo a una velocità ancora maggiore di quella fattuale delle nascite.
In tutto questo, il massimo che riusciamo a fare è affidarci alla medicina, alla fecondazione in vitro, all’invenzione dei figli. Senza accorgerci che anche questo è un fiume che attinge dal mare in declino della fecondità dell’occidente. Ci butta anche dell’acqua, in quel mare, è vero, ma nel bilancio finale è più quella che vi attinge.

6 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


SCIENZA & VITA: NOBEL ALLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE

MA UN FIGLIO NON PUO’ ESSERE UN PRODOTTO

“Il progresso delle biotecnologie non significa sempre progresso etico”, così l’Associazione Scienza & Vita commenta l’assegnazione del premio Nobel per la medicina al britannico Robert Edwards per i suoi studi sulla fecondazione in vitro.

“Vicini alla sofferenza delle coppie sterili e favorevoli agli interventi che coniugano coerentemente scienza ed etica, – commenta il copresidente Lucio Romano – non possiamo non ricordare la visione riduzionistica della vita insita nelle procedure di fecondazione artificiale, nelle quali l’essere umano si traduce da soggetto a oggetto, vale a dire a mero ‘prodotto del concepimento’. Evidenziamo, inoltre, le derive antropologiche, etiche e sociali che scaturiscono dal ricorso, ad esempio, alla fecondazione artificiale eterologa o alla maternità surrogata. Queste tecniche sovvertono il concetto naturale di genitorialità e alterano il diritto fondamentale da parte di un figlio di riconoscere non solo la propria identità genetica, ma che questa sia anche in sintonia con quella biologica e sociale”.

“Oltre a ciò, in particolare, – prosegue Romano – pensiamo al congelamento degli embrioni e alla diagnosi genetica preimpianto, che comportano la soppressione di vite umane, selezionando gli embrioni ritenuti più idonei al trasferimento ed escludendo quelli non ‘di qualità’. Introdurre il principio di qualità della vita rileva indubbie derive discriminatorie, suggestionate e condizionate da una molteplicità di fattori culturali, economici, utilitaristici nei quali la medicina dei bisogni elementari si orienta sempre più palesemente verso quella dei desideri”.

“La legge 40 – conclude Lucio Romano – ha il merito di aver posto un argine alla legittimazione di una visione puramente meccanicistica della vita, assicurando i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

Comunicato n° 17 del 04 Ottobre 2010

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Posted by ikzus su 3 ottobre 2010


Quando l’ideologia prevale sulla biologia

Nel 1837, l’anno in cui salì al trono la regina Vittoria, furono introdotte, in tutto il Regno Unito, ferree disposizioni sulla compilazione dei certificati di nascita. Persino il tipo di inchiostro indelebile da utilizzare fu oggetto di specifiche disposizioni. La certezza circa le proprie origini non rivestiva un’importanza solamente giuridica ma anche sociale. Allo Stato spettava il compito di certificare paternità e maternità dei sudditi britannici.

Questa centenaria tradizione si è interrotta il 18 aprile 2010 quando per la prima volta in Gran Bretagna un certificato di nascita ha indicato due donne come genitori di una bambina. Si tratta di Natalie Woods, madre biologica di Lily May, e della sua partner omosessuale Elizabeth Knowles, che nella coppia rivestirebbe il ruolo di “padre”, al posto dell’anonimo donatore di sperma che ha consentito la fecondazione.

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Fattore famiglia, il fisco più equo

Posted by alagna su 24 settembre 2010


La riforma fiscale, che dovrebbe essere federalista ma anche a favore delle famiglie, continua a restare solo sullo sfondo del dibattito politico. Ma il Forum delle associazioni familiari vuole giocare d’anticipo. Così, nella speranza di arrivare prima o poi al momento del redde rationem, l’organismo che raggruppa più di 50 enti e organismi sensibili a temi e valori della famiglia, sforna un aggiornamento della sua proposta fiscale: dal quoziente familiare (anche se, a esser precisi, sul piano metodologico il Forum è da sempre per il sistema Bif, ovvero Basic income family) si punta a passare al Fattore familiare; o, per semplificare, al Fattore famiglia.

Non una rivoluzione, ma un aggiustamento che ha un valore tattico. Per superare quelle obiezioni che storicamente sono state mosse al quoziente e che, al dunque, ne hanno sempre condizionato il possibile varo. A partire dalla considerazione che il quoziente finisce per favorire troppo, in proporzione, i nuclei con i redditi più alti. Il principio-cardine alla base del Fattore poggia infatti sul correttivo per cui la quota di reddito esentasse si “sottrae” dal basso, cioè dalla parte bassa del reddito – quella oggi tassata al 23% – anziché dalle fasce più elevate (e, quindi, più tassate). Insomma, per tutti il risparmio fiscale sarebbe uguale e commisurato appunto alla misura del 23%, cancellando quei limiti dovuti alla progressività dell’Irpef che finivano (nel sistema del quoziente) per premiare di più i redditi maggiori. La differenza la farebbe solo il numero dei figli a carico.

Il Forum porterà questo nuovo contributo alla Conferenza nazionale della famiglia, in programma dall’8 al 10 novembre a Milano.

[continua]

L’Avvenire, 24/09/2010

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Posted by alenu su 9 settembre 2010


Giocattoli sessuali in mostra alla conferenza ONU sulla gioventù

Documento estremista prodotto da giovani estremisti

Opponetevi firmando la petizione che presenteremo all’ONU fra tre settimane!

Cari amici dei giovani,

l’équipe di C-FAM è appena ritornata dalla Conferenza delle Nazioni Unite sulla Gioventù a Leon, in Messico, che comprendeva delle parti veramente disgustose

C’era un’enorme salone dove decine di stand esibivano materiale pornografico, ivi compresi i giocattoli sessuali
Uno di questi stand era gestito da uomini di mezza età con indosso solo slip del tipo che coprono appena appena i genitali, lasciando interamente scoperto il didietro
C’era la dimostrazione pratica di come si mette un preservativo a un giocattolo sessuale.
TUTTO QUESTO ERA IN MOSTRA SOTTO GLI OCCHI DEI NOSTRI BAMBINI E RAGAZZI

Altrettanto brutto è il fatto che un gruppo di giovani estremisti guidati da rappresentanti dell’ONU ha scritto un documento, che stanno premendo affinché sia adottato dall’ONU. E’ uno dei documenti più radicali che si possano immaginare, interamente ispirato alla pornografia in mostra nel salone centrale a Leon.

Il documento chiede

  • una ridefinizione della parola “genere” per comprendervi l’intero “spettro delle identità di genere” ivi compresi “intersex” e “queer”
  • “l’educazione sessuale globale”
  • “l’aborto sicuro”

Questo documento, pienamente influenzato dalle mostre pornografiche nella sala mostre, è stato scritto sotto la supervisione dell’UNFPA [Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione] che si è sempre dimostrata pro-aborto, anti-famiglia e anti-giovani.

E veniamo al vero problema: questo documento potrebbe essere incluso FRA TRE SETTIMANE nel documento governativo acettato dall’Assemblea Generale dell’ONU!

DOBBIAMO RISPONDERE, DOBBIAMO DARE LORO UN DOCUMENTO CHE DIMOSTRA I VERI SENTIMENTI DEI GIOVANI VERI!

Per fortuna un documento di questo genere lo abbiamo. Un gruppo di giovani che si  è dato nome International Youth Coalition [Coalizione Internazionale della Gioventù] ha scritto e presentato alla conferenza un BUON DOCUMENTO, un documento che dice le cose giuste. Qui sotto troverai un link al documento.

Ti chiediamo di

  • leggerlo (purtroppo è in inglese)
  • se sei d’accordo, firmarlo

Raccoglieremo la tua firma insieme ai nomi di, speriamo, altri 50.000 e fra tre settimane le presenteremo all’ONU.

Dimostreremo loro che non siamo d’accordo con questo programma terribile. Dovete sapere che  questo aiuto l’hanno chiesto i delegati all’ONU, per  bloccare la strada al movimento giovanile estremista.

Trovate un documento e una petizione da firmare QUI. I documenti sono due, uno per chi ha 30 anni o meno, e uno per chi ha più di 30 anni.

Vai QUI adesso e firma il documento. Aiutaci a fare colpo alla sede dell’ONU alla fine di questo mese.

E’ urgente farlo ADESSO.

Ti chiediamo anche di inoltrare questa email a TUTTA LA TUA RUBRICA!

E’ di importanza vitale che i giovani normali si facciano sentire alle Nazioni Unite. Le delegazioni degli stati nazione ce lo hanno chiesto espressamente.

Abbiamo bisogno di 50.000 nomi entro TRE SETTIMANE!

Sincerely,

Austin Ruse
President/C-FAM
Editor/Friday Fax

8 settembre, 2010

PS Questo documento deve girare il mondo come un missile nel giro di tre settimane.  Ti chiediamo di ri-inviarlo subito!

[traduzione dall’inglese di A.Nucci]

© Copyright 2010 Permission granted for unlimited use. Credit required.
866 United Nations Plaza, Suite 495, New York, NY 10017
http://www.c-fam.org

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Ritiro famiglie estate 2010

Posted by ikzus su 24 agosto 2010


Sono appena tornato dal ritiro famiglie che i Missionari della Consolata tengono tutti gli anni alla Certosa di Chiusa Pesio. Se qualcuno gradisce, qui (http://IKZUS.4shared.com  directory “CertosaPesio”, subdirectory “Ritiro famiglie agosto 2010″) ci sono le registrazioni in MP3 delle lectio, più una chiacchierata dei fondatori di Incontro Matrimoniale in Italia, i coniugi Tenna: potete scaricarle, metterle sui vostri lettori, ascoltarle dal PC, registrarle su audio cassette, masterizzarle su CD, distribuirle agli amici, utilizzarle per incontri/ritiri/esericizi, ecc. ecc.

Sempre allo stesso indirizzo trovate le catechesi che P. Francesco Peyron tiene mensilmente su Radio Maria – in pratica, il cammino proposto durante l’anno a chi partecipa ai ritiri mensili.

Vi ricordo anche le bellissime catechesi di Mons. Renzo Bonetti, sempre sulla famiglia.

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La pensione delle statali e la doppia trappola dell’ideologia

Posted by ikzus su 11 giugno 2010


L’ideologia è una gran bella cosa! Ci permette di evadere da un presente troppo opprimente, colora di rosa un futuro altrimenti pauroso, e spesso arriva persino a ricostruire il passato, attraverso la reinterpretazione ‘creativa’ – ovvero la distorsione sistematica – degli avvenimenti storici. Purtroppo, essa soccombe regolarmente di fronte a due nemici mortali: il primo è la verità, che rispunta pervicacemente nonostante la narcosi indotta dalle massicce dosi di malafede. Il secondo, quello peggiore, è la realtà: presto o tardi, ogni delirio ideologico si schianta contro la rocciosa evidenza dei fatti. È quanto è successo in questi giorni a due ideologie sorelle, lo statalismo ed il femminismo (o meglio, nella sua evoluzione postmoderna, la cosiddetta teoria dl “gender”). Ma cominciamo dall’inizio.

La pensione, secondo la matematica finanziaria, è una cosa semplicissima, al pari di un’assicurazione sulla vita: tu accantoni delle somme per un certo periodo, e in questo modo accumuli un capitale; detto capitale lo potrai riavere, aumentato degli interessi, in due forme: la cifra totale alla scadenza, oppure a rate con una rendita periodica, che può anche essere vitalizia – in questo caso verrà calcolata sulla base dell’aspettativa di vita residua. Semplice, no? Vi garantisco che qualsiasi studente di ragioneria è in grado di sviluppare i calcoli necessari – probabilmente siete in grado anche voi: Excel contiene tutte le funzioni necessarie. Dunque, what’s the problem? Il fatto è che le pensioni italiane non funzionano così.

In Italia, da Mussolini in avanti – eh già, spiace per i fratelli sinistri, ma il nostro sistema previdenziale l’ha sostanzialmente messo in piedi il Duce, che difatti era socialista – , le pensioni sono slegate dai contributi versati: da corrispettivo di un risparmio, si sono trasformate in un diritto garantito dalla politica. Inoltre, da sussidio di solidarietà per una persona al termine della propria esistenza (all’epoca i sessant’anni erano l’aspettativa di vita media, contro gli ottanta e pusa di oggi), sono stati interpretati sempre più come un mezzo per attuare quella redistribuzione delle risorse che è l’obiettivo principale dell’ideologia egualitarista (per non dire sempre comunista, che ormai fanno perfino un po’ pena!). Ecco quindi la pensione a chi ha versato poco o nulla, l’assegno mensile rapportato all’ultimo stipendio invece che al montante contributivo, e tutte le altre assurdità che sono venute fuori con gli anni, specialmente nel settore pubblico. Credo che tutti conosciamo qualche furbone/a che è riuscito ancora ad andare in pensione con vent’anni di contributi – avete presente la classica maestrina che diventava pensionata a quarant’anni? Tutto ciò spiega il dissesto del sistema di previdenza sociale, e la perenne crisi dell’INPS: è evidente che, con regole del genere, e soprattutto in un Paese che (sempre per ragioni ideologiche) non fa figli ed invecchia sempre più, il carico pensionistico è non solo ingiusto – perché si traduce in una trasferimento di risorse dai lavoratori ai pensionati, dai figli ai padri – , ma anzitutto insostenibile da un punto di vista economico. Da qui le varie riforme che, senza risolvere il problema, hanno tentato di arginarne gli effetti devastanti.

Ecco perché, senza dirlo, tutti sono contenti di questa sentenza: così possiamo dire che è l’Europa che ci obbliga a correggere i conti, invece di affrontare l’amara realtà: è l’impostazione ideologica statalista che è fallita! In realtà, come hanno detto molti commentatori nelle settimane passate, la crisi dell’Euro (e dell’UE) ha messo in luce chiaramente che l’intera architettura sociale dell’Europa – quello che chiamiamo pomposamente Welfare State – è clamorosamente fallita. Non poteva andare diversamente: alla radice dello statalismo (e del socialismo in genere) c’è il rifiuto dell’economia, e l’affermazione prometeica che la politica può e deve prevalere. Purtroppo questa si è dimostrata una vana speranza, un abbaglio infantile, un azzardo utopistico; nel giro di mezzo secolo l’economia ha travolto questo rovinoso esperimento sociale, e si è ripresa la parte che le spetta: quella centrale. Essa infatti, che non per nulla viene definita “la scienza triste”, nasce dalla considerazione fondamentale del limite – delle risorse, del tempo, della conoscenza, ecc. -, e così facendo ci ricorda continuamente la nostra condizione creaturale, limitata per l’appunto, ed in ultima analisi mortale: per questo è tra tutte le scienze probabilmente la più odiata. È lei a ricordarci continuamente che i debiti prima o poi si pagano, che se qualcuno pretende ‘diritti’ qualcun altro ne sopporterà gli oneri, che prima di pensare a distribuire la torta è necessario prepararla; e così via.

Ma nel caso delle statali, il cortocircuito è addirittura doppio: infatti la giustificazione non è stata una salutare presa d’atto dell’insostenibilità dei privilegi dei pensionati (in questo caso di una parte di essi), ma al contrario l’ennesimo tentativo di imporre sulla realtà la visione ideologica – questa volta, l’uguaglianza di genere. Perché le dipendenti statali non possono andare in pensione cinque anni prima dei colleghi maschi? Perché sarebbe DISCRIMINAZIONE: orrore!

Battute a parte – sembra ridicolo a dirla così, eppure … – questa è la motivazione ‘ufficiale’ e del tutto pazzesca della sentenza della Corte di Giustizia Europea. E questo è il motivo per cui non si è sentita uno straccio di femminista che osasse protestare per l’evidente fregatura – per quanto ho visto io, l’unica che ha provato timidamente a dir qualcosa è stata Lietta Tornabuoni sulla Stampa.

Ovviamente, alla radice di una simile aberrazione c’è il presupposto antropologico che uomini e donne, maschi e femmine, sono la stessa cosa – anzi, DEVONO essere la stesa cosa, uguali, o meglio ancora ‘indifferenti’. È proprio la “differenza” ciò che risulta inammissibile per la cultura moderna, e specificamente per la dottrina “gender”: il sesso non è una qualità ‘naturale’ ma ‘culturale’, e non definisce la persona; i comportamenti legati al sesso sono imposti dalla società, e da queste imposizioni occorre ‘liberarsi’ – primo fra tutti, ovviamente, la maternità! E poco importa se uomini e donne fanno cose diverse (per dirne una, i bambini …) perché SONO diversi: come sappiamo, la realtà è l’ultima cosa che l’ideologia prende in considerazione.

È evidente la derivazione dal femminismo storico, che giustamente chiedeva pari dignità tra uomo e donna, ma risulta chiara anche la deriva successiva, in direzione di quell’egualitarismo che non valorizza ma nega le differenze, puntando ad appiattire tutto in nome di una presunta libertà ‘assoluta’, cioè (anche etimologicamente) sciolta da ogni riferimento morale o etico. Sarebbe troppo lungo affrontare in dettaglio tutti gli errori e tutte le nefaste conseguenze di questa ideologia: chi fosse interessato trova qui un testo adeguato e stimolante. A noi basta farci quattro risate, immaginando la faccia di qualche vecchia ciamporgnia che a vent’anni sfilava per le strade con le mutande in mano urlando “Io sono mia”, a trenta si è infilata in qualche baraccone statale purché fosse (probabilmente la scuola …), e a sessanta si trova ingannata (sarebbe più adeguato un altro termina, sempre con “in…”) e non può neanche protestare perché lei è una femminista doc!

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Posted by ikzus su 20 maggio 2010


Indagine sulla pedofilia nella Chiesa

Intervista a Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 17 maggio 2010 (ZENIT.org).- Quanti casi di pedofilia si sono registrati all’interno della Chiesa cattolica? E quanti sono quelli verificatisi nella società? Chi promuove una cultura della pedofilia? E come ha fatto questa cultura a contaminare anche parti della Chiesa cattolica?

Per rispondere a queste come ad altre domande su un tema così delicato e spinoso Francesco Agnoli, Massimo Introvigne, Giuliano Guzzo, Luca Volonté e Lorenzo Bertocchi hanno appena pubblicato il saggio “Indagine sulla pedofilia nella Chiesa” (edizioni Fede & Cultura)

Per approfondire il tema in questione, ZENIT ha intervistato uno degli autori, Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo, collaborare del blog www.libertaepersona.org/dblog/.

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