ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘eucarestia’

Ave verum corpus

Posted by ikzus su 1 aprile 2010


Ave Verum Corpus natum

de Maria Virgine

vere passum immolatum

in cruce pro homine

cuius latum perforatum

aqua fluxit et sanguine

esto nobis praegustatum

in mortis examine


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Silenzio

Posted by ikzus su 1 aprile 2010


Il silenzio ha molte facce.

Intanto, contiene un ovvio richiamo alla morte, che in effetti quasi tutti attraverseremo nel silenzio, e che lascia sempre un corpo muto, ormai incapace di ogni comunicazione. Questo è probabilmente l’aspetto più spaventoso, quello che motiva maggiormente la caratterizzazione prevalentemente negativa che ne dà la nostra società. I Nomadi, in una loro vecchia e tragica canzone, lo dipingevano “come un sudario [che] si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno“.

È il silenzio del Venerdì Santo: il silenzio della croce, dell’annientamento, della tomba; per chi veglia, è il silenzio della perdita, del non senso, della disperazione. È il silenzio di Giobbe, che straziato dalla prova,  “per sette giorni e sette notti“, tace.

Vicino ad esso, e per certi versi imparentato, c’è il silenzio vuoto, l’assenza, la rappresentazione per così dire sonora del nulla. È quello che attanaglia e atterrisce i vecchi, e li porta a vivere con la radio o la televisione perennemente accesa, spesso anche di notte. Somiglia ad uno schermo nero al termine del film, o alla parola ‘fine’ in fondo a un bel romanzo. Pur essendo impalpabile, paradossalmente incarna e quasi personifica la solitudine.

Anche Gesù l’ha vissuto – e questa è forse la pagina più misteriosa di tutta la Bibbia: «Elì, Elì, lemà sabactàni?» «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’inconcepibile grido del Figlio al Padre che mai abbandona i suoi figli, la separazione dentro l’inseparabile comunione trinitaria, l’assenza inspiegabile dell’eterna e totale Presenza, il non-essere che penetra nell’Essere fino ad isolarlo da se stesso. Forse, per quanto è lecito tentare di immaginare, è l’assenso definitivo del Cristo al progetto del Padre, senza cui la morte comunque non avrebbe potuto prevalere.

Ancora, il silenzio può significare incomunicabilità, incapacità di rapportarsi con l’altro; e dunque, perdita della propria dimensione sociale, del nostro essere parte dell’umanità. È il silenzio alienante, che trasfigura l’uomo in fantasma, in mostro; quello di cui Simon & Garfunkel cantavano così: “people talking without speaking / people hearing without listening“; e che paragonavano ad un tumore inarrestabile: “silence like a cancer grows“.

C’è però anche un silenzio ‘pieno’, che al contrario è in grado di comunicare l’incomunicabile, di trasmettere ciò che attraverso le parole non riesce a passare. In certe situazioni un genitore, con una sola occhiata, può mandare al figlio un messaggio che condensa tutte le dimensioni del rapporto interpersonale, con un’efficacia irraggiungibile da una semplice frase, o anche da un intero discorso. E quando due amanti esauriscono il fiume delle parole vane, sempre si ritrovano immersi in un silenzio che dice l’inesprimibile del loro amore.

C’è un silenzio che è presenza, come la madre che, senza far rumore, accudisce dolcemente un figlio malato; c’è un silenzio che è rispetto, ascolto, accoglienza, far posto all’altro dentro di sé; c’è un silenzio che è profondità, pace, amore.

È il silenzio fecondo dell’inverno, che nelle viscere della terra prepara l’esplosione di vita della primavera.

È il silenzio in cui Dio si è imprigionato quando ha inventato l’Eucarestia, un giovedì di tanti anni fa: presenza muta, disarmata e  disarmante, amore che non giudica e non pretende nulla – nemmeno di essere riconosciuto! È la sua parola ultima e definitiva; come diceva San Giovanni della Croce, è il ritorno della Parola all’eterno silenzio in cui è stata generata.

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Tu Dio sempre più muto
silenzio che più si addensa
più esplode: e ti parlo, ti parlo
e mi pento
e balbetto e sussurro sillabe
a me stesso ignote:
ma so che odi e ascolti
e ti muovi a pietà:
allora anch’io mi acquieto
e faccio silenzio.

David Maria Turoldo
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eucarestiacroce

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Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi che erano nel mondo,
li amò sino alla fine.

Vangelo di Giovanni, cap. 13

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Silenzio

Posted by ikzus su 9 aprile 2009


Il silenzio ha molte facce.

Intanto, contiene un ovvio richiamo alla morte, che in effetti quasi tutti attraverseremo nel silenzio, e che lascia sempre un corpo muto, ormai incapace di ogni comunicazione. Questo è probabilmente l’aspetto più spaventoso, quello che motiva maggiormente la caratterizzazione prevalentemente negativa che ne dà la nostra società. I Nomadi, in una loro vecchia e tragica canzone, lo dipingevano “come un sudario [che] si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno“.

È il silenzio del Venerdì Santo: il silenzio della croce, dell’annientamento, della tomba; per chi veglia, è il silenzio della perdita, del non senso, della disperazione. È il silenzio di Giobbe, che straziato dalla prova,  “per sette giorni e sette notti“, tace.

Vicino ad esso, e per certi versi imparentato, c’è il silenzio vuoto, l’assenza, la rappresentazione per così dire sonora del nulla. È quello che attanaglia e atterrisce i vecchi, e li porta a vivere con la radio o la televisione perennemente accesa, spesso anche di notte. Somiglia ad uno schermo nero al termine del film, o alla parola ‘fine’ in fondo a un bel romanzo. Pur essendo impalpabile, paradossalmente incarna e quasi personifica la solitudine.

Anche Gesù l’ha vissuto – e questa è forse la pagina più misteriosa di tutta la Bibbia: «Elì, Elì, lemà sabactàni?» «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’inconcepibile grido del Figlio al Padre che mai abbandona i suoi figli, la separazione dentro l’inseparabile comunione trinitaria, l’assenza inspiegabile dell’eterna e totale Presenza, il non-essere che penetra nell’Essere fino ad isolarlo da se stesso. Forse, per quanto è lecito tentare di immaginare, è l’assenso definitivo del Cristo al progetto del Padre, senza cui la morte comunque non avrebbe potuto prevalere.

Ancora, il silenzio può significare incomunicabilità, incapacità di rapportarsi con l’altro; e dunque, perdita della propria dimensione sociale, del nostro essere parte dell’umanità. È il silenzio alienante, che trasfigura l’uomo in fantasma, in mostro; quello di cui Simon & Garfunkel cantavano così: “people talking without speaking / people hearing without listening“; e che paragonavano ad un tumore inarrestabile: “silence like a cancer grows“.

C’è però anche un silenzio ‘pieno’, che al contrario è in grado di comunicare l’incomunicabile, di trasmettere ciò che attraverso le parole non riesce a passare. In certe situazioni un genitore, con una sola occhiata, può mandare al figlio un messaggio che condensa tutte le dimensioni del rapporto interpersonale, con un’efficacia irraggiungibile da una semplice frase, o anche da un intero discorso. E quando due amanti esauriscono il fiume delle parole vane, sempre si ritrovano immersi in un silenzio che dice l’inesprimibile del loro amore.

C’è un silenzio che è presenza, come la madre che, senza far rumore, accudisce dolcemente un figlio malato; c’è un silenzio che è rispetto, ascolto, accoglienza, far posto all’altro dentro di sé; c’è un silenzio che è profondità, pace, amore.

È il silenzio fecondo dell’inverno, che nelle viscere della terra prepara l’esplosione di vita della privera.

È il silenzio in cui Dio si è imprigionato quando ha inventato l’Eucarestia, un giovedì di tanti anni fa: presenza muta, disarmata e  disarmante, amore che non giudica e non pretende nulla – nemmeno di essere riconosciuto! È la sua parola ultima e definitiva; come diceva San Giovanni della Croce, è il ritorno della Parola all’eterno silenzio in cui è stata generata.

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Tu Dio sempre più muto
silenzio che più si addensa
più esplode: e ti parlo, ti parlo
e mi pento
e balbetto e sussurro sillabe
a me stesso ignote:
ma so che odi e ascolti
e ti muovi a pietà:
allora anch’io mi acquieto
e faccio silenzio.

David Maria Turoldo
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eucarestiacroce

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Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi che erano nel mondo,
li amò sino alla fine.

Vangelo di Giovanni, cap. 13

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