ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘etica’

Ciò che non va fra parentesi

Posted by alagna su 16 gennaio 2013


Campagna elettorale e temi etici.

Il peso della crisi economica è tale che la campagna elettorale si giocherà inevita­bilmente soprattutto sulle risposte politiche e di governo a essa. Ma ci sono altre questio­ni, dalle importantissime ricadute civili e so­ciali, che non possono essere messe tra pa­rentesi, e i lettori di Avvenire lo sanno molto bene per averne letto spesso su queste pagi­ne anche negli ultimi tempi. Si tratta dei te­mi che da qualche tempo si usa qualificare co­me “etici” (la famiglia, la libertà religiosa, i diritti umani, le questioni bioetiche). Mi a­spetto quindi, e come cittadino elettore an­ch’io non vorrei restare deluso, che su questi temi non solo i partiti, ma anche i singoli can­didati – in particolare quelli “cattolici” – si pronuncino espressamente: si tratta infatti di questioni che hanno una valenza non pri­vata e intimistica, ma pubblica e soprattutto “politica”. Le ragioni sono evidenti. Partiamo dalla famiglia: essa è, e rimane no­nostante tutto, il luogo privilegiato della ‘fe­licità’ (come è dimostrato dal fatto che è og­getto di mille tentativi di ‘imitazione’!) e co­stituisce altresì la risorsa sociale più natura­le e più potente che ci sia per far fronte a esi­genze che nemmeno lo Stato più ricco del mondo riuscirà mai a fronteggiare adegua­tamente: l’educazione primaria, l’inseri­mento dei giovani nel mondo del lavoro, l’ap­poggio ai malati e, in generale, ai soggetti “de­boli”, l’assistenza degli anziani. Un’intelli­gente politica per la famiglia non significa so­lo la tutela di un bene umano primario, ma consente allo Stato di meglio utilizzare le scar­se risorse destinate al welfare e, nel medio e nel lungo periodo, contribuire al rallenta­mento di un problema drammatico come quello del decremento demografico. Proseguiamo, nella nostra rapida analisi, con il tema dei diritti umani e della libertà reli­giosa. Un autentico impegno per la promo­zione dei diritti fondamentali (che non deve mai rallentare) implica che non si inquini il tema dei diritti umani con quello dei “desi­deri”. Ad esempio, far rientrare nella battaglia per i diritti la pretesa di concedere il matri­monio e l’adozione alle coppie gay non ha nulla a che vedere con la giusta lotta contro le discriminazioni nei confronti delle perso­ne omosessuali. È piuttosto una pretesa che incrina la corretta immagine dei diritti del­l’uomo, deformandola in una visione indivi­dualistica e in definitiva anti-personalistica. Di qui il sempre più frequente senso di fasti­dio che emerge in molti quando si fa appel­lo ai diritti umani fondamentali, come se es­si si riducessero a un cavallo di Troia per far implodere dall’interno la realtà relazionale coniugale e familiare. È un rischio che non possiamo correre e che dobbiamo intercet­tare prima che sia troppo tardi. Ed è indi­spensabile da parte dei politici una parola chiara al riguardo. Parole altrettanto chiare vanno riservate al­la libertà religiosa. Da parte di alcuni, pur­troppo non pochi, viene spesso ridotta – nel nome di un malinteso laicismo – alla libertà di confessare privatamente la propria fede. Per quanto sia difficile farlo capire ai laicisti più estremisti, va ribadito che la fede o è pub­blica o non è, e che il rilievo pubblico di u­na data fede religiosa non interferisce in al­cun modo col rilievo pubblico che va rico­nosciuto a qualsiasi altra confessione, ma serve a garantire al cittadino credente la pro­pria identità. Quanto ai temi bioetici il discorso può esse­re persino rapidissimo. Il buon uso (cioè l’u­so eticamente corretto) della biomedicina e dei suoi progressi non solo ha impressionanti ricadute sulla dignità della persona (e già que­sta considerazione sarebbe sufficiente a chiu­dere il discorso), ma contribuisce delimitare saggiamente i limiti del potere della scienza e degli scienziati e a fronteggiare il fascino di pericolose forme di “tecnocrazia”. Che il mondo non possa essere governato esclusi­vamente dagli scienziati è consapevolezza diffusa; per tramutare però questa consape­volezza in decisioni socialmente vincolanti non sono sufficienti gli allarmismi della fan­tascienza o della cinematografia catastrofa­le, ma è indispensabile un forte impegno po­litico. Bisogna quindi che nella campagna e­lettorale entri in modo esplicito e non equi­voco anche la “biopolitica”. E ogni candida­to faccia capire come la pensa e che cosa si prepara a fare (o non fare) e a sostenere.

Francesco D’Agostino

da l’Avvenire del 11 gennaio 2013

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Obiettivo eutanasia

Posted by ikzus su 9 maggio 2011


Cinque anni fa scrissi un post molto pesante, intitolato La lunga marcia della morte; in quel testo prevedevo che si sarebbe arrivati all’eutanasia del non consenziente – all’eliminazione dell’indesiderato, per dirla chiara. Ed eccoci qua, come si può leggere sotto.

Riprendo brevemente solo due considerazioni.

Innanzitutto, è sempre più evidente che l’eutanasia è semplicemente l’estensione logica dell’aborto: se una madre ha “il diritto” di sopprimere il proprio figlio non nato, in nome della salvaguardia del proprio benessere, perché tale principio non dovrebbe valere nei confronti di altri soggetti? Perché non potrei eliminare altri figli, genitori, fratelli, coniuge (ecc. ecc.) dal momento che il criterio dominante è la mia personale felicità?

Ma per arrivare lì, occorre accettare un secondo presupposto, questo sempre implicito, taciuto (perché vergognoso), ma fondamentale: alcune vite valgono meno di altre. La vita umana può essere pesata, misurata, calcolata e soprattutto confrontata: si tratta di decidere chi tra noi due vale di più, e non è un gioco, in palio c’è la vita o la morte. Ovviamente, come sempre, vince il più forte. Ecco perché l’aborto e l’eutanasia sono la forma peggiore di razzismo.

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IL NEONATO DISABILE? E’ SOLO UN PESO: ELIMINIAMOLO!

Negli Stati Uniti si teorizza di lasciare ai genitori la decisione di far morire il figlio se la sua vita sarà minata da malattia o handicap

di Carlo Bellieni

Davvero le richieste di leggi per accelerare il fine vita dei pazienti gravi vanno nell’interesse del paziente? O c’è un difetto che le mina alla base? C’è chi mostra il lato nascosto della medaglia. Si tratta di un articolo sull’ultimo numero del prestigioso American Journal of Bioethics, intitolato «Una vita in grado di dare? La soglia per la sospensione delle cure ai neonati disabili», di Dominic Wilkinson, docente all’Università di Oxford. L’autore spiega così il suo pensiero: «In alcuni casi per i genitori e i medici è giustificabile decidere di lasciar morire un bambino, anche se la sua vita meriterebbe di essere vissuta». Avete capito bene: non si tratta di lasciar morire chi avrebbe poi una vita tutta fatta di sofferenza (anche se non si capisce chi decida chi misuri la sofferenza altrui e anche se sappiamo bene che le cure inutili possono essere rifiutate); ma addirittura chi avrà una vita che anche questo tipo di filosofi reputa «accettabile», seppur minata da una malattia. In quali casi?

Sostanzialmente quando i genitori sentono eccessivo il peso dell’assistenza al bambino malato. Insomma: uno sbilanciamento della bilancia della giustizia a favore dell’adulto e a spese del bambino; prevale il criterio «del peso sui familiari e sull’economia generale». E, come Wilkinson spiega, questo criterio è già preso in considerazione nei protocolli – e ne esistono – che lasciano al genitore molta discrezionalità sulla vita del neonato prematuro o sofferente.

Ovvio che i genitori debbano essere sempre e bene informati, e che possano scegliere il meglio per il loro figlio; ma questo non significa che possano decidere di lasciarlo morire se ci sono ancora serie speranze, perché loro non ce la fanno più in previsione di un handicap del piccolo; oltretutto alla nascita mancano il tempo e la serenità per un’informazione corretta. E come ameremmo che chi stende protocolli partisse inesorabilmente dalla richiesta di aiuti per le famiglie dei malati. Ma anche quando i protocolli sono meno «evoluti», le cose non ci rassicurano. «La visione ufficiale prevalente – dice Wilkinson, spiegando di volerla superare con quanto finora detto – è che il trattamento può essere sospeso solo se il peso della vita futura supera i benefici». E cita vari protocolli che invitano a fare un conto tra vantaggi e svantaggi e se i secondi sono maggiori dei primi la cura può essere arrestata.

Anche qui è chiaro come l’interesse del paziente sia trascurato: una vita triste con più sconfitte che vittorie è frequente, e non per questo non merita di essere vissuta. Perché per i neonati tante finte cautele in molti protocolli?

Non si farebbe mai per un adulto il conto a tavolino dei pro e dei contro: invece in diversi Paesi il padre può decidere di non iniziare le cure salvavita per i neonati (e non ci dicano che «il padre è sempre il miglior tutore degli interessi del piccolo»: tanti episodi di cronaca lo smentiscono). Cos’hanno i neonati meno degli adulti? E cosa hanno gli adulti disabili mentali meno degli altri, dato che anche a loro vengono riservate meno cure che agli altri, come ben mostrava la rivista Lancet nel luglio 2008?

Esistono davvero delle vite non «in grado di dare»? Noi «sani» pensiamo di aver in mano il giudizio su quale vita lo sia; finché qualcuno non giudicherà che la nostra non lo è più.

Fonte: Avvenire, 14/04/2011

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L’eutanasia sarà il nuovo strumento di controllo demografico

La Repubblica commenta oggi alcuni dati Onu che prevedono un importante aumento demografico tra oggi, il 2050 e la fine del secolo. E commenta così: «Qualcosa sta girando storto, soprattutto in Africa: le politiche di controllo delle nascite sono nello stallo per motivi ideologici». In un passaggio viene giustifica la politica del figlio unico cinese. Repubblica si dispiace poi del ridimensionamento dei fondi disponibili all’Onu per il controllo delle nascite. Non solo, auspica anche calamità naturali che impediscano alla previsione di avverarsi. Ma la conclusione si spinge anche oltre, svelando la preoccupazione ultima di chi scrive: «Se anche il pianeta riuscirà a sfamare tutti – si legge – se saremo di meno staremo certamente meglio».

Riccardo Cascioli, giornalista, presidente del Cespas (Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo) e direttore del Dipartimento popolazione, commenta la notizia così: «Siamo ormai al “Forza tsunami”. Le cose che solo 15 anni fa avrebbero fatto scandalo ora vengono pubblicate con una leggerezza che fa impallidire: è perfettamente normale dire apertamente che l’altro è un nemico da eliminare. Questa mentalità inaccettabile discende dal pensiero del movimento eugenetico di fine ‘800 che diede le basi al nazismo. Da qui nasce anche l’ecologismo e il controllo nascite: se tutto deve essere perfetto l’umanità che non risponde a certi canoni è considerata male e d’intralcio all’ecosistema. In una visione simile i migliori (sempre decisi dal potere di turno) devono vivere, gli altri vano eliminati. Questo è il ragionamento eugenetico di base all’articolo di Repubblica».

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Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Lettera aperta a Fazio e Saviano

Pubblicato da Massimo Pandolfi Mar, 16/11/2010 – 12:53

Caro Fabio Fazio,

caro Roberto Saviano,

la trasmissione che avete mandato in onda lunedì sera non ha rappresentato una ‘pagina di libertà’, come i vostri fans e forse voi stessi orgogliosamente sostenete.Magari non ve ne siete neppure resi conto, o magari sì, ma parlando di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby avete offeso e umiliato centinaia di migliaia di italiani.Caro Saviano, su Welby (il malato di distrofia muscolare che anni fa chiese e ottenne che gli venisse staccato il respiratore artificiale) lei ha detto che ‘quella non era più vita’.E allora le faccio un invito: ripeta queste cose lunedì prossimo a tutti quegli italiani che resistono e soprattutto esistono, attaccati a un respiratore. Se vuole, gliene porterò una bella rappresentanza in studio a ‘Vieni via con me’. Dica loro: ‘La vostra non è vita’. Ma non si limiti a guardare la telecamera mentre scandirà quelle parole. Guardi in faccia loro _ i malati o i disabili _ se ne ha la forza. E le loro mogli, i mariti, i figli, i parenti, gli amici. Vedrà, caro Saviano, scoprirà un altro mondo.Perchè questa è gente che vive, si arrabbia, di dispera, esulta, gioisce, si ridispera di nuovo: come me, come lei. E chi sta loro a fianco li cura, nella totale gratuità. Curare non significa accanirsi; vuol dire prendersi cura di…Vi riporto, cari Fazio e Saviano, un pensiero via facebook che mi è arrivato da Angelo Carboni, un malato di Sla della Sardegna che è messo più o meno nelle condizioni in cui era Welby: ‘Ho ascoltato il breve monologo del signor Englaro, a quello della signora Mina Welby stavo prendendo sonno. Non mi aspettavo altro da chi ha della vita e dell’amore una concezione così limitata e improntata sul più ottuso relativismo che pretendono di spacciare per laicità. Io, da diversi anni collegato a un respiratore, mi sento poco toccato da questi moderni guitti della “buona morte”, ma li inviterei a dare voce anche al nostro amore per la vita e desiderio di viverla, con intensità, fino in fondo. Giovedì a Pattada presento un mio libro: invito Fazio e Saviano in Sardegna, da me, ad ascoltare chi la pensa diversamente’ Sarebbe bellissimo se Fazio e Saviano andassero. Se facessero esperienza, senza ideologie. E la questione, a proposito di ideologie, non sta tanto nel dire: se uno vuole vivere ok, aiutamelo, ma se non ce la fa più lasciamolo andare. No, è tremenda questa mentalità! La vita non è la stessa cosa della morte! Proprio perchè ci sono tante persone che ce la fanno (e non sono eroi, ma uomini semplici, come ognuno di noi: forse voi, Fazio e Saviano, non siete più uomini o semplici) il compito di una società civile è quello di cercare tutte le strade per dare un senso a un’esistenza. E un senso esiste, sempre, anche se sei immobile, muto, attaccato a un respiratore. Va solo cercato. Non lo dico io, lo urlano silenziosamente chi lo fa. Penso a Gian Piero, Sebastiano, Luca, Angelo, Patrizia, Cesare e tanti tanti altri amici che ho incontrato in questi anni. Caro Fazio, caro Saviano, chiamateli. Conosceteli.

P.S. E lei, caro Fabio Fazio, faccia pure l’ultrà radicale con la faccia del bravo ragazzo. Ma almeno racconti la verità, per piacere. La verità non è un’opinione. E su Eluana Englaro lei  ha detto davanti a milioni di italiani una bugia grande come una casa: ha detto che era in coma da 17 anni. No, signor Fazio. Prenda un vocabolario e impari cosa vuol dire la parola coma. Non è un dettaglio, è la deriva. E lei è il capitano buonista di una barca che va alla deriva.

www.massimopandolfi.it

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


Cronache eterologhe

Il bambino è malato? Allora la madre surrogata deve abortire

di Nicoletta Tiliacos

Una coppia di Vancouver ha voluto che la donna da cui aveva affittato l’utero non partorisse il figlio Down

Cronache dal Mondo Nuovo. Dopo aver fatto ricorso all’utero in affitto per avere un figlio, una coppia di Vancouver ha scoperto con l’amniocentesi che il bambino atteso era affetto da sindrome di Down. A quel punto, ha preteso che la “madre surrogata” abortisse. La vicenda è finita sui giornali canadesi solo perché la madre surrogata all’inizio si è rifiutata di dar seguito alla richiesta della coppia. Ne è nato un contenzioso – davvero degno della fantasia di Huxley e del suo “Brave New World” – sul valore dell’accordo privato concluso in precedenza, che garantiva ai committenti la possibilità di rifiutare un figlio malato. I due genitori biologici hanno annunciato che se il bambino fosse nato (ma alla fine l’aborto c’è stato), loro non avrebbero assunto nei suoi confronti nessuna responsabilità. E’ la logica commerciale: c’è una coppia di committenti, c’è una prestatrice d’opera (ufficialmente a titolo di solidarietà, perché le regole canadesi lo richiedono, ma un pagamento c’è: lo chiamano “rimborso spese”), c’è un prodotto che deve rispettare certi standard. Se il prodotto è difettoso, il committente recede, e con lo stesso diritto con cui si noleggia una donna per una gestazione, le si intima di interromperla.

Intervistata dal quotidiano National Post, Juliet Guichon, bioeticista dell’Università di Calgary, avanza dubbi sull’applicazione di “regole commerciali al concepimento di figli”. Sally Rhoads, che con il sito Surrogacy in Canada assiste le coppie che ricorrono all’utero in affitto, pensa invece che “le parti dovrebbero accordarsi fin dall’inizio sul da farsi, e garantirsi di pensarla nello stesso modo sull’aborto”. La contrattualistica procreativa va solo perfezionata. Alcuni stati americani consentono alla coppia committente di portare in tribunale la fornitrice di utero, allo scopo di recuperare il compenso già corrisposto, se questa si ostina a voler partorire un bambino nel frattempo diventato indesiderato. In Canada, in altri tre casi di rottura imprevista del contratto di maternità surrogata (le coppie committenti avevano divorziato mentre le gestazioni erano in corso), le fornitrici di utero hanno deciso di partorire e di tenere con sé i bambini, dei quali sono diventate madri a tutti gli effetti.

Questo accade nel mondo ricco. “E’ etico pagare i poveri del mondo per far loro partorire i nostri bimbi?”, si chiedeva un anno fa Vanity Fair, con un impressionante reportage sulle moderne schiave indiane dell’utero in affitto. I signori Pankert di Tubinga – uno storico dell’arte lui e una direttrice di banca lei – si sono risposti di sì. E visto che la Germania proibisce severamente sia l’eterologa femminile sia l’utero in affitto, si sono rivolti a una delle tante cliniche indiane della fertilità. Sono nati i gemelli Jonas e Philip, frutto di una fornitura di ovociti e di utero in affitto da parte di due diverse donne indiane, al modico prezzo di seimila euro. Ma i bambini, scrive lo Zeit, vivono ancora a Jaipur con il padre, perché non hanno passaporto. Sono tedeschi, dicono le autorità indiane, che consentono ormai tutte le pratiche eterologhe, per coppie e per single, ma non intendono dare la cittadinanza alle centinaia di bambini che ogni anno nascono nel paese grazie a quelle pratiche. Sono indiani, replicano i tedeschi, per i quali vale la nazionalità della donna che ha partorito i gemelli.

16 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 13 ottobre 2010


Dopo la decisione del Consiglio d’Europa sull’obiezione all’aborto

Il silenzio degli incoscienti

di Gianfranco Marcelli

Se c’è un Paese nel Vecchio Continente nel quale la parola “aborto”, al solo leggerla o pronunciarla, è in grado di attirare un sovraccarico di attenzione da parte dei mass media, questo è senza il minimo timore di smentita la nostra Italia. Tre decenni abbondanti di interminabili battaglie parlamentari, ripetuti e accesissimi scontri referendari, polemiche infuocate sul terreno etico e sanitario, hanno reso a dir poco acuta la sensibilità dell’opinione pubblica nazionale su questo argomento. Di conseguenza, anche i sensori attivati dal mondo dell’informazione nei confronti del tema sono di solito ad alta capacità di intercettazione: basta che sui terminali delle redazioni appaia, sotto qualunque forma, la parola in questione – aborto – e immediatamente le antenne si drizzano, il torpore della routine si scuote e attorno alla possibile notizia scatta l’obbligo della verifica e dell’approfondimento.

Per questo, anche agli occhi più smaliziati del vecchio cronista, rappresenta un vero e proprio mistero mediatico la totale e assoluta mancanza di resoconti su quanto è avvenuto giovedì all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: e cioè il voto della risoluzione che ha bocciato il tentativo di limitare il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari alle prese con le interruzioni di gravidanza, ribaltando clamorosamente le previsioni della vigilia e quasi rovesciando come un calzino il testo e le finalità originarie dei proponenti.

L’apertura di Avvenire di ieri. E invece non una riga, non un titolino, neppure in coda alle pagine più remote degli altri quotidiani nazionali. Non una citazione nei notiziari radiotelevisivi di qualunque rete, pubblica o privata. Neanche un cenno sui siti internet delle testate che aggiornano in tempo reale i frequentatori della blogosfera. Un black-out senza eccezioni, che rende semplicemente inesistente il fatto. Un silenzio tombale, che configura alla perfezione uno di quei casi di «indifferenza nei confronti del vero» denunciata proprio l’altro ieri dal Papa, come rischio saliente della comunicazione contemporanea.

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Posted by ikzus su 6 ottobre 2010


Negli Usa fanno scuola le contromisure dei controlli incrociati

Quante bugie in laboratorio

Anche la scienza può macchiarsi di errori deliberati, mai suoi anticorpi si rivelano molto efficaci

Il mondo universitario americano è scosso dalla scoperta di uno scandalo scientifico: Marc Hauser dell’Università di Harvard, biologo evoluzionista, primatologo e «star» della psicologia cognitiva e sperimentale, noto anche in Italia attraverso i suoi libri, è stato dichiarato colpevole di frode scientifica da Michael D. Smith, preside della facoltà di scienze di Harvard. Hauser ha ammesso una serie di «errori» e si è preso un anno sabbatico. Gli articoli che hanno riportato i suoi dati «costruiti» sono tre, mentre altri cinque erano in attesa di stampa. Riguardano tutti la risposta a determinati stimoli musicali o visivi da parte di una scimmia americana, il Tamarino edipo, o Tamarino chioma di cotone, evoluzionisticamente lontano dall’uomo. Sui fatti è stata aperta un’inchiesta da parte della magistratura americana che in questi casi non è per nulla tenera. I lavori di Hauser sulle risposte ai dilemmi morali da parte dell’uomo, noti per esempio attraverso il celebre saggio «Menti morali», al momento sono invece indenni da polemiche, anche perché si basano su ricerche di numerosi autori. L’università, intanto, ha inviato alcune note di correzione, riguardo ai lavori incriminati, che verranno pubblicate sulle riviste dove sono usciti gli articoli.

Harvard, che non ha esitato a raccogliere la denuncia di un assistente contro uno dei suoi più importanti professori, investigando sul caso e senza badare alla differenza di posizione, autorità e prestigio tra i due, si è dimostrata anche in questo caso all’ altezza della sua reputazione di più importante ateneo del mondo. La vicenda, così, è finita non solo sulle più importanti riviste a cui Hauser collaborava, ma sui maggiori quotidiani americani, sollevando il problema del controllo dei dati pubblicati dagli scienziati.

Sembra una questione lontana e astratta, invece si tratta di un problema che riguarda tutti da vicino, perché è basandosi sull’onestà degli scienziati che si investono miliardi per le ricerche delle università nel mondo e che si impostano le scelte strategiche dei sistemi sanitari, delle politiche economiche e di sviluppo: sono recenti, per esempio, le dimissioni di Rajendra Pachauri da presidente dell’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu ), vincitore del Nobel per la pace nel ‘97 con Al Gore per la diffusione di alcune infauste previsioni sui cambiamenti climatici, successivamente ritrattate, tra cui lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, previsto per il 2035. La discussione se questi rapporti fossero solo errati o una costruzione artificiosa per influenzare il mondo scientifico e le scelte di politica internazionale hanno dato origine a quello che è stato chiamato «Climategate», mentre l’utilizzo dei dati forniti dall’Ipcc è alla base del libro e del film di Al Gore «Una scomoda verità», per il quale l’ex candidato alla presidenza degli Usa ha vinto il premio Oscar.

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


E la chiamano medicina

Il Nobel a Edwards e i corifei del Mondo Nuovo

Può sembrare irriguardoso ricordare che la tecnica di fecondazione umana in vitro, che ha guadagnato al pioniere britannico Robert Edwards la punizione del Nobel per la Medicina, altro non era che il perfezionamento di un procedimento veterinario già largamente usato su conigli e mucche. I corifei della provetta, che ieri hanno celebrato il loro festival della banalità e della menzogna (la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento), glissano sulle illusioni, le mitologie, i sogni di padroneggiare i meccanismi della creazione che rappresentano la vera “ragione sociale” di quelle tecniche.

Il big bang antropologico inaugurato da Edwards è quello che oggi ci fa parlare di “prodotto del concepimento” e non di figlio. E’ l’idea della “creazione” della vita in laboratorio, materiale biologico tra gli altri; è la separazione della procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione con la contraccezione; è il cambiamento nel modo di rappresentare la generazione, i rapporti di parentela, il venire al mondo. Dalle provette di Edwards sono uscite le anticipazioni di quel Mondo Nuovo alla Huxley che oggi vive lautamente di compravendita di ovociti, di uteri in affitto, di fabbricazione di embrioni umani a fini di ricerca, magari ibridati con embrioni animali, di invenzione di coppie di genitori dello stesso sesso, di embrioni sovrannumerari conservati nell’azoto liquido e poi distrutti, o selezionati in provetta per ottenere un figlio dal corredo genetico “ottimale”. E la chiamano anche medicina.

5 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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ROBERT EDWARDS, IL NONNO DELLA LEGGE 40

Clicca per IngrandireIl Nobel per la Medicina a Robert Edwards consegna purtroppo ai nostri posteri una fotografia perfetta del tempo in cui viviamo. Un tempo che sarà ricordato in futuro come l’era di Erode, caratterizzata dalla sistematica, tecnologica, metodica eliminazione di milioni di esseri umani innocenti, sotto la protezione delle leggi degli stati e dietro il paravento ideologico della scienza e del progresso.

Uccisione degli innocenti consumata ogni giorno negli ospedali pubblici con l’aborto volontario, e uccisione del malato o dell’handicappato con l’eutanasia. Uccisione del difettoso individuato con le tecniche di diagnosi prenatale e con la benedizione della legge 194, e uccisione di embrioni prodotti in vitro e destinati a una morte quasi certa anche quando vengono trasferiti nel corpo della donna.

Robert Edwards è indubbiamente il campione di questa scienza e di questa medicina, che è esattamente antitetica alla medicina che anni fa veniva fondata in una piccola isola della Grecia da Ippocrate con il suo Giuramento. Una medicina che, pur nella spaventosa ignoranza dei complessi meccanismi della vita e della biologia, rifiutava aborto ed eutanasia, riconosceva la dignità di ogni paziente, accettava il limite costituito dal grande mistero della vita e della morte.

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Una società in decomposizione

Posted by ikzus su 11 giugno 2010


La pubblicità è probabilmente l’osservatorio migliore, il punto di vista più significativo sulla nostra società.

Io non guardo la televisione, ma ascolto molto la radio, e naturalmente faccio attenzione alla strada quando guido, e quindi capita che mi cada l’occhio sui manifesti che vivacizzano il panorama – specialmente se contengono immagini sessuali, è ovvio! Quello che vedete sopra è l’ultimo della serie, riprodotto in alcune varianti. Intendiamoci, come diceva Faletti all’epoca di DriveIn, io sono uno di quelli che gli piacciono le donne nude: anzi, per dirla tutta, penso che il corpo femminile sia la cosa più bella che ha creato nostro Signore – non per nulla era l’ultima, no? – e sostengo che non ci sia opera d’arte che regga il confronto con una bella ragazza nuda! Eppure questi poster mi hanno fatto veramente una brutta impressione.

Quello che ho visto per strada mostrava una ragazza in primo piano, ed un ragazzo dietro. Dapprima ho notato il seno – è notoriamente la parte anatomica che attira maggiormente gli sguardi maschili – e ne ho avuto subito una sensazione sgradevole: mi sembrava piccolo, poco sviluppato, quasi da bambina. Subito dopo ho colto la maschera che copriva il volto: un muso animalesco, forse felino, vagamente inquietante. L’uomo, nudo anche lui, stava dietro. Mi sono chiesto se fosse un manifesto che invitava alla pedofilia, o alla zoofilia. Solo avvicinandomi, sono riuscito a leggere la scritta: “Amore”; etteppareva … Infine, cercando sulla rete, ho scoperto qual’era il prodotto pubblicizzato: cibo per bestie!

Qualche tempo fa, invece, mi sono arrivate alcune segnalazioni su uno spot che viene trasmesso in Gran Bretagna: “Are you late?”,Sei in ritardo?”, attenta, potrebbe essere grave, ma tu non ti preoccupare, ci pensiamo noi a risolvere il problema. È un attimo, adesso c’è anche la pillola, il figlio se ne va, torna il sorriso … basta pagare! Si, è proprio la prima pubblicità per l’aborto pret-a-porter, che scavalca in un colpo solo tutte le ipocrisie e i luoghi comuni (“tragedia inevitabile”, “tutela della salute della donna”, ecc.) e svela senza vergogna il business schifoso che c’è sotto. Per chi volesse approfondire, qui c’è anche la storia della committente, un’organizzazione ‘umanitaria’ (in inglese “Charity”, ‘caritatevole’, per somma e diabolica ironia) ovviamente no-profit (bilancio da centinaia di milioni di sterline), e della sua fondatrice, una profetessa dell’eugenetica che arrivò a diseredare il proprio figlio Harry perché aveva sposato una donna miope, ovvero un «essere geneticamente difettoso».

Infine, stamattina ho risentito alla radio la pubblicità di un nuovo circuito di franchising, che vende non case o panini, ma servizi di consulenza; niente di male, se non fosse per l’oggetto del servizio: richieste di danni. “Se incidenti, infortuni o errori sanitari hanno fatto di te una parte lesa, parti subito col piede giusto: rivolgiti ad un centro ParteLesa, la rete italiana di professionisti specializzati nel farti ottenere rapidamente e senza spese anticipate il giusto risarcimento dei danni subiti.” Secondo me sono dei geni, faranno soldi a palate: dalle sale operatorie degli ospedali alle camere da letto, dalle aziende ai villaggi turistici, dalle strade alle assemblee di condominio, “chi non è mai stato parte lesa?”, come dice la loro pubblicità (con voce femminile adeguatamente suadente)? Come dire: litigate, litigate, qualcuno ne guadagnerà!

Più che lesi, siamo tutti un po’ lesionati, cerebralmente intendo. Viviamo in una società marcia, in progressiva decomposizione, e siamo talmente assuefatti che non ne sentiamo neanche più il fetore.

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La pensione delle statali e la doppia trappola dell’ideologia

Posted by ikzus su 11 giugno 2010


L’ideologia è una gran bella cosa! Ci permette di evadere da un presente troppo opprimente, colora di rosa un futuro altrimenti pauroso, e spesso arriva persino a ricostruire il passato, attraverso la reinterpretazione ‘creativa’ – ovvero la distorsione sistematica – degli avvenimenti storici. Purtroppo, essa soccombe regolarmente di fronte a due nemici mortali: il primo è la verità, che rispunta pervicacemente nonostante la narcosi indotta dalle massicce dosi di malafede. Il secondo, quello peggiore, è la realtà: presto o tardi, ogni delirio ideologico si schianta contro la rocciosa evidenza dei fatti. È quanto è successo in questi giorni a due ideologie sorelle, lo statalismo ed il femminismo (o meglio, nella sua evoluzione postmoderna, la cosiddetta teoria dl “gender”). Ma cominciamo dall’inizio.

La pensione, secondo la matematica finanziaria, è una cosa semplicissima, al pari di un’assicurazione sulla vita: tu accantoni delle somme per un certo periodo, e in questo modo accumuli un capitale; detto capitale lo potrai riavere, aumentato degli interessi, in due forme: la cifra totale alla scadenza, oppure a rate con una rendita periodica, che può anche essere vitalizia – in questo caso verrà calcolata sulla base dell’aspettativa di vita residua. Semplice, no? Vi garantisco che qualsiasi studente di ragioneria è in grado di sviluppare i calcoli necessari – probabilmente siete in grado anche voi: Excel contiene tutte le funzioni necessarie. Dunque, what’s the problem? Il fatto è che le pensioni italiane non funzionano così.

In Italia, da Mussolini in avanti – eh già, spiace per i fratelli sinistri, ma il nostro sistema previdenziale l’ha sostanzialmente messo in piedi il Duce, che difatti era socialista – , le pensioni sono slegate dai contributi versati: da corrispettivo di un risparmio, si sono trasformate in un diritto garantito dalla politica. Inoltre, da sussidio di solidarietà per una persona al termine della propria esistenza (all’epoca i sessant’anni erano l’aspettativa di vita media, contro gli ottanta e pusa di oggi), sono stati interpretati sempre più come un mezzo per attuare quella redistribuzione delle risorse che è l’obiettivo principale dell’ideologia egualitarista (per non dire sempre comunista, che ormai fanno perfino un po’ pena!). Ecco quindi la pensione a chi ha versato poco o nulla, l’assegno mensile rapportato all’ultimo stipendio invece che al montante contributivo, e tutte le altre assurdità che sono venute fuori con gli anni, specialmente nel settore pubblico. Credo che tutti conosciamo qualche furbone/a che è riuscito ancora ad andare in pensione con vent’anni di contributi – avete presente la classica maestrina che diventava pensionata a quarant’anni? Tutto ciò spiega il dissesto del sistema di previdenza sociale, e la perenne crisi dell’INPS: è evidente che, con regole del genere, e soprattutto in un Paese che (sempre per ragioni ideologiche) non fa figli ed invecchia sempre più, il carico pensionistico è non solo ingiusto – perché si traduce in una trasferimento di risorse dai lavoratori ai pensionati, dai figli ai padri – , ma anzitutto insostenibile da un punto di vista economico. Da qui le varie riforme che, senza risolvere il problema, hanno tentato di arginarne gli effetti devastanti.

Ecco perché, senza dirlo, tutti sono contenti di questa sentenza: così possiamo dire che è l’Europa che ci obbliga a correggere i conti, invece di affrontare l’amara realtà: è l’impostazione ideologica statalista che è fallita! In realtà, come hanno detto molti commentatori nelle settimane passate, la crisi dell’Euro (e dell’UE) ha messo in luce chiaramente che l’intera architettura sociale dell’Europa – quello che chiamiamo pomposamente Welfare State – è clamorosamente fallita. Non poteva andare diversamente: alla radice dello statalismo (e del socialismo in genere) c’è il rifiuto dell’economia, e l’affermazione prometeica che la politica può e deve prevalere. Purtroppo questa si è dimostrata una vana speranza, un abbaglio infantile, un azzardo utopistico; nel giro di mezzo secolo l’economia ha travolto questo rovinoso esperimento sociale, e si è ripresa la parte che le spetta: quella centrale. Essa infatti, che non per nulla viene definita “la scienza triste”, nasce dalla considerazione fondamentale del limite – delle risorse, del tempo, della conoscenza, ecc. -, e così facendo ci ricorda continuamente la nostra condizione creaturale, limitata per l’appunto, ed in ultima analisi mortale: per questo è tra tutte le scienze probabilmente la più odiata. È lei a ricordarci continuamente che i debiti prima o poi si pagano, che se qualcuno pretende ‘diritti’ qualcun altro ne sopporterà gli oneri, che prima di pensare a distribuire la torta è necessario prepararla; e così via.

Ma nel caso delle statali, il cortocircuito è addirittura doppio: infatti la giustificazione non è stata una salutare presa d’atto dell’insostenibilità dei privilegi dei pensionati (in questo caso di una parte di essi), ma al contrario l’ennesimo tentativo di imporre sulla realtà la visione ideologica – questa volta, l’uguaglianza di genere. Perché le dipendenti statali non possono andare in pensione cinque anni prima dei colleghi maschi? Perché sarebbe DISCRIMINAZIONE: orrore!

Battute a parte – sembra ridicolo a dirla così, eppure … – questa è la motivazione ‘ufficiale’ e del tutto pazzesca della sentenza della Corte di Giustizia Europea. E questo è il motivo per cui non si è sentita uno straccio di femminista che osasse protestare per l’evidente fregatura – per quanto ho visto io, l’unica che ha provato timidamente a dir qualcosa è stata Lietta Tornabuoni sulla Stampa.

Ovviamente, alla radice di una simile aberrazione c’è il presupposto antropologico che uomini e donne, maschi e femmine, sono la stessa cosa – anzi, DEVONO essere la stesa cosa, uguali, o meglio ancora ‘indifferenti’. È proprio la “differenza” ciò che risulta inammissibile per la cultura moderna, e specificamente per la dottrina “gender”: il sesso non è una qualità ‘naturale’ ma ‘culturale’, e non definisce la persona; i comportamenti legati al sesso sono imposti dalla società, e da queste imposizioni occorre ‘liberarsi’ – primo fra tutti, ovviamente, la maternità! E poco importa se uomini e donne fanno cose diverse (per dirne una, i bambini …) perché SONO diversi: come sappiamo, la realtà è l’ultima cosa che l’ideologia prende in considerazione.

È evidente la derivazione dal femminismo storico, che giustamente chiedeva pari dignità tra uomo e donna, ma risulta chiara anche la deriva successiva, in direzione di quell’egualitarismo che non valorizza ma nega le differenze, puntando ad appiattire tutto in nome di una presunta libertà ‘assoluta’, cioè (anche etimologicamente) sciolta da ogni riferimento morale o etico. Sarebbe troppo lungo affrontare in dettaglio tutti gli errori e tutte le nefaste conseguenze di questa ideologia: chi fosse interessato trova qui un testo adeguato e stimolante. A noi basta farci quattro risate, immaginando la faccia di qualche vecchia ciamporgnia che a vent’anni sfilava per le strade con le mutande in mano urlando “Io sono mia”, a trenta si è infilata in qualche baraccone statale purché fosse (probabilmente la scuola …), e a sessanta si trova ingannata (sarebbe più adeguato un altro termina, sempre con “in…”) e non può neanche protestare perché lei è una femminista doc!

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Posted by ikzus su 21 maggio 2010


Il prezzo della Mercedes

Dopo aver strillato al complotto, alla truffa, al pericolo per la democrazia, Mercedes Bresso ha ritirato il ricorso contro la vittoria del suo rivale Roberto Cota nelle recenti elezioni del Piemonte. In cambio la Lega si è limitata a togliere il veto alla conferma della signora nel prestigioso incarico di presidente del Comitato delle Regioni europee. «Ho accettato la mediazione raggiunta per consentire a uno svelenimento dei rapporti nell’ottica di un reciproco riconoscimento», ha spiegato Bresso in una neo-lingua dai significati oscuri, eppure fin troppo chiari.

Abbiamo smesso da tempo di credere che chi fa politica sia dotato di una spina dorsale più solida di quella di noi comuni mortali. Ci accontenteremmo che appagasse le sue ambizioni personali senza sovrapporle ai destini della democrazia. Una precauzione che dovrebbe valere soprattutto per coloro che chiedono il voto agli elettori di sinistra, ergendosi a paladini degli ultimi. Mai visto Robin Hood mettersi d’accordo con lo sceriffo di Nottingham. Sarà anche vero che tutti hanno un prezzo, ma la presidenza di un comitato sembra un saldo di fine stagione. Una mancia, se paragonata per esempio alla liquidazione di Sant’Oro. La prossima volta che le toccherà di «consentire a uno svelenimento dei rapporti nell’ottica» suggeriremmo a Bresso di farsi assistere anche lei dal manager di Santoro e Paola Perego, Lucio Presta. Si tratterà di un «reciproco riconoscimento».

Massimo Gramellini, LaStampa del 19/5/2010

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Posted by ikzus su 20 maggio 2010


Indagine sulla pedofilia nella Chiesa

Intervista a Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 17 maggio 2010 (ZENIT.org).- Quanti casi di pedofilia si sono registrati all’interno della Chiesa cattolica? E quanti sono quelli verificatisi nella società? Chi promuove una cultura della pedofilia? E come ha fatto questa cultura a contaminare anche parti della Chiesa cattolica?

Per rispondere a queste come ad altre domande su un tema così delicato e spinoso Francesco Agnoli, Massimo Introvigne, Giuliano Guzzo, Luca Volonté e Lorenzo Bertocchi hanno appena pubblicato il saggio “Indagine sulla pedofilia nella Chiesa” (edizioni Fede & Cultura)

Per approfondire il tema in questione, ZENIT ha intervistato uno degli autori, Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo, collaborare del blog www.libertaepersona.org/dblog/.

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Posted by ikzus su 19 maggio 2010


Come salvare la libertà religiosa in Europa

di Osvaldo Baldacci [Liberal, 18 maggio 2010]

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Strasburgo, 3 novembre dello scorso anno: con una sentenza che suscitò clamore e critiche in tutta Europa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che l’Italia doveva rimuovere il Crocifisso dalle aule scolastiche, accogliendo il ricorso presentato da Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana di origine finlandese, «in nome del principio di laicità dello Stato». Sentenza miope sotto il profilo giuridico costituzionale e profondamente ipocrita sotto il profilo dei presupposti etici di libertà che ogni Stato democratico è chiamato a garantire e promuovere a favore dei propri cittadini.

Il 30 giugno prossimo, davanti alla Grande Chambre della Corte di Giustizia a Strasburgo si discuterà il ricorso presentato dal Governo italiano avverso quella pronuncia ispirata ad una visione ideologica e settaria della libertà religiosa. La ricevibilità del ricorso è un primo importantissimo passo nella giusta direzione per ribaltare il giudizio di primo grado. Si apre ora la seconda fase, e cioè quella di un nuovo giudizio da parte della Grande Chambre in ordine alla presunta violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo da parte dell’Italia a seguito dell’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. In tal senso, in occasione del deposito della memoria del ricorso alla Corte di Giustizia da parte del governo italiano, tramite il ministero degli Affari Esteri, il 29 aprile scorso, si è svolta una prima seduta di dibattito della sentenza presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo.

La sessione, promossa da una delle parti costituitasi nel processo, l’European Centre for Law and Justice (Eclj), ha visto la partecipazione delle Rappresentanze Diplomatiche di parecchi Paesi membri del Consiglio d’Europa, di magistrati della Corte di Giustizia dei Diritti dell’Uomo, di consulenti giuridici ed esperti dei vari Paesi coinvolti. La missione italiana, guidata dal vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il professore Roberto de Mattei, è stata tra i principali attori dell’assemblea. Facciamo alcune osservazioni generali sulla delicatissima questione oggetto del ricorso del governo italiano: in gioco è infatti, secondo tutti gli esperti di diritto coinvolti nella sentenza “Lautsi vs Italie” il diritto di libertà per eccellenza di ogni persona umana, ovvero la libertà di religione e le sue manifestazioni in luoghi pubblici.

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Le radici culturali della pedofilia

Posted by ikzus su 19 aprile 2010


Due articoli che chiariscono quali siano i veri padri dell’abominio pedofilia – guarda caso proprio quelli che ataccano la Chiesa.

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Bruto Bruti, da L’Ottimista di Mercoledì 14 Aprile 2010

Chi vuole la pedofilia?

Gli ambigui proclami di tanti ‘cattivi maestri’

Jean-Jacques Rousseau, che può essere considerato il profeta dell’educazione relativista e illuminista, ha cinque figli dalla sua compagna e, poiché questi sono figli reali e non astratti come l’Emilio, egli se ne libera rapidamente depositandoli, dopo ogni nascita, nell’ospizio dei trovatelli. Quest’uomo che crede nella assoluta bontà delle sensazioni e ignora la tendenza umana al piacere disordinato ed egoistico, a Venezia si compra per pochi franchi una bambina di dieci anni per allietare sessualmente le sue serate (1).

Dacia Maraini, sulla scia di filosofi illuministi che praticavano sesso anche con i figli, ha sostenuto che l’incesto è una pratica naturale (2).
Gerd Koenen (teorico del ’68) scrive: “Negli asili infantili più radicali le attività sessuali divennero parte integrante dei giochi” (3).

Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, Jack Lang, futuro ministro francese, firmarono una petizione in cui si reclamava la legalizzazione dei rapporti sessuali coi minori (4).

Daniel Cohn-Bendit, capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo, raccontò addirittura di avere sperimentato e favorito la pedofilia e il sesso coi minori a scuola, come insegnante. Poi, diventato europarlamentare, ha detto che si trattava di un’opera di fantasia. Ma anche fosse stata un’opera di fantasia, qual’era l’obiettivo? Certamente quest’opera non favorisce la condanna della pedofilia (5).

Oggi Aldo Busi, forse il più venduto autore omosessualista italiano, spesso ospite di programmi televisivi e radiofonici, candidato nelle liste radicali, scrive: “È  probabile che nella mia omosessualità ci sia una forma di attrazione non verso i maschi, ma verso l’odio che mi suscitano tutti gli uomini, odio che il fare sesso con loro non fa che aumentare”. Dopo di che spiega che l’età per rapporti omosessuali che lui ritiene lecita è a partire dai tredici anni, in quanto a questa età un ragazzo, secondo lui, sarebbe adulto, e libero di decidere di avere rapporti con un altro uomo (Manuale per il perfetto papà, Mondadori) (6).

Nichi Vendola, oggi governatore della Puglia, in una intervista del 1985 a Repubblica affermava: “Non è facile affrontare un tema come quello della pedofilia ad esempio, cioè del diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti, e trattarne con chi la sessualità l’ha vista sempre in funzione della famiglia” ( 7).

Il 27 ottobre 1998 i radicali organizzarono un convegno, nelle aule del Senato, la cui presentazione così recitava: “[…] essere pedofili […] non può essere considerato un reato; la pedofilia […] diventa reato nel momento in cui danneggia altre persone” (8). Come dire che la pedofilia è lecita purché il bambino sia consenziente e la legge lo permetta…

L’internazionale dei gay e delle lesbiche (ILGA) ha collaborato politicamente e culturalmente con i pedofili americani (NAMBLA: North American Man-Boy Lovers Association) per dieci anni, prima di separarsi da questo movimento (9).

Il filosofo omosessualista Mario Mieli sosteneva la funzione redentiva della pedofilia (la sua opera è considerata la Bibbia dei Gay e a lui sono intitolati molti circoli gay). Nell’opera di Mieli vengono considerate esperienze redentive, da promuovere, la pedofilia, la necrofilia e la coprofagia (10).

Le associazioni omosessualiste (COC) fondate da Jef Last (pedofilo omosessuale e amico di André Gide) nei Paesi Bassi hanno voluto e ottenuto la depenalizzazione dei contatti sessuali con giovanetti al di sopra dei 12 anni. Nel 1990, infatti, erano stati depenalizzati, nei Paesi Bassi, i contatti sessuali (etero e omo) con individui sopra i 12 anni: la condizione era il consenso del giovane o della giovane e il nulla osta dei genitori (11).

Bibliografia:
1) cfr. Roberto Guiducci, La Storia di un contestatore sconfitto, pp. 1-68 (p. 32) in Jean-Jacques Rousseau, Le Confessioni, Introduzione di Roberto Guiducci, Traduzioni e note di Felice Filippini, Biblioteca Universale Rizzoli, aprile 2001, p.28.
2) Francesco Agnoli, Il Foglio, 26 maggio 2007
3) Ibidem
4) Ibidem
5) Ibidem
6) Ibidem
7) Ibidem
8) cfr  http://www.qrd.org/qrd/orgs/NAMBLA/1993 . se.to.ilga
9) cfr Gianni Rossi Barilli, Il Movimento Gay in Italia, Feltrinelli, 1999, p.93.
10) cfr Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli, 2002, p. 255.
11) cfr G.J.M. van den Aardweg, Matrimonio omosessuale e affidamento a omosessuali, in Studi Cattolici. Mensile di studi e di attualità, anno XLII, n.449/50, 1998, p. 507

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Francesco Agnoli, Il Foglio del 17 aprile 2010

La pedofilia è un regalo del ’68.

Il sesso tra piccoli e adulti giustificato in nome di una rivoluzione
che ha inquinato anche la chiesa.

Partiamo da un dato di fatto: i casi di pedofilia nella chiesa, seppur molti meno di quello che si vorrebbe far credere, risalgono per lo più agli anni Sessanta e Settanta e si sono verificati, soprattutto, negli Stati Uniti.

Questi avvenimenti terribili si iscrivono in un aumento degli abusi sessuali contro minori generalizzato, che interessa la società tutta, famiglia, single, preti, laici, nessuna categoria esclusa.

Basti pensare che ogni giorno nascono decine e decine di nuovi siti pedofili con violenze sessuali sui bambini dai tre ai dodici anni e che ogni anno milioni di occidentali partono per Cuba, la Thailandia e altri paesi in cui prospera il turismo sessuale.

Ecco, solo questa banale constatazione, oggettiva e non strumentale, dovrebbe portare a una domanda che invece per lo più si preferisce evitare: perché? La risposta mi sembra obbligata: tutto va ricondotto, oltre che ovviamente alla peccaminosità intrinseca nell’uomo, all’origine della mentalità attuale, cioè alla cosiddetta “rivoluzione sessuale”. Dobbiamo andare con la mente agli anni Sessanta, in quel periodo di incubazione che portò poi al 1968 e a tutto quello che ne seguì.

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Chi sono i critici del Papa

Posted by ikzus su 11 aprile 2010


NEUMAYR: Per i critici di Papa Benedetto l’importante non sono i ragazzini

Il vero scopo è demolire l’ortodossia cattolica

di George Neumayr**

Da quando i qua i secolaristi e i cattolici dissidenti sono diventati esperti di protezione dei bambini? Questi auto-designati riformatori della Chiesa presiedono a una cultura degradata che abortisce, corrompe e abusa dei bambini. Che una tale élite  scriteriata e depravata si erga a maestro di morale per Papa Benedetto XVI va al di là di ogni satira.

Così durante la Settimana Santa abbiamo assistito allo spettacolo di Barabba che dava lezioni di moralità al Vicario di Cristo. Domandiamoci un momento: ma chi è che consegna gli orfani alle coppie omosessuali tramite le agenzie che curano le adozioni? Chi è che invia nelle scuole i propagandisti di Planned Parenthood [la più grossa organizzazione per la pianificazione delle nascite del mondo, ndt]? Chi provvede a sgombrare le strade delle principali città per fare largo alle parate del “gay-pride” con al seguito [negli USA, ndt] la NAMBLA, North American Man/Boy Love Association [Associazione Nordamericana per l’Amore Uomo/Ragazzo]? Sono loro, è questa élite che protegge e sbandiera  queste pratiche corrompitrici di bambini. E non era appena l’anno scorso che questi illuminati protettori di bambini si sono dati appuntamento davanti alla bara d’oro di Michael Jackson per porgergli l’estremo saluto? Dov’era allora il loro sdegno per la corruzione dei bambini?

Il giornale National Catholic Reporter, l’ammiraglia del cattolicesimo dissidente di sinistra, si è unito alla masnada secolarista partita alla caccia di Benedetto, e reclama che si organizzi un’indagine severa e senza sconti reverenziali sul Pontefice. Si tratta dello stesso periodico che pubblica le omelie del vescovo Thomas Gumbleton, una delle quali nel 2002, all’apice dello scandalo degli abusi in America, proclamò che la politica della ‘tolleranza zero ‘ non andava applicata ai preti attratti da bambini al di sopra dell’età della pubertà. “Sono contrario a che si applichi la ‘tolleranza-zero’ a tutti i casi,” scrisse altezzoso.

Un altro articolo sul NCR del 2002 stabiliva che: “La tolleranza zero è un’arma di punizione spuntata. Ogni abuso è un’offesa alla dignità umana, ma non tutti gli abusi sono uguali, proprio come la gravità dei peccati è diversa nell’insegnamento cattolico tradizionale, e la gravità della punizione nella legge civile varia secondo molti fattori. Nel nostro ambiente surriscaldato, questa è una cosa che molti fanno fatica ad ammettere. Un sacerdote che abbia mostrato brevemente i genitali a un adolescente non ha commesso lo stesso atto di un prete che ha violentato un minore.”

Finiamola con le sciocchezze: l’attacco a Benedetto della settimana scorsa non aveva niente a che fare con la protezione dei bambini, ma aveva tutto a che fare con l’odio dell’élite della sinistra cattolica per la sua ortodossia. Se i tre buffoni – Maureen Dowd, Christopher Hitchens ed Andrew Sullivan – adesso stanno tirando a sorte la sua veste, non è perché le preoccupazioni per il permissivismo dei sacerdoti toglie loro il sonno la notte, ma perché odiano gli insegnamenti tradizionalisti della Chiesa cattolica incarnati da Benedetto. Essi sono ancora indispettiti che la chiesa abbia eletto Papa un cattolico, anziché un modernista sinistrorso. La Signorina Dowd sta usando lo scandalo degli abusi per promuovere il suo femminismo, il Sig.  Hitchens il suo ateismo e il Sig. Sullivan il suo attivismo omosessualista.

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Posted by ikzus su 31 marzo 2010


CHI COLTIVA (DAVVERO) LA PEDOFILIA.

Da Gilles de Rais alla gender theory si è fatta molta strada. Fuori dalla chiesa

di Francesco Agnoli



La locandina del film “Barbe Bleue” di Catherine Breillat (2009). Nella tradizione popolare Gilles de Rais venne identificato con Barbablù

La questione dei preti e dei religiosi che hanno compiuto atti di violenza contro i minori sta occupando molte pagine dei giornali. Giustamente ci si indigna di tale oscenità. Giustamente coloro che non hanno vigilato attentamente, per quanto possibile, vescovi ecc., andrebbero ugualmente puniti, con estrema severità (non basta spostare di parrocchia i colpevoli, per intenderci…).

Detto questo sarebbe bene riportare la polemica nei giusti binari. Evitare, intendo, di utilizzare l’ennesimo fatto di cronaca per accusare sempre il solito imputato: la Chiesa. Partiamo dalla realtà e mettiamo da una parte l’ideologia.

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Posted by ikzus su 29 marzo 2010


Evangelium Vitae: i quindici anni dell’enciclica laica

di Giacomo Samek Lodovici

Avvenire, 25 marzo 2010


Esattamente 15 anni fa, il 25 marzo del 1995, Giovanni Paolo II firmava l’enciclica Evangelium vitae (di seguito EV) sul valore e l’inviolabilità della vita umana. La data non fu casuale, dato che il 25 marzo la Chiesa festeggia l’Annunciazione a Maria, cioè il concepimento di Gesù, l’inizio della sua vita terrena. Ma questo riferimento teologico non deve affatto far pensare che l’enciclica sia un testo confessionale, rivolto solo ai credenti. Infatti, uno dei grandi meriti di EV risiede nell’attuazione di un metodo che gli stessi credenti dovrebbero utilizzare, cioè il metodo che adotta l’argomentazione razionale  («laica» come si usa dire oggi) accanto alla riflessione teologica. Il Papa usa infatti un doppio registro di considerazioni, alternando riflessioni teologiche ad argomenti razionali, i quali possono essere condivisi da chiunque. Per contro, malauguratamente, molti credenti pensano erroneamente che l’impegno della Chiesa per la tutela e la promozione della vita umana dal concepimento alla morte naturale, e quindi l’opposizione a pratiche come l’aborto, la fecondazione artificiale, la manipolazione degli embrioni, l’eutanasia, ecc., sia svolto solo alla luce della fede e quindi fuori luogo nel dibattito pubblico.

Non è ovviamente qui possibile realizzare una sintesi soddisfacente di EV, perciò ci limitiamo solo a qualche cenno, rimandando alla lettura integrale del testo (reperibile sul sito della Santa Sede), che certifica con evidenza come sia erroneo asserire – come fa qualcuno – una discontinuità tra l’insegnamento di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI: EV è un punto di riferimento fondamentale per il Magistero della Chiesa e l’insistenza dell’attuale Pontefice sul primato dei «valori non negoziabili» (vita, famiglia fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna, libertà religiosa e libertà di educazione), richiamati anche dal card. Bagnasco lunedì, rilancia il discorso del precedente Papa, che ha innumerevoli volte difeso strenuamente la persona umana, e quindi la sua vita, con iniziative, discorsi e documenti.

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Dossier elezioni regionali

Posted by ikzus su 25 marzo 2010


Raccolta dei post pubblicati su ALEZEIA relativi alle elezioni regionali, in ordine cronologico (più recenti in fondo)

Vedi anche: DOSSIER BRESSO (elezioni regionali piemontesi)

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Piemonte: i cattolici non salgono in Mercedes. La Bresso: una vita per la Rivoluzione

L’asse anticristiano e i nuovi politici cattolici

Bonino e i cattolici (adulti?) – Papa e antipapa. Lo strano caso delle elezioni amministrative a Roma e regione

La vera storia di Emma Bonino, l’abortista fai da te che vuole prendersi il Lazio

Il paradosso degli schizocattolici

Il Piemonte degli sprechi, fioccano consulenze d’oro, Spesi 200 milioni di euro

Le vane acrobazie di Casini per convincerci che Bresso è come Angela Merkel

La pillola abortiva in day hospital. Piemonte: la Bresso sdogana l’aborto fai da te

Incompatibilità cattolica

Piemonte: Piano Bresso per l’immigrazione, un disastro annunciato

Emma Bonino: fuoriclasse… di che?

Attenti a votare UDC, con la Bresso c’è pure il fan di Fidel Castro

Le elezioni regionali secondo i vescovi emiliani

Le elezioni regionali secondo il vicariato di Roma

PATTO PER LA VITA: perchè bisogna votare Cota

CI FIDIAMO DI COTA, NON CI FIDIAMO DELL’UDC

Gli invotabili

Come va la campagna elettorale in Piemonte

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Dossier BRESSO

Posted by ikzus su 25 marzo 2010


Raccolta dei post pubblicati su ALEZEIA relativi alle elezioni regionali in Piemonte, in ordine cronologico (più recenti in fondo)

Vedi anche: DOSSIER ELEZIONI REGIONALI

Il Dossier Bresso si può anche scaricare (in formato DOC e PDF) da qui.

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Piemonte: i cattolici non salgono in Mercedes. La Bresso: una vita per la Rivoluzione

L’asse anticristiano e i nuovi politici cattolici

Il paradosso degli schizocattolici

Il Piemonte degli sprechi, fioccano consulenze d’oro. Spesi 200 milioni di euro

Le vane acrobazie di Casini per convincerci che Bresso è come Angela Merkel

La pillola abortiva in day hospital. Piemonte: la Bresso sdogana l’aborto fai da te

Piemonte: Piano Bresso per l’immigrazione, un disastro annunciato

Attenti a votare UDC, con la Bresso c’è pure il fan di Fidel Castro

PATTO PER LA VITA: perchè bisogna votare Cota

CI FIDIAMO DI COTA, NON CI FIDIAMO DELL’UDC

Gli invotabili

Come va la campagna elettorale in Piemonte

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Ecclesia delenda est

Posted by ikzus su 22 marzo 2010


“Carthago delenda est”, così Catone il censore terminava ogni suo discorso nel senato dell’antica Roma: era un suo chiodo fisso, lo riteneva una priorità assoluta, alla quale tutto doveva essere subordinato.

Anche oggi ci sono nuovi Catoni, e nuove Cartagini da distruggere; naturalmente, i mezzi sono cambiati. Ora la vera potenza di fuoco è nei mass media, che obbedienti alla legge dell’audience scaricano montagne di melma (per usare un eufemismo) sui soggetti più appetitosi, o magari, guarda un pò, proprio sui bersagli dei nuovi ‘censori’. Il caso dei preti pedofili è da manuale.

Sono due settimane che le prime pagine dei giornali (così come i tele e radio giornali) ci spiegano che la Chiesa è ormai un covo di pedofili, la colpa è del Papa, e sarebbe ora almeno di abolire il celibato. Già dicendole così, libere da orpelli emotivi, le tre affermazioni appaiono assurde in sè, e del tutto slegate. Se poi si approfondisce la realtà dei fatti, si scopre che:

  1. la pedofilia non è certo una  prerogativa della Chiesa Cattolica, al contrario. Ad esempio, “la presenza di pedofili è – a seconda delle denominazioni – da due a dieci volte più altra tra i pastori protestanti rispetto ai preti cattolici.”; e negli USA “nello stesso periodo in cui un centinaio di sacerdoti americani era condannato per abusi sessuali su minori, il numero di professori di ginnastica e allenatori di squadre sportive giovanili giudicato colpevole dello stesso reato dai tribunali statunitensi sfiorava i seimila.” Lo illustra da par suo Introvigne, nell’articolo che riporto sotto.
  2. se anche i preti pedofili fossero un numero superiore alla media, solo una società malata coma la nostra accetterebbe l’assurdo spostamento della responsabilità dal singolo colpevole ad un’organizzazione qual che sia; voglio dire: qualcuno ha mai pensato di incolpare il ministero dell’istruzione per i maestri pedofili? Avete mai letto un articolo che condanni l’ordine dei Commercialisti – faccio per dire – per i casi di pedofilia a carico di singoli iscritti?
  3. Benedetto XVI, e prima il Cardinal Ratzinger, sono probabilmente le figure ecclesiali che maggiormente si sono spese contro gli abusi sessuali all’interno della Chiesa negli ultimi decenni; ciò nonostante, il Sommo Pontefice viene attaccato con un’acrimonia senza precedenti
  4. al di fuori dei preti cattolici, gli altri pedofili (professionisti, educatori, docenti, pastori protestanti, maestri e guru di ogni religione/gruppo/setta, ecc.) sono sposati o comunque liberi di farlo – ma, come abbiamo visto, sono statisticamente ancora più coinvolti in questo crimine orrendo: proprio non si capisce come il celibato abbia qualcosa a che vedere!
  5. ma la realtà è ancora più paradossale: il 90% dei preti pedofili (l’80% circa nelle altre categorie) in realtà è omosessuale. Se venisse impedito agli omosessuali di diventare preti, il problema dei preti pedofili sarebbe praticamente risolto: forse anche per questo la Santa Sede ha emanato nel 2005 un’Istruzione sulle vocazioni sacerdotali, per cui non possono divenire sacerdoti “coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay“. Come pensate che l’abbiano presa gli stessi organi d’informazione che accusano la Chiesa di ‘pedofilia congenita’?

Qualche anno fa il mitico Santoro mandò in onda due ore di veleni sulla questione oggi tornata di moda; all’inizio della trasmissione, Travaglio – con un intervento solo apparentemente fuori posto – chiarì bene quale fosse la posta in gioco: la Chiesa, disse più o meno, la deve smettere di ‘interferire’ con le decisioni della politica e degli intellettuali che la sostengono e la alimentano! Alla fine, questo è il vero problema. Ma la Chiesa non può tacere, perderebbe se stessa.

Dunque, è proprio così: ecclesia delenda est, non importa a quale prezzo, non importa con quale sotterfugio, basta arrivare lì. Nel 146 a.C. Cartagine fu rasa al suolo, in effetti: a forza di insistere, Catone ottenne il suo obiettivo. Al contrario, per quanto si sforzino i nemici della Chiesa non avranno questa soddisfazione: ianua inferi non prevalebunt.

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Preti pedofili: un panico morale

di Massimo Introvigne

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Le elezioni regionali secondo i vescovi emiliani

Posted by ikzus su 15 marzo 2010


Comunicato dei Vescovi dell’Emilia Romagna in vista delle elezioni regionali

Gli Arcivescovi e Vescovi della regione Emilia-Romagna desiderano indirizzare ai fedeli delle loro comunità questa comunicazione, in vista delle elezioni regionali del prossimo mese di marzo.

1. Come Vescovi, la nostra prima inderogabile missione è di annunciare il Vangelo proponendo ad ogni uomo la via della fede, come via della libertà, come via della responsabilità e della salvezza.
Ma il Vangelo che dobbiamo annunciare contiene anche una precisa concezione dell’uomo e di tutta la sua realtà, personale e sociale, che risponde in modo adeguato alle fondamentali esigenze della sua persona.
È questa concezione il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato, e che l’attuale pontefice Benedetto XVI ha mirabilmente sintetizzato nell’espressione «valori non negoziabili».

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