ALEZEIA

La verità vi farà liberi

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La violenza scontata

Posted by ikzus su 14 settembre 2010


Fino a qualche tempo fa – non tanto, in realtà – in Italia lo stupro era considerato un reato non contro la persona, ma contro la morale; ed era normale che il violentatore beneficiasse delle attenuanti, per il solo fatto che la vittima “non si era opposta” oppure, col suo abbigliamento o col suo contegno generale, “aveva dato ad intendere …”. Cose da pazzi, vero? Eppure questo è ciò che succede sempre, quando esplode la violenza islamica in giro per il mondo; è successo anche questa volta.

Un tipo qualunque, pastore di una delle 60.000 sette (o chiese, o denominazioni, o associazioni …) protestanti germogliate dalla Riforma, in uno sperduto paesello dell’immensa campagna americana, dichiara che brucerà pubblicamente copie del Corano per celebrare degnamente il nono anniversario dell’11/9. Apriti cielo! Il mondo trattiene il fiato; i media si scatenano; l’esercito più potente della terra (per bocca del generalissimo Petraeus) paventa le conseguenze di tale gesto; persino l’imperatore del mondo (Obama I) si sgola per impedire tale sciagura. Perché? Perché tutti immaginano, come in un film del terrore, che a tale atto di per sé ridicolo seguirà una tragedia immane – cosa che difatti si verifica, pur se l’insignificante provocatore non eseguirà l’atto blasfemo. Ad oggi si registrano 18 morti, chiese scuole e missioni date alle fiamme, folle inferocite, un presunto kamikaze fermato appena in tempo in Danimarca. Superfluo aggiungere che nessuna delle vittime aveva nulla a che fare col telepredicatore.

Sappiamo tutti che molte donne si abbigliano in maniera vistosa, si comportano in modo allettante, usano la seduzione per ottenere ciò che vogliono, e a volte provocano più o meno apertamente l’altra metà del cielo, che perlopiù non ha la forza di resistergli. Tutto ciò può giustificare la violenza sessuale? Sbagliato provocare; inaccettabile – ripeto: INACCETTABILE! – utilizzare la provocazione come scusa per operare violenza. Invece, quando si tratta di Islam, ormai il riflesso condizionato di tutti rovescia immediatamente l’assunto: sbagliata la violenza, inaccettabile la provocazione! La paura, come un veleno lento ed inesorabile, ha ormai sconvolto la nostra mente: scambiamo l’effetto con la causa, attribuiamo le colpe del carnefice alla vittima, giustifichiamo tranquillamente l’assassinio e condanniamo drasticamente la carnevalata.

Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che il gesto in sé era assolutamente censurabile, che le convinzioni religiose devono essere massimamente rispettate, che la blasfemia è un atto gravissimo indipendentemente da ogni altra considerazione. Sono daccordo; mi limito a fare due osservazioni. In primo luogo, di fatto non è stata questa l’interpretazione che si è data alla vicenda: da Obama in giù, tutti hanno detto soltanto: “Ma sei scemo? Ma non sai cosa succede se …?”. In secondo luogo, se davvero la si pensasse così, non vedo che spazio potrebbero avere gli infiniti detrattori del cristianesimo – dal ‘grande’ Dan Brown al nostro ‘modesto’ Odifreddi, per dire – che invece non solo non vengono minimamente censurati, ma al contrario hanno costruito la loro fortuna proprio sulla melma che spargono a piene mani sui credenti della religione più  diffusa al mondo.

I musulmani devono fare i conti con la violenza del Corano (e riformarlo)

Gli occhi chiusi dell’Occidente

Il Corano non brucia, le chiese sì

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

Il rogo del Corano e l’ipocrisia di Obama

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Posted by ikzus su 17 luglio 2010


Due paginette insanguinate:
“Sono fiero di aver ucciso Theo van Gogh”

di Giulio Meotti

Abbiamo ottenuto in esclusiva in Italia una copia della lettera che l’assassino di Theo van Gogh, Mohammed Bouyeri, ha fatto uscire dal carcere in risposta a un gruppo islamico francofono stanziato in Belgio (qui sono riprodotte le due pagine della missiva, citata dal quotidiano olandese Algemeen Dagblad). Bouyeri sta scontando l’ergastolo nel carcere di Nieuw Vosseveld, uno dei penitenziari di massima sicurezza in Olanda. Il suo è un documento decisivo su una vicenda che ha segnato la recente storia euroccidentale: l’uccisione di un celebre regista, il trisnipote del pittore Vincent van Gogh, da parte di un figlio di immigrati musulmani, per aver filmato la discriminazione delle donne islamiche nel paese della tolleranza.

In molti hanno definito il caso Van Gogh come “l’11 settembre dell’Olanda”. Forse d’Europa. Quell’omicidio ha scosso le certezze del multiculturalismo da sempre vanto dei Paesi Bassi. E si è imposta la paura fra gli artisti, gli scrittori e i giornalisti. “La libertà di parola è l’unica cosa che può salvare i liberi cittadini dai barbari”, aveva detto Van Gogh. Bouyeri però non gli aveva mai perdonato “Submission”, il film sceneggiato da Ayaan Hirsi Ali e da lui girato. Parla di una donna, del suo matrimonio combinato e della condanna per adulterio. Alcuni versetti del Corano sono tatuati sul corpo della donna, la pelle viva è solcata dalle frustate. Le immagini di quel cortometraggio furono uno choc per l’Olanda.
Nella lettera che riproduciamo Bouyeri dice di non provare rimorso per quanto ha fatto, ma di essere fiero di aver ucciso. A chi gli scrive, Bouyeri offre “il sentiero”. Incita i “fratelli e sorelle” a seguire la strada da lui intrapresa. E’ interessante e angosciante che a scrivergli sia un bambino di dieci anni a nome di una organizzazione islamica in Belgio, come se Bouyeri fosse un esempio da emulare. Il tono della lettera è segnato da un candore assassino. Bouyeri non nomina mai Van Gogh, ma fa capire di aver adempiuto a un dovere religioso nell’ucciderlo. Dice che la sua vita di prima era luccicante e moderna, ma al fine empia, sporca.

Il 4 novembre 2004 Mohammed Bouyeri
si sveglia alle 5 e 30 del mattino. Lascia uno scritto per la famiglia: “Quando riceverete questa lettera sarò caduto come martire”. Dopo aver pregato, Mohammed sale in bicicletta dirigendosi verso un uomo che sta pedalando in una strada dall’altra parte di Amsterdam. Bouyeri ha già fatto decine di volte quel percorso. L’uomo veste una t-shirt e vistose bretelle. Si chiama Theo van Gogh. Sta andando verso il suo studio cinematografico a sud di Amsterdam, non lontano dalla casa in cui ha vissuto Cartesio. Il regista si ferma a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. Bouyeri gli spara un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cade dalla bicicletta, riesce a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo segue fino al cestino delle immondizie a cui la vittima si aggrappa, esplode altri due colpi. Poi Bouyeri squarcia la gola a Van Gogh, prima di appuntargli una lettera al petto.

La lettera contiene minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Wilders è oggi uno dei politici più popolari dei Paesi Bassi. Hirsi Ali, dissidente e apostata dell’islam, già deputata olandese, è riparata a Washington, dove lavora presso il pensatoio neoconservatore American Enterprise Institute. Addosso a Bouyeri la mattina dell’omicidio viene trovata un’altra lettera: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”.
Mohammed Bouyeri non è nato in una famiglia di fanatici, ma di immigrati marocchini ben integrati. Per tutti “Mo” era un ragazzo “promettente”, “positivo”, a scuola i compagni lo ricordano introverso e “timido”. Scrive nel giornale della scuola, organizza banchetti e dibattiti pubblici. Gli piacciono le ragazze olandesi, le trova “facili”. Dopo l’11 settembre però Mohammed annuncia agli amici di voler “trovare la verità”. Inizia a minacciare gli amici che consumano alcol, si rifiuta di stringere la mano alle donne, indossa una tunica islamica e si fa crescere la barba. La “verità” gliela fornisce un imam fondamentalista, il siriano Abou Khaled.

Bouyeri viene educato a una corrente dell’islam nota come “Takfir”. La tesi centrale di questa corrente è che i musulmani devono punire senza pietà coloro che abbandonano “la Verità” o fanno blasfemia. E una volta stanati, impartire la giusta condanna. Come avrebbe fatto con Van Gogh. Al processo Bouyeri ha confessato di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione: “Ho agito per convinzione e non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”. E rivolto alla madre di Van Gogh disse: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”. Nelle due pagine (qui a fianco ne riproduciamo una per la prima volta) il killer di Van Gogh fa uscire le proprie idee dal carcere.

Leggi la lettera in esclusiva di Mohammed Bouyeri

17 luglio 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 26 giugno 2010


“Il calcio non è ammesso dal Corano”,
al Qaida contro i Mondiali

di Fabio Nicolucci

Quando alla fine del 2009 scoppiò la prima guerra del football tra Algeria ed Egitto, la galassia jihadista non diede peso agli eventi. Eppure la conquista del biglietto per il Sudafrica da parte dell’Algeria a spese dell’Egitto innescò una serie di incidenti e scontri tanto gravi da culminare in una crisi bilaterale che non migliorò nemmeno con la rivincita egiziana alla Coppa d’Africa due mesi dopo. Oggi costretto ad inseguire più che a determinare l’agenda internazionale, con l’avvicinarsi della coppa del Mondo il jihadismo ha cambiato rotta. Lo scorso maggio il gruppo Stato Islamico dell’Iraq rivendica l’attentato allo stadio di Tal Afar con 25 morti, e al Qaida del nord Africa minaccia un attacco – poi smentito, però dopo 15 giorni di pubblicità – alla coppa del Mondo e alle squadre occidentali. Qualche giorno fa, in Somalia, due persone vengono uccise da un gruppo jihadista perché sorprese a vedere Germania-Australia. Così, dopo tanta pratica, ora è arrivata anche l’interpretazione teorica secondo la legge islamica. L’occasione per una vera e propria fatwa è data da un post sul sito jihadista “il pulpito del monoteismo e del jihad” di un fedele, tormentato sulla liceità di guardare le partite in corso in Sudafrica. Ciò che turba l’animo dello scrivente non sarebbe tanto il gioco in se stesso, quanto ciò che di mondano lo circonda – dato che “si vedono delle donne svestite, e ci sono anche tamburi e suoni musicali” – e per questo chiede lumi.

Magari anche una rassicurazione,
e il beneplacito a guardarsi qualche partita in pace. Arrivano invece saette, con una fatwa che stronca ogni possibile fruizione di tale spettacolo. Non solo infatti il contesto nel quale si svolge sarebbe sacrilego, ma è proprio il gioco in sé a non essere islamico: il calcio potrebbe distrarre dal rispetto delle cinque preghiere giornaliere e si configurerebbe come una specie di gioco d’azzardo, dato che  i giocatori sono pagati in modo diverso e non secondo il numero dei goal. Ma la diffidenza del giureconsulto jihadista è prima di tutto ideologica: intanto il calcio non è tra le tre forme di competizione ammesse dal Corano, cioè “le corse di cavalli, di cammelli, e il tiro con l’arco, permesse perché possono essere utili anche in guerra”, e poi  “queste gare sono inventate dai nostri nemici per distrarci dal jihad verso di loro”. Questa proibizione di un gioco così popolare anche tra i musulmani rivela le difficoltà del progetto jihadista. Esse non datano però da oggi.

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