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“Berlino cambi o sarà recessione”

Posted by alagna su 10 novembre 2014


di VINCENZO SAVIGNANO
BERLINO – L’economia europea ha urgente bisogno di una scossa. Lo confermano i nuovi dati arrivati ieri da alcune delle principali economie della zona euro. 

Le industrie tedesche continuano ad andare avanti con il freno tirato: a settembre la produzione industriale in Germania ha segnato un aumento dell’1,4%, deludendo le attese degli analisti, che si aspettavano una crescita del 2% per compensare il sorprendente crollo di agosto (3,1%, il peggior risultato da cinque anni). Anche la crescita dell’export tedesco (+5,5%) non basta a compensare la caduta del 5,8% segnata il mese precedente. Se la prima economia d’Europa avanza lenta, la seconda è praticamente ferma. In Francia la produzione industriale a settembre è rimasta “stabile” (dopo essere calata dello 0,2% ad agosto) e la Banque de France, dopo un sondaggio tra imprese e famiglie, ha corretto al ribasso la stima per la crescita del Pil nell’ultimo trimestre dell’anno: Parigi segnerà uno 0,1 % invece dello 0,2% previsto. In questo contesto è una magra consolazione la “ripresina” della Spagna, quarta economia dell’area euro, dove la produzione industriale a settembre è cresciuta dell’1%, sorprendendo, stavolta in positivo, gli analisti.

Anche l’economia tedesca è in pericolo a causa di una politica finanziaria europea sbagliata». Klaus Busch, vicerettore dell’Università di Osnabrück, economista ed esperto di politiche europee, un passato nelle file della Spd, è uno dei più convinti critici della politica finanziaria europea voluta dal governo di Berlino. «Hanno puntato quasi esclusivamente su politiche di risparmio che hanno mortificato la crescita economica e che a mio modo di vedere potrebbero causare una crisi assai più profonda di quella esplosa nel 2009 e coinvolgere anche la Germania» avverte il professore.

Cosa le fa prevedere uno scenario così negativo?
Da più di un anno l’Europa sta vivendo una fase di stagnazione, in alcuni paesi del sud Europa si sono innescati anche dei processi deflattivi. Le previsioni di crescita per il 2015 ma anche per il 2016 non sono affatto positive, anche in Germania sono state viste al ribasso, inoltre è sempre più concreto il rischio di bolle finanziarie soprattutto nel settore immobiliare.

C’è un modo per evitare tutto questo?
Credo che l’input debba partire proprio dalla Germania attraverso un ambizioso piano di investimenti in infrastrutture. Parlo di decine e decine di miliardi di euro che potrebbero fungere da volano per l’economia tedesca ma anche per quella europea. Penso anche a piani trasnazionali, progetti europei per lo sfruttamento delle energie alternative e per nuove infrastrutture digitali. Serve un chiaro cambio di rotta soprattutto per favorire la crescita in Francia ed Italia, la loro crisi sta spaventando anche la Germania.

Roma e Parigi insistono nel chiedere deroghe sul tetto del deficit al 3% del Pil. È una richiesta legittima?
Io sono più dell’idea che l’economia la si fa con i fatti e non con i numeri. Sembrerà strano detto da un economista ma la realtà è che quel parametro del 3% è stato introdotto in una fase economica completamente differente da quella attuale. Ora i fatti dicono che le politiche del risparmio e del controllo dei conti non hanno sortito gli effetti sperati quindi serve dell’altro.

La crescita italiana però è zavorrata anche da un debito pubblico che l’anno prossimo supererà il 133% del Pil…
Non sono dell’idea che un debito pubblico elevato impedisca politiche volte a favorire la crescita. Negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale il rapporto tra debito pubblico e Pil aveva sfondato il muro del 100%, nei 20 anni successivi con politiche esclusivamente votate alla crescita venne ridotto del 30%.

Quindi sostiene la linea di Renzi?
Non la conosco nei suoi dettagli ma la riduzione delle tasse, la riforma del mercato del lavoro e una semplificazione della burocrazia sono già misure interessanti a cui però si devono aggiungere interventi di Bruxelles e della Bce.

In che direzione?
Penso ad un piano di investimenti sostenuti dalla Commissione europea e ad un nuovo ruolo della Banca centrale. Appoggio la scelta di Draghi di ridurre il costo del denaro e di rafforzare il sistema bancario ma oltre all’acquisto di covered bond, di obbligazioni, resto un sostenitore degli Eurobond. La condivisione del debito è la strada più rapida per rilanciare l’economia europea.

Possiamo sperare in qualche concessione da parte del governo Merkel?
In verità la Merkel non è cosi rigida sulle sue posizioni, già in passato ha mostrato una certa flessibilità su alcuni temi, ad esempio sulla chiusura delle centrali nucleari. In Germania i veri strenui difensori del rigore sono il ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Spero che prima che sia troppo tardi capiscano che la loro linea forse è un bene per la Germania ma un danno per l’Europa.
Klaus Busch

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Posted by alagna su 21 luglio 2012


Per l’Europa e contro chi ci attacca

C’è qualcuno che continua a credere alla favola che se faremo per bene i “compiti a casa”, i mercati saggi e razionali ci premieranno e lo spread scomparirà. O almeno fa finta di crederlo nelle di­chiarazioni ufficiali. Credere a questa favola è ciò che ci porterebbe nel burrone perché nessuna guerra “fi­nanziaria” potrà essere vinta se gli aggrediti non si accorgeranno di esserlo e se i loro alleati non li aiu­teranno. Il vero problema è un altro ed è su due fron­ti.
Il primo fronte è quello della speculazione che ha creato un cuneo ingiustificabile sulla base dei fon­damentali proprio per far crollare l’euro (come nel ‘92 aveva lavorato per far crollare il sistema dei cam­bi fissi in Europa). La speculazione non è un giudice imparziale dei nostri progressi ma un avversario che intende sfruttare sino in fondo le nostre debolezze con un obiettivo ben preciso (come lo aveva il fi­nanziere Soros ai tempi dell’attacco a lira e sterlina). Con colpevole ritardo lo riconoscono ora pratica­mente tutti, a partire da Confindustria che in uno studio diffuso ieri con dovizia di dati illustra il costo dello spread eccessivo in termini di crescita e di au­mento del debito. Il secondo fronte è la mancanza di fiducia e solida­rietà tra i partner europei che sono caduti in pieno nella trappola, dividendosi in virtuosi e no, con i vir­tuosi che non hanno il coraggio di rinunciare a qual­cosa dei loro benefici a breve (le emissioni a tasso negativo) per salvare l’Europa. O che comunque ri­tengono che bisogna tirare la corda al massimo per rimettere i Paesi del sud d’Europa sulla strada della virtù, salvo intervenire tempestivamente – come han­no fatto nelle ultime ore i tedeschi con la Spagna – quando si accorgono che questi ultimi sono sull’or­lo di un collasso che travolgerebbe anche loro. E in questa inestricabile interdipendenza sta la nostra principale speranza. Leggi il seguito di questo post »

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Posted by ikzus su 28 gennaio 2011


Zavorra «verde» da 4 miliardi

di Federico Rendina

Una superbolletta 2011 da 4 miliardi di euro solo per incentivare le energie rinnovabili. Esosa, iniqua e soprattutto impiegata male. L’accusa, infiocchettata di proposte, viene dall’Authority per l’Energia. Che non ha perso tempo dopo l’ultima diagnosi sull’accelerazione all’energia solare che il nostro paese ha però ottenuto a carissimo prezzo (si veda Il Sole 24 Ore di ieri).

La reazione è tempestiva anche perché siamo alle ultime battute nel confronto tra il Governo e le categorie coinvolte nella riforma degli incentivi prevista dal decreto legislativo «che sarà approvato a breve» ha affermato proprio ieri il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani.

Attutire e rimodulare gli incentivi tenendo conto dell’evoluzione tecnologica (che consentirebbe sussidi sempre più lievi) e delle esigenze di trasparenza nella loro erogazione? Belle parole, da tutti condivise. Sta di fatto che il confronto conferma una grande divaricazione di tesi e interessi. Le associazioni degli operatori si battono per attenuare gli aiuti il meno possibile. Se ne fa interprete l’Assosolare, che plaude per l’obiettivo dei 7 gigawatt di energia fotovoltaica raggiunta a fine 2010 e invita a raddoppiare il target nazionale (praticamente già raggiunto) degli 8mila megawatt al 2020.

Intanto gli amministratori locali rivendicano se non altro regole chiare e tempestive: proprio ieri il governatore della Puglia, Niki Vendola, ha protestato contro i ritardi del Governo nel comunicare i nuovi obiettivi da assegnare in maniera differenziata alle regioni. Le associazioni ambientaliste più vivaci, come gli Amici della Terra, invitano invece a premere con maggiore decisione sull’efficienza, chiudendo ancora di più il rubinetto dei sussidi agli impianti.

Tutto ciò incalza l’Authority per l’energia. Che in una segnalazione al Governo e Parlamento chiede opportuni «correttivi» allo schema dell’ultimo decreto legislativo sui sussidi. Il costo totale per incentivare le sole rinnovabili vere (escluse le “assimilate”) è passato – puntualizza l’Authority – dai 2,5 miliardi di euro 2009, ai 3,4 miliardi 2010 fino a superare quest’anno i 4 miliardi.

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Posted by alenu su 18 gennaio 2011


A 25 anni dalla disastrosa esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare

Chernobyl diventa meta turistica

Radiazioni sotto controllo. Solo 130 dollari per fare il tour

di Patrizia Feletig

Chernobyl. Il governo ucraino ha annunciato l’apertura al turismo della Zona di Esclusione attorno alla centrale nucleare di Chernobyl. L’area ha una superficie come quella della provincia di Roma. Essa circonda il reattore esploso il 26 aprile 1986 e che, dopo l’evacuazione della popolazione, è rimasta chiusa, presidiata da militari. Qualche forma di turismo nella Zona già c’è.

Nel 2002, due anni dopo la chiusura dell’ultimo dei tre reattori gemelli a quello esploso, e ancora funzionanti dopo l’incidente, alcuni imprenditori di Kiev hanno ideato dei pacchetti turistici, proponendo dalle gite di mezza giornata fino a soggiorni con pernottamento di una notte a Chernobyl. Circa un migliaio di visitatori all’anno.

Fiutato il business, in previsione del flusso di arrivi collegato ai campionati europei di calcio che l’Ucraina ospiterà nel 2012, il governo di Kiev ha deciso di sfilare ai privati questa attività. Chernobyl esercita il suo fascino perverso su un variegato campionario di cittadini prevalentemente europei. Essi sono: antinuclearisti in cerca di conferme, fotografi a caccia di immagini graffianti, nostalgici che inseguono la suggestione di una cittadina-modello di stampo sovietico. Ci sono anche delle coppie che si fanno fotografare davanti al sarcofago del reattore N.4.

Si spende 130 dollari per la visita di gruppo (12 persone). Fino ai 500 dollari per un’escursione privata sempre sotto stretta sorveglianza di una guida. Unico requisito: un passaporto. Tutte le formalità si sbrigano via web fino all’appuntamento nella piazza centrale di Kiev. Dopo due ore di pulmino, si è sul posto dove sfilano abitazioni abbandonate, intervallate da territori dominati da una vegetazione rigogliosa che favorisce la riproduzione delle specie animali come lupi, alci, cicogne, cavalli: 25 anni dopo, Chernobyl è diventato un eco-sistema naturalistico.

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Posted by ikzus su 7 novembre 2010


Bye bye, green economy! Ecco l’altra faccia del voto americano

Il sogno verde di Obama è costato il seggio a tutti i democrat che l’hanno sostenuto. La sveglia pro market

Non ci sono solo la sanità e le tasse: il tema sul quale Barack Obama sconta probabilmente la débâcle elettorale in maniera più significativa è quello ambientale. Lo dicono i numeri: solo il 16 per cento dei cittadini repubblicani è convinto che vi sia un legame tra attività industriale e riscaldamento globale, contro il 53 per cento dei democratici (sondaggio del Pew Research Centre). Altre cifre: 5 dei sei nuovi senatori del Grand Old Party e 35 dei nuovi deputati sono fermamente convinti che il riscaldamento globale sia una truffa, segnala l’organizzazione ThinkProgress. Trecentomila dollari è la cifra che il candidato in pectore alla presidenza del Congresso, John A. Boehner dell’Ohio, ha ricevuto dalla lobby dell’industria mineraria e del carbone per queste elezioni (tre i milioni spesi in totale per questa tornata elettorale dalla National Mining Association).

E ancora: 35 i congressmen
democratici spazzati via martedì scorso – esattamente tutti quelli in corsa per il voto di metà mandato che l’anno scorso avevano appoggiato il Climate Bill, il piano di Obama per trasformare l’industria “sporca” americana in una green economy. Tra questi il decano di Capitol Hill, il deputato Rick Boucher della Virginia, al suo quattordicesimo mandato e uomo chiave di Obama per “vendere” il piano per l’ambiente alla Camera. Secondo alcuni osservatori, proprio la sconfitta di Boucher nella sua Virginia è il simbolo dello stato delle cose: “Non c’è dubbio, se Boucher avesse votato contro il Climate Bill sarebbe stato rieletto” ha detto il suo capo staff Andy Wright. Altro dato simbolico: in Illinois, il seggio senatoriale che fu di Obama ora è andato a un repubblicano, il neo-eletto Roland Burris: uno che nel 2009 votò per il Climate Bill ma poi fece pubblica ammenda, dichiarando che “non ne aveva compreso fino in fondo le implicazioni”.

Obama ha già capito che le sue ambizioni
verdi sono da mettere nel cassetto: nella conferenza stampa post elezioni di mercoledì, ha annunciato che non perseguirà più alcun progetto di riforma comprensiva della legislazione ambientale. “L’emission trading era solo un mezzo, non un fine, e troveremo altri sistemi” ha detto ai giornalisti, riferendosi proprio al centro del suo Climate Bill, che proponeva di introdurre un sistema di “cap and trade” simile a quello adottato dall’Unione europea per limitare le emissioni. Un sistema ribattezzato “cap and tax” dai repubblicani, che non è riuscito a superare lo scoglio del Senato e soprattutto a convincere un paese in cui il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174 mila addetti. Ma anche per il piano B di Obama, che riguarda l’Epa (Environmental Protection Agency), non ci sono molte speranze. Dopo una moratoria di nove mesi, da gennaio l’Epa dovrebbe prendersi carico del monitoraggio delle emissioni delle grandi imprese (per le piccole e medie si è rimandato al 2016). Ma è chiaro che anche qui adesso è in arrivo un fuoco di sbarramento. Sul sito del Grand Old Party si leggeva qualche mese fa: “Negli ultimi 20 l’Epa ha condotto un assalto non-stop ai posti di lavoro e alla competitività statunitensi. L’Epa ha cercato di regolamentare tutto: dal cielo al latte in polvere, mentre ometteva di rispondere con competenza a una vera calamità ambientale nel Golfo del Messico. Queste politiche sbagliate dell’Epa hanno un costo di migliaia, se non di milioni, di posti di lavoro, un prezzo troppo alto da pagare per favori politici mentre l’economia tenta di recuperare a dispetto della fallimentare agenda economica dei democratici”.

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Posted by ikzus su 22 settembre 2010


L’emotività crea welfare

I conti dello Stato sociale in America aumentano, anche con i repubblicani

di Alberto Mingardi

Quanto costa lo Stato sociale, in America? Il fatto che gli Usa vengano di volta in volta additati o proposti come “il” modello di Paese a libero mercato, lascia pensare a molti che non abbiano un “welfare state” vero e proprio, ma piuttosto un modello di assistenza disarticolato e frammentario.

Never Enough. America’s Limitless Welfare State di William Voegeli indaga proprio lo Stato del benessere statunitense, delineandone la traiettoria di crescita (prima dell’accelerazione di Obama). Il sottotitolo, che parla di un welfare “senza limiti”, potrebbe fare trasalire il lettore europeo, ma riguarda in realtà più che lo Stato sociale, le giustificazioni che sono accampate a sua difesa, la “formula politica” che lo sostiene. Voegeli, visiting scholar al Claremont College, è un politologo çhe ha lavorato alla John M. Olin Foundation, che per anni (fino all’esaurimento del suo “fondo”) ha finanziato la ricerca nelle scienze sociale. Libri come The Closing of the American Mind di Allan Bloom e Clash of Civilizations di Samuel Huntington sono stati scritti grazie a un grant della Fondazione Olin.

Con questo saggio, Voegeli si è posto assieme tre obiettivi molto diversi: il primo è fornire una stima dell’espansione del welfare state americano, il secondo è comprenderne le dinamiche politiche, il terzo prospettare una “strategia di contenimento” più efficace di quelle sin qui praticate dai conservatori.

Le stime di Voegeli ci restituiscono anzitutto un’America che è tutto fuorché un “Far West”. Il “costo” dei programmi del governo federale rubricati alla voce “Risorse umane” (esclusi quelli per i veterani di guerra) passa da 3,57 miliardi di dollari nel 1940 a 1.685,64 miliardi di dollari nel 2007. La spesa pro capite, calcolata in dollari del 2000, è andata da 308 a 4.714 dollari. Dal 1972, la spesa sociale non è mai scesa sotto il 40% del bilancio federale.

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Posted by ikzus su 12 settembre 2010


Coltivo biologico, cioè OGM

Antonio Pascale

Fateci caso, nel nostro meraviglioso paese esiste una tematica la cui trattazione sfiora il tabù e, dunque, in una discussione privata e pubblica, il solo accenno provoca malumori, risse, contestazioni, proteste e soprattutto disdicevoli fraintendimenti. Cosa? Corruzione? Speculazione edilizia? No, OGM. Una persona orientata a sinistra, una che vota a destra e un leghista, potranno litigare su tutto, ma si troveranno d’amore e d’accordo a promuovere una battaglia contro gli OGM. Si potrebbe pensare che mai come in questo caso la vox populi sia quella giusta. E invece, al contrario, c’è il forte sospetto che, appunto, le accese contestazioni siano il risultato di un dibattito portato sulle pagine dei giornali non da genetisti o tecnici competenti ma da letterati che rimpiangono i bei tempi andati, ex politici e vecchi comici che vorrebbero diventare politici. Risultato? Disinformazione diffusa, errori metodologici e scarsa conoscenza. Un disastro culturale.

Del resto, oggi nel nostro meraviglioso paese, la cultura non è più appannaggio di intellettuali competenti. Se in un dibattito sulle biotecnologie schieriamo da una parte degli scienziati e d’altra comici, vincono, a forza di battute e frasi ricattatorie, di sicuro i comici. C’è poi un’aggravante: l’agricoltura e le biotecnologie sono un settore in cui nessuno più si cimenta ma sul quale in tanti dicono la loro, e però, sembra un paradosso filosofico: in pochi hanno competenza.

Se io dicessi che durante la finale dei mondiali, del 2006, Zidane ha colpito con una testata Buffon, nessuno mi darebbe più credito e non solo in ambito sportivo. Ma se dico, per esempio, che i semi OGM sono sterili, tanto per citare una cosa falsa ma di moda (ultimo a dirla l’ex ministro Zaia), avrei un applauso. Insomma, nel nostro meraviglioso paese si ha la tendenza a creare simboli d’appartenenza vaghi e astratti, sostenuti da slogan e non da analisi serie e rigorose.

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Posted by ikzus su 24 agosto 2010


IL SORPASSO DELLA CINA E I NUOVI SCENARI

Quando il profetismo degli esperti viene smentito dalla storia

di Vittorio Messori

“Svolta storica“: ecco che ci risiamo, con il consueto corteo di analisi, di proiezioni, di previsioni. Questa volta tocca alla Cina, con il sorpasso della sua economia su quella giapponese. Come al solito, turbe di “esperti“ ci disegneranno  i loro scenari per l’avvenire dell’Impero di Mezzo. Ma il guaio dell’età è l’istinto di girar pagina, per confrontarsi con la cronaca del momento, lasciando in pace  la futurologia. Chi, come me, era al liceo e poi all’università tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta è vaccinatissimo contro il profetismo degli “esperti“.

Tanto per iniziare con un caso personale: nel 1961 la Torino in cui vivevo raggiungeva il milione di abitanti. Sociologi, demografi, economisti, presi sul serio dai politici, prevedevano con assoluta sicurezza che nel Duemila la città avrebbe superato i due milioni. In quell’anno, la popolazione del Comune era di 865.000 persone. Ma, in quegli anni, in una inchiesta su l’Espresso, Eugenio Scalfari profetizzava che, negli anni Ottanta, l’Unione Sovietica avrebbe superato come ricchezza, benessere personale, libertà stessa America e Europa Occidentale. A Scienze Politiche i docenti, con occhi luccicanti, ci parlavano delle meraviglie della  decolonizzazione, allora in atto. Prevedevano, soprattutto, un boom africano: economia e cultura “nere“ sarebbero esplose e ci avrebbero surclassati. Intanto, i più venerati tra i sociologi   pubblicavano best seller sulla “eclissi del Sacro nella società secolare“. Nel prossimo futuro, giuravano, ci aspettava il declino della religiosità : si sarebbe spento, o ridotto a nicchia, anche il cristianesimo, mentre l’editto di morte per l’islamismo era già pronunciato. Fede, questa, nata per beduini nel deserto, incapace di confrontarsi con la modernità. Non poteva esserci posto per essa, per i suoi decrepiti precetti, nei nuovi stati asiatici e africani nati dalla decolonizzazione.

Teneva banco, soprattutto, il think-tank degli ascoltatissimi super-esperti riuniti nel “Club di Roma“: con la sicurezza di chi si appoggia solo su dati sicuri, annunciavano, implacabili, “la fine dello sviluppo“. Entro pochi anni, le riserve di materie prime si sarebbero esaurite, a cominciare dal petrolio. Ci aspettava, ben prima del Duemila, la regressione alle caverne per mancanza di mezzi fornitici da Madre Terra.  Ma ci attendeva anche una grande glaciazione, si andava verso “il raffreddamento globale“. Non è una battuta ironica sugli apostoli attuali del global warming. Ricordo come, da giovane cronista, fui inviato a un grande congresso internazionale e riferii ai lettori  dell’unanime parere dei climatologi: la forza del Sole si indeboliva per lo schermo provocato dall’inquinamento, presto avremmo visto iceberg alla deriva nel Mediterraneo. A Venezia saremmo andati con slitte e pattini. Anche se lo si è rimossa con disagio, era quella, allora, l’ossessione dell’apocalittismo ambientalista.

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Posted by ikzus su 4 luglio 2010


Dalla burocrazia alle invalidità, chi spreca di più. I conti del federalismo

Viaggio nelle Regioni: ecco come spendono e quanto ci costano

Mario Sensini

ROMA — Nelle cronache di allora non c’è traccia, ma alla metà degli anni Ottanta, nella riviera ligure di Ponente, deve essere accaduto qualcosa di veramente terribile. La gente ha cominciato a cadere improvvisamente dalle scale, a diventare cieca di colpo e, da un momento all’altro, a non sentire più neanche le campane delle chiese. Un’epidemia di invalidità. Oggi, a Ventimiglia alta e nei piccoli paesini dell’entroterra, come Calvo, Trucco, Bevera, un abitante su quattro riceve una pensione o un’indennità dallo Stato. Proiettando la Liguria ad un certamente poco invidiabile primato tra le Regioni del Nord. Il 3,7% dei liguri, per l’esattezza 79.158 cittadini, risultano assistiti dall’Inps come invalidi. Ben oltre la media nazionale, che è del 3,3% e di per sé è già altissima, essendo il doppio della Germania e della Francia. Lo stesso fenomeno, l’esplosione delle invalidità, si era abbattuto, qualche anno prima, sulla ricca Umbria. La ragione può essere diversa. Quella è terra di santi e di miracoli, ma il risultato non cambia: il 4,6% della popolazione riceve l’assegno. In Toscana, a due passi, la percentuale non arriva al 3,3%, nel Lazio è pari a quasi la metà, il 2,8%. In Trentino alto Adige, l’anno scorso, è stata concessa solo una, dicasi una, nuova pensione di invalidità. Possibile? Ed è sicuro che non esistano le Regioni virtuose, come sostengono i governatori che rifiutano, compatti, i tagli proposti dal governo? Che gli sprechi esistano solo nei ministeri? I bilanci delle Regioni raccontano altro. Parlano di un’Italia divisa in due, di un paese dove il peso della burocrazia può essere in un posto dieci volte più pesante che in un altro, di amministrazioni che funzionano bene e costano poco ai cittadini, e di apparati elefantiaci con dipendenti pagati a peso d’oro. Una divisione, come dicono i dati sulle invalidità, non poi così netta tra il Nord e il Sud. Anche se è soprattutto dai bilanci delle Regioni del Sud che emergono i dati più clamorosi. Quelli sul costo del personale, per esempio. Colletti bianchi a peso d’oro A ogni cittadino della Lombardia i dipendenti della Regione costano appena 21 euro a testa l’anno.

Quasi metà della media nazionale, che è di 44 euro per ogni italiano. Incredibile, ma vero, i siciliani sopportano un costo pari a quasi venti volte quello dei lombardi: 349 euro pro capite! Palazzo dei Normanni, del resto è generoso: per i 20 mila dipendenti della Regione, l’Assemblea stanzia la bellezza di 1,7 miliardi di euro l’anno. Una somma che non è poi tanto più bassa della spesa per il personale di tutte le Regioni italiane messe insieme, che è di quasi 2,4 miliardi di euro l’anno. Con una media di 42.500 euro di stipendio lordo, i dipendenti della Sicilia, aumentati di cinquemila unità tra il 2003 ed il 2008, guadagnano quasi il 40% in più dei ministeriali. Ma vanno in pensione molto prima e con assegni ben più consistenti, che la Corte dei Conti ha calcolato in 2.472 euro a testa. Il fatto che sia una Regione a statuto speciale c’entra poco: l’autonomia fa sì che la Sicilia abbia la titolarità delle funzioni, ma nei fatti non la esercita. A norma di Statuto sarebbe anche proprietaria dei beni demaniali, come lo stesso Palazzo dei Normanni, ma preferisce lasciarli alla gestione dello Stato, forse perché la manutenzione costa. Nelle Regioni a statuto speciale che esercitano davvero le funzioni attribuite, come la scuola, la situazione è del resto ben diversa: in Val d’Aosta l’amministrazione regionale costa 2.207 euro a ogni valligiano, in Trentino Alto Adige 1.775. I veri numeri del federalismo La classifica elaborata partendo dai bilanci regionali riclassificati con fatica dalla Commissione tecnica sul federalismo fiscale e consegnati al Parlamento, «i veri numeri del federalismo » come li definisce il presidente Luca Antonini, vede al secondo posto in Italia tra le Regioni a statuto ordinario il Molise, dove l’amministrazione pubblica costa 187 euro ad ogni cittadino. I molisani sono pochi, appena 321 mila, e questo può in parte giustificare il dato. Una scusa che non vale per il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna, altre due Regioni autonome, ma quasi solo sulla carta, dove il costo pro-capite dei dipendenti è pari, rispettivamente, a 161 e 148 euro a testa. Sotto la media nazionale, in questo rapporto, ci sono solo la Lombardia, il Veneto (32 euro per abitante), la Liguria (34), l’Emilia- Romagna (36) e la Toscana (di un pelo, 43 euro contro 44). In tutte le altre il costo dell’amministrazione vola: 93 euro pro-capite per i lucani, 84 per gli umbri, 83 per i calabresi, 76 per gli abruzzesi, 71 per i campani, 64 per i marchigiani, 56 per i pugliesi, 53 per i laziali, 50 per i piemontesi. Ci sono Regioni dove il costo del personale pesa quasi quindici volte più che in altre. Il rapporto tra gli stipendi pagati ai dipendenti e la spesa corrente complessiva, che è poi il criterio che il governo ha proposto in Parlamento per definire la virtuosità delle Regioni e stabilire così chi tra loro dovrà sobbarcarsi il maggior contributo alla manovra antideficit (4,5 miliardi l’anno), della quale i governatori non vogliono neanche sentir parlare, è pari in Lombardia allo 0,85%. In Sicilia, manco a dirlo, arriva al 10,4%: un euro su dieci se ne va per pagare i dipendenti. La media delle Regioni a statuto ordinario è l’1,99% e solo sei sono sotto: la Liguria, il Lazio, l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto. Tutte le altre sfondano allegramente la soglia.

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La Grande Crisi e gli scheletri nell’armadio

Posted by ikzus su 15 settembre 2009


Nel discorso alla Federal Hall di New York, Obama ha detto ancora una volta ciò che tutti vorrebbero sentire (pare sia la sua specialità): meno mercato, più politica! Occorre una riforma della finanza, e questa volta dev’essere nientemeno che mondiale! «Non torneremo ai giorni delle azioni sconsiderate e degli eccessi incontrollati alla base della crisi, dove troppi erano motivati solo dall’appetito per i bonus. […] Un anno fa abbiamo sperimentato come il mercato può sbagliare, come la mancanza di regole di buon senso possa portare eccessi e abusi. A un anno di distanza è essenziale approvare le riforme che impediranno a una crisi come quella attuale di ripetersi».

Ora, che il mercato abbia bisogno di regole, è una verità lapalissiana: senza regole non c’è mercato, ma jungla. Ad esempio, è essenziale tutelare il diritto di proprietà privata, che come spiegava il famoso economista Ricossa ai suoi fortunati studenti (tra cui io) è fondamentale anche per i ladri: infatti, essi lo violano, ma non lo contestano, diversamente sarebbe inutile appropriarsi di alcunché!

Ma la questione di cui stiamo parlando è assai più concreta delle speculazioni filosofiche degli studiosi: purtroppo, con la scusa dei ‘danni’ del mercato e della preminenza della politica, si sta cavalcando la crisi per impostare una specie di governo mondiale, un’Unione Sovietica all’acqua di rose. Allora può essere interessante riflettere sulle origini remote e sulle cause profonde di questa crisi, che guarda caso sono ben poco economiche e assai politiche, di quella politica ‘buonista’ che invece di far del bene produce danni devastanti.

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I RACCOLTI DIMINUISCONO INSIEME ALLE TEMPERATURE

Posted by alenu su 14 luglio 2009


The Sunday Telegraph, 14 GIUGNO 2009

I nostri politici non hanno notato che il problema potrebbe essere che il mondo non si sta scaldando ma raffreddando

di Christopher Booker

Per la seconda volta in poco più di un anno sembra che il mondo si stia avviando a una pesante crisi alimentare, grazie al nostro vecchio amico “il cambiamento climatico”. In molte parti del mondo di recente il tempo non è stato brillante per gli agricoltori. Dopo un inverno paurosamente freddo, giugno ha portato pesanti nevicate in parti del Canada occidentale e negli stati settentrionali del Midwest americano. Nel Manitoba la settimana scorsa erano -4ºC. Il Nord Dakota ha avuto la sua prima neve in un mese di giugno da sessant’anni a questa parte.

Si sono registrate nevicate di mezz’estate non solo in Norvegia e nei Cairngorms, ma perfino in Arabia Saudita. Almeno nell’emisfero meridionale è inverno, ma le nevicate in Nuova Zelanda e Australia sono state anormali. Ci sono state gelate in Brasile e altre parti del Sud America hanno avuto siccità prolungata, mentre in Cina hanno dovuto affrontare piogge anormali e grandini improvvise, che in una provincia hanno provocato 20 vittime.

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CARITAS IN VERITATE

Posted by ikzus su 7 luglio 2009


Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità.

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Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della « veritas in caritate » (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della « caritas in veritate ».

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Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità.

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Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme « Agápe » e « Lógos »: Carità e Verità, Amore e Parola.

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La verità, infatti, è “lógos” che crea “diá-logos” e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell’amore: è, questo, l’annuncio e la testimonianza cristiana della carità.

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Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità. La verità preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. È, a un tempo, verità della fede e della ragione, nella distinzione e insieme nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono l’umanità, hanno bisogno di questa verità. Ancor più hanno bisogno che tale verità sia amata e testimoniata. Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società

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La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende « minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati ». Ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori — talora nemmeno i significati — con cui giudicarla e orientarla. La fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà (cfr Gv 8,32) e della possibilità di uno sviluppo umano integrale. Per questo la Chiesa la ricerca, l’annunzia instancabilmente e la riconosce ovunque essa si palesi. Questa missione di verità è per la Chiesa irrinunciabile. La sua dottrina sociale è momento singolare di questo annuncio: essa è servizio alla verità che libera. Aperta alla verità, da qualsiasi sapere provenga, la dottrina sociale della Chiesa l’accoglie, compone in unità i frammenti in cui spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della società degli uomini e dei popoli

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La verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna sant’Agostino. Anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore, « non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano »

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Sintesi dell’enciclica

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Il testo ufficiale dell’enciclica

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L’enciclica in PDF

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Rassegna stampa e commenti

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Chi  desidera acquistarla, può trovarla allegata a Famiglia Cristiana di questa domenica (già presente nelle edicole e nelle parrocchie).

Posso dire che l’avevo detto (più di un anno fa) ?

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L’eterna illusione del comunismo

Posted by ikzus su 13 ottobre 2008


Diciamolo: è un gran bel periodo per i sinistri! Dopo tante mazzate – la disfatta elettorale ed il correlato trionfo berlusconiano, il terrificante governo Prodi, la ‘conversione’ di Russia e Cina all’economia di mercato, il crollo del Muro ecc. ecc – pare proprio che sia finalmente arrivata l’ora della riscossa: un giorno sì e l’altro anche, il Manifesto spara in prima pagina la fine del capitalismo! Per non essere da meno, Liberazione l’altra settimana ha addirittura richiamato in servizio permanente effettivo il vecchio fossile di Marx, con un nostalgico “aveva proprio ragione LUI”.

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