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Posts Tagged ‘ecologisti’

Earth Day, la fine del mondo che non arriva mai

Posted by ikzus su 21 aprile 2011


Abbiamo solamente altri cinque anni, per fare qualcosa
Kenneth Watt, ecologist

La civiltà finirà entro 15 o 30 anni, a meno che non si intraprendano azioni immediate per affrontare i problemi dell’umanità
George Wald, Harvard Biologist

L’umanità deve smettere di inquinare e deve preservare le proprie risorse, non solo per incrementare il livello della propria esistenza, ma per salvare la propria razza dal degrado e dalla possibile estinzione
New York Times

Il Dott. S. Dillon Ripley, segretario dello Smithsonian Institute, crede che in 25 anni, circa il 75/80 % di tutte le specie viventi si estingueranno
Sen. Gaylord Nelson

Il mondo si è raffreddato considerevolmente negli ultimi 20 anni. Se l’attuale trend continuasse, il mondo avrà una temperatura media globale più bassa di quattro gradi nel 1990, e di unidici gradi più bassa nel 2000. Questo è circa il doppio di quanto richiesto per una era glaciale
Kenneth Watt, Ecologista

Con gli attuali tassi di crescita dell’azoto [in atmosfera], è solo questione di tempo affinchè la luce [solare] venga filtrata, rendendo inutilizzabili le nostre terre
Kenneth Watt, Ecologista

ATTENZIONE: queste sono previsioni d’annata: non di quest’anno, ma di 41 anni fa: le trovate su Climate Monitor, e si riferiscono all’Earth Day del 1970. Anche allora la terra stava per finire, ma per l’imminente glaciazione!

Quando smetteremo di farci prendere in giro da questi pagliacci?

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Posted by ikzus su 28 gennaio 2011


Zavorra «verde» da 4 miliardi

di Federico Rendina

Una superbolletta 2011 da 4 miliardi di euro solo per incentivare le energie rinnovabili. Esosa, iniqua e soprattutto impiegata male. L’accusa, infiocchettata di proposte, viene dall’Authority per l’Energia. Che non ha perso tempo dopo l’ultima diagnosi sull’accelerazione all’energia solare che il nostro paese ha però ottenuto a carissimo prezzo (si veda Il Sole 24 Ore di ieri).

La reazione è tempestiva anche perché siamo alle ultime battute nel confronto tra il Governo e le categorie coinvolte nella riforma degli incentivi prevista dal decreto legislativo «che sarà approvato a breve» ha affermato proprio ieri il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani.

Attutire e rimodulare gli incentivi tenendo conto dell’evoluzione tecnologica (che consentirebbe sussidi sempre più lievi) e delle esigenze di trasparenza nella loro erogazione? Belle parole, da tutti condivise. Sta di fatto che il confronto conferma una grande divaricazione di tesi e interessi. Le associazioni degli operatori si battono per attenuare gli aiuti il meno possibile. Se ne fa interprete l’Assosolare, che plaude per l’obiettivo dei 7 gigawatt di energia fotovoltaica raggiunta a fine 2010 e invita a raddoppiare il target nazionale (praticamente già raggiunto) degli 8mila megawatt al 2020.

Intanto gli amministratori locali rivendicano se non altro regole chiare e tempestive: proprio ieri il governatore della Puglia, Niki Vendola, ha protestato contro i ritardi del Governo nel comunicare i nuovi obiettivi da assegnare in maniera differenziata alle regioni. Le associazioni ambientaliste più vivaci, come gli Amici della Terra, invitano invece a premere con maggiore decisione sull’efficienza, chiudendo ancora di più il rubinetto dei sussidi agli impianti.

Tutto ciò incalza l’Authority per l’energia. Che in una segnalazione al Governo e Parlamento chiede opportuni «correttivi» allo schema dell’ultimo decreto legislativo sui sussidi. Il costo totale per incentivare le sole rinnovabili vere (escluse le “assimilate”) è passato – puntualizza l’Authority – dai 2,5 miliardi di euro 2009, ai 3,4 miliardi 2010 fino a superare quest’anno i 4 miliardi.

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Posted by ikzus su 15 gennaio 2011


Ma quale clima impazzito, l’Australia è sott’acqua come 37 anni fa

di Piero Vietti

Le inondazioni che da giorni devastano il Queensland, nel nord ovest dell’Australia, hanno un mandante. Naturalmente si tratta del riscaldamento globale, declinato a seconda del momento in global warming, cambiamenti climatici, impazzimento climatico e via così. “Mai vista una cosa del genere”, si affrettano ad assicurare i commentatori. In realtà non è proprio così, dato che nel 1974 nella stessa zona ci fu esattamente la stessa emergenza (e all’incirca gli stessi danni e lo stesso numero di vittime). Eppure, stando a quanto dicono gli esperti, quelli non erano ancora gli anni del riscaldamento globale causato dalle nostre emissioni (a dir la verità all’epoca parecchi scienziati parlavano di era glaciale imminente, ma è un’altra storia), quindi o le cause dei due disastri sono diverse, anche se hanno portato a identici risultati, o forse c’è qualcosa di più.

Il giornalista inglese James Delingpole ha pubblicato sul suo blog (tra i più letti sul sito del Telegraph) la lettera di un australiano che racconta l’alluvione di oggi partendo da quella del 1974: “All’epoca non eravamo così intelligenti come voi pensate di essere oggi. All’epoca credevamo nell’idea stupida che il clima fosse ciclico, e che se non ci fossimo preparati alle sue conseguenze avremmo visto una ripetizione delle stesse tragedie in ‘una trentina di anni’. Questo era il pensiero degli scienziati di allora – che il clima procedesse in cicli di circa trenta anni. Furono iniziati allora programmi di mitigazione delle alluvioni, che includevano una serie di argini e dighe scolmatrici. La capitale Brisbane e tutto il sudest del Queensland non avrebbero mai più sofferto una tale devastazione”.

Cominciano così una serie di opere destinate a prevenire simili disastri, ma nel giro di due decenni gli scienziati spiegano che è tutto sbagliato: siamo in pieno riscaldamento globale, non ci sarà più acqua per nessuno. Continua la lettera: “E cosi’ abbiamo avuto menti postmoderne come Tim Flannery (noto scienziato australiano teorico del global warming antropico, per questo insignito del premio “Australiano dell’anno 2007”, ndr) consigliare il governo: ‘Dimenticate le dighe e i programmi di mitigazione delle alluvioni’, intonò il saggio dottor Tim, ‘costruite invece impianti di desalinizzazione’. Ed è quanto il nostro governo ha fatto. Ed è per questo che trentasette anni dopo siamo ancora una volta a soffrire esattamente lo stesso tragico ammontare di morti e distruzione, quasi esattamente dove, quando e come, avevano predetto quegli scienziati stupidi che stupidamente credevano che il clima fosse ciclico”. Ciclico o no, il clima sembra ancora una volta spiazzare chi pensa di poterlo prevedere con sicurezza. Nessuno vuole dire che le alluvioni nel Queensland siano colpa dei catastrofisti, ma forse certi governi dovrebbero chiedersi se valga la pena farsi dettare i programmi dai teorici dell’ineluttabilità del global warming.

Qui la traduzione della lettera dal sito Climate Monitor

13 gennaio 2011 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by alenu su 13 gennaio 2011


IL SIGNORE DEL TEMPO CHE IMBARAZZA I METEOROLOGI INGLESI

IL RECORD DELL’ASTROFISICO CORBYN: CI AZZECCA SEMPRE

Precoce: Piers Richard Corbyn, 63 anni, a 15 ha iniziato a registrare i dati meteo costruendosi da solo gli strumenti necessari. Si è laureato con lode in fisica all’Imperial College di Londra

Il cambiamento climatico? Un’opera di fantasia. L’idea che la CO2 possa influenzare la temperatura non ha senso, semmai è il contrario. È tutta una scusa per aumentare le tasse: ai governi interessa che la gente resti ignorante». Piers Corbyn ha un tono di voce profondo, il dente avvelenato contro la favola del climate change , e può vantare una certa somiglianza con doc Emmett Brown, lo scienziato pazzo di Ritorno al Futuro – del resto anche Piers si è guadagnato non poche critiche per le sue posizioni non ortodosse. Corbyn, infatti, è un meteorologo eretico. Uno cioè che mette in dubbio la dottrina standard delle previsioni del tempo: se fa caldo o freddo, se piove o nevica, Piers lo calcola in base al vento solare e ai cicli lunari. Il punto è che, previsioni alla mano, sembra avere ragione lui.

Prendiamo l’ondata di gelo che ha investito la Gran Bretagna il mese scorso. Corbyn, che vende i suoi bollettini meteo attraverso la sua azienda, la Weather Action, l’aveva già messa in conto in maggio. «Freddo estremo con nevicate eccezionali; probabilmente il dicembre più freddo negli ultimi 100 anni», recitavano le sue previsioni. E infatti. Normale dunque che, con tonnellate di ghiaccio da spalare, Piers non si sia trattenuto: «Ve l’avevamo detto», ha sparato nella newsletter periodica di Weather Action. Intuizione che subito gli è stata riconosciuta dal sindaco di Londra Boris Johnson. «Si può sapere perché il Met Office ha previsto un inverno mite?», ha scritto Johnson nella sua rubrica sul Daily Telegraph . Domanda scomoda: lo storico centro meteorologico britannico è da un po’ che non ne azzecca una, tanto che ha recentemente soppresso le sue previsioni a lungo termine. Ma con lo scalo di Heathrow bloccato e mezza città semiparalizzata è facile capire il nervosismo del sindaco. Che a metà articolo ha voluto riconoscere a Corbyn ciò che è di Corbyn. «Senza telescopio o supercomputer, armato solo di un laptop, grandi quantità di dati di pubblico dominio e una laurea in astrofisica, ci azzecca una volta dopo l’altra». «Non posso dire se i suoi metodi siano solidi o meno», conclude Johnson. «Ma quando le sue previsioni sembrano esssere giuste e costantemente più precise di quelle del Met Office sento che voglio saperne di più». Non è il solo.

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Posted by ikzus su 9 gennaio 2011


“Erin Brockovich, era tutto un bluff”

Una ricerca smonta la battaglia resa celebre dal film
“Non c’era inquinamento, i casi di cancro nella norma”

Erin Brockovich era bellissima. O meglio, lei di persona non era niente male, non lo è neppure adesso che ha 50 anni e tre figli grandi, ma Julia Roberts, che faceva la sua parte nel film, era davvero uno schianto. «Le parlai a lungo e mi ispirai a lei in tutto».

Le minigonne sfacciate, le scollature vertiginose, quel sorriso largo, ostentato, seducente. «Ma anche la tenacia, la certezza di avere ragione. Mi disse subito: non giudicare un libro dalla copertina». La Roberts vinse l’Oscar. Migliore attrice protagonista. «Erin Brockovich, forte come la verità», film del 2000 diretto da Steven Soderbergh basato su una vicenda vera. O che almeno allora sembrava vera

Adesso, dopo una ricerca indipendente condotta dal professor John Morgan, della Loma Linda University, per conto del California Cancer Registry, lo sembra un po’ di meno. Come se dalle crepe del deserto tornasse a uscire il veleno.

La storia era un classico della letteratura trasportato nella vita reale: Davide contro Golia. Davide era lei, Erin, trent’anni e due divorzi, segretaria precaria in un ufficio legale di un piccolo paese della California dove gli uomini e le donne sembrano morire tutti nello stesso modo: precocemente e di tumore. Golia era la potentissima Pacific Gas & Electric, accusata di aver contaminato per trent’anni le falde acquifere della zona con il cromo esavalente. La Brockovich scopre dei documenti compromettenti e spinge 233 abitanti del Paese a una class action che dopo una lunga battaglia verrà decisa in maniera extragiudiziale. La PG&E, sentendosi con le spalle al muro, decide di versare 333 milioni di dollari per chiudere la faccenda. «Meglio evitare il processo. Sarebbe pubblicità negativa». Titoli di coda e soldi veri nelle tasche dei querelanti, due milioni e mezzo in quelle della Brockovich, che oggi vive in una splendida villa di Malibù e ha una propria organizzazione che combatte per l’ambiente. Tutto bene. Anzi meraviglioso. «Sono un’icona del ventesimo secolo», scrive lei sul suo sito ufficiale. Possibile. Finché non è arrivato John Morgan con la sua ricerca. Uno studio approfondito, che in fondo è solo una fotografia. Quante sono state le morti di tumore a Hinkley tra il 1996 e il 2008? Centonovantasei. Qual è la media della regione? Duecentoventiquattro. «So che questa ricerca è impopolare, ma è molto accurata. Non credo che la Brockovich sia una cattiva persona. Forse neppure lei aveva gli strumenti per capire davvero le dimensioni del problema». Dunque a Hinkley il tumore uccide meno che altrove. Sono numeri. Roberta Walker, che nel Paese ci abita, dice che alla ricerca non crede proprio. «Ho avuto un tumore io e ce l’ha avuto mio marito». Dalla causa ha incassato cinque milioni. Ha comprato una fattoria. «Ho preso molto di meno, se no sarei andata via». L’acqua ha smesso di spaventarla. Ma anche Patty Brown, che ha superato un cancro alle ovaie, Ron Haefele, che lo ha avuto al cervello e Keri Kearney, che ne ha battuto uno ai polmoni, la pensano come lei. «Questa cittadina era maledetta e la colpa era dell’acqua».

Nel disastro di quei giorni avevano lentamente smussato i desideri fino a una quota prossima allo zero assoluto, poi era arrivata Erin a cambiare le cose e nessuno ha voglia di guardarsi indietro. Nemmeno ora che anche la California Enviromental Protection Agency ha stabilito che il cromo esavalente è sì tossico, ma solo se inalato. «Non c’è prova che sia pericoloso in piccole dosi nell’acqua». Con i giornalisti del Daily Mail che sono andati a bussare alla sua porta la Brokovich non ha voluto parlare. Ma forse ha ragione lei, «mai giudicare un libro dalla copertina». E nemmeno uno storia vera da un film.

ANDREA MALAGUTI – 4/11/2011 © LaStampa

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OGM, alcune riflessioni

Posted by ikzus su 30 dicembre 2010


Un meditabondo (Roberto Maina) ci suggerisce tre articoli di Dario Bressanini, acerrimo nemico dei disinformatici di professione (quelli che spargono ad arte falsità travestite col buon senso), a proposito degli OGM:

Pesto cancerogeno ?

la Papaya OGM

L’OGM che non è mai esistito

Io ne aggiungo un quarto:

Un OGM buono, pulito e giusto

Sempre del Bressanini, vi segnalo due libri notevoli:


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Il Manuale dello Scettico

Posted by ikzus su 21 dicembre 2010


Come regalo di Natale, e per festeggiare il fallimento del vertice di Cancun, vi offro un testo veramente notevole: il Manuale dello Scettico, che potete scaricare da qui (è pesantuccio, circa 13Mb, ma ne vale la pena).

Intanto il mondo affronta un’ondata record di gelo: chi dice 30, chi dice 70, chi 100 anni che non faceva così freddo: ecco tutti i record (commenti sui giornali qui, qui, qui, qui, qui); del resto, nessuno l’ha detto, ma anche a Cancun, proprio durante il vertice, pare che ci sia stato un picco negativo di freddo!

Qualcuno dirà: può succedere, per una volta … vero: ma l’anno scorso era uguale – e se lo dice Repubblica … !!!

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Posted by ikzus su 14 dicembre 2010


Il professore delle nuvole

di Piero Vietti

Il nostro “man of the year” è Franco Prodi, il climatologo che dice ai catastrofisti: “So di non sapere tutto”

Dopo avere assegnato, un anno fa proprio di questi tempi, il premio “Scrooge of the year” a Giovanni Sartori, al Foglio abbiamo deciso di fare i buoni. Niente premio al più antipatico, ci travestiamo da Time e assegniamo un più esemplare e meritato “Person of the year”. Nei giorni in cui a Cancun, Messico, i rappresentanti di un sacco di stati non sono come al solito arrivati a un accordo vincolante per “combattere i cambiamenti climatici”, e si è affacciata con sempre maggiore forza l’idea che pensare di cambiare il clima emettendo più o meno CO2 è un tantino esagerato, non può non venire in mente chi questa cosa la ripete da anni: il climatologo italiano Franco Prodi.

Non fosse altro che per la costanza e la tenacia con cui si è opposto alla vulgata imperante del catastrofismo climatico e al verbo incarnato in Al Gore del riscaldamento globale di origine antropica (cioè: se fa caldo è colpa nostra e solo nostra, se piove è colpa nostra e solo nostra, se non nevica idem, e pure se nevica) e all’ideologia secondo la quale la scienza ha già capito tutto del clima, non c’è più tempo, bisogna agire ora, il premio sarebbe di per sé già meritato. Ovviamente c’è di più.
Franco Prodi è geofisico e climatologo stimato in tutto il mondo; per la precisione è un fisico dell’atmosfera, esperto di nubi e grandine. Nel decennio in cui i climatologi sui media hanno assunto toni da Apocalisse e atteggiamenti da supereroi (aiutati se non aizzati dai media stessi), Prodi ha scelto il suo mantra, e lo ha ripetuto, pacatamente, con una sicurezza e una costanza impressionanti, fregandosene di come l’opportunismo sposato da certi colleghi avrebbe potuto renderlo più popolare: “Sui cambiamenti climatici sappiamo ancora troppo poco. L’immensità del campo di energia coinvolto dall’irradiazione solare sul pianeta, più la complessità del filtro atmosferico, e mille altre varianti, non consentono certezze a buon mercato, classificazioni facili”; questo il succo dei suoi interventi.

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Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Povera green economy

di Carlo Stagnaro

La festa è finita. L’incrocio tra la crisi economica e lo stop politico al “change” di Barack Obama cambia i termini della discussione ambientale. Le rinnovabili non sono più un dogma, il clima non è più una religione civile, l’ambientalismo “politico” – con il suo portato di sussidi e obblighi, target e timetable – non è più il grande, scontato e redditizio balzo in avanti. “Uno dei problemi – ha riconosciuto Paul Gipe della Alliance for Renewable Energy, intervistato dal New York Times – è che non abbiamo voluto confrontarci con la domanda più difficile. Cioè: vogliamo davvero le rinnovabili? Se la risposta è sì, allora dovremo pagare per averle”. In un istante, si è dissolto l’incantesimo per cui la rivoluzione verde avrebbe salvato l’ambiente e aiutato l’economia; è evaporata la retorica del “doppio dividendo”, è sublimato il miraggio dell’ecologismo anticrisi.

Improvvisamente
, la retorica si è sfasciata sulla dura realtà. Come sempre, un simile scontro è duro, ma nasconde un’opportunità. Senza rete di salvataggio, senza rendite garantite, la scarsità di risorse economiche e politiche disegna il perimetro della sfida: le rinnovabili si imporranno se saranno competitive, e tra le fonti verdi prevarranno quelle relativamente più competitive. Le rinnovabili sono uscite dal giardino dell’Eden, e la selezione darwiniana si è messa all’opera. Il simbolo del declino è la chiusura del Chicago Climate Exchange, la piattaforma fondata da Richard “carbon king” Sandor per sfruttare l’allora nascente, oggi abortito mercato delle quote di emissione.
La parabola del “green deal” sta nei numeri e nelle parole. Nei numeri: nel 2009, primo anno dell’era democratica, la capacità rinnovabile installata negli Stati Uniti è cresciuta dell’8 per cento, tanto quanto nel 2008, ultimo anno del regno repubblicano. Al netto dell’idroelettrico (che da solo supera il 61 per cento di tutte le energie verdi statunitensi) la crescita è stata del 24 per cento, contro il 28 per cento ottenuto dall’arcinemico del clima, George W. Bush. Continuità, altro che rupture. E difficilmente la tendenza sarà smentita, almeno a giudicare dalle dichiarazioni rese dai protagonisti del sogno che Obama voleva regalare all’America, e che l’America non ha mai sognato.

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Posted by ikzus su 12 novembre 2010


Un nuovo scrigno di articoli sul “Global Cooling” negli anni ‘70

“La Stampa” ha appena messo online il suo archivio dal 1867 a oggi. Quale migliore occasione per esplorare l’evoluzione delle riflessioni e notizie sul “raffreddamento globale” dal 1970 a oggi al di là dei soliti articoli britannici o americani? Con il valore aggiunto di raccogliere un sacco di nomi e altre parole chiave da utilizzare come … parole chiave per ulteriori ricerche.

Molto brevemente: nei 15 articoli che ho trovato finora:

  • La popolarità degli scienziati che prevedevano un’era glaciale è molto chiara fino al febbraio 1979 e al meeting internazionale della World Meteorological Organization
  • “Glaciazione imminente” è il meme d’obbligo, fino al 1985 almeno
  • Vi è un taglio serrista nel 1990, ma stranamente, gli argomenti di discussione sono più o meno gli stessi ancora centrali al dibattito nel 2010

Questa collezione indica fortemente che in Italia, come altrove, il lettore medio di quotidiani avrebbe avuto tutte le ragioni di credere in un “consenso sul raffreddamento globale” per gran parte degli anni 1970 e anche più tardi.

Ecco l’elenco degli articoli:

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Posted by ikzus su 7 novembre 2010


Bye bye, green economy! Ecco l’altra faccia del voto americano

Il sogno verde di Obama è costato il seggio a tutti i democrat che l’hanno sostenuto. La sveglia pro market

Non ci sono solo la sanità e le tasse: il tema sul quale Barack Obama sconta probabilmente la débâcle elettorale in maniera più significativa è quello ambientale. Lo dicono i numeri: solo il 16 per cento dei cittadini repubblicani è convinto che vi sia un legame tra attività industriale e riscaldamento globale, contro il 53 per cento dei democratici (sondaggio del Pew Research Centre). Altre cifre: 5 dei sei nuovi senatori del Grand Old Party e 35 dei nuovi deputati sono fermamente convinti che il riscaldamento globale sia una truffa, segnala l’organizzazione ThinkProgress. Trecentomila dollari è la cifra che il candidato in pectore alla presidenza del Congresso, John A. Boehner dell’Ohio, ha ricevuto dalla lobby dell’industria mineraria e del carbone per queste elezioni (tre i milioni spesi in totale per questa tornata elettorale dalla National Mining Association).

E ancora: 35 i congressmen
democratici spazzati via martedì scorso – esattamente tutti quelli in corsa per il voto di metà mandato che l’anno scorso avevano appoggiato il Climate Bill, il piano di Obama per trasformare l’industria “sporca” americana in una green economy. Tra questi il decano di Capitol Hill, il deputato Rick Boucher della Virginia, al suo quattordicesimo mandato e uomo chiave di Obama per “vendere” il piano per l’ambiente alla Camera. Secondo alcuni osservatori, proprio la sconfitta di Boucher nella sua Virginia è il simbolo dello stato delle cose: “Non c’è dubbio, se Boucher avesse votato contro il Climate Bill sarebbe stato rieletto” ha detto il suo capo staff Andy Wright. Altro dato simbolico: in Illinois, il seggio senatoriale che fu di Obama ora è andato a un repubblicano, il neo-eletto Roland Burris: uno che nel 2009 votò per il Climate Bill ma poi fece pubblica ammenda, dichiarando che “non ne aveva compreso fino in fondo le implicazioni”.

Obama ha già capito che le sue ambizioni
verdi sono da mettere nel cassetto: nella conferenza stampa post elezioni di mercoledì, ha annunciato che non perseguirà più alcun progetto di riforma comprensiva della legislazione ambientale. “L’emission trading era solo un mezzo, non un fine, e troveremo altri sistemi” ha detto ai giornalisti, riferendosi proprio al centro del suo Climate Bill, che proponeva di introdurre un sistema di “cap and trade” simile a quello adottato dall’Unione europea per limitare le emissioni. Un sistema ribattezzato “cap and tax” dai repubblicani, che non è riuscito a superare lo scoglio del Senato e soprattutto a convincere un paese in cui il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174 mila addetti. Ma anche per il piano B di Obama, che riguarda l’Epa (Environmental Protection Agency), non ci sono molte speranze. Dopo una moratoria di nove mesi, da gennaio l’Epa dovrebbe prendersi carico del monitoraggio delle emissioni delle grandi imprese (per le piccole e medie si è rimandato al 2016). Ma è chiaro che anche qui adesso è in arrivo un fuoco di sbarramento. Sul sito del Grand Old Party si leggeva qualche mese fa: “Negli ultimi 20 l’Epa ha condotto un assalto non-stop ai posti di lavoro e alla competitività statunitensi. L’Epa ha cercato di regolamentare tutto: dal cielo al latte in polvere, mentre ometteva di rispondere con competenza a una vera calamità ambientale nel Golfo del Messico. Queste politiche sbagliate dell’Epa hanno un costo di migliaia, se non di milioni, di posti di lavoro, un prezzo troppo alto da pagare per favori politici mentre l’economia tenta di recuperare a dispetto della fallimentare agenda economica dei democratici”.

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Posted by ikzus su 13 ottobre 2010


Dimissioni dalla scienza o scienza dimessa?- Aggiornamento

Scritto da Guido Guidi il 9 – ottobre – 2010

Si dice che non si dovrebbero mai presentare le dimissioni, perché si corre il rischio che vengano accettate. Nel caso di cui ci occuperemo oggi questo non è vero. Harold Lewis, professore emerito di fisica all’università di Santa Barbara, con un passato incredibile nel campo della ricerca scientifica, ha scritto una lettera all’attuale presidente della American Physical Society per rassegnare le sue dimissioni dalla società.

Ci credereste? Il problema, parole sue, è la più grande frode pseudoscientifica che abbia mai visto, il global warming, e l’atteggiamento fortemente inquinato dall’enorme quantità di denaro che questa smuove, che l’APS ha tenuto e continua a tenere rispetto a questo tema.

Alcuni giorni fa vi avevo dato conto della parziale inversione di rotta che la Royal Society (la prestigiosa Accademia delle Scienze britannica) avrebbe intrapreso con la pubblicazione di un nuovo documento che “fissa” lo stato dell’arte della scienza del clima.

Chissà. Di sicuro dalle parole accorate di Harold Lewis, sembra proprio che oltreoceano le cose vadano diversamente. A questo link, trovate l’originale della lettera e il curriculum dell’autore. Sarà difficile dire che “anche questo è andato”, oppure, date le sue argomentazioni, insinuare che possa aver ceduto alle lusinghe delle multinazionali del petrolio, ma ne sono sicuro, la comunità dei benpensanti lo ripudierà senza mezzi termini.

Buona lettura.

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Posted by ikzus su 10 ottobre 2010


Dietro le energie rinnovabili è ormai visibile una vera e propria questione criminale. In particolare il problema riguarda quella che i francesi hanno già definito l’impostura dell’eolico.

Meglio l’atomo dei mulini a vento

di Carlo Ripa di Meana

 

Guardiamo ai fatti più o meno recenti di casa nostra. Già nel 2009 la magistratura si era occupata di numerose illegalità che si sarebbero prodotte in Calabria e in Sicilia, ordinando il blocco di alcuni cantieri. La settimana scorsa, il bubbone è scoppiato a Trapani. Lì è stato disposto un maxi-sequestro di beni del valore di un miliardo e cinquecento milioni di euro all’imprenditore dell’eolico Vito Nicastri. Si sospetta però che il proprietario finale di questo patrimonio sia il capomafia Matteo Messina Denaro e che Nicastri ricopra il ruolo di “facilitatore” del business.

Accanto a questo, che è il filone più pesante delle indagini, c’è poi quello che viene portato avanti dalla Procura di Firenze e che sembra coinvolgere personaggi come Verdini e Carbone per quanto riguarda l’eolico in Sardegna. Nella faccenda appare coinvolto anche il presidente di quella Regione, Ugo Cappellacci. Insomma, in Sicilia e Calabria il business sarebbe in mano alla mafia, altrove ci sarebbero consorterie, logge massoniche e falangi di affaristi. L’intervento della magistratura si sta estendendo anche in altre zone come la Lombardia e il Veneto. Siamo in presenza dunque di una illegalità molto diffusa che interessa più di mezza Italia e che rischia di estendersi all’intero comparto delle energie rinnovabili: primo, dopo l’eolico, fra tutti il fotovoltaico.

Dieci anni fa chi, come il sottoscritto, denunciava la speculazione eolica, veniva accusato di essere un esteta interessato solo alla bellezza del paesaggio e insensibile ai gravi problemi energetici, economici ed ecologici del paese. Rivendico a nostro merito la difesa del paesaggio che è comunque un enorme valore per questo paese. Un valore per la conservazione del quale vale la pena battersi con tutte le proprie forze. Ma – come si vede – non eravamo solo i custodi della bellezza, ma anche di molto altro. Le inchieste dei magistrati ci danno, purtroppo, ragione. La questione delle energie rinnovabili è stretta in una morsa: da una parte c’è la vicenda giudiziaria e dall’altra il grande tema dei mega-finanziamenti collegati al dogma del “riscaldamento globale di origine antropica”. Secondo le previsioni dell’Autorità dell’energia, sulla base degli impegni assunti, nel 2020, in sede europea, e cioè a regime, il flusso di incentivi dovrebbe raggiungere in Italia i sette miliardi di euro, che verrebbero assorbiti soprattutto dall’eolico e dal fotovoltaico. Al momento attuale con i certificati verdi, introdotti nel 1999 col decreto Bersani, la maggior parte degli incentivi vanno all’eolico, le briciole alle mini-centrali idroelettriche e alle biomasse. Pantalone a oggi distribuisce così un miliardo di euro.

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Posted by ikzus su 10 ottobre 2010


Cambiamenti climatici e previsioni di Global Cooling

di Fabio Vomiero

Non solo pagine di web o i soliti noti come l’eccentrico meteorologo americano Joe Bastardi a cavalcare tesi apparentemente anticonformiste di possibili raffreddamenti globali all’orizzonte.

Se n’è parlato per esempio anche al quarto convegno internazionale sui cambiamenti climatici tenutosi il maggio scorso all’Hearthland Institute di Chicago.

Prime fra tutte, le ricerche del prof Don Easterbrook, geologo americano della Western Washington University, secondo le quali a dettare i cambiamenti climatici a breve termine non sarebbero i gas serra immessi dall’uomo, ma un succedersi ciclico di fasi climatiche di origine naturale legate perlopiù all’attività solare. Studiando gli isotopi dell’ossigeno contenuti nelle bollicine d’aria imprigionate nei ghiacci della Groenlandia, infatti, sembra che nel solo ultimo migliaio di anni ci siano stati ben quaranta cambiamenti caldo-freddo della durata media di circa ventisette anni, gli ultimi dei quali peraltro confermati anche dal trend recente delle temperature globali, documentato dai dati strumentali.

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Posted by ikzus su 9 ottobre 2010


Il global warming stermina le api! Anzi, no …

di Piero Vietti

Ci avevano detto che la scomparsa delle api dal nostro pianeta era colpa del riscaldamento globale (e quindi dell’uomo cattivo che scalda la Terra). Ora leggiamo che, ovviamente, la causa è un’altra.

7 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

Cosa sta uccidendo le api

L’epidemia continua da danni e secondo i ricercatori è tutta colpa di un virus e un fungo che agiscono insieme
Lo studio è stato realizzato da alcuni ricercatori dell’esercito statunitense in collaborazione con diversi docenti universitari
di Emanuele Menietti

Dal 2006 un’epidemia sta sterminando milioni di api in tutto il mondo. In circa quattro anni si stima che solo negli Stati Uniti tra il 20 e il 40% delle colonie di questi insetti siano stati interessati dalla sindrome dello spopolamento degli alveari (Colony Collapse Disorder, CCD). La decimazione delle colonie di api è diventato un rompicapo per esperti e ricercatori, che da anni cercano di capire quali possano essere le cause alla base del problema. Ora un gruppo di ricerca sembra essere a un passo dalla soluzione dell’enigma, anche se per arrestare lo spopolamento potrebbero volerci ancora anni.

Alcuni scienziati dell’esercito statunitense in collaborazione con diversi apicoltori e docenti universitari hanno pubblicato sulla rivista scientifica PLoS One i risultati di una nuova ricerca, che identifica due principali indiziati alla base della drastica riduzione delle colonie di api. I ricercatori ipotizzano che un particolare fungo si sia combinato con un virus causando l’epidemia. Non è ancora del tutto chiaro come queste due cause interagiscano tra loro, ma gli indizi sembrano essere solidi: sia il virus che il fungo sono molto diffusi nelle aree con un clima fresco e umido, ed entrambi attaccano il sistema digerente delle api, compromettendo la loro possibilità di nutrirsi.

continua …

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


Se non riduci i gas serra ti fanno esplodere

La campagna mediatica contro il global warming si arricchisce di un cortometraggio inquietante e di dubbio gusto

di Giulia Pompili

Un cortometraggio “esplosivo”, lo definisce il Guardian. E in effetti, il filmato “No pressure”, prodotto dal movimento 10:10 per galvanizzare l’opinione pubblica sul problema del riscaldamento globale, si basa sull’idea di una “soluzione finale” per tutti coloro che guardano con diffidenza alle proposte degli ambientalisti. Una maestra, alla fine di una lezione sul global warming, chiede ai suoi alunni di una classe elementare chi di loro si impegnerà nella lotta alla riduzione delle emissioni dei gas serra. In una domanda, che nello spirito del film dovrebbe essere retorica, tutti i bambini alzano la mano, tranne due, quelli ritratti come i più goffi, annoiati e distratti. La maestra, allora, prima di congedarli, preme un bottone rosso e li fa letteralmente esplodere, con tanto di materiale organico e sangue che viene schizzato sulle pareti e sui compagni. A questo mini episodio, fanno seguito altri tre, tutti con la stessa sceneggiatura, tutti con i Radiohead di sottofondo, ma con soggetti diversi: che siano i dipendenti di un’azienda, l’attrice Gillian Anderson o l’ex calciatore David Ginola, chi non è d’accordo sulla riduzione dei gas serra, e non prende parte alla causa ecologista, viene fatto saltare in aria.

Il movimento 10:10, nato nel settembre 2009 con l’obiettivo di portare i paesi civilizzati a ridurre del 10 per cento ogni anno le emissioni di gas serra in modo da limitare quella che definiscono “la catastrofe climatica”, subito dopo la messa su Web del filmato, è stato subissato da lettere di protesta. Sospesa la pubblicazione on line (anche se su YouTube il filmato continua a circolare), e annullato anche l’accordo con alcuni cinema, dove il corto doveva essere proiettato prima dei film, ieri è apparso sul loro sito un messaggio di scuse da parte di Lizzie Gilet, direttore della campagna, e di tutto il team: “I cambiamenti climatici sono sempre più una minaccia, e i media ne parlano sempre meno”, si legge sul sito, “per questo abbiamo voluto trovare un modo per tirare fuori di nuovo il problema, facendo ridere la gente. Siamo stati contenti quando Richard Curtis ha deciso di scrivere un cortometraggio per noi. In molti hanno trovato il film estremamente divertente, ma purtroppo alcune persone si sono sentite offese dalle immagini e 10:10 si scusa con tutti loro”. La sceneggiatura splatter del corto è stata scritta dall’autore dei sentimentalissimi “Notthing Hill” e “Love Actually”. Curtis, nel mezzo delle polemiche, si è giustificato: “Tentare di essere divertente su un argomento serio, è ovviamente rischioso. Spero che la gente a cui non piace il film sarà comunque attenta al problema dei cambiamenti climatici e cercherà di fare qualcosa al riguardo”.

Anche perché numerose organizzazioni no profit, dopo la pubblicazione del video, si sono dissociate dal movimento anti gas serra. Tra queste, l’Action Aid, che supporta il programma nelle scuole, e che ha definito il video “scioccante”. Ma l’intento dubbiamente educativo della campagna è stato espresso in maniera da Jamie Glover, uno dei bambini martorizzati nel film, che in una dichiarazione inquietante e al tempo stesso preoccupante, ha detto: “Io sono stato proprio contento di essermi fatto saltare in aria per salvare il mondo”.

Avvisiamo i lettori che alcune immagini del video potrebbero urtare i più sensibili.

4 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 30 settembre 2010


Dove andremo a sciare?

di Piero Vietti

Cavallo di battaglia dei catastrofisti climatici è la inesorabile ritirata dei ghiacciai che ormai da anni affligge le montagne del nostro malandato (per colpa nostra) pianeta. Là dove c’era una bella pista da sci oggi c’è un prato in fiore, ci dicono stracciandosi le vesti. Poi si leggono queste notizie e si pensa: non è che (al solito) la fanno più grossa di quello che è? Certo, la notizia è dello scorso anno (ma ancora valida), per questo vi invito a leggere questo post, dove trovate un’interessante analisi della situazione generale dei ghiacciai (con fonti decisamente attendibili): la sorpresa è che, secondo le misurazioni del World Glacier Monitoring Service (WGMS) il 14,84 per cento dei ghiacciai sono in ritirata, quelli stazionari o che aumentano sono il 12,25 per cento e degli altri 65 per cento non si hanno dati a disposizione, quindi non se ne sa nulla. Avete capito? Nulla. Dai, che qualche sciata riusciamo ancora a farcela.

27 settembre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 29 settembre 2010


Piove? Apocalypse now

Il global warming non si porta più, Obama cerca nuovi feticci linguistici

Più culturale che scientifica, la battaglia di coloro i quali sostengono l’irrimediabilità di un riscaldamento globale causato dall’uomo è da tempo balbuziente: dopo avere fruttato Oscar e premi Nobel, il “global warming” non si porta più, così come il suo successore, quel “climate change” sotto la cui bandiera sono falliti i negoziati di Copenaghen meno di un anno fa. Chi se non l’Amministrazione Obama poteva dunque incaricarsi di riscrivere il vocabolario neocatastrofista? Come scrivono blog e siti conservatori americani, la Casa Bianca sta cercando di “rinnovare il brand” che non tira più: “Global warming” è un termine “pericolosamente improprio” – ha spiegato qualche giorno fa John Holdren, consulente scientifico del presidente – bisogna che la gente cominci a parlare di “sconvolgimenti climatici globali”. Il problema è più grave di un semplice innalzamento delle temperature, ha continuato Holdren: ormai parlare di riscaldamento globale rischia di diventare ridicolo quando poi ci si trova ad affrontare inverni freddi come quello dell’anno scorso.

Ecco allora la necessità di un cambio di parole per continuare a far passare come “colpevoli” di ogni cambiamento del clima le attività umane e bollare come “sconvolgente” qualsiasi condizione meteo. Se il mese di gennaio è più freddo del solito la colpa è nostra, lo stesso se a febbraio non nevica o se nevica tanto, se l’estate è calda ma non troppo, se l’autunno è piovoso oppure secco. Ogni battaglia culturale che si rispetti, per diventare vincente, deve poggiare sulla ricerca dei vocaboli giusti, delle espressioni che più possano colpire l’opinione pubblica, diventare gergo corrente, rimanere impressa nella memoria di chi ascolta. Spostare il confine allarmista ogni volta più in là, nell’affannoso tentativo di trovare definizioni sempre nuove per una causa che da mesi vede diminuire i suoi adepti, è sintomo di uno scetticismo inconscio che evidentemente sta contagiando anche la comunità scientifica.

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Posted by ikzus su 28 settembre 2010


L’ambientalismo, la retorica e i falsi miti

di Christian Rocca

Contrordine compagni. La retorica dei green jobs, della nuova consapevolezza verde e dei prodotti biologici che colmano gli scaffali dei supermercati fa male, molto male, all’ambiente e a tutti noi. Non lo dice un iper-liberista, un negazionista del global warming, un cementificatore selvaggio, un petroliere senza scrupoli, un finanziere di Wall Street. La tesi è di Heather Rogers, giovane e bella giornalista vecchio stile, progressista radicale e militante dell’ambientalismo americano che con il suo nuovo libro, Green went wrong, sta diventando la Naomi Klein degli anni Dieci, la nuova eroina globale dell’antiglobalizzazione.

L’autrice sostiene che le grandi corporation stanno fermando la rivoluzione ambientalista che negli anni scorsi ha cominciato a prendere piede. Come? Sfruttando slogan verdi e creando il bisogno di nuovi prodotti biologici di cui nessuno avvertiva la mancanza prima della loro introduzione nel mercato. Le perfide multinazionali, scrive Rogers, hanno trovato il modo di fermare l’onda rivoluzionaria. Ci fanno credere che possiamo salvare il pianeta comprando lampadine fluorescenti a basso consumo, guidando automobili ibride, mangiando cibo biologico. In realtà, spiega Rogers, vogliono soltanto continuare a macinare soldi a spese del pianeta. I consumatori abboccano, scrive Rogers, e non si rendono conto che aiutano le grandi aziende che poi ringraziano sradicando le foreste e privando gli orangotango dei loro habitat naturali. Anche la chimera dei biofuel è una bufala, scrive, perché gli studi dimostrano che per creare i combustibili alternativi serve più energia di quanta riescono a svilupparne.

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Posted by ikzus su 18 settembre 2010


Perché la conversione verde di Bjørn Lomborg non è una conversione

L’ambientalista scettico che combatte il global warming

di Carlo Stagnaro

Il fascino discreto dei convertiti vale doppio, quando si riconvertono alla fede originaria. La notizia del giorno è l’apparente rientro nel recinto ecologista di Bjørn Lomborg, lo statistico danese ex socio di Greenpeace secondo cui “non è vero che la Terra è in pericolo” (così il sottotitolo all’edizione italiana del suo best seller, “L’ambientalista scettico”). La bomba era in prima pagina sul Guardian di lunedì (“Sceptical environmentalist and critic of climate scientists to declare global warming a chief concern facing world”). Lomborg si è così trasformato, da epigono di Adolf Hitler (come lo definì l’allora onnipotente, e oggi tramontante, capo dell’Ipcc, Rajendra Pachauri) a pecorella smarrita. Le circostanze della conversione sono sospette: proprio in questi giorni esce l’ultimo libro di Lomborg, “Smart Solutions to Climate Change”, che raccoglie i contributi di una trentina di economisti e scienziati, dal premio Nobel Vernon Smith allo “scettico” Roger Pielke, dal critico Richard Tol all’italiano Carlo Carraro, sulla domanda: che fare?

Così, se i guru verdi allargano le braccia accoglienti e diffidenti, la verità può averla colta un tale Rod Shone di Walkern, che in una lettera al Guardian di ieri scrive: “Osservo con interesse che Lomborg ha cambiato idea sul riscaldamento globale. Osservo anche che ha un libro da vendere”. Quello che né Rod Shone di Walkern, né gli altri hanno osservato è che “la conversione, il voltafaccia, la retromarcia del più noto, ostinato, agguerrito negazionista dell’effetto serra” (Enrico Franceschini su Rep. di mercoledì) è, più che un’inversione a U, un percorso in linea retta. Tanto per cominciare, Lomborg non è un negazionista, nel senso che non nega né l’effetto serra né la colpa dell’uomo: scriveva nel 2001 che “esiste il problema di un riscaldamento globale di origine antropica”, confermava nel 2007 che ciò “è fuori discussione”, e dice oggi: “Se il mondo sta per spendere centinaia di miliardi sul clima, dove si raccoglie il massimo risultato?”. Per Lomborg il problema non è l’esistenza del riscaldamento globale. Il problema era, ed è, in primo luogo capire, tra le grandi sfide globali, quanto sia rilevante quella del clima; secondariamente, quali strumenti siano più appropriati per non gettare i soldi.

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