ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘cultura’

Posted by ikzus su 30 ottobre 2015


Kasper contro Ratzinger, la disputa che non finisce mai

Francesco l’ha rinfocolata e il sinodo non l’ha risolta.
Nei paragrafi sui divorziati risposati la parola “comunione” non c’è. Ma il papa potrebbe introdurla lui, d’autorità

di Sandro Magister

ROMA, 30 ottobre 2015 – Era palpabile l’insoddisfazione di papa Francesco per come il sinodo è andato a finire. Nel discorso e nell’omelia di chiusura se l’è presa ancora una volta con l'”ermeneutica cospirativa”, con l’arida “fede da tabella”, con chi vuole “sedersi sulla cattedra di Mosè per giudicare con superiorità i casi difficili e le famiglie ferite”:

> Discorso del 24 ottobre

> Omelia del 25 ottobre

Eppure il documento finale, approvato sabato 24 ottobre, è tutto un’inno alla misericordia, dalla prima all’ultima riga:

> Relazione finale del sinodo dei vescovi

Solo che non c’è nemmeno una parola, in questo documento, che schiodi la dottrina e la disciplina della Chiesa cattolica da quel “no” alla comunione per i divorziati risposati che era il vero muro da abbattere nel disegno dei novatori, il varco che avrebbe portato dritto all’ammissione del divorzio e delle seconde nozze.

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Posted by ikzus su 15 giugno 2015


Da Dublino a Roma. Manuale per il perfetto matrimonio omosex

irlanda

Il referendum per le nozze omosessuali nell’Irlanda una volta cattolica ha dato un colpo d’acceleratore anche in Italia alla marcia verso una legge sulla “civil partnership” tra persone dello stesso sesso.

Il fatto che il governo in carica in Italia sia zeppo di cattolici praticanti, a cominciare dal suo capo Matteo Renzi, non sembra frapporre ostacoli al procedere inesorabile dell’operazione. È cattolico conclamato anche il sindaco di Roma Ignazio Marino – ieri amico del cardinale Carlo Maria Martini e oggi in rapporti cordiali col suo confratello gesuita divenuto papa – che già si esercita benedicendo in Campidoglio le avanguardie delle coppie omosessuali in cerca di sigillo pubblico alla propria unione.

Né sembra minimamente impensierire i fautori, anche cattolici, della nuova legge l’opposizione delle gerarchie della Chiesa. Lo stesso papa Francesco ha tuonato più volte contro le nozze gay, ma è come se parli al vento. “Non pervenuto”, si direbbe, a vedere come la grande stampa oscura ogni volta queste sue parole.

L’unica precauzione dei fautori della legge è quella di non chiamare l’unione “matrimonio”, pur avendone i connotati. Il modello a cui si richiamano è quello tedesco dell’Eingetragene Lebensgemeinschaft, in vigore in Germania dal 2001.

Niente matrimonio, dunque, a parole, ma solo parità di diritti per le coppie omosessuali, descritte come ancora ingiustamente prive di tutte le facoltà riconosciute alle coppie sposate.

Il fatto è che di quasi tutte queste facoltà già godono in Italia non solo le coppie sposate, ma anche i conviventi.

Luciano Moia, su “Avvenire” di qualche giorno fa, ne ha fornito il preciso inventario:

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Posted by ikzus su 5 febbraio 2015


MATTARELLA (CON BERGOGLIO). SUI COLLI DI ROMA IL TRIONFO POSTUMO DEL CARD. MARTINI SU GIOVANNI PAOLO II E SU BENEDETTO XVI

Il bacio della morte al Nazareno (inteso come patto) l’ha dato Giuliano Ferrara che aveva appena sfornato un pamphlet apologetico di Matteo Renzi e del suo “inciucio” col Cavaliere.

Renzi, in un batter d’occhio, l’ha sconfessato asfaltando al tempo stesso Berlusconi e i post-comunisti.

Ferrara, che è sia berlusconiano che postcomunista, è rimasto sotto le macerie di destra e di sinistra.

E oggi tutti coloro che non volevano “morire democristiani” devono rassegnarsi alla riesumazione della Balena bianca, tornata saldamente in sella ai vertici dello Stato, in barba a tutti i becchini.

E – quel che è più divertente – con i nemici di sempre della Dc (dai comunisti a Scalfari) che battono le mani entusiasticamente come per una propria vittoria.

Ma davvero è tornata Moby Dick – come farebbe pensare il “soccorso bianco” arrivato a Mattarella da tutti i democristiani di cielo di terra e di mare sparsi nei diversi schieramenti – o invece è un tonno, o uno squaletto, cioè un monocolore della sinistra democristiana, l’area ideologica da cui provengono sia Renzi che Mattarella, che è una democristianeria atipica?

QUESTIONE CATTOLICA

Di fatto i cattolici son tornati al centro del dibattito. Giulio Sapelli ieri ha scritto di ritenere da tempo che “la questione italiana è niente di più e niente di meno che la questione cattolica”.

Poi ha aggiunto: “Mattarella è il paradossale frutto di questa endiadi, ossia mentre il cattolicesimo, come fede, viene quasi sconfitto dalla secolarizzazione, il cattolicesimo come religione trionfa sotto le spoglie dell’eredità culturale della democrazia cristiana in Italia”.

E ancora: “l’unità politica dei cattolici è finalmente finita, ma chi occupa oggi i centri nevralgici del potere visibile e invisibile in Italia (salvo quelli massonici: in ritirata) son proprio i religiosi cattolici eredi di quell’unità”.

Spunti di riflessione intelligenti, ma forse non tutti centrati. Cosa sta veramente accadendo? E cosa dicono i cattolici?

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Posted by ikzus su 24 gennaio 2011


La satira tv che ferisce

Sono un prete stufo di fango

Sono un prete. Un prete della Chiesa cattolica. Uno dei tanti preti italiani. Seguo con interesse e ansia le vicende del mio Paese. Non avendo la bacchetta ma­gica per risolvere i problemi che affliggo­no l’Italia, faccio il mio dovere perché ci sia in giro qualche lacrima in meno e qualche sorriso in più.

Sono un uomo che come tanti lotta, sof­fre, spera. Che si sforza ogni giorno di es­sere più uomo e meno bestia. Sono un uo­mo che rispetta tutti e chiede di essere ri­spettato. Che non offende e gradirebbe di non essere offeso, infangato. Da nessuno. Inutilmente. Pubblicamente. Vigliacca­mente.

Sono un prete che lavora e riesce a dare gioia, pane, speranza a tanta gente bi­strattata, ignorata, tenuta ai margini. Un prete che ama la sua Chiesa e il Papa. Un prete che non vuole privilegi e non pre­tende di far cristiano chi non lo desidera, che mai si è tirato indietro per dare una mano a chi non crede.

Un prete che, prima della Messa della se­ra, brucia incenso in chiesa per elimina­re il fetore sprigionato dalle tonnellate di immondizie accumulate negli anni ai margini della parrocchia in un cosiddet­to cdr e che vanno aumentando in questi giorni.

Sono un prete che si arrabbia per le inef­ficienze dello Stato ai danni dei più debo­li e indifesi. Che organizza doposcuola per bambini che la scuola non riesce ad inte­ressare e paga le bollette di luce e gas per­ché le case dei poveri non si trasformino in tuguri.Sono un prete, non sono un pedofilo.

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Posted by ikzus su 8 gennaio 2011


IL MATRIMONIO E’ DIVENTATO PIU’ FRAGILE

Tutti insieme, separatamente

In Italia le coppie senza figli sono almeno 650 mila. Vivono in case diverse, rifiutano i figli, vogliono amori pendolari: un libro racconta le nuove “famiglie”

Vent’anni fa Woody Allen e Mia Farrow davano scandalo per la decisione di vivere in due case diverse, seppure fossero una coppia con tanto di bambini. Quella storia finì come finì, con il pasticciaccio della love story del regista con la figlia adottiva di lei. Ma fatto sta che oggi in Italia ci sono 600 mila coppie che abitano sotto due tetti diversi: amori Lat, dicono gli americani. Cioè Living apart together: si vive insieme, ma separatamente. E non perché divisi dal lavoro, da necessità di salute, da problemi familiari, ma per scelta.

E se le coppie Dink (Double income, no kids: doppio reddito, niente bambini) sono diventate 650 mila, cresce il fronte di quelle radicalmente Childfree: gente che di pargoli, pannolini e notti insonni non ne vuole proprio sapere e che furoreggia su Internet con un decalogo molto spassoso che elenca le ragioni per non procreare: dal denaro ai viaggi, dal tempo libero alla forma fisica. Stima accreditata, 138 mila coppie. Di sicuro, il 6 per cento delle italiane tra 20 e 30 anni dichiara di non avere alcuna intenzione di diventare madre. Mentre, al contrario, il 40 per cento delle coppie sterili fa di tutto per avere figli, ricorrendo a tecniche di procreazione assistita che funzionano nel 35 per cento dei casi.

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Posted by ikzus su 17 dicembre 2010


Pacsiamoci

di Annalena Benini

La grande ascesa francese dei Pacs e l’irresistibile attrazione verso il caro vecchio matrimonio

Ogni tre matrimoni, in Francia si celebrano due Pacs. E a Parigi, undicesimo arrondissement, i Pacs hanno superato i matrimoni. Doveva essere una rivoluzione per gli omosessuali, finalmente liberi di trovare un riconoscimento civile all’amore, ma è finita con una stragrande maggioranza (settantacinque per cento) di fidanzati del liceo che decidono di unirsi in Pacs, coppie ideologicamente contrarie alle nozze tradizionali che scelgono la registrazione, divorziati che non hanno più voglia di matrimonio, giovani amanti spaventati dall’idea di un’unione indissolubile (anche se il matrimonio non è mai stato tanto solubile come adesso, soprattutto in Francia).

Il New York Times ha raccontato ieri il grande successo dei Pacs come unione leggera tra uomini e donne, che preferiscono registrarsi invece di sposarsi, e lasciarsi con una lettera piuttosto che separarsi.  Ci si pacsa sempre di più, ma in un modo irresistibilmente attratto dal solito vecchio e polveroso matrimonio: i negozi hanno liste di Pacs, con servizi di bicchieri identici a quelli delle liste di nozze, i ristoranti propongono menu per i pranzi di Pacs, le agenzie di viaggio offrono pacchetti di lune di miele Pacs, le amiche si comprano vestiti nuovi per il Pacs, la pacsanda si mette a dieta mesi prima, le torte sono a ventotto piani con sopra i due Pacs vestiti da veri sposi e tutti sono molto emozionati e troppo truccati (come testimoniano, per i secoli a venire, gli album di Pacs pieni di foto in cui i due si baciano dentro una carrozza, o sopra una Vespa, e guardano rapiti la Senna abbracciandosi teneramente).

Si snobba il matrimonio (che infatti è in declino: duecentocinquantamila nozze in Francia nel 2009, contro le quattrocentomila degli anni Settanta), lo si considera un’istituzione inutile e dannosa, si cerca qualcosa di più svelto, giovane, vispo e non troppo impegnativo, ma poi non si resiste ai confetti rosa di cioccolato a forma di cuore e al centrotavola di fiori freschi (si spera che almeno il taglio della cravatta venga risparmiato) e al lancio dei piatti contro il muro se lui ha tenuto tutto il pomeriggio il telefono spento (non è che con il Pacs le liti diventino più snelle e informali: la tradizione dello scannarsi non sarà mai in declino).

Allo stesso tempo, il matrimonio va velocemente e silenziosamente verso il Pacs (eviterò di raccontare le mie nozze, ma il più sobrio e avanzato dei Pacs francesi sembrerebbe in confronto uno sposalizio napoletano, di quelli in cui ci si siede a tavola a mezzogiorno e non si sa quanti anni passeranno prima di potere smettere di mangiare e brindare): ci si sposa alla chetichella, in dieci minuti,  in Francia se si è d’accordo si divorzia al massimo in sei mesi e si sta studiando il modo di permettere agli ex sposi senza figli di dirsi addio per sempre semplicemente andando dal notaio. Per quanto il matrimonio sembri sempre più archeologico e in disuso, il Pacs invece di ridergli in faccia e cancellarlo l’ha inseguito, assecondato, corteggiato e infine gli ha messo un anello al dito.

16-11-2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 24 novembre 2010


Sociologia nuziale

di Mattia Ferraresi

Il Time dice che il matrimonio è obsoleto, ma non spiega cos’è

“Chi ha bisogno del matrimonio?”, è la domanda che compare a caratteri rossi sulla copertina di Time; poco più in basso c’è anche la risposta: “Gli uomini ne hanno più bisogno delle donne. E funziona più per i ricchi che per i poveri”, ma addentrandosi nella poderosa inchiesta firmata da Belinda Luscombe si scopre che la domanda ha un sottofondo retorico e la risposta implicita è: “Nessuno”. In conformità agli ideali oggettivisti della stampa anglosassone, l’analisi del fenomeno matrimoniale negli Stati Uniti è condotta con il benestare dei numeri: il sondaggio fatto dal settimanale in collaborazione con il Pew Research Center e messo scrupolosamente a confronto con campioni analoghi raccolti nel 1977 racconta che l’istituzione del matrimonio è in calo di popolarità e i suoi servigi sono apprezzati più che altro da maschi bianchi benestanti con un alto livello di istruzione. Il censimento generale condotto quest’anno dice che il 70 per cento degli americani adulti è stato sposato almeno una volta e alla domanda “il matrimonio sta diventando obsoleto?” il 39 per cento degli intervistati ha risposto che sì, il rituale alla base della società occidentale sta cadendo in disuso, e addentrandosi nelle singole categorie si scopre che i più convinti dell’inutilità del matrimonio sono – ovviamente – i conviventi con figli (62 per cento), mentre il 46 per cento dei non sposati è certo che il legame matrimoniale sia roba d’altri tempi.

Più nebuloso il 31 per cento di sposati disilluso sulla sua scelta: non si capisce se la condanna del matrimonio comprenda anche l’esperienza fatta in prima persona o sia un giudizio su cosa gli altri pensino del matrimonio. Comunque, spiega il Time, nel 1977 il 28 per cento degli americani era convinto che il matrimonio fosse al tramonto e quell’11 per cento di scetticismo accumulato in trent’anni dimostra che il declino c’è e la scomparsa definitiva della consuetudine è soltanto questione di tempo. Anzi, trent’anni fa il numero di divorzi era più alto di quello odierno, a riprova del fatto che la società di allora era comunque immersa nell’orizzonte matrimoniale, mentre oggi sono le fondamenta stesse dell’istituto a essere in pericolo.

L’esempio del principe William
e dell’anello di fidanzamento appena concesso a Catherine è usato per descrivere la sopravvivenza di questa categoria obsoleta negli ambiti dove il rituale tradizionale è ineludibile. “Il matrimonio, che abbia un interesse di natura sociale, spirituale o simbolica, in termini strettamente pratici non è necessario quanto lo era una volta”, conclude il settimanale. Il Time evita programmaticamente l’indagine attorno alla natura del matrimonio. Non si parla di indissolubilità, di natura esclusiva del rapporto, di secolarizzazione, tantomeno di amore; non si indugia su categorie che non possono precipitare in una percentuale.

I termini del dibattito si limitano alle condizioni materiali, alle capacità di una coppia sposata di crescere figli psicologicamente stabili, a tirare con più agio fine mese. L’unico momento metasociologico del sondaggio è quello in cui gli intervistatori chiedono se sia più facile per i single o per gli sposati “raggiungere la felicità”: il 29 per cento dice che è più probabile che gli sposati siano felici, mentre il 5 per cento è certo che i single siano più agevolati nella “pursuit of happiness” prevista dalla natura e garantita per diritto costituzionale. L’inchiesta di Time ha suscitato critiche, ma anche i sostenitori del matrimonio sono scesi sullo stesso terreno metodologico: “Più della metà dei single ha espresso il desiderio del matrimonio”, dice Gary Schneeberger della mega associazione Focus on the Family, nel tentativo di cambiare segno ai dati di Time. Per Chuck Donovan dell’Heritage Foundation “il matrimonio è obsoleto soltanto in una società che non ha più bisogno di fare figli”, implicito avallo dell’idea molto secolarizzata che il matrimonio sia, fra le molte forme di contratto, la più efficace per perpetuare gli stanchi rituali del focolare domestico. Ma sulla natura del legame matrimoniale – quindi sulla natura astorica del legame umano – il Time non s’avventura, forse temendo evidenze non riducibili alla sua tesi declinista.

23 novembre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Lettera aperta a Fazio e Saviano

Pubblicato da Massimo Pandolfi Mar, 16/11/2010 – 12:53

Caro Fabio Fazio,

caro Roberto Saviano,

la trasmissione che avete mandato in onda lunedì sera non ha rappresentato una ‘pagina di libertà’, come i vostri fans e forse voi stessi orgogliosamente sostenete.Magari non ve ne siete neppure resi conto, o magari sì, ma parlando di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby avete offeso e umiliato centinaia di migliaia di italiani.Caro Saviano, su Welby (il malato di distrofia muscolare che anni fa chiese e ottenne che gli venisse staccato il respiratore artificiale) lei ha detto che ‘quella non era più vita’.E allora le faccio un invito: ripeta queste cose lunedì prossimo a tutti quegli italiani che resistono e soprattutto esistono, attaccati a un respiratore. Se vuole, gliene porterò una bella rappresentanza in studio a ‘Vieni via con me’. Dica loro: ‘La vostra non è vita’. Ma non si limiti a guardare la telecamera mentre scandirà quelle parole. Guardi in faccia loro _ i malati o i disabili _ se ne ha la forza. E le loro mogli, i mariti, i figli, i parenti, gli amici. Vedrà, caro Saviano, scoprirà un altro mondo.Perchè questa è gente che vive, si arrabbia, di dispera, esulta, gioisce, si ridispera di nuovo: come me, come lei. E chi sta loro a fianco li cura, nella totale gratuità. Curare non significa accanirsi; vuol dire prendersi cura di…Vi riporto, cari Fazio e Saviano, un pensiero via facebook che mi è arrivato da Angelo Carboni, un malato di Sla della Sardegna che è messo più o meno nelle condizioni in cui era Welby: ‘Ho ascoltato il breve monologo del signor Englaro, a quello della signora Mina Welby stavo prendendo sonno. Non mi aspettavo altro da chi ha della vita e dell’amore una concezione così limitata e improntata sul più ottuso relativismo che pretendono di spacciare per laicità. Io, da diversi anni collegato a un respiratore, mi sento poco toccato da questi moderni guitti della “buona morte”, ma li inviterei a dare voce anche al nostro amore per la vita e desiderio di viverla, con intensità, fino in fondo. Giovedì a Pattada presento un mio libro: invito Fazio e Saviano in Sardegna, da me, ad ascoltare chi la pensa diversamente’ Sarebbe bellissimo se Fazio e Saviano andassero. Se facessero esperienza, senza ideologie. E la questione, a proposito di ideologie, non sta tanto nel dire: se uno vuole vivere ok, aiutamelo, ma se non ce la fa più lasciamolo andare. No, è tremenda questa mentalità! La vita non è la stessa cosa della morte! Proprio perchè ci sono tante persone che ce la fanno (e non sono eroi, ma uomini semplici, come ognuno di noi: forse voi, Fazio e Saviano, non siete più uomini o semplici) il compito di una società civile è quello di cercare tutte le strade per dare un senso a un’esistenza. E un senso esiste, sempre, anche se sei immobile, muto, attaccato a un respiratore. Va solo cercato. Non lo dico io, lo urlano silenziosamente chi lo fa. Penso a Gian Piero, Sebastiano, Luca, Angelo, Patrizia, Cesare e tanti tanti altri amici che ho incontrato in questi anni. Caro Fazio, caro Saviano, chiamateli. Conosceteli.

P.S. E lei, caro Fabio Fazio, faccia pure l’ultrà radicale con la faccia del bravo ragazzo. Ma almeno racconti la verità, per piacere. La verità non è un’opinione. E su Eluana Englaro lei  ha detto davanti a milioni di italiani una bugia grande come una casa: ha detto che era in coma da 17 anni. No, signor Fazio. Prenda un vocabolario e impari cosa vuol dire la parola coma. Non è un dettaglio, è la deriva. E lei è il capitano buonista di una barca che va alla deriva.

www.massimopandolfi.it

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Posted by ikzus su 23 ottobre 2010


Musulmani d’Europa

di Angelo Panebianco

La dichiarazione del cancelliere Angela Merkel («il multiculturalismo è fallito») è stata interpretata da tutti come una constatazione di fatto sugli errori della politica dell’immigrazione tedesca degli ultimi decenni ma anche come il segnale di una svolta imminente. Anche in Germania, come in tutto il resto dell’Europa, la questione degli immigrati è ora un problema politico di prima grandezza: dare risposte incoerenti con le domande dell’opinione pubblica può significare perdere le elezioni. È la nuova grande questione che divide, e dividerà a lungo, le democrazie europee e che va ad aggiungersi alle più tradizionali divisioni sui temi economici.

Partiti anti-immigrati sorgono come funghi e fanno pienoni elettorali in tanti Paesi europei. Dove questo non accade è solo perché i partiti più tradizionali, già insediati, hanno indurito per tempo il loro approccio all’immigrazione. Due giorni fa, il Sole 24 Ore ha pubblicato un’utile inchiesta sulle politiche europee dell’immigrazione mostrando un quadro assai differenziato. Si va dai Paesi fino ad oggi più accoglienti, come la Svezia o l’Olanda (che però stanno sperimentando forti rivolte anti-immigrati) a quelli più chiusi come la Grecia. Ma non è difficile immaginare che le varie democrazie europee, adattandosi alle domande delle loro opinioni pubbliche, col tempo finiscano tutte per convergere su politiche selettive, che mettano più filtri, e più rigorosi, di quelli utilizzati nel recente passato.

C’è la reazione delle opinioni pubbliche ma c’è anche un’incertezza obiettiva su come fronteggiare il problema. Nessuna delle due strade fin qui adottate, quella originariamente francese dell’assimilazionismo (chi arriva deve spogliarsi della precedente identità per abbracciare identità e cultura del Paese ospitante) e quella, originariamente anglosassone, del multiculturalismo, sembra funzionare. Il multiculturalismo, soprattutto, ben prima che lo riconoscesse la Merkel, appariva più un sogno da idealisti che una politica realisticamente praticabile. Il multiculturalismo prevede infatti che le varie culture presenti sul territorio vengano preservate, anche con leggi apposite, e che le diverse comunità culturali si autogovernino per tutti gli aspetti che riguardano la tutela della propria identità. Una società multiculturale è una società segmentata, divisa in tante comunità culturali che, si suppone, non sentendosi minacciate nelle proprie tradizioni, siano in grado di coesistere pacificamente. Ma il punto è che una società siffatta è difficilmente compatibile con la democrazia. Salvo specialissime eccezioni, può essere tenuta insieme solo con un alto grado di coercizione, in modo non democratico. Per questo, il multiculturalismo non è una politica adatta per le democrazie europee. Gran Bretagna, Olanda, Germania avevano scelto quella strada e ne hanno verificato l’impraticabilità.

Ma se la via francese (l’assimilazionismo) è difficilissima e quella multiculturale impraticabile, che fare allora? Assistere passivamente al montare dei conflitti?

Il problema della maggiore o minore capacità di convivenza con la nuova immigrazione dipende non da uno ma da un insieme di fattori: la qualità e il rigore dei filtri predisposti (le politiche dell’immigrazione in senso stretto), i cicli economici, la capacità di offrire servizi agli immigrati che lavorano, la capacità di reprimere i comportamenti illegali, eccetera. Ma dipende anche dalle tradizioni di provenienza e appartenenza degli immigrati. È inutile girarci intorno. Ci sono immigrati che, per la tradizione di provenienza, possono trovare un loro ruolo nei Paesi ospitanti (e col tempo, potranno forse anche essere assimilati nel senso francese del termine. E, se non loro, i loro figli) con relativa facilità. Episodi di intolleranza, anche gravi, ci sono e ci saranno. Ma nel complesso, molti immigrati, soprattutto dell’Est europeo, riusciranno ad inserirsi con successo nelle società europeo-occidentali.

C’è però il caso dell’islam. Non è casuale che proprio ai musulmani (e non agli altri immigrati) si faccia sempre riferimento quando si constata il fallimento del multiculturalismo. Ciò che ovunque in Europa si teme è che una crescita eccessiva delle comunità musulmane, grazie anche al differenziale demografico, finisca per imporre le trasformazioni più forti nelle regole di convivenza delle società europee. La domanda di cui nessuno conosce la risposta è la seguente: cosa può succedere quando due grandi civiltà, altrettanto forti e orgogliose, come quella europea-cristiana (oggi anche liberale e democratica) e quella islamica, che si ispirano a principi e norme antitetiche, e che, anche per questo, si sono aspramente combattute attraverso i secoli, si trovano a condividere lo stesso territorio e lo stesso spazio politico? La risposta dipenderà in parte da noi europei, dagli atteggiamenti che assumeremo e dalle politiche che adotteremo. Ma, in larga parte dipenderà anche dalla evoluzione del mondo islamico. Se il ciclo fondamentalista (connesso al cosiddetto «risveglio islamico») che ha investito l’islam mondiale negli ultimi decenni non si esaurirà presto, dovremo attenderci aspri conflitti e fortissime tensioni anche in Europa (altro che pacifica convivenza multiculturale). Se invece quel ciclo, raggiunto un picco e punte di massima espansione, andrà ad esaurirsi, come è possibile che prima o poi accada, allora nasceranno forse esperimenti inediti e interessanti: la democrazia potrà misurare il proprio successo anche sulla sua capacità di favorire la piena adesione dei musulmani immigrati alle regole della società aperta e libera. Oggi ciò non appare probabile. Ma è lecito, per lo meno, sperarlo.

21 ottobre 2010 © Il Corriere della Sera

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


Sharia über alles

di Giulio Meotti

Dietro la Merkel anti multiculti c’è l’invadenza del diritto islamico

“L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito”, ha scandito a Potsdam la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Il multiculturalismo è morto”, aveva annunciato venerdì Horst Seehofer, leader della Csu, il partito bavarese gemello della Cdu. La Germania discute furiosamente di integrazione da quando è uscito il pamphlet dell’ex ministro e banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin, “La Germania si distrugge da sola”. Due giorni prima dell’annuncio choc della Merkel, il prestigioso settimanale Der Spiegel, voce del giornalismo liberal tedesco, pubblicava un’inchiesta dal titolo: “Il ruolo della legge islamica nelle corti tedesche”. Sarà poi Merkel a ricordare che “in Germania vige la Costituzione, non la sharia”. Importanti elementi del diritto prodotti in Arabia Saudita nel VII secolo sono da tempo confluiti nel sistema tedesco. Ha denunciato il ministro del Cancellierato Ronald Pofalla: “Se si pone il Corano al disopra della Costituzione tedesca, allora posso solo dire: buona notte, Germania”.

La cronaca aiuta a capire la denuncia improvvisa della cancelliera tedesca contro il multiculturalismo. Già in Gran Bretagna da tempo ormai, al fianco della centenaria common law viene applicata la sharia nei casi di controversie familiari. Si è persino creato un sistema giuridico parallelo con le corti della sharia riconosciute legalmente. Tra i numerosi casi di applicazione del diritto islamico da parte di un tribunale tedesco, lo Spiegel cita i cittadini giordani che in Germania si sposano e divorziano in base alla sharia. Anche la poligamia ha de facto una base giuridica. Lo Spiegel aggiunge che “i giudici tedeschi si rifanno in continuazione alla sharia”. Si tratta di un “lento processo di capitolazione di fronte all’inevitabile”, ha osservato sul settimanale l’analista Henryk Broder.

Il fenomeno rispecchia la crescita della più vasta comunità islamica d’Europa. Dei sette milioni di immigrati stranieri in Germania, oltre 3,3 milioni sono musulmani. E secondo lo Spiegel nel 2030 la quota dei musulmani arriverà a sette milioni. Erediteranno una corposa casistica a loro favore. Un giudice di Hannover ha respinto la richiesta di divorzio di una donna tedesca sposata a un egiziano che minacciava di uccidere la figlia stuprata: “I musulmani hanno una diversa concezione dello stupro”. Un giudice di Essen ha stabilito che le allieve musulmane non possono essere costrette a partecipare alle lezioni di nuoto: “Incompatibili con la loro religione”. Un giudice di Dortmund, citando il Corano, ha stabilito che un padre può picchiare la figlia che si rifiuti di indossare il velo. Un magistrato di Francoforte ha negato il divorzio a una marocchina nata in Germania che per anni è stata picchiata e minacciata di morte dal marito: “Nel Corano, alla Sura quarta verso 34, è previsto che l’uomo possa punire la moglie”. Un anno fa la Bild mise in copertina la statua della Dea Iustitia, il capo coperto dal velo islamico e il Corano su uno dei due piatti della bilancia.

L’avanzata della sharia non si limita ai tribunali. A Mannheim ha aperto la prima banca che segue la sharia e la Deutsche Bank ha emesso quattro nuovi fondi, quotati in Borsa, conformi all’islam. In molte scuole tedesche per i professori musulmani vige la deroga sulla consueta stretta di mano alle ragazze alla consegna dei diplomi. Spiegazione: “Nell’islam è illecito”. La Corte costituzionale ha stabilito che i centri islamici hanno il diritto di diffondere con gli altoparlanti le preghiere, cinque volte al giorno e a partire dal levar del sole. L’ultima a ottenere via libera è stata la gigantesca moschea di Rendsburg. Come nel passaggio incriminato del libro di Sarrazin: “Non voglio che nel paese dei miei nipoti e pronipoti il ritmo della giornata sia scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in oriente”. Gli fa eco una già storica copertina dello Spiegel. Titolo: “Mecca Germania”.

19-10-10 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


«Merkel: Il multiculturalismo è fallito»

di Alessandro Alviani

I conservatori tedeschi seppelliscono l’idea del multiculturalismo. E a officiare la cerimonia è la cancelliera in persona. «L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito», ha detto ieri Angela Merkel, abbandonando per un attimo la sua tradizionale cautela verbale. In passato abbiamo chiesto agli immigrati troppo poco, è giusto pretendere che imparino il tedesco, ha scandito a Potsdam davanti i giovani della Cdu/Csu. L’Islam, comunque, è una parte integrante della Germania, ha corretto il tiro Frau Merkel, ripetendo una discussa frase del presidente federale Christian Wulff.

«Il multiculturalismo è morto», aveva detto venerdì sera Horst Seehofer, leader della Csu (il partito bavarese gemello della Cdu). «Noi ci schieriamo a favore della cultura predominante tedesca e contro il multiculturalismo», aveva aggiunto, ripescando un termine – Leitkultur, cultura predominante – apparso nel dibattito politico tedesco dieci anni fa.

La Germania discute animatamente di integrazione da fine agosto, da quando, cioè, è uscito un provocatorio libro scritto dall’ex banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin. A ravvivare il dibattito ci hanno pensato nei giorni scorsi prima le frasi di Seehofer, che ha chiesto di sospendere l’arrivo di nuovi immigrati dalla Turchia e dal mondo arabo, poi i risultati di due studi: per il primo quasi il 60% dei tedeschi vorrebbe limitare l’esercizio della libertà di religione dei musulmani; per il secondo circa il 41% dei giovani turchi auspica di dividere il pianerottolo con un tedesco, mentre meno del 10% dei giovani tedeschi vorrebbe un vicino turco.

La folta comunità turca in Germania teme che la situazione possa sfuggire di mano: «Ho paura, da settimane mi minacciano dicendomi che sono uno straniero di merda, sebbene io sia un cittadino tedesco – ha raccontato alla «Welt» Kenan Kolat, presidente della comunità turca in Germania – È come all’inizio degli Anni 90 col dibattito sul diritto d’asilo, poco dopo ci furono degli incendi».

Qualcosa, in realtà, nel frattempo è cambiato: la Germania non è più un Paese di immigrazione, ma di emigrazione. Nel 2009 hanno lasciato la Repubblica federale 734.000 persone, mentre 721.000 vi sono emigrate; i turchi che hanno abbandonato la Germania sono stati 10.000 in più rispetto a quelli che vi sono arrivati. Il che sembra paradossale, visti i toni dell’attuale dibattito, che si spiega anche con ragioni politiche. La Cdu, ma soprattutto la Csu di Seehofer, tentano di recuperare l’elettorato conservatore, deluso dal rinnovamento imposto da un’Angela Merkel su cui si moltiplicano le indiscrezioni: da giorni girano voci secondo cui, se a marzo la Cdu dovesse crollare alle regionali in Baden-Württemberg, Merkel potrebbe farsi da parte e lasciare la cancelleria al ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, che parla però di idea «bizzarra».

Il presidente turco Abdullah Gül ha provato ad abbassare i toni, invitando i suoi connazionali in Germania a imparare il tedesco «correntemente e senza accento». Il dibattito, però, prosegue. «La Germania non è un Paese d’immigrazione» e bisogna evitare che la carenza di personale altamente qualificato diventi un pretesto per «un’immigrazione incontrollata», ha rilanciato Seehofer in un piano in sette punti sull’integrazione. Le sue parole suonano tutt’altro che nuove. «L’integrazione è possibile solo se il numero degli stranieri che vivono da noi non continuerà a crescere; bisogna evitare un’immigrazione illimitata e incontrollata». Parola di Helmut Kohl, alla sua prima dichiarazione da cancelliere al Bundestag. Era il 1982.

17-10-2010 © LaStampa

(articolo riprodotto qui)

Vedi anche:

IlGiornale “Angela, ultima arrivata tra i difensori della nostra identità

IlSole24Ore “La Merkel va a destra per contrastare il partito anti-islamico

L’Occidentale “Cittadinanza breve? Chiedetelo alla Merkel

IlGiornale “Immigrazione, l’Europa ritrova l’orgoglio

IGiornale “Khaled Fouad Allam: “Basta con gli autogol. Con la tolleranza si favorisce la xenofobia

IlSole24Ore “Merkel sente soffiare il populismo e apre un dibattito sul post multiculturalismo

IlSole24Ore “Sugli immigrati l’Europa perde il filo

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


“Gli islamici non si integrano, impoveriscono la Germania”. E’ bufera sul libro del banchiere rosso

di Thilo Sarrazin

Thilo Sarrazin

Si scaglia contro gli immigrati islamici, dice che sono “diversi”, che “bloccano la Germania”, che “sono ignoranti” e, soprattutto, che a differenza di tutti gli altri immigrati “non si integrano”. Poi sugli ebrei dice: “Condividono un unico gene”. E’ polemica a Berlino su Thilo Sarrazin, ex ministro delle Finanze e attuale membro del consiglio direttivo della Bundesbank. Il suo libro, uscito ieri, Deutschland schafft sich ab” (La Germania si distrugge da sola) viene da molti considerato razzista e ha causato un putiferio nella nazione tedesca. Al punto che la Bundesbank ha preso le distanze e la Spd, il partito in cui Sarrazin milita da decenni, ha deciso di avviare ieri un procedimento per espellerlo.

Ma cosa dice nel suo libro Sarrazin? Il dito lo punta soprattutto sugli immigrati musulmani che, dice, non volgiono integrarsi, hanno ottenuto dal welfare tedesco più di quanto più di quanto abbiamo dato, sono poco istruiti e, riproducendosi in maniera superiore alla media, contribuiscono all’impoverimento intellettuale della Germiania.

Durante la conferenza stampa per la presentazione del libro, Sarrazin spiega meglio: “Esistono migranti e migranti – osserva – ci sono quelli provenienti dall’India, dall’Est Europa, dalla Cina o dal Vietnam che si integrano e ‘arricchiscono’ la Germania dal punto di vista sociale e culturale; poi ci sono gli immigrati arrivati nel Paesi musulmani – (che Sarrazin stima in 4-6 milioni ) – La maggior parte dei problemi culturali ed economici legati all’integrazione riguarda proprio loro: solo il 3% degli immigrati turchi di seconda generazione sposa un partner tedesco, contro una quota del 70% tra i tedeschi di origine russa”.

31 agosto 2010



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Posted by ikzus su 13 ottobre 2010


Dopo la decisione del Consiglio d’Europa sull’obiezione all’aborto

Il silenzio degli incoscienti

di Gianfranco Marcelli

Se c’è un Paese nel Vecchio Continente nel quale la parola “aborto”, al solo leggerla o pronunciarla, è in grado di attirare un sovraccarico di attenzione da parte dei mass media, questo è senza il minimo timore di smentita la nostra Italia. Tre decenni abbondanti di interminabili battaglie parlamentari, ripetuti e accesissimi scontri referendari, polemiche infuocate sul terreno etico e sanitario, hanno reso a dir poco acuta la sensibilità dell’opinione pubblica nazionale su questo argomento. Di conseguenza, anche i sensori attivati dal mondo dell’informazione nei confronti del tema sono di solito ad alta capacità di intercettazione: basta che sui terminali delle redazioni appaia, sotto qualunque forma, la parola in questione – aborto – e immediatamente le antenne si drizzano, il torpore della routine si scuote e attorno alla possibile notizia scatta l’obbligo della verifica e dell’approfondimento.

Per questo, anche agli occhi più smaliziati del vecchio cronista, rappresenta un vero e proprio mistero mediatico la totale e assoluta mancanza di resoconti su quanto è avvenuto giovedì all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: e cioè il voto della risoluzione che ha bocciato il tentativo di limitare il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari alle prese con le interruzioni di gravidanza, ribaltando clamorosamente le previsioni della vigilia e quasi rovesciando come un calzino il testo e le finalità originarie dei proponenti.

L’apertura di Avvenire di ieri. E invece non una riga, non un titolino, neppure in coda alle pagine più remote degli altri quotidiani nazionali. Non una citazione nei notiziari radiotelevisivi di qualunque rete, pubblica o privata. Neanche un cenno sui siti internet delle testate che aggiornano in tempo reale i frequentatori della blogosfera. Un black-out senza eccezioni, che rende semplicemente inesistente il fatto. Un silenzio tombale, che configura alla perfezione uno di quei casi di «indifferenza nei confronti del vero» denunciata proprio l’altro ieri dal Papa, come rischio saliente della comunicazione contemporanea.

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Posted by ikzus su 7 ottobre 2010


Sollevati dubbi di costituzionalità sulla legge 40

Il grande ripopolatore da Nobel nel mondo spopolato dell’aborto

Ipocrita celebrazione dei concepiti in provetta

Il Tribunale civile di Firenze ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla norma della legge sulla fecondazione artificiale (legge 40) con la quale si vieta alle coppie sterili di accedere alla fecondazione eterologa, con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia.

Lo hanno reso noto gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, che assistono i coniugi che hanno presentato la richiesta. L’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza. Torna quindi alla Corte Costituzionale la legge 40 sulla fecondazione assistita.

Niente in apparenza è più allegro, edificante, rassicurante della capacità di dare figli al mondo, magari aiutati dalla medicina. Quattro milioni di bambini concepiti in provetta (tecnica IVF, in vitro fertilisation) sono celebrati come un miracolo scientifico e umanistico dai giornali italiani, che dedicano aperture di prima pagina al Nobel Robert Edwards, 85 anni, fisiologo emerito di Cambridge, lo scienziato che nel 1969 mise a punto la tecnica capace di far nascere poi, nel 1978, la capostipite della buona brigata dei nati IVF, Louise Brown. I giornali inglesi, che al contrario dei nostri quotidiani tenorili trattano la notizia con pudore (pagina interna, semplice cronaca su Guardian e Daily Telegraph), riferiscono una bella frase del nuovo Nobel laureate: “La cosa più importante nella vita è avere un figlio. Niente è più speciale di un figlio”. Questo magnifico adagio antiabortista, questa perorazione natalista, prende però un significato del tutto particolare in bocca a Edwards, fisiologo competente, fortunato, tenace e di valore, che ha rovesciato il paradigma della medicina moderna in fatto di riproduzione, provocando una rivoluzione culturale e antropologica che sfugge chiaramente, non so se alla sua comprensione, certo a quella dei suoi ammiratori e degli apologeti della tecnica IVF. Edwards infatti ha anche detto, e qui siamo invece in un mondo di percezioni huxleiane: “Non dimenticherò mai il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa buffa nelle colture… quel che ho visto era una blastocisti umana che mi osservava fissamente. Ho pensato: ce l’abbiamo fatta”.

Quattro milioni di bambini sono stati “prodotti” in vitro e poi accuditi, nutriti, formati e partoriti da un corpo di donna, cosa di cui non è possibile finire di rallegrarsi, per chi ha avuto la benedizione di un figlio e per chi ha avuto il diritto di nascere. Ma è incredibile che solo gli uomini di chiesa si siano domandati che fine hanno fatto quei milioni di “cose buffe” (letteralmente “something funny”) che guardano i loro fattori dall’occhio microscopico nei laboratori di fertilizzazione umana di tutto il mondo. Parlo ovviamente degli esclusi, delle cose buffe congelate, di quelle usate per la ricerca come topi-cavia, dei processi di fertilizzazione negoziati sul mercato degli ovociti, delle banche dati, delle scelte di maternità-paternità à la carte, dell’aborto selettivo attraverso lo strumento della diagnosi prenatale, e parlo più in generale della grande strage degli innocenti che caratterizza i trent’anni che ci separano dalla nascita di Louise Brown.

Per quattro milioni di celebrate cose buffe che procedono verso la nascita grazie a una tecnica che realizza volontà umana e desiderio, si dovrebbe contare, a rigore, un miliardo circa di cose buffe avviate all’esecuzione capitale in nome della “libertà riproduttiva”, con il consenso culturale, moralmente sordo, della comunità politica mondiale, specie dei corpi umanitari che custodiscono i diritti universali dell’uomo sanciti dalla dichiarazione del 1948. Spero soltanto che i ginecologi faustiani alla Flamigni, e altri uomini di scienza molto sicuri di sé, si appuntino bene la frase di Edwards: “…something funny in the cultures… what I saw was a human blastocyst gazing up on me…”. I figli orgogliosi di questo tempo capiranno l’importanza non solo linguistica di quella definizione dell’embrione fecondato, ovvero di quello che la legge 40 chiama il “concepito”: una blastocisti umana che guarda fissamente il suo autore. Per Chesterton il cattolicesimo libera gli uomini dalla schiavitù di essere figli del loro tempo. Scienziati e moralisti della libertà: la cosa buffa vi guarda.

Giuliano Ferrara

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La medicina che si intesta certi successi dimentica i suoi fallimenti

Il mare in declino della fecondità occidentale

di Roberto Volpi

Nobel a Robert Edwards per la sua scoperta, or sono quasi tre decenni, della rivoluzionaria tecnica della fecondazione in vitro già adottata dai veterinari. Commenti unanimemente favorevoli. C’è che la medicina è svelta a intestarsi i successi, quanto a non prendersi responsabilità degli insuccessi. Così, per esempio, se l’infertilità cresce (è tutto l’establishment medico-scientifico a dirlo), segnatamente nel mondo occidentale, sarà mica tutta colpa dell’inquinamento o dei ritmi di vita che non sono più quelli di una volta.

Fuor di metafora, la fecondazione in vitro ha permesso quattro milioni di nascite – ci ricordano i giornali – e al tempo stesso ha accompagnato la caduta del tasso di fecondità – ci ricordano le cifre ufficiali delle nascite. L’Unione europea a 27, da sola, ha perso la bellezza di tre milioni di neonati annue, tra la nascita di Louise Brown e oggi. E non si può negare che l’Europa sia, con gli Stati Uniti, l’area del mondo dove la fecondazione in vitro è stata ed è più largamente utilizzata. Dice: ma i milioni di nascite in più a essa dovute restano. Sì, ma guardiamo bene. Relativamente all’Italia, della generazione di donne nate nel 1990, una su quattro (per la precisione il ventiquattro per cento), secondo l’ipotesi più realistica delle previsioni Istat, resterà senza figli. Delle loro madri, nate nel 1960, sono rimaste senza figli in quattordici su cento. Secondo l’ipotesi “alta” le figlie potrebbero rimanere senza figli in proporzione addirittura più che doppia rispetto alle madri. Nel tempo della fecondazione assistita, artificiale, in vitro le donne senza figli tendono a crescere. Allora uno non capisce com’è che più rimedi si pigliano e più i risultati finali contraddicono le premesse. E’ un po’ come la lotta al tumore, miete successi, ma intanto i morti per tumore quando i successi non c’erano, e la prevenzione neppure, erano cinquantamila l’anno in meno rispetto ad oggi (ancora dati Istat, che nessuno cita mai – inutile aggiungere perché).

A proposito di questo problema della sterilità crescente.
Ha radici lunghe, complesse, antropologiche, e rischia di venire risucchiato dalla banalità – con tutto il rispetto – della medicina. C’è un venir meno formidabile dell’istinto, una volta naturale, di sopravvivenza della specie, come se l’ampliamento smisurato degli orizzonti dovuto alle nuove possibilità della scienza ci avesse rinchiusi nella prospettiva delle nostre sole vite, così poco interessati a quel che sarà. Un venir meno al quale si collega lo spostamento della fecondità sempre più in là nel tempo, sempre più in là, al punto che la classe d’età delle oltre quarantenni è l’unica oggi in grande spolvero sotto questo aspetto. C’è la crescente “inutilità” materiale del figlio nella funzione di sostegno della vecchiaia dei genitori, con addirittura l’inversione delle parti: i vecchi a sostegno di figli sempre più adulti ma che non vogliono saperne di assumersi le responsabilità dell’età adulta. C’è la scelta razionale, ponderata, della “non maternità” per la realizzazione a tutto tondo di una vita dedicata ad altro, di grande, di meno grande e pure di non grande – del tipo vacanze e notti ai tropici e aperitivi in qualche piazzetta, la cui perdita di esclusività è compensata dalla moltiplicazione delle piazzette.

E c’è pure la fecondazione in vitro. C’è l’“invenzione” del figlio. Perché anche un figlio che si può inventare contribuisce ad abbassare la naturale e fisiologica, ma anche culturale e infine antropologica, “propensione” al figlio. La propensione al figlio è letteralmente sotto assedio, in occidente, tra scienziati e opinion maker che almanaccano (qui, in Italia, in Europa) di superpopolazione e una moltiplicazione di pillole e contropillole del prima, del dopo e del durante da non raccapezzarcisi.
La funzione riproduttiva in quanto tale, quella comunemente legata alle coppie e alla loro vita insieme, è sempre più culturalmente confinata nell’alveo familiare, incapace ormai di rappresentare l’àncora che tutti ci tiene in questi mari. Cosicché quelli che tendono ai figli tendono ai “propri” figli, e i figli in quanto categoria generale e costitutiva vanno sparendo a una velocità ancora maggiore di quella fattuale delle nascite.
In tutto questo, il massimo che riusciamo a fare è affidarci alla medicina, alla fecondazione in vitro, all’invenzione dei figli. Senza accorgerci che anche questo è un fiume che attinge dal mare in declino della fecondità dell’occidente. Ci butta anche dell’acqua, in quel mare, è vero, ma nel bilancio finale è più quella che vi attinge.

6 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 21 settembre 2010


Newman ha parlato questa sera a Hyde Park

L’insegnamento del grande convertito nella meditazione del papa alla vigilia della sua beatificazione.

“La passione per la verità ha un grande prezzo: spesso implica essere esclusi, ridicolizzati o fatti segno di parodia”

di Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

questa è una serata di gioia, di immensa gioia spirituale per tutti noi. Siamo qui riuniti in questa veglia di preghiera per prepararci alla messa di domani, durante la quale un grande figlio di questa nazione, il cardinale John Henry Newman, sarà dichiarato beato. Quante persone, in Inghilterra e in tutto il mondo, hanno atteso questo momento! Anche per me personalmente è una grande gioia condividere questa esperienza con voi. Come sapete, Newman ha avuto da tanto tempo un influsso importante nella mia vita e nel mio pensiero, come lo è stato per moltissime persone al di là di queste isole.

Il dramma della vita di Newman ci invita ad esaminare le nostre vite, a vederle nel contesto del vasto orizzonte del piano di Dio, e a crescere in comunione con la Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo: la Chiesa degli apostoli, la Chiesa dei martiri, la Chiesa dei santi, la Chiesa che Newman amò ed alla cui missione consacrò la propria intera esistenza. […] Questa sera, nel contesto della preghiera comune, desidero riflettere con voi su alcuni aspetti della vita di Newman, che considero importanti per le nostre vite di credenti e per la vita della Chiesa oggi.

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Posted by ikzus su 21 settembre 2010


Perché il Papa ha beatificato l’anti-orgoglio di Newman

di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto

Che cosa ha da dire alle donne e agli uomini della nostra inquieta post-modernità John Henry Newman, il pensatore inglese che Papa Benedetto XVI ha dichiarato beato oggi a Birmingham? Vorrei evidenziare la forza del suo messaggio attraverso due sottolineature.
La prima è espressa da un testo scritto da Newman poco più che trentenne, quando era ancora soltanto un giovane cercatore della verità, che fosse capace di illuminare il cuore e la vita.

È il 1833 e sulla nave che lo porta dalla Sicilia a Napoli nel suo primo viaggio in Italia la nebbia che scorge gli appare una sorta di metafora della condizione umana, figura di tutti noi che nella scarsa visibilità dell’orizzonte cerchiamo un senso alla vita: «Lead Kindly Light… Guidami, luce gentile, tra la nebbia che mi circonda, guidami tu! Buia è la notte, lontana la casa… Guida i miei passi; non voglio vedere l’orizzonte lontano; un passo alla volta è sufficiente per me».
Newman aveva fatto l’esperienza dell’autonomia presuntuosa della ragione, in questo non diverso da tanti di noi e dalle grandi avventure della coscienza moderna. È lui stesso a confessarlo: «Non sempre invocai così la tua guida. Amavo scegliere la mia strada… Amavo il giorno luminoso, l’orgoglio mi guidava… ma ora, guidami tu!».

Per questa sua vicinanza a tutti gli inquieti cercatori del vero Benedetto XVI ha potuto dire di lui, parlando ai giornalisti sull’aereo che lo portava a Edimburgo: «Newman è soprattutto un uomo moderno che ha vissuto tutto il problema della modernità, che ha vissuto anche l’agnosticismo, il problema dell’impossibilità di conoscere Dio, di credere. Un uomo che è stato tutta la sua vita in cammino, per lasciarsi trasformare dalla verità in una ricerca di grande sincerità e di grande disponibilità di conoscere e di trovare e di accettare la strada che dà la vera vita».
Cercatore di Dio, Newman è approdato alla fede e successivamente al “porto” della Chiesa cattolica attraverso un esemplare esercizio di onestà intellettuale.

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La violenza scontata

Posted by ikzus su 14 settembre 2010


Fino a qualche tempo fa – non tanto, in realtà – in Italia lo stupro era considerato un reato non contro la persona, ma contro la morale; ed era normale che il violentatore beneficiasse delle attenuanti, per il solo fatto che la vittima “non si era opposta” oppure, col suo abbigliamento o col suo contegno generale, “aveva dato ad intendere …”. Cose da pazzi, vero? Eppure questo è ciò che succede sempre, quando esplode la violenza islamica in giro per il mondo; è successo anche questa volta.

Un tipo qualunque, pastore di una delle 60.000 sette (o chiese, o denominazioni, o associazioni …) protestanti germogliate dalla Riforma, in uno sperduto paesello dell’immensa campagna americana, dichiara che brucerà pubblicamente copie del Corano per celebrare degnamente il nono anniversario dell’11/9. Apriti cielo! Il mondo trattiene il fiato; i media si scatenano; l’esercito più potente della terra (per bocca del generalissimo Petraeus) paventa le conseguenze di tale gesto; persino l’imperatore del mondo (Obama I) si sgola per impedire tale sciagura. Perché? Perché tutti immaginano, come in un film del terrore, che a tale atto di per sé ridicolo seguirà una tragedia immane – cosa che difatti si verifica, pur se l’insignificante provocatore non eseguirà l’atto blasfemo. Ad oggi si registrano 18 morti, chiese scuole e missioni date alle fiamme, folle inferocite, un presunto kamikaze fermato appena in tempo in Danimarca. Superfluo aggiungere che nessuna delle vittime aveva nulla a che fare col telepredicatore.

Sappiamo tutti che molte donne si abbigliano in maniera vistosa, si comportano in modo allettante, usano la seduzione per ottenere ciò che vogliono, e a volte provocano più o meno apertamente l’altra metà del cielo, che perlopiù non ha la forza di resistergli. Tutto ciò può giustificare la violenza sessuale? Sbagliato provocare; inaccettabile – ripeto: INACCETTABILE! – utilizzare la provocazione come scusa per operare violenza. Invece, quando si tratta di Islam, ormai il riflesso condizionato di tutti rovescia immediatamente l’assunto: sbagliata la violenza, inaccettabile la provocazione! La paura, come un veleno lento ed inesorabile, ha ormai sconvolto la nostra mente: scambiamo l’effetto con la causa, attribuiamo le colpe del carnefice alla vittima, giustifichiamo tranquillamente l’assassinio e condanniamo drasticamente la carnevalata.

Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che il gesto in sé era assolutamente censurabile, che le convinzioni religiose devono essere massimamente rispettate, che la blasfemia è un atto gravissimo indipendentemente da ogni altra considerazione. Sono daccordo; mi limito a fare due osservazioni. In primo luogo, di fatto non è stata questa l’interpretazione che si è data alla vicenda: da Obama in giù, tutti hanno detto soltanto: “Ma sei scemo? Ma non sai cosa succede se …?”. In secondo luogo, se davvero la si pensasse così, non vedo che spazio potrebbero avere gli infiniti detrattori del cristianesimo – dal ‘grande’ Dan Brown al nostro ‘modesto’ Odifreddi, per dire – che invece non solo non vengono minimamente censurati, ma al contrario hanno costruito la loro fortuna proprio sulla melma che spargono a piene mani sui credenti della religione più  diffusa al mondo.

I musulmani devono fare i conti con la violenza del Corano (e riformarlo)

Gli occhi chiusi dell’Occidente

Il Corano non brucia, le chiese sì

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

Il rogo del Corano e l’ipocrisia di Obama

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Posted by ikzus su 15 agosto 2010


Perché il post-Concilio è ancora così difficile?


di padre Piero Gheddo*


ROMA, venerdì, 30 luglio 2010 (ZENIT.org) – Gli ultimi 50-60 anni della Chiesa cattolica sono di difficile lettura. Per capire questa affermazione, bisogna ricordare lo spartiacque del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), cioè com’era la Chiesa prima e dopo il grande discrimine. Essendo nato nel 1929 e sacerdote nel 1953, ho vissuto abbastanza per dire che la Chiesa prima del Concilio era molto diversa da quella che viviamo oggi. Certamente più unita e più sicura della Verità che annunziava (lo studio delle teologia a noi giovani seminaristi e preti dava certezze, oggi semina interrogativi, ipotesi e dubbi), ma anche ingessata in formalismi, schematismi, clericalismi, giuridismi, autoritarismi, trionfalismi….

Pio XII, parlando ai giornalisti nell’Anno Santo 1950, aveva esortato a formare una “opinione pubblica” nella Chiesa (il suo discorso era spesso citato alla scuola di giornalismo), cioè la libertà, per formare una coscienza matura, di discutere e anche di dissentire riguardo alla linea tenuta dalle autorità ecclesiali, un dibattito e una condivisione, in modo da non soffocare sul nascere le idee nuove che potevano sorgere anche nei fedeli e nel clero. Ma questa esortazione del Papa era intesa nel quadro della fede e dell’obbedienza sostanziale, per mantenere l’unità e la carità tra i membri del gregge di Cristo.

Poi è venuto l’inaspettato e straordinario Giovanni XXIII (il Papa di Sotto il Monte) e il suo Concilio Vaticano II (1962-1965), una meravigliosa e provvidenziale svolta nella storia della Chiesa dei nostri tempi. In quegli anni lo Spirito soffiava veramente forte e spingeva la Chiesa ad un “aggiornamento”, come diceva Giovanni XXIII. I temi più sentiti alla base e tra i padri conciliari erano la sincerità, la trasparenza, la collegialità, la povertà, la condanna del trionfalismo e del clericalismo, l’apertura al “dialogo” ecumenico e con le religioni non cristiane (la prima enciclica di Paolo VI del 1963 era sul dialogo); insomma, tutti sentivamo l’urgenza per la Chiesa di svecchiarsi e rinnovarsi per essere efficace nel testimoniare e trasmettere il messaggio di Cristo agli uomini del nostro tempo.

Ho seguito a Roma il Concilio come direttore di “Mondo e Missione” (allora era “Le Missioni Cattoliche”) e giornalista dell’Osservatore Romano; inoltre ero “perito”, nominato da Giovanni XXIII, per il decreto “ad Gentes”. Ricordo bene che durante e subito dopo il Concilio  noi giovani preti eravamo entusiasti della Chiesa e della missione, avevamo una forte carica di evangelizzazione che ci era venuta proprio dal Concilio. Erano gli anni in cui lo Spirito suscitava numerose vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio.

Ma poco dopo la fine di quel tempo affascinante, nasce nella Chiesa uno spirito di critica, di contestazione, di polemica, che era il frutto dell’atmosfera creata dal “Sessantotto”, un movimento culturale di denunzia, di rivolta contro la società esistente e ogni tipo di “potere” e di “autorità”,  che ha creato, assieme a cose positive, anche danni irreparabili alla famiglia (il sesso libero), alla scuola (il voto politico uguale per tutti), alla società (lo spirito di denunzia e di protesta) e alla Chiesa (la contestazione permanente e militante del Papa). Sono solo esemplificazioni sommarie per dire il risultato spesso anarchico del Sessantotto.

Nella Chiesa, soprattutto fra i teologi e la stampa cattolica, si sono formate due correnti di pensiero che, semplificando molto, avevano queste caratteristiche:

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Posted by ikzus su 17 luglio 2010


Due paginette insanguinate:
“Sono fiero di aver ucciso Theo van Gogh”

di Giulio Meotti

Abbiamo ottenuto in esclusiva in Italia una copia della lettera che l’assassino di Theo van Gogh, Mohammed Bouyeri, ha fatto uscire dal carcere in risposta a un gruppo islamico francofono stanziato in Belgio (qui sono riprodotte le due pagine della missiva, citata dal quotidiano olandese Algemeen Dagblad). Bouyeri sta scontando l’ergastolo nel carcere di Nieuw Vosseveld, uno dei penitenziari di massima sicurezza in Olanda. Il suo è un documento decisivo su una vicenda che ha segnato la recente storia euroccidentale: l’uccisione di un celebre regista, il trisnipote del pittore Vincent van Gogh, da parte di un figlio di immigrati musulmani, per aver filmato la discriminazione delle donne islamiche nel paese della tolleranza.

In molti hanno definito il caso Van Gogh come “l’11 settembre dell’Olanda”. Forse d’Europa. Quell’omicidio ha scosso le certezze del multiculturalismo da sempre vanto dei Paesi Bassi. E si è imposta la paura fra gli artisti, gli scrittori e i giornalisti. “La libertà di parola è l’unica cosa che può salvare i liberi cittadini dai barbari”, aveva detto Van Gogh. Bouyeri però non gli aveva mai perdonato “Submission”, il film sceneggiato da Ayaan Hirsi Ali e da lui girato. Parla di una donna, del suo matrimonio combinato e della condanna per adulterio. Alcuni versetti del Corano sono tatuati sul corpo della donna, la pelle viva è solcata dalle frustate. Le immagini di quel cortometraggio furono uno choc per l’Olanda.
Nella lettera che riproduciamo Bouyeri dice di non provare rimorso per quanto ha fatto, ma di essere fiero di aver ucciso. A chi gli scrive, Bouyeri offre “il sentiero”. Incita i “fratelli e sorelle” a seguire la strada da lui intrapresa. E’ interessante e angosciante che a scrivergli sia un bambino di dieci anni a nome di una organizzazione islamica in Belgio, come se Bouyeri fosse un esempio da emulare. Il tono della lettera è segnato da un candore assassino. Bouyeri non nomina mai Van Gogh, ma fa capire di aver adempiuto a un dovere religioso nell’ucciderlo. Dice che la sua vita di prima era luccicante e moderna, ma al fine empia, sporca.

Il 4 novembre 2004 Mohammed Bouyeri
si sveglia alle 5 e 30 del mattino. Lascia uno scritto per la famiglia: “Quando riceverete questa lettera sarò caduto come martire”. Dopo aver pregato, Mohammed sale in bicicletta dirigendosi verso un uomo che sta pedalando in una strada dall’altra parte di Amsterdam. Bouyeri ha già fatto decine di volte quel percorso. L’uomo veste una t-shirt e vistose bretelle. Si chiama Theo van Gogh. Sta andando verso il suo studio cinematografico a sud di Amsterdam, non lontano dalla casa in cui ha vissuto Cartesio. Il regista si ferma a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. Bouyeri gli spara un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cade dalla bicicletta, riesce a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo segue fino al cestino delle immondizie a cui la vittima si aggrappa, esplode altri due colpi. Poi Bouyeri squarcia la gola a Van Gogh, prima di appuntargli una lettera al petto.

La lettera contiene minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Wilders è oggi uno dei politici più popolari dei Paesi Bassi. Hirsi Ali, dissidente e apostata dell’islam, già deputata olandese, è riparata a Washington, dove lavora presso il pensatoio neoconservatore American Enterprise Institute. Addosso a Bouyeri la mattina dell’omicidio viene trovata un’altra lettera: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”.
Mohammed Bouyeri non è nato in una famiglia di fanatici, ma di immigrati marocchini ben integrati. Per tutti “Mo” era un ragazzo “promettente”, “positivo”, a scuola i compagni lo ricordano introverso e “timido”. Scrive nel giornale della scuola, organizza banchetti e dibattiti pubblici. Gli piacciono le ragazze olandesi, le trova “facili”. Dopo l’11 settembre però Mohammed annuncia agli amici di voler “trovare la verità”. Inizia a minacciare gli amici che consumano alcol, si rifiuta di stringere la mano alle donne, indossa una tunica islamica e si fa crescere la barba. La “verità” gliela fornisce un imam fondamentalista, il siriano Abou Khaled.

Bouyeri viene educato a una corrente dell’islam nota come “Takfir”. La tesi centrale di questa corrente è che i musulmani devono punire senza pietà coloro che abbandonano “la Verità” o fanno blasfemia. E una volta stanati, impartire la giusta condanna. Come avrebbe fatto con Van Gogh. Al processo Bouyeri ha confessato di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione: “Ho agito per convinzione e non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”. E rivolto alla madre di Van Gogh disse: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”. Nelle due pagine (qui a fianco ne riproduciamo una per la prima volta) il killer di Van Gogh fa uscire le proprie idee dal carcere.

Leggi la lettera in esclusiva di Mohammed Bouyeri

17 luglio 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 8 luglio 2010


La Chiesa vuol salvare l’Occidente dal naufragio

di Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto

Benedetto XVI conosce in profondità la cultura occidentale. Se si è deciso a istituire un nuovo organismo vaticano per evangelizzarla, non gli mancano certo ragioni. Non si tratta di serrare le fila di fronte alla dispersione e alla caduta. Molto più, si tratta di capire la crisi e di offrire ragioni di vita e di speranza a chi sembra non averne più. Al di là delle forme e dei modi in cui agirà il nuovo strumento di cui si dota la Chiesa, le domande a cui vorrebbe rispondere mi sembra meritino considerazione da parte di tutti, credenti e no.

Dove si trova oggi la coscienza occidentale agli inizi del terzo millennio, dopo che la parabola delle utopie ideologiche della modernità è approdata alla condizione di disincanto e di crisi del cosiddetto “post-moderno”? Una metafora tratta dalla tradizione ebraica rende bene la condizione in cui ci troviamo: «L’esilio vero d’Israele in Egitto fu che gli Ebrei avevano imparato a sopportarlo» (da I racconti dei Chassidim, a cura di M. Buber). L’esilio non comincia quando lasci la tua casa, ma quando non hai più nel cuore la nostalgia della patria.

L’indifferenza, la mancanza di passione per la verità e il senso che essa può dare alla vita costituiscono la vera debolezza della coscienza occidentale nell’epoca cosiddetta “post-moderna”: se la ragione adulta e illuminata della modernità pretendeva di spiegare tutto, la post-modernità, inaugurata dalla crisi dei modelli ideologici conseguente alla violenza da essi stessi prodotta, si offre anzitutto come tempo che sta al di là della totalità luminosa dell’ideologia, tempo post-ideologico o del lungo addio, stagione di rinuncia e di declino rispetto alle presunzioni totalizzanti dell’idea.

Dove per la ragione adulta tutto aveva senso, per il pensiero debole della condizione post-moderna nulla sembra avere più senso. È tempo di naufragio e di caduta.

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