ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posts Tagged ‘cristianesimo’

Lourdes, la liturgia dei corpi

Posted by ikzus su 10 settembre 2017


piscines-2

“Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”
lettera ai Romani cap. 12

Quella che si celebra nelle piscine di Lourdes è in effetti proprio questo, una liturgia del corpo.

Quando arrivano per prima cosa i pellegrini si spogliano. La maggior parte di noi vive con disagio il proprio corpo, per molti è addirittura fonte di vergogna. Il mettersi a nudo – davanti a Dio e anche agli altri uomini – è come dire: “Vedete, in fin dei conti sono fatto così, sono solo questo, e non piace molto neanche a me”

I corpi che arrivano alle piscine sono quasi sempre sudati, a volte sporchi, spesso vecchi, piagati, ammalati. È così che ci vede Dio: deboli, feriti, peccatori. Spogliarsi è già di per sé un gesto penitenziale.

Poi c’è un momento di preghiera. Alcuni scelgono di viverlo nel silenzio e nell’intimità del loro cuore, si capisce che sono abituati all’interiorità e al raccoglimento. La maggior parte preferisce formulare una preghiera vocale, quasi sempre un’Ave Maria in tutte le lingue del mondo, spesso facendosi accompagnare nella preghiera dai volontari. Qualcuno dichiara tranquillamente che non sa pregare, a quel punto sono i volontari stessi ad offrirsi di pregare per lui e al posto suo: in questo modo esercitano quel ministero sacerdotale che hanno ricevuto col battesimo, il potere di intercedere tra il Padre e gli uomini. Ma puoi incontrare anche musulmani, buddisti, induisti, non credenti… Ti spiazzano, ti domandi che cosa ci fanno lì, hai la sensazione che siano fuori posto; ma dopo un istante ti ricordi che tu sei solo un ‘servo inutile’, è la Madre celeste che li ha convocati, non sta a te conoscere il come o il perché.

Quando si sentono pronti scendono nella vasca, fanno pochi passi, poi si immergono all’indietro, lasciandosi adagiare nell’acqua dai volontari. Devono fidarsi, abbandonarsi alle braccia di sconosciuti che non hanno mai incontrato prima. Per alcuni, specie se malati gravi, è normale non avere il controllo sulla propria vita e sentire la necessità dell’aiuto altrui, ma per la maggior parte invece è un passo in più, un ulteriore distacco dalle proprie false sicurezze, un prendere coscienza che siamo nelle mani di altri, e soprattutto di un Altro.

Cadono all’indietro, sprofondano nell’acqua gelata, alcuni hanno paura di annegare: di per sé, un’esperienza scioccante! Eppure quando li rialzi sono tutti commossi, molti riprendono a pregare, qualcuno scoppia a piangere; chi ringrazia, chi domanda perdono, chi chiede di ripetere l’immersione, due, tre volte; alcuni parrebbero voler restare lì, non andar più via, fermare il tempo.

Prima di tornare nell’anticamera della piscina per rivestirsi quasi tutti si voltano a salutare, sorridenti; molti ringraziano, qualcuno ti abbraccia – ancora tutto bagnato! – stringendoti forte come se fossi un caro amico o un fratello; poi escono per sempre dalla tua vita; tu invece resti lì, a guardare la statuina della Madonna in cima alla vasca – o forse è lei che guarda te? -, a domandarti che cosa sarà successo nel cuore di quell’uomo, quale sofferenza sarà stata guarita questa volta da Maria.

Ma già sta entrando un altro pellegrino, proveniente da chissà dove, con le sue tribolazioni, la sua storia, il suo corpo da offrire. “Bienvenido! … Comment tu t’appèlle? … This way, please…” la Madre celeste oggi aspettava anche te.

 

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Posted by ikzus su 30 ottobre 2015


Kasper contro Ratzinger, la disputa che non finisce mai

Francesco l’ha rinfocolata e il sinodo non l’ha risolta.
Nei paragrafi sui divorziati risposati la parola “comunione” non c’è. Ma il papa potrebbe introdurla lui, d’autorità

di Sandro Magister

ROMA, 30 ottobre 2015 – Era palpabile l’insoddisfazione di papa Francesco per come il sinodo è andato a finire. Nel discorso e nell’omelia di chiusura se l’è presa ancora una volta con l'”ermeneutica cospirativa”, con l’arida “fede da tabella”, con chi vuole “sedersi sulla cattedra di Mosè per giudicare con superiorità i casi difficili e le famiglie ferite”:

> Discorso del 24 ottobre

> Omelia del 25 ottobre

Eppure il documento finale, approvato sabato 24 ottobre, è tutto un’inno alla misericordia, dalla prima all’ultima riga:

> Relazione finale del sinodo dei vescovi

Solo che non c’è nemmeno una parola, in questo documento, che schiodi la dottrina e la disciplina della Chiesa cattolica da quel “no” alla comunione per i divorziati risposati che era il vero muro da abbattere nel disegno dei novatori, il varco che avrebbe portato dritto all’ammissione del divorzio e delle seconde nozze.

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Posted by ikzus su 16 luglio 2012


Andare a messa, cioè a morire, in Nigeria

Una mozione per chiedere che i caschi blu difendano i cristiani

 La strage di cristiani nelle chiese della Nigeria è oggetto di un bollettino di morte che si ripete ogni domenica e in ogni ricorrenza religiosa dall’inizio dell’anno. Contro questo stato di cose, un gruppo di parlamentari del Pdl ha presentato ieri una mozione (prime firmatarie Eugenia Roccella, Fiamma Nirenstein e Souad Sbai) con cui chiede che il nostro governo si attivi “nei confronti dell’Onu, affinché forze di interposizione siano inviate in Nigeria, in coordinamento con il governo nigeriano, a protezione delle chiese cristiane e dei fedeli”. “Chiediamo che non ci si limiti solo alle parole, ma che ci sia una protezione fisica delle persone che vanno a messa, con l’intervento dei caschi blu”, ha detto Eugenia Roccella, mentre Souad Sbai sottolinea come “si parla molto della Siria e del nord Africa, ma su quanto avviene nell’Africa nera permane un silenzio assordante”. Fiamma Nirenstein aggiunge che chiedere l’intervento dei caschi blu può apparire “audace. Ma ci sembra di interpretare un punto di vista necessario”.

I cristiani di Nigeria sono le vittime di una persecuzione che ha prodotto seicento morti dall’inizio dell’anno e più di diecimila nell’ultimo decennio. La mozione afferma che “l’impunità in cui sembrano agire i terroristi ne conferma la forza e la potenza agli occhi del mondo, e rischia di suscitare iniziative analoghe da parte di altri gruppi organizzati, allargando il massacro ad altri territori dove opera il terrorismo di matrice islamica, in nome dell’odio verso i cristiani e verso l’occidente, identificato con la civiltà giudaico cristiana”. Servono quindi “iniziative di solidarietà internazionale a supporto del governo nigeriano, dalla collaborazione bilaterale fino a un possibile intervento dei caschi blu”, perché “il primo interesse delle nazioni è la difesa della libertà di coscienza, di pensiero e di culto”. E ieri un kamikaze si è fatto saltare di fronte a una moschea nel sud del paese, a Maiduguri, dove è attiva la setta islamista Boko Haram, autrice di attacchi contro i cristiani del nord. L’attentato, che ha ucciso cinque persone, puntava probabilmente a eliminare un politico locale e il leader religioso della regione, durante la preghiera del venerdì.

14 luglio 2012 – © FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


Sharia über alles

di Giulio Meotti

Dietro la Merkel anti multiculti c’è l’invadenza del diritto islamico

“L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito”, ha scandito a Potsdam la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Il multiculturalismo è morto”, aveva annunciato venerdì Horst Seehofer, leader della Csu, il partito bavarese gemello della Cdu. La Germania discute furiosamente di integrazione da quando è uscito il pamphlet dell’ex ministro e banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin, “La Germania si distrugge da sola”. Due giorni prima dell’annuncio choc della Merkel, il prestigioso settimanale Der Spiegel, voce del giornalismo liberal tedesco, pubblicava un’inchiesta dal titolo: “Il ruolo della legge islamica nelle corti tedesche”. Sarà poi Merkel a ricordare che “in Germania vige la Costituzione, non la sharia”. Importanti elementi del diritto prodotti in Arabia Saudita nel VII secolo sono da tempo confluiti nel sistema tedesco. Ha denunciato il ministro del Cancellierato Ronald Pofalla: “Se si pone il Corano al disopra della Costituzione tedesca, allora posso solo dire: buona notte, Germania”.

La cronaca aiuta a capire la denuncia improvvisa della cancelliera tedesca contro il multiculturalismo. Già in Gran Bretagna da tempo ormai, al fianco della centenaria common law viene applicata la sharia nei casi di controversie familiari. Si è persino creato un sistema giuridico parallelo con le corti della sharia riconosciute legalmente. Tra i numerosi casi di applicazione del diritto islamico da parte di un tribunale tedesco, lo Spiegel cita i cittadini giordani che in Germania si sposano e divorziano in base alla sharia. Anche la poligamia ha de facto una base giuridica. Lo Spiegel aggiunge che “i giudici tedeschi si rifanno in continuazione alla sharia”. Si tratta di un “lento processo di capitolazione di fronte all’inevitabile”, ha osservato sul settimanale l’analista Henryk Broder.

Il fenomeno rispecchia la crescita della più vasta comunità islamica d’Europa. Dei sette milioni di immigrati stranieri in Germania, oltre 3,3 milioni sono musulmani. E secondo lo Spiegel nel 2030 la quota dei musulmani arriverà a sette milioni. Erediteranno una corposa casistica a loro favore. Un giudice di Hannover ha respinto la richiesta di divorzio di una donna tedesca sposata a un egiziano che minacciava di uccidere la figlia stuprata: “I musulmani hanno una diversa concezione dello stupro”. Un giudice di Essen ha stabilito che le allieve musulmane non possono essere costrette a partecipare alle lezioni di nuoto: “Incompatibili con la loro religione”. Un giudice di Dortmund, citando il Corano, ha stabilito che un padre può picchiare la figlia che si rifiuti di indossare il velo. Un magistrato di Francoforte ha negato il divorzio a una marocchina nata in Germania che per anni è stata picchiata e minacciata di morte dal marito: “Nel Corano, alla Sura quarta verso 34, è previsto che l’uomo possa punire la moglie”. Un anno fa la Bild mise in copertina la statua della Dea Iustitia, il capo coperto dal velo islamico e il Corano su uno dei due piatti della bilancia.

L’avanzata della sharia non si limita ai tribunali. A Mannheim ha aperto la prima banca che segue la sharia e la Deutsche Bank ha emesso quattro nuovi fondi, quotati in Borsa, conformi all’islam. In molte scuole tedesche per i professori musulmani vige la deroga sulla consueta stretta di mano alle ragazze alla consegna dei diplomi. Spiegazione: “Nell’islam è illecito”. La Corte costituzionale ha stabilito che i centri islamici hanno il diritto di diffondere con gli altoparlanti le preghiere, cinque volte al giorno e a partire dal levar del sole. L’ultima a ottenere via libera è stata la gigantesca moschea di Rendsburg. Come nel passaggio incriminato del libro di Sarrazin: “Non voglio che nel paese dei miei nipoti e pronipoti il ritmo della giornata sia scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in oriente”. Gli fa eco una già storica copertina dello Spiegel. Titolo: “Mecca Germania”.

19-10-10 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


«Merkel: Il multiculturalismo è fallito»

di Alessandro Alviani

I conservatori tedeschi seppelliscono l’idea del multiculturalismo. E a officiare la cerimonia è la cancelliera in persona. «L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito», ha detto ieri Angela Merkel, abbandonando per un attimo la sua tradizionale cautela verbale. In passato abbiamo chiesto agli immigrati troppo poco, è giusto pretendere che imparino il tedesco, ha scandito a Potsdam davanti i giovani della Cdu/Csu. L’Islam, comunque, è una parte integrante della Germania, ha corretto il tiro Frau Merkel, ripetendo una discussa frase del presidente federale Christian Wulff.

«Il multiculturalismo è morto», aveva detto venerdì sera Horst Seehofer, leader della Csu (il partito bavarese gemello della Cdu). «Noi ci schieriamo a favore della cultura predominante tedesca e contro il multiculturalismo», aveva aggiunto, ripescando un termine – Leitkultur, cultura predominante – apparso nel dibattito politico tedesco dieci anni fa.

La Germania discute animatamente di integrazione da fine agosto, da quando, cioè, è uscito un provocatorio libro scritto dall’ex banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin. A ravvivare il dibattito ci hanno pensato nei giorni scorsi prima le frasi di Seehofer, che ha chiesto di sospendere l’arrivo di nuovi immigrati dalla Turchia e dal mondo arabo, poi i risultati di due studi: per il primo quasi il 60% dei tedeschi vorrebbe limitare l’esercizio della libertà di religione dei musulmani; per il secondo circa il 41% dei giovani turchi auspica di dividere il pianerottolo con un tedesco, mentre meno del 10% dei giovani tedeschi vorrebbe un vicino turco.

La folta comunità turca in Germania teme che la situazione possa sfuggire di mano: «Ho paura, da settimane mi minacciano dicendomi che sono uno straniero di merda, sebbene io sia un cittadino tedesco – ha raccontato alla «Welt» Kenan Kolat, presidente della comunità turca in Germania – È come all’inizio degli Anni 90 col dibattito sul diritto d’asilo, poco dopo ci furono degli incendi».

Qualcosa, in realtà, nel frattempo è cambiato: la Germania non è più un Paese di immigrazione, ma di emigrazione. Nel 2009 hanno lasciato la Repubblica federale 734.000 persone, mentre 721.000 vi sono emigrate; i turchi che hanno abbandonato la Germania sono stati 10.000 in più rispetto a quelli che vi sono arrivati. Il che sembra paradossale, visti i toni dell’attuale dibattito, che si spiega anche con ragioni politiche. La Cdu, ma soprattutto la Csu di Seehofer, tentano di recuperare l’elettorato conservatore, deluso dal rinnovamento imposto da un’Angela Merkel su cui si moltiplicano le indiscrezioni: da giorni girano voci secondo cui, se a marzo la Cdu dovesse crollare alle regionali in Baden-Württemberg, Merkel potrebbe farsi da parte e lasciare la cancelleria al ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, che parla però di idea «bizzarra».

Il presidente turco Abdullah Gül ha provato ad abbassare i toni, invitando i suoi connazionali in Germania a imparare il tedesco «correntemente e senza accento». Il dibattito, però, prosegue. «La Germania non è un Paese d’immigrazione» e bisogna evitare che la carenza di personale altamente qualificato diventi un pretesto per «un’immigrazione incontrollata», ha rilanciato Seehofer in un piano in sette punti sull’integrazione. Le sue parole suonano tutt’altro che nuove. «L’integrazione è possibile solo se il numero degli stranieri che vivono da noi non continuerà a crescere; bisogna evitare un’immigrazione illimitata e incontrollata». Parola di Helmut Kohl, alla sua prima dichiarazione da cancelliere al Bundestag. Era il 1982.

17-10-2010 © LaStampa

(articolo riprodotto qui)

Vedi anche:

IlGiornale “Angela, ultima arrivata tra i difensori della nostra identità

IlSole24Ore “La Merkel va a destra per contrastare il partito anti-islamico

L’Occidentale “Cittadinanza breve? Chiedetelo alla Merkel

IlGiornale “Immigrazione, l’Europa ritrova l’orgoglio

IGiornale “Khaled Fouad Allam: “Basta con gli autogol. Con la tolleranza si favorisce la xenofobia

IlSole24Ore “Merkel sente soffiare il populismo e apre un dibattito sul post multiculturalismo

IlSole24Ore “Sugli immigrati l’Europa perde il filo

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Posted by ikzus su 21 settembre 2010


Newman ha parlato questa sera a Hyde Park

L’insegnamento del grande convertito nella meditazione del papa alla vigilia della sua beatificazione.

“La passione per la verità ha un grande prezzo: spesso implica essere esclusi, ridicolizzati o fatti segno di parodia”

di Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

questa è una serata di gioia, di immensa gioia spirituale per tutti noi. Siamo qui riuniti in questa veglia di preghiera per prepararci alla messa di domani, durante la quale un grande figlio di questa nazione, il cardinale John Henry Newman, sarà dichiarato beato. Quante persone, in Inghilterra e in tutto il mondo, hanno atteso questo momento! Anche per me personalmente è una grande gioia condividere questa esperienza con voi. Come sapete, Newman ha avuto da tanto tempo un influsso importante nella mia vita e nel mio pensiero, come lo è stato per moltissime persone al di là di queste isole.

Il dramma della vita di Newman ci invita ad esaminare le nostre vite, a vederle nel contesto del vasto orizzonte del piano di Dio, e a crescere in comunione con la Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo: la Chiesa degli apostoli, la Chiesa dei martiri, la Chiesa dei santi, la Chiesa che Newman amò ed alla cui missione consacrò la propria intera esistenza. […] Questa sera, nel contesto della preghiera comune, desidero riflettere con voi su alcuni aspetti della vita di Newman, che considero importanti per le nostre vite di credenti e per la vita della Chiesa oggi.

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La violenza scontata

Posted by ikzus su 14 settembre 2010


Fino a qualche tempo fa – non tanto, in realtà – in Italia lo stupro era considerato un reato non contro la persona, ma contro la morale; ed era normale che il violentatore beneficiasse delle attenuanti, per il solo fatto che la vittima “non si era opposta” oppure, col suo abbigliamento o col suo contegno generale, “aveva dato ad intendere …”. Cose da pazzi, vero? Eppure questo è ciò che succede sempre, quando esplode la violenza islamica in giro per il mondo; è successo anche questa volta.

Un tipo qualunque, pastore di una delle 60.000 sette (o chiese, o denominazioni, o associazioni …) protestanti germogliate dalla Riforma, in uno sperduto paesello dell’immensa campagna americana, dichiara che brucerà pubblicamente copie del Corano per celebrare degnamente il nono anniversario dell’11/9. Apriti cielo! Il mondo trattiene il fiato; i media si scatenano; l’esercito più potente della terra (per bocca del generalissimo Petraeus) paventa le conseguenze di tale gesto; persino l’imperatore del mondo (Obama I) si sgola per impedire tale sciagura. Perché? Perché tutti immaginano, come in un film del terrore, che a tale atto di per sé ridicolo seguirà una tragedia immane – cosa che difatti si verifica, pur se l’insignificante provocatore non eseguirà l’atto blasfemo. Ad oggi si registrano 18 morti, chiese scuole e missioni date alle fiamme, folle inferocite, un presunto kamikaze fermato appena in tempo in Danimarca. Superfluo aggiungere che nessuna delle vittime aveva nulla a che fare col telepredicatore.

Sappiamo tutti che molte donne si abbigliano in maniera vistosa, si comportano in modo allettante, usano la seduzione per ottenere ciò che vogliono, e a volte provocano più o meno apertamente l’altra metà del cielo, che perlopiù non ha la forza di resistergli. Tutto ciò può giustificare la violenza sessuale? Sbagliato provocare; inaccettabile – ripeto: INACCETTABILE! – utilizzare la provocazione come scusa per operare violenza. Invece, quando si tratta di Islam, ormai il riflesso condizionato di tutti rovescia immediatamente l’assunto: sbagliata la violenza, inaccettabile la provocazione! La paura, come un veleno lento ed inesorabile, ha ormai sconvolto la nostra mente: scambiamo l’effetto con la causa, attribuiamo le colpe del carnefice alla vittima, giustifichiamo tranquillamente l’assassinio e condanniamo drasticamente la carnevalata.

Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che il gesto in sé era assolutamente censurabile, che le convinzioni religiose devono essere massimamente rispettate, che la blasfemia è un atto gravissimo indipendentemente da ogni altra considerazione. Sono daccordo; mi limito a fare due osservazioni. In primo luogo, di fatto non è stata questa l’interpretazione che si è data alla vicenda: da Obama in giù, tutti hanno detto soltanto: “Ma sei scemo? Ma non sai cosa succede se …?”. In secondo luogo, se davvero la si pensasse così, non vedo che spazio potrebbero avere gli infiniti detrattori del cristianesimo – dal ‘grande’ Dan Brown al nostro ‘modesto’ Odifreddi, per dire – che invece non solo non vengono minimamente censurati, ma al contrario hanno costruito la loro fortuna proprio sulla melma che spargono a piene mani sui credenti della religione più  diffusa al mondo.

I musulmani devono fare i conti con la violenza del Corano (e riformarlo)

Gli occhi chiusi dell’Occidente

Il Corano non brucia, le chiese sì

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

Il rogo del Corano e l’ipocrisia di Obama

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Posted by ikzus su 22 luglio 2010


Obama: l’irresistibile ascesa di un’illusione

Da oggi in libreria il saggio su Obama scritto da Martino Cervo e Mattia Ferraresi

Al Foglio scherziamo su di un premio che vorremmo presto istituire: “Non è giornalismo” sarebbe il suo titolo o motivazione. La ragione è intuitiva: non ci piace il professionismo generico e compiaciuto di sé. Saper scrivere e cercare di essere intelligenti, dunque fondamentalmente onesti e rassegnati, ma con brio, nella relazione con se stessi e con il mondo, è una peculiarità che non si acquista per via deontologica, la si matura nella vita e la si conferma nell’esperienza, oltre che nella cultura o nella fede. Ci piace il mestieraccio, non la professione augusta, pomposa, ridondante, autoreferenziale, corporativa. Sappiamo di lavorare nell’ambito della selezione e della manipolazione dei fatti, non contiamo sull’invincibilità dell’Assoluto giornalistico, una sciocchezza settaria e una ridicolaggine anche grottesca.

Quest’anno il premio “Non è giornalismo” sarebbe vinto a mani basse da Martino Cervo e Mattia Ferraresi. L’inchiesta su Obama è un campione entusiasmante di curiosità ben costruita, di racconto a tesi che non conclude troppo ma dà quanto promette, di indagine che crea vere piste e veri depistaggi con l’ausilio di letture originali (Benson, Gioacchino da Fiore), di uno spirito cristiano e cattolico militante ma mai invasivo e mai petulante. Per fare agli autori il miglior complimento possibile, non sembra nemmeno un libro su Obama, genere così battuto da risultare ormai palloccoloso. Nella ricerca accurata si sente la vivacità di un’ipotesi, decisiva per scoprire qualcosa, e perfino una vena di pregiudizio, importante per giudicare con l’energia di pensiero necessaria.

L’indagine non riguarda l’immensa fortuna del candidato perfetto Barack Obama, o la sua tremenda disgrazia di presidente in calo di popolarità, anche se il libro è pieno di informazioni ben trasmesse e per così dire tirate a lucido, filtrate con sapienza; ma alla fine si distingue negli autori una perfetta noncuranza dei dettagli politici da trivio. Del fenomeno di questo strano “leader cristiano” che intende fermamente redimere il mondo impaziente di essere redento con il suo umanitarismo organicamente civile, terreno, capace di subordinare a sé il linguaggio anche sentito e vissuto della fede religiosa, gli autori vogliono cogliere l’essenziale, il nucleo atomico che poi si scinde nelle diverse sezioni della cronaca e della storia politica americana di questi anni. Li aiuta un romanzo dimenticato, quello di Robert Benson sul padrone del mondo, metafora assolutamente perfetta di ogni messaggio fondato su valori umanistici perfettamente razionalizzati; e la teologia storica di Henri de Lubac, in particolare la sua celebre tesi sull’umanesimo ateo e il suo saggio su Gioacchino da Fiore (lo spiritualismo senza il Cristo della fede e della storia può portare da qualsiasi parte, come avrebbe detto anche Gilbert K. Chesterton).

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Posted by ikzus su 8 luglio 2010


La Chiesa vuol salvare l’Occidente dal naufragio

di Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto

Benedetto XVI conosce in profondità la cultura occidentale. Se si è deciso a istituire un nuovo organismo vaticano per evangelizzarla, non gli mancano certo ragioni. Non si tratta di serrare le fila di fronte alla dispersione e alla caduta. Molto più, si tratta di capire la crisi e di offrire ragioni di vita e di speranza a chi sembra non averne più. Al di là delle forme e dei modi in cui agirà il nuovo strumento di cui si dota la Chiesa, le domande a cui vorrebbe rispondere mi sembra meritino considerazione da parte di tutti, credenti e no.

Dove si trova oggi la coscienza occidentale agli inizi del terzo millennio, dopo che la parabola delle utopie ideologiche della modernità è approdata alla condizione di disincanto e di crisi del cosiddetto “post-moderno”? Una metafora tratta dalla tradizione ebraica rende bene la condizione in cui ci troviamo: «L’esilio vero d’Israele in Egitto fu che gli Ebrei avevano imparato a sopportarlo» (da I racconti dei Chassidim, a cura di M. Buber). L’esilio non comincia quando lasci la tua casa, ma quando non hai più nel cuore la nostalgia della patria.

L’indifferenza, la mancanza di passione per la verità e il senso che essa può dare alla vita costituiscono la vera debolezza della coscienza occidentale nell’epoca cosiddetta “post-moderna”: se la ragione adulta e illuminata della modernità pretendeva di spiegare tutto, la post-modernità, inaugurata dalla crisi dei modelli ideologici conseguente alla violenza da essi stessi prodotta, si offre anzitutto come tempo che sta al di là della totalità luminosa dell’ideologia, tempo post-ideologico o del lungo addio, stagione di rinuncia e di declino rispetto alle presunzioni totalizzanti dell’idea.

Dove per la ragione adulta tutto aveva senso, per il pensiero debole della condizione post-moderna nulla sembra avere più senso. È tempo di naufragio e di caduta.

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Posted by ikzus su 4 luglio 2010


Ridotti allo stato laicale

La lingua difficile di Benedetto e i “false friends” della riforma

di Maurizio Crippa

La lingua magisteriale e pontificale di Benedetto XVI è sottile, fin da quell’iniziale “operaio nella vigna del Signore” ama velare ciò che importa nella citazione evangelica e nell’auctoritas, affida a Bonaventura o a Emanuele Paleologo il condensato di lunghi pensieri. E come ogni lingua raffinata e allusiva, è piena di “false friends”. Certe sue parole recenti, ben scandite e ripetute, la penitenza e la trasparenza, la necessità di sottomettersi “alle esigenze della giustizia”, persino davanti a pregiudiziali e maldisposti giudici terreni, e persino l’ammissione degli “sbagli” amministrativi di Propaganda Fide, hanno attirato come mosche sul miele una schiera di strani nuovi amici, ex nemici di antica data, da Giancarlo Zizola in giù, improvvisamente entusiasti di aver trovato in Benedetto XVI l’insperato alleato, il Papa che non pensavi pronto a farsi artefice quella grande riforma sempre agognata e mai realizzata, che sempre cambia  nome – lo spirito del Concilio, il Vaticano III, la collegialità – ma mai sostanza in quello che è il suo vero radicamento, come insegna il professor Prosperi, nella Riforma luterana, il primato della coscienza e l’abbattimento dell’istituzione.

Sono cascati nella trappola dei “false friends” con poco stile,
spesso con malcelato rancore, senza ritegno nel farsi traghettare oltre le linee del vecchio avversario, la chiesa-istituzione, dalle teste di ponte dell’odio montante del mondo, dalle campagne di sventramento diffamatorio, quelle vorrebbero veder condannata una volta per sempre la chiesa in quanto tale, inchiodando alla nuova shoah pedofila “gli assassini che mangiano di magro”. Hanno probabilmente contato anche su un altro insperato aiuto, quello di un’autorevole testa di moro ratzingeriana, il cardinale di Vienna. Pas des ennemies à droite.

Poi accade che Benedetto XVI sceglie la data della festa del primato petrino, la festa dei santi Pietro e Paolo, per chiamare a Roma Christoph Schönborn e, al di là delle interpretazioni più o meno sottili che si possano dare, all’ingrosso ha ribadito il suo primato nel governo della chiesa, la sua stima ai cardinali che nuove e antiche polemiche “interne” (si usa molto, di recente, l’aggettivo “interno” per i guai della chiesa) avevano colpito. La penitenza non è una chiamata di correo, la collegialità non è anarchia. E nessuna lotta intestina dentro il Sacro collegio può essere tollerata come lecita divergenza di opinioni. Basta e avanza, per riscatenare l’odio dei momentanei “false friends”, quelli che forse non avevano capito il senso delle parole, o forse solo ci hanno provato. E di cui Vito Mancuso è una sorta di portavoce preterintenzionale e sopravvalutato, ma letto e ascoltato dal pubblico dei giornali e delle conferenze, e accipicchia quanto ben accreditato nella piccola consorteria dell’accademia teologica, della chiesa progressista e pure di quella borderline che bazzica tra le pagine di Repubblica e le aule di don Verzé. Quelli insomma che più che la riforma della chiesa ne vorrebbero semplicemente la sua riduzione allo stato laicale, o al “silentium claustri”.

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Posted by ikzus su 15 giugno 2010


Il papa “ripensa” il celibato del clero. Per rafforzarlo

È il segno, dice, che Dio c’è e ci si lascia prendere dalla passione per lui. Per questo è un grande scandalo e lo si vuol fare sparire. La trascrizione integrale dell’ultimo intervento di Benedetto XVI sul tema. E di una sua sorprendente anteprima del 2006

di Sandro Magister

ROMA, 15 giugno 2010 – A chi si aspettava un “ripensamento” della regola del celibato del clero latino, Benedetto XVI è andato incontro. Ma a modo suo.

La sera di giovedì 10 giugno, in piazza San Pietro, nella veglia di chiusura dell’Anno Sacerdotale, rispondendo a cinque domande di altrettanti preti dei cinque continenti, papa Joseph Ratzinger ha dedicato una risposta proprio a illustrare il significato della castità dei sacerdoti. E l’ha fatto in forma originale, distaccandosi dalla letteratura storica, teologica e spirituale corrente.

La trascrizione integrale e autenticata della risposta del papa, diffusa dal Vaticano due giorni dopo e riprodotta più sotto, consente di capire in profondità il suo ragionamento.

Il celibato – ha detto il papa – è un’anticipazione “del mondo della risurrezione”. È il segno “che Dio c’è, che Dio c’entra nella mia vita, che posso fondare la mia vita su Cristo, sulla vita futura”.

Per questo – ha detto ancora – il celibato “è un grande scandalo”. Non solo per il mondo di oggi “in cui Dio non c’entra”. Ma per la stessa cristianità, nella quale “non si pensa più al futuro di Dio e sembra sufficiente solo il presente di questo mondo”.

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Posted by alenu su 11 giugno 2010


Un discorso di Geert Wilders, Europarlamentare e Presidente del Freedom Party, Olanda. Wilders ha raccolto il testimone insanguinato del suo compatriota Theo Van Gogh, assassinato ad Amsterdam nel 2004 dopo che la tv aveva trasmesso il suo film «Sottomissione» sul Corano e sulla violenza contro le donne nella società islamica, realizzato con la rifugiata somala Ayaan Hirsi Ali.

Cari Amici,

Grazie per avermi invitato.

Sono venuto in America con una missione. Non va tutto bene nel Vecchio Continente. Abbiamo davanti un enorme pericolo, ed è molto difficile restare ottimisti. Potremmo essere nelle fasi finali dell’islamizzazione dell’Europa. Questo non solo costituisce un pericolo chiaro e attuale per il futuro dell’Europa stessa, è una minaccia per l’America e per la sopravvivenza stessa dell’Occidente. Gli Stati Uniti come ultimo bastione della civiltà occidentale, davanti a un’Europa islamica.

Permettetemi di descrivere innanzitutto la situazione di fatto in Europa. Poi dirò alcune cose sull’Islam. E in conclusione vi dirò di un incontro a Gerusalemme.

L’Europa che conoscete sta cambiando.

Probabilmente ne avrete visitato i monumenti. Ma in tutte queste città, talvolta a pochissima distanza dalle vostre destinazioni turistiche, c’è un altro mondo. E’ il mondo della società parallela creata dall’immigrazione di massa musulmana.

Dovunque in Europa sta sorgendo una nuova realtà: interi quartieri musulmani dove sono pochissimi i nativi che vi risiedono o che anche semplicemente vi si fanno vedere. E se si facessero vedere potrebbero pentirsene. Questo vale anche per la polizia. E’ il mondo dei veli, dove le donne girano sotto delle tende informi, con delle carrozzine e gruppi di bambini. I loro mariti o, se volete, i loro schiavisti, camminano tre passi più avanti. Con le moschee a molti angoli di strada. I negozi hanno cartelli che noi non riusciamo a leggere. Sarebbe difficile trovare una qualsiasi attività economica. Questi sono ghetti musulmani controllati da fanatici religiosi. Sono quartieri musulmani che stanno nascendo come funghi in tutta Europa. Sono i mattoni per costruire il controllo territoriale di porzioni sempre più grandi dell’Europa, strada per strada, quartiere per quartiere, una città dopo l’altra.

Oggi l’Europa è cosparsa di migliaia di moschee. E hanno più fedeli di quanti ce ne siano nelle chiese. E in ogni città europea ci sono piani per costruire delle super moschee che sovrasteranno ogni chiesa della regione. Chiaramente il segnale che si vuole dare è: comandiamo noi.

Molte città europee sono già per un quarto musulmane: basta guardare Amsterdam , Marsiglia e Malmo, in Svezia. In molte città la maggioranza della popolazione minorenne è musulmana. Parigi è oggi circondata da una cerchia di quartieri musulmani. Mohammed è il nome più popolare fra i maschi di molte città.

In alcune scuole elementari di Amsterdam non si può più menzionare il podere agricolo, perché significherebbe alludere anche al maiale, e questo costituirebbe un insulto ai musulmani.

Molte scuole statali del Belgio e della Danimarca servono solo cibo halal, a tutti gli allievi. Ad Amsterdam, una volta tollerante, gli omosessuali sono picchiati quasi esclusivamente dai musulmani. Per le donne non-musulmane è normale sentirsi dire “puttana, puttana”. I piatti satellitari non sono puntati verso i canali locali, ma verso le televisioni dei paesi d’origine.

In Francia si consiglia agli insegnanti di evitare gli autori ritenuti offensivi per i musulmani, ivi compresi Voltaire e Diderot; lo stesso vale sempre di più per Darwin. La storia dell’Olocausto non si può più insegnare a causa dell’ipersensibilità dei musulmani.

I tribunali islamici adesso sono ufficialmente parte integrante del sistema legale britannico. Molti quartieri della Francia sono proibiti a donne che non indossino il velo. La settimana scorsa un uomo ha rischiato di morire dopo esssere stato picchiato dai musulmani a Bruxelles, perché beveva durante il Ramadan.

Un numero senza precedenti di ebrei sta fuggendo dalla Francia, per sfuggire alla peggiore ondata di anti-semitismo si sia mai vista dai tempi della seconda guerra mondiale. Oggi è comune sentir parlare francese nelle strade di Tel Aviv e Netanya, in Israele. Potrei continuare all’infinito con racconti come questi. Racconti sull’islam.

Oggi in Europa vivono un totale di 54 milioni di musulmani .. L’università di San Diego ha calcolato recentemente che un colossale 25 per cento della popolazione europea sarà musulmana nel giro di appena 12 anni. Bernhard Lewis ha predetto che entro la fine del secolo i musulmani saranno in maggioranza.

Ora, questi sono solo numeri. E i numeri non sarebbero minacciosi se gli immigrati musulmani avessero un forte desiderio di integrarsi. Ma ci sono pochi segni che sia così. Il Centro di ricerca Pew riferisce che metà dei musulmani francesi considera più forte il loro dovere di fedeltà all’islam della corrispondente fedeltà alla Francia. Un terzo dei musulmani francesi non è contrario agli attacchi suicidi. Il Centro britannico per la Coesione sociale ha riferito che un terzo degli studenti musulmani britannici è a favore di un califfato mondiale. I musulmani esigono quello che chiamano “rispetto”. Ed è così che diamo loro “rispetto”: abbiamo cinque feste nazionali musulmane ufficiali.

Il Ministro della giustizia cristiano-democratico è disposto ad accettare la sharia in Olanda se ci sarà una maggioranza musulmana. Nel governo abbiamo ministri con passaporti del Marocco e della Turchia.

Le rivendicazioni musulmane sono accompagnate da comportamenti illegali, che vanno dai piccoli reati e le violenze a caso, ad esempio contro gli operatori di ambulanze e guidatori di bus, ai piccoli tumulti. Parigi ha avuto sommosse nelle banlieue.

Io chiamo i responsabili di tutto questo dei ‘colonizzatori’. E’ questo ciò che sono. Non vengono per integrarsi nelle nostre società, vengono per integrare la nostra società nel loro Dar-al-Islam. Perciò sono dei colonizzatori.

Gran parte delle violenze di strada che ho menzionato è diretta esclusivamente contro non-musulmani, il che costringe molti nativi a lasciare i loro quartieri, le loro città, i loro paesi. Inoltre, adesso i musulmani rappresentano un voto determinante che non si può ignorare.

La seconda cosa che dovete sapere è l’importanza del profeta Maometto. Il suo comportamento deve servire da esempio a tutti i musulmani e non si può criticare. Ora, se Maometto fosse stato un uomo di pace, diciamo come Gandhi e Madre Teresa messi insieme, non ci sarebbe problema. Ma Maometto era un guerrafondaio, un omicida di massa, un pedofilo, ed ebbe molti matrimoni – simultaneamente. La tradizione islamica ci dice come combatté in battaglia, come fece assassinare i suoi nemici e perfino i prigionieri di guerra. Maometto stesso massacrò la tribù ebraica di Banu Qurayza. Se è bene per l’islam, è bene. Se è male per l’islam è male.

Non fatevi ingannare da chi vi dice che l’islam è una religione. Certo, ha un dio, e un al di là, e 72 vergini. Ma in essenza l’islam è un’ideologia politica. E’ un sistema che stabilisce regole dettagliate per la società e per la vita di ogni persona. L’islam vuole dettare ogni aspetto della vita. Islam significa “sottomissione”. L’islam non è compatibile con la libertà e la democrazia, perché quello a cui punta è la sharia. Se si vuole paragonare l’islam a qualcosa, si paragoni al comunismo o al nazional-socialismo: sono tutte ideologie totalitarie.

Adesso capite perché Winston Churchill chiamava l’islam ‘la forza più retrograda del mondo’ e perché paragonò il Corano al Mein Kampf.

L’opinione pubblica ha accettato in pieno il racconto palestinese e vede Israele come l’aggressore. Io sono vissuto in questo paese e l’ho visitato decine di volte. Io sto dalla parte di Israele. Primo, perché è la patria ebraica dopo duemila anni di esilio, fino ad Auschwitz compreso; secondo perché è una democrazia e terzo perché Israele è la nostra prima linea di difesa.

Questo minuscolo paesino è situato sulla faglia di demarcazione della jihad, e ferma l’avanzata territoriale dell’islam. Israele è in prima linea contro la jihad, come il Kashmir, il Kosovo, le Filippine, la Thailandia meridionale, il Darfur nel Sudan, il Libano ed Aceh in Indonesia. Israele è semplicemente nel mezzo. Nello stesso modo in cui lo era Berlino Ovest durante la Guerra Fredda.

La guerra contro Israele non è una guerra contro Israele. E’ una guerra contro l’Occidente. E’ jihad. Israele sta semplicemente subendo i colpi che sono mirati contro tutti noi. Se non ci fosse stato Israele, l’imperialismo islamico avrebbe trovato altri luoghi in cui scatenare le sue energie e il suo desiderio di conquista. Grazie ai genitori israeliani che mandano i loro figli nell’esercito e poi di notte non riescono a chiudere occhio, i genitori in Europa e America possono dormire sonni tranquilli e sognare, ignari dei pericoli che stanno intorno.

Molti in Europa sostengono che bisogna abbandonare Israele per venire incontro alle rimostranze delle nostre minoranze musulmane. Ma se Israele dovesse, Dio non voglia, soccombere, non ne verrebbe un sollievo all’Occidente. Non significherebbe che le nostre minoranze musulmane improvvisamente cambierebbero comportamento e accetterebbero i nostri valori. Al contrario, la fine di Israele darebbe un incoraggiamento enorme alle forze dell’islam. Vedrebbero, giustamente, la fine di Israele come la prova che l’Occidente è debole e desinato all’annientamento. La fine di Israele non significherebbe la fine dei nostri problemi con l’islam ma solo l’inizio. Significherebbe l’inizio della battaglia finale per il dominio mondiale. Se riescono a distruggere Israele, riusciranno a ottenere tutto quello che vogliono.

I cosiddetti giornalisti si offrono per etichettare chiunque critichi l’islamizzazione come “estremisti di destra” o “razzisti”. Nel mio paese, l’Olanda, il 60 per cento della popolazione adesso considera l’immigrazione di massa dei musulmani come il più grande errore politico a far tempo dalla seconda guerra mondiale. E un altro 60 per cento vede nell’islam la minaccia più grande.

Eppure esiste un pericolo più grande degli attacchi terroristici, ed è lo scenario dell’America come ultimo uomo rimasto in piedi.

Le luci potrebbero spegnersi in Europa più velocemente di quanto ci si immagini. Un’Europa islamica significa un’Europa senza libertà e democrazia, una terra economicamente desolata, un incubo intellettuale, e una perdita di potenza militare per l’America – dato che i suoi alleati diventeranno nemici, nemici con la bomba atomica.

Con un’Europa islamica l’America resterebbe da sola a preservare il retaggio di Roma, Atene e Gerusalemme.

Cari amici, la libertà è il più prezioso dei doni. La mia generazione non ha mai dovuto combattere per questa libertà, ci fu offerta su un vassoio d’argento, da gente che per essa aveva sacrificato la vita.

In tutta Europa i cimiteri americani ci ricordano i giovanotti che non ce la fecero mai a ritornare a casa, e la cui memoria ci è cara. La mia generazione non è proprietaria di questa libertà; siamo solo chiamati a custodirla. Possiamo solo trasmettere questa libertà, duramente conquistata, ai figli d’Europa, nelle stesse condizioni in cui ci è stata offerta. Non possiamo venire a un compromesso con i mullah e gli imam. Le generazioni del futuro non ce lo perdonerebbero mai. Non possiamo disperdere le nostre libertà. Semplicemente, non abbiamo il diritto di farlo.

Dobbiamo fare adesso i passi necessari per fermare questa stupidità islamica e impedirle di distruggere il mondo libero quale noi lo conosciamo.

Vi prego di prendere il tempo necessario per leggere e comprendere quello che c’è scritto qui. Vi prego di inviarlo ad ogni persona libera che conoscete….”

Sunday, October 19, 2008

geert wilders: Who lost Europe to Islam?

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Posted by ikzus su 8 giugno 2010


La chiesa dica che quel vescovo non è morto per accidente

Quando il Papa fu aggredito per il discorso di Ratisbona, per quel passaggio di elementare buon senso storico e teologico sul nesso tra fede e conversione forzata nella religione maomettana, e nessuno lo difese come si doveva, e il Vaticano si impegolò in gesti di scusa e di correzione non persuasivi perché insinceri mentre i fanatici islamisti chiamavano a raccolta folle vocianti, una suora veniva assassinata, e altri delitti venivano compiuti in nome dell’intolleranza in ogni parte del mondo, ebbi un brivido di paura e un senso di rivolta.

Altro che gaffe: era stata detta una profonda verità, anzi il fondo della verità era stato toccato nel cuore dell’Europa cristiana, a pochi anni dall’11 settembre, e subito la verità era stata sepolta in nome della diplomazia, mentre la strada islamica e araba gridava alta e forte la sua intollerante menzogna, ingaggiava e vinceva la sua ennesima violenta battaglia. Quando uccisero don Andrea Santoro fui impressionato dalla bambagia diplomatica che avvolse da subito quella morte solitaria e triste a Trebisonda, provocata da un fanatico islamista subito dichiarato pazzo; e poi fu la volta di una umiliante gestione protocollare del viaggio di Benedetto in Turchia. Ora quei sentimenti ritornano, dopo che un vescovo, e che vescovo, Luigi Padovese, capo della chiesa cattolica in Turchia, vicario apostolico nella terra di san Paolo, è stato a sua volta ucciso da un giovane musulmano suo collaboratore alla vigilia del suo viaggio a Cipro per incontrare il Papa, con gli ortodossi e gli islamici che sull’isola convivono in condizioni di tregua belligerante da molti decenni.

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Posted by ikzus su 8 giugno 2010


Oggi i funerali di mons. Padovese.
L’assassino: “Ho ammazzato il grande satana!”

di Geries Othman

Il vescovo è stato accoltellato in casa e decapitato all’esterno. Ha gridato aiuto prima di morire. Anche l’assassino ha gridato: “Allah Akbar!”. La presunta insanità di mente dell’omicida è ormai da escludere. Non vi è alcun certificato medico che lo provi. Murat Altun accusa il vescovo ucciso di essere omosessuale. Il ministro turco della giustizia condanna l’omicidio e promette di fare piena luce sull’accaduto.

Iskenderun (AsiaNews) – Oggi alle 16 vi saranno i funerali di mons. Padovese, ucciso dal suo autista, Murat Altun, stranamente “impazzito” lo scorso 3 giugno. Intanto si aggiungono nuovi particolari sulla dinamica e sui moventi dell’uccisione che ha prostrato la Chiesa turca.

Alla cerimonia delle esequie, che si svolge nella chiesa dell’Annunciazione, partecipano il nunzio apostolico, mons. Antonio Lucibello, i vescovi latini di Istanbul e Smirne, il vescovo armeno cattolico di Istanbul, oltre a tutti i sacerdoti della Turchia e rappresentanze delle ambasciate internazionali.

Sarà presente anche un delegato della Conferenza dei vescovi dell’Europa. Non è invece prevista la presenza di vescovi da altre nazioni e in particolare dall’Italia: subito dopo il funerale a Iskenderun, la salma di mons. Padovese sarà portata in Italia a Milano, dove riceverà altre esequie. La data dei funerali in Italia è fissata con ogni probabilità a lunedì 14 giugno. Il ritardo è dovuto al fatto che anche la magistratura italiana ha richiesto di fare un’autopsia sul cadavere martoriato del vescovo.

Mentre i giorni passano, si aggiungono nuovi particolari alla vicenda dell’assassinio e alla presunta “insanità” dell’uccisore.

I medici che hanno effettuato l’autopsia hanno rilevato che mons. Padovese presentava coltellate in tutto il corpo, ma soprattutto dalla parte del cuore (almeno 8).  La testa era quasi completamente staccato dal tronco, attaccata al corpo solo con la pelle della parte posteriore del collo.

Anche la dinamica dell’uccisione è più chiara: il vescovo è stato accoltellato in casa. Egli è riuscito ad avere la forza di andare fuori, sulla soglia della casa, sanguinante e gridando aiuto e là avrebbe trovato la morte. Forse solo quando egli è caduto a terra, qualcuno gli ha tagliato la testa.

Testimoni affermano di aver sentito il vescovo gridare aiuto. Ma ancora più importante, è che essi hanno sentito le urla di Murat subito dopo l’assassinio. Secondo queste fonti, egli è salito sul tetto della casa è ha gridato: “Ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar!”.

Questo grido coincide perfettamente con l’idea della decapitazione, facendo intuire che essa è come un sacrificio rituale contro il male. Ciò mette in relazione l’assassinio con i gruppi ultranazionalisti e apparentemente fondamentalisti islamici che vogliono eliminare i cristiani dalla Turchia.

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Posted by ikzus su 7 giugno 2010


Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza

Benedetto XVI, omelia della sera di sabato 5 giugno 2010 a Nicosia (Cipro)

Cari fratelli e sorelle in Cristo, il Figlio dell’Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (cfr. Giovanni 3, 14-15). In questa messa adoriamo e lodiamo il nostro Signore Gesù Cristo, poiché con la sua santa croce ha redento il mondo. Con la sua morte e risurrezione ha spalancato le porte del cielo e ci ha preparato un posto, affinché a noi, suoi seguaci, venga donato di partecipare alla sua gloria.

[…]

Il centro della celebrazione odierna è la croce di Cristo. Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. È vero che la croce esprime tutti questi significati. E tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell’amore di Dio su tutti i mali del mondo.

Vi è un’antica tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo, conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth piantò un seme dall’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero che si trovava al centro del giardino dell’Eden. Attraverso la provvidenza di Dio, l’opera del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le sue stesse armi contro di lui.

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Posted by ikzus su 20 maggio 2010


Indagine sulla pedofilia nella Chiesa

Intervista a Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 17 maggio 2010 (ZENIT.org).- Quanti casi di pedofilia si sono registrati all’interno della Chiesa cattolica? E quanti sono quelli verificatisi nella società? Chi promuove una cultura della pedofilia? E come ha fatto questa cultura a contaminare anche parti della Chiesa cattolica?

Per rispondere a queste come ad altre domande su un tema così delicato e spinoso Francesco Agnoli, Massimo Introvigne, Giuliano Guzzo, Luca Volonté e Lorenzo Bertocchi hanno appena pubblicato il saggio “Indagine sulla pedofilia nella Chiesa” (edizioni Fede & Cultura)

Per approfondire il tema in questione, ZENIT ha intervistato uno degli autori, Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo, collaborare del blog www.libertaepersona.org/dblog/.

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Posted by ikzus su 19 maggio 2010


Come salvare la libertà religiosa in Europa

di Osvaldo Baldacci [Liberal, 18 maggio 2010]

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Strasburgo, 3 novembre dello scorso anno: con una sentenza che suscitò clamore e critiche in tutta Europa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che l’Italia doveva rimuovere il Crocifisso dalle aule scolastiche, accogliendo il ricorso presentato da Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana di origine finlandese, «in nome del principio di laicità dello Stato». Sentenza miope sotto il profilo giuridico costituzionale e profondamente ipocrita sotto il profilo dei presupposti etici di libertà che ogni Stato democratico è chiamato a garantire e promuovere a favore dei propri cittadini.

Il 30 giugno prossimo, davanti alla Grande Chambre della Corte di Giustizia a Strasburgo si discuterà il ricorso presentato dal Governo italiano avverso quella pronuncia ispirata ad una visione ideologica e settaria della libertà religiosa. La ricevibilità del ricorso è un primo importantissimo passo nella giusta direzione per ribaltare il giudizio di primo grado. Si apre ora la seconda fase, e cioè quella di un nuovo giudizio da parte della Grande Chambre in ordine alla presunta violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo da parte dell’Italia a seguito dell’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. In tal senso, in occasione del deposito della memoria del ricorso alla Corte di Giustizia da parte del governo italiano, tramite il ministero degli Affari Esteri, il 29 aprile scorso, si è svolta una prima seduta di dibattito della sentenza presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo.

La sessione, promossa da una delle parti costituitasi nel processo, l’European Centre for Law and Justice (Eclj), ha visto la partecipazione delle Rappresentanze Diplomatiche di parecchi Paesi membri del Consiglio d’Europa, di magistrati della Corte di Giustizia dei Diritti dell’Uomo, di consulenti giuridici ed esperti dei vari Paesi coinvolti. La missione italiana, guidata dal vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il professore Roberto de Mattei, è stata tra i principali attori dell’assemblea. Facciamo alcune osservazioni generali sulla delicatissima questione oggetto del ricorso del governo italiano: in gioco è infatti, secondo tutti gli esperti di diritto coinvolti nella sentenza “Lautsi vs Italie” il diritto di libertà per eccellenza di ogni persona umana, ovvero la libertà di religione e le sue manifestazioni in luoghi pubblici.

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Posted by ikzus su 13 maggio 2010


La retromarcia della Bbc sui preti pedofili

“Non è un problema della sola chiesa cattolica”

Clamorosa marcia indietro della Bbc sul tema dei preti pedofili. “Sex Crimes and Vatican” si intitolava il documentario di 38 minuti e 57 secondi con il quale nell’ottobre del 2006 la tv pubblica britannica si unì alla campagna internazionale sul coinvolgimento della Chiesa cattolica negli abusi ai minori (Guarda qui, qui, qui e qui). Fu  una polemica che rimbalzò anche in Italia, quando nel maggio del 2007 il filmato fu trasmesso da Anno Zero di Michele Santoro. Ma in data 4 maggio 2010 a tornare sul tema è stato un articolo del sito on line della stessa Bbc: “Looking behind the Catholic sex abuse scandal”, a firma Aidan Lewis. Un testo prudente, ma che riferisce come secondo ricerche ed esperti “gli uomini facenti parte della Chiesa cattolica non sono più propensi agli abusi di altri”, e “la gran parte di abusi commessi da preti si è ridotta drasticamente negli ultimi 20-30 anni”.

Secondo questo articolo, il  punto di riferimento essenziale è lo studio del John Jay College of Criminal Justice, commissionato dalla Conferenza Episcopale Usa e pubblicato nel 2004: due anni dopo l’esplodere dello scandalo, che mostrerebbe come “c’è una grossa differenza tra la realtà e il dibattito”. Le cifre indicavano infatti che il 4 per cento dei sacerdoti statunitensi erano stati accusati di aver abusato di minori negli anni compresi tra il 1950 e il 2002, e il 75 per cento dei casi si riferivano al periodo 1960-1984. Altri studi sono stati fatti sulla Germania, dove 150 sacerdoti sono stati accusati di abusi dopo il 1990. In Irlanda è invece il rapporto Ryan del 2009 a riportare un migliaio di testimonianze. A livello mondiale, tra 2001 e 2010 il Vaticano ha esaminato accuse di abusi riferite a circa 3000 sacerdoti per un arco di cinquant’anni. Una proporzione da riferire agli oltre 400.000 sacerdoti presenti in tutto il mondo.

Nel 2004 non c’erano altri analoghi studi su altri segmenti di popolazione degli Stati Uniti, e solo ora ne sta venendo realizzato uno sui Boy Scout. Ma gli autori della ricerca convenivano di inserire il problema nel più ampio contesto degli abusi sui minori, che è un problema rlevante anche fuori della chiesa cattolica. L’articolo osserva che tra gli stessi cattolici è sorta la domanda “se non ci siano aspetti della vita sacerdotale cattolica a incoraggire gli abusi”.  “Il celibato può in effetti essere un problema ma la gran parte degli abusi sessuali non sono commessi da celibi”, è l’obiezione di Margaret Smith: una degli autori del rapporto. “Se il 4 per cento dei sacerdoti sono coinvoli in abusi ai danni di minori, significa che per l’altro 96 per cento il celibato non ha rappresentato una spinta a fare questo tipo di abusi”. Peraltro, la Smith rifiuta anche l’ipotesi del Cardinale Bertone, sul collegamento tra pedofilia e omosessualità. “La maggior parte degli abusi a minori sono commessi da maschi eterosessuali e sposati”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO 10 maggio 2010

di Maurizio Stefanini

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Posted by ikzus su 30 aprile 2010


La chiesa di Benedetto e quella di Kung

Scritto da Cesare Catà   |   27/04/2010   |   http://www.informazione.tv/news.asp?id=8460

È stato detto, e non credo sia un’iperbole, che l’attacco subito in questi mesi dalla Chiesa di Roma è il più grande mai sferrato dai tempi della Riforma. È stato detto, e anche questo a ragione, che tale attacco ha la sua “base” organizzativa in ambienti di potere internazionale massonico o pseudo-massonico che mirano programmaticamente a minare l’autorità papale. Verissimo. Ma c’è forse un altro dato, quasi inconfessabile e più terribile, al fondo del fango che oggi viene gettato in faccia a Joseph Ratzinger all’alba del 5° genetliaco del suo Pontificato (si badi bene: il primo e unico Papa in grado di denunciare la pedofilia come un male odioso, una colpa orrenda che macchia a sangue la vita della Chiesa). Mi riferisco al fatto che, per molti versi, la crisi e l’attacco patiti oggi dal Cattolicesimo hanno una origine e una forza che, prima di essere esterna, è anzitutto interna. Interna alla Chiesa stessa. Una Chiesa che, nei suoi rappresentanti, non riesce e/o non vuole essere ratzingeriana.

Questo Papa fa paura, perché è il Pontefice più colto e acuto che abbia mai seduto sul soglio di Pietro dai tempi di Pio II. Sempre le grandi idee terrorizzano i mediocri. E oggi, ahimè, sono molti i mediocri tra i rappresentanti della Chiesa.

Questo Papa fa paura a molti gruppi di potere interni alla Chiesa, chiamati alla sbarra da Ratzinger; fa paura a molti equilibri e personalismi vescovili e cardinaleschi; fa paura a troppi monsignori, curati e parroci adagiatisi su una idea stanca di Cristianesimo, ormai incapace di parlare alle genti – come Ratzinger pretende, con voce mite e ferma, che accada ancora.

Il fatto che il più celebre teologo vivente, lo svizzero Hans Küng, professore emerito alla Università di Tubinga, abbia recentemente composto una “pubblica lettera” sulla Cristianità, ampiamente circolata sui giornali nei giorni scorsi, la quale non è altro che un attacco frontale e rozzo all’operato di Ratzinger, la dice lunga sulla situazione attuale della Chiesa al suo interno.

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Posted by ikzus su 20 aprile 2010


Guerra alla Chiesa:
il Medioevo dei laicisti

di Giancarlo Perna, Il Giornale del 20-4-2010
Assistiamo a una specie di ritorno al passato a ruoli rovesciati: oggi siamo oppressi dalla prepotenza di chi combatte il cattolicesimo con toni da Inquisizione. E la vicenda dei preti pedofili diventa lo spunto per distruggere duemila anni di storia

Tutti si sentono in diritto di sbertucciare la Chiesa e fare sberleffi al Papa. I concittadini di Ratzinger imbrattano la sua casa natale e i maltesi lo accolgono con manifesti offensivi. Con la scusa dello 0,03 di preti pedofili – questa la percentuale dei viziosi sul totale degli ecclesiastici – si è partiti lancia in resta contro duemila anni di storia. C’è in questa ventata distruttiva qualcosa di così nevrotico e apocalittico da fare temere che in troppi abbiano perso la trebisonda. I laici dimenticano la loro essenza – la razionalità – per combattere la Chiesa con i toni del fanatismo inquisitorio: o ti penti o ti brucio.
L’artificiosità della diatriba sui preti pedofili è dimostrata da questo. Per l’errore di pochi, si mette in discussione la Chiesa nella sua totalità. Il Papa, le gerarchie, il culto, la missione che si è data, il ruolo che un miliardo di esseri umani le attribuisce. Non si fa però altrettanto con lo Stato, l’omologo laico della Chiesa. Accade ogni giorno che funzionari rubino, politici si arricchiscano, magistrati esercitino sadicamente il potere, militari rinneghino il giuramento. A nessuno però viene in mente di dire: è lo Stato che ruba, che spergiura, ecc. Semmai, subisce. Si puniscono gli individui che hanno sbagliato, non si abbatte l’edificio. Non si confonde il frammento con l’intero come invece si sta facendo con la Chiesa. Eppure è anch’essa, come lo Stato, la prima vittima delle infedeltà dei suoi rappresentanti. Si dice: la Chiesa non è più credibile perché predica la castità e poi la infrange. Ma vale anche per lo Stato: impone la legalità e poi la viola. Posizioni identiche e conseguenze opposte: pollice verso per l’una, indulgenza per l’altro.

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