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L’amore che costa

Posted by alagna su 19 dicembre 2012


Un vescovo, il potere, i distratti

La dolorosa vicenda di monsignor Taddeo Ma Daqin – il vescovo ausiliare di Shanghai che si è visto “revocare” la nomina da Pechino, come punizione per essersi pubblicamente staccato dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi – non pare scaldare gli animi di tanti attivisti nostrani, pronti a muoversi per le più diverse cause di diritti negati nel mondo. Non sono bastati gli oltre cinque mesi di arresti domiciliari passati dal presule cinese nel seminario di Shashan a farne un “personaggio” tale da essere adottato dall’opinione pubblica internazionale. Il che la dice lunga dello strabismo dei mass media occidentali. Ma il guaio è che – seppur con alcune lodevoli eccezioni – persino sui media d’ispirazione cattolica si rischia di considerare la vicenda del vescovo. Ma come l’ennesimo “incidente” nei già tesi rapporti fra Pechino e il Vaticano. Le cose non stanno affatto così.
Intanto perché quanto accaduto in questi giorni è di una gravità inaudita. Giovedì scorso è dovuto scendere in campo il “numero due” di Propaganda Fide per spiegare a chiare lettere che il provvedimento adottato dal governo cinese è «sotto il profilo ecclesiale, privo di qualsiasi valore giuridico» e che, proprio perché «dimentica» che la sola autorità in materia di nomina episcopale è il Papa, esso «crea inutilmente una divisione nel Paese».

Il dispiacere maggiore, però, è nel constatare che pochi conoscono la splendida lezione di fede, tenacia e coraggio che monsignor Ma sta offrendo al mondo intero. Se oggi tace il blog al quale per mesi il vescovo ha affidato brevi pensieri (il presule sa benissimo che un passo falso potrebbe costargli caro), non si è spenta la sua voglia di condividere l’esperienza di fede nella prova che lo vede protagonista. Ogni giorno, infatti – come scrive MissiOnLine.org – monsignor Ma pubblica preghiere, riflessioni e passi del Vangelo su un sito cinese di microblogging affine a Twitter. E oltre diecimila persone lo seguono, per via telematica, esprimendogli solidarietà e vicinanza.

Ebbene, dall’inusuale pulpito di un social network (ma è ancora così, oggi che anche Benedetto XVI lo ha scelto come “nuovo aeropago”?), il giorno in cui si è diffusa la notizia della “revoca governativa” della nomina episcopale monsignor Ma ha diffuso un pensiero a dir poco sorprendente («L’amore di Dio è come l’amore sincero di un padre, la tenerezza di una madre, il dolce sentimento di uno sposo verso la sposa»), corredandolo con la citazione di un noto passo di Isaia: «Quand’anche i monti s’allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amor mio non s’allontanerà da te».
Qualche giorno prima, riallacciandosi al «Beati i perseguitati dalla giustizia perché di essi è il regno dei cieli», il vescovo cinese aveva alzato il suo grido, dando voce al sentimento di profonda amarezza e sconcerto per la propria condizione: «Signore, alcune persone sono perseguitate e condannate non perché hanno commesso un crimine, ma al contrario, perché hanno perseguito la giustizia, l’onestà e agito secondo la propria coscienza. Questa è la sorte di chi non è stato alle regole del gioco».

Di fronte a una testimonianza così alta di fedeltà al Papa e alla Chiesa, di amore “a caro prezzo” per il Vangelo, abbiamo il dovere – se autenticamente cattolici – di accogliere l’appello di monsignor Savio Hon di Propaganda Fide a unirci in preghiera per il vescovo ausiliare di Shanghai, tuttora agli arresti domiciliari. E di ringraziare monsignor Taddeo Ma Daqin per la sua esemplare perseveranza. Un tesoro prezioso, ancor più in quest’Anno della fede.

 

Gerolamo Fazzini
da L’avvenire del 18 dicembre 2012
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Posted by ikzus su 24 agosto 2010


IL SORPASSO DELLA CINA E I NUOVI SCENARI

Quando il profetismo degli esperti viene smentito dalla storia

di Vittorio Messori

“Svolta storica“: ecco che ci risiamo, con il consueto corteo di analisi, di proiezioni, di previsioni. Questa volta tocca alla Cina, con il sorpasso della sua economia su quella giapponese. Come al solito, turbe di “esperti“ ci disegneranno  i loro scenari per l’avvenire dell’Impero di Mezzo. Ma il guaio dell’età è l’istinto di girar pagina, per confrontarsi con la cronaca del momento, lasciando in pace  la futurologia. Chi, come me, era al liceo e poi all’università tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta è vaccinatissimo contro il profetismo degli “esperti“.

Tanto per iniziare con un caso personale: nel 1961 la Torino in cui vivevo raggiungeva il milione di abitanti. Sociologi, demografi, economisti, presi sul serio dai politici, prevedevano con assoluta sicurezza che nel Duemila la città avrebbe superato i due milioni. In quell’anno, la popolazione del Comune era di 865.000 persone. Ma, in quegli anni, in una inchiesta su l’Espresso, Eugenio Scalfari profetizzava che, negli anni Ottanta, l’Unione Sovietica avrebbe superato come ricchezza, benessere personale, libertà stessa America e Europa Occidentale. A Scienze Politiche i docenti, con occhi luccicanti, ci parlavano delle meraviglie della  decolonizzazione, allora in atto. Prevedevano, soprattutto, un boom africano: economia e cultura “nere“ sarebbero esplose e ci avrebbero surclassati. Intanto, i più venerati tra i sociologi   pubblicavano best seller sulla “eclissi del Sacro nella società secolare“. Nel prossimo futuro, giuravano, ci aspettava il declino della religiosità : si sarebbe spento, o ridotto a nicchia, anche il cristianesimo, mentre l’editto di morte per l’islamismo era già pronunciato. Fede, questa, nata per beduini nel deserto, incapace di confrontarsi con la modernità. Non poteva esserci posto per essa, per i suoi decrepiti precetti, nei nuovi stati asiatici e africani nati dalla decolonizzazione.

Teneva banco, soprattutto, il think-tank degli ascoltatissimi super-esperti riuniti nel “Club di Roma“: con la sicurezza di chi si appoggia solo su dati sicuri, annunciavano, implacabili, “la fine dello sviluppo“. Entro pochi anni, le riserve di materie prime si sarebbero esaurite, a cominciare dal petrolio. Ci aspettava, ben prima del Duemila, la regressione alle caverne per mancanza di mezzi fornitici da Madre Terra.  Ma ci attendeva anche una grande glaciazione, si andava verso “il raffreddamento globale“. Non è una battuta ironica sugli apostoli attuali del global warming. Ricordo come, da giovane cronista, fui inviato a un grande congresso internazionale e riferii ai lettori  dell’unanime parere dei climatologi: la forza del Sole si indeboliva per lo schermo provocato dall’inquinamento, presto avremmo visto iceberg alla deriva nel Mediterraneo. A Venezia saremmo andati con slitte e pattini. Anche se lo si è rimossa con disagio, era quella, allora, l’ossessione dell’apocalittismo ambientalista.

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Posted by ikzus su 7 maggio 2010


Perché la battaglia dell’Europa contro il global warming
è sempre più insensata

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Mentre il mondo rincorre la crescita economica, l’Unione europea – già girata nella direzione opposta – si chiede con quale velocità sia appropriato allontanarsi dal sentiero dello sviluppo. Bruxelles ha forgiato la sua identità attorno all’immagine di leader nella lotta ai cambiamenti climatici. Per dare sostanza al suo impegno ha fissato il target di riduzione delle emissioni di gas serra del 20 per cento al di sotto dei livelli del 1990, entro il 2020. Così si è presentata a Copenhagen a carte scoperte, entrando trionfatrice nel vertice che doveva portare all’accordo globale per il post-Kyoto e uscendone, isolata, come l’unica regione ad aver assunto obiettivi vincolanti.

Oggi, i principali responsabili delle emissioni hanno altro per la testa: la Cina pensa a consolidare il ruolo di motore economico del pianeta, gli Usa annaspano fuori dalla crisi. In questo contesto, l’Ue sta valutando se sia opportuno alzare l’asticella dal 20 al 30 per cento. Paradossalmente, a rendere possibile questo scenario è proprio, secondo Bruxelles, l’effetto della recessione, che ha sensibilmente abbassato i consumi energetici e le emissioni a essi collegati. Secondo le ottimistiche stime della Commissione, il costo dell’intera operazione sarebbe di circa 30 miliardi di euro all’anno oltre ai circa 50 (anch’essi in uno scenario molto ottimistico) richiesti a tagliare le emissioni del 20 per cento. E’ probabile che la bolletta sia molto più salata, specie in un momento in cui le prospettive di crescita sono ancora fragili.

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