ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Archive for the ‘verità’ Category

Posted by ikzus su 30 giugno 2015


Buon Ramadan ai musulmani.
Ma il messaggio non è affatto pacifico

Nel 2013 Francesco fece uno strappo. Eletto papa da poco, volle lui personalmente indirizzare ai musulmani il tradizionale messaggio per la fine del Ramadan. E lo dedicò all’amicizia tra i popoli delle due fedi.

Nel 2014 a firmare il messaggio tornarono ad essere il presidente e il segretario del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, il cardinale Jean-Louis Tauran e padre Miguel Ángel Ayuso Guixot. E qui la novità fu il chiamare i musulmani “fratelli e sorelle”, come già aveva fatto Francesco nell’Angelus dell’11 agosto 2013.

Anche quest’anno, in occasione del Ramadan, è partito da Roma il messaggio augurale, firmato dalle stesse due persone. Ma con novità molto più consistenti.

Anzitutto, invece che aspettare la fine del mese sacro, questa volta il messaggio è stato inviato all’inizio dello stesso, sia pure includendovi anche l’augurio per la festa di chiusura, quella di ‘Id al-Fitr, la più importante del calendario musulmano.

E già questa anticipazione dell’invio è risultata tempestiva. Perché proprio negli stessi giorni i notiziari di tutta Europa, nel registrare una recrudescenza dei flussi di immigrazione, facevano vedere come anche in condizioni di grande difficoltà molti immigrati musulmani avessero comunque iniziato il digiuno del Ramadan, astenendosi da cibo e acqua da mattina a sera.

Ma la novità più forte del messaggio di quest’anno è il suo contenuto, a cominciare dal titolo: “Cristiani e musulmani insieme per contrastare la violenza perpetrata in nome della religione”.

L’intero messaggio è infatti centrato sulla questione della violenza. La violenza “giustificata in nome della religione”. Nel caso specifico la religione islamica.

Ma attenzione, questa violenza non è solo descritta – con inusitato realismo – e deprecata. È ricondotta alle sue origini religiose, culturali, educative:

“C’è pure la responsabilità di coloro che hanno il compito dell’educazione: le famiglie, le scuole, i testi scolastici, le guide religiose, il discorso religioso, i media. La violenza e il terrorismo nascono prima nella mente delle persone deviate, successivamente vengono perpetrate sul campo”.

Da cui la sollecitazione pressante al mondo musulmano a che non  vi sia “alcuna ambiguità nell’educazione”.

Ma ecco qui  il testo integrale del messaggio, che reca l’impronta inconfondibile del cardinale Tauran, non nuovo a dire la verità senza edulcorazioni, su questioni di tale portata capitale.

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Posted by ikzus su 15 giugno 2015


Da Dublino a Roma. Manuale per il perfetto matrimonio omosex

irlanda

Il referendum per le nozze omosessuali nell’Irlanda una volta cattolica ha dato un colpo d’acceleratore anche in Italia alla marcia verso una legge sulla “civil partnership” tra persone dello stesso sesso.

Il fatto che il governo in carica in Italia sia zeppo di cattolici praticanti, a cominciare dal suo capo Matteo Renzi, non sembra frapporre ostacoli al procedere inesorabile dell’operazione. È cattolico conclamato anche il sindaco di Roma Ignazio Marino – ieri amico del cardinale Carlo Maria Martini e oggi in rapporti cordiali col suo confratello gesuita divenuto papa – che già si esercita benedicendo in Campidoglio le avanguardie delle coppie omosessuali in cerca di sigillo pubblico alla propria unione.

Né sembra minimamente impensierire i fautori, anche cattolici, della nuova legge l’opposizione delle gerarchie della Chiesa. Lo stesso papa Francesco ha tuonato più volte contro le nozze gay, ma è come se parli al vento. “Non pervenuto”, si direbbe, a vedere come la grande stampa oscura ogni volta queste sue parole.

L’unica precauzione dei fautori della legge è quella di non chiamare l’unione “matrimonio”, pur avendone i connotati. Il modello a cui si richiamano è quello tedesco dell’Eingetragene Lebensgemeinschaft, in vigore in Germania dal 2001.

Niente matrimonio, dunque, a parole, ma solo parità di diritti per le coppie omosessuali, descritte come ancora ingiustamente prive di tutte le facoltà riconosciute alle coppie sposate.

Il fatto è che di quasi tutte queste facoltà già godono in Italia non solo le coppie sposate, ma anche i conviventi.

Luciano Moia, su “Avvenire” di qualche giorno fa, ne ha fornito il preciso inventario:

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Posted by ikzus su 28 giugno 2014


Giudicare sì o no?

 

santamarta

In meno di un paio di giorni papa Francesco ha prima emesso un tremendo giudizio di condanna che ha conquistato le prime pagine di tutti i giornali, e poi ha dedicato un’intera sua omelia mattutina a Santa Marta per dire che non bisogna mai giudicare e condannare, ma solo farsi difensori e intercessori per gli altri.

Il giudizio di condanna l’ha emesso sabato 21 giugno contro i mafiosi della ‘ndrangheta calabrese. Con queste precise parole:

“Quando non si adora Dio, il Signore, si diventa adoratori del male, come lo sono coloro i quali vivono di malaffare e di violenza… La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no!.. Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!”.

Le cronache hanno registrato a questo punto il generale applauso dei duecentomila presenti. Seguito dal plauso ancor più universale dei media.

Ma risulta che un altrettanto diffuso consenso arride a papa Francesco anche ogni volta che egli esorta a non emettere giudizi, a partire da quel memorabile “Chi sono io per giudicare?” che è forse fin qui la battuta più universalmente citata e osannata del suo pontificato.

Il rompicapo sta appunto qui. Francesco è papa che giudica, sentenzia, assolve, condanna, promuove, rimuove. Ma nello stesso tempo predica in continuazione che non si deve mai giudicare, né accusare, né condannare.

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I due papi e il peccato

Posted by ikzus su 2 gennaio 2014


https://alezeia.files.wordpress.com/2014/01/cfcab-scalfari-papa-francesco.jpg

Interessante articolo del papa dei laicisti sul papa dei cattolici:

La rivoluzione di Francesco: ha abolito il peccato di EUGENIO SCALFARI

Ora, per i cristiani il peccato è un concetto difficilmente eliminabile: tanto per dire, questi sono i punti dell’indice del Catechismo della Chiesa Cattolica che riguardano il peccato (per chi volesse approfondire: Catechismo della Chiesa Cattolica )

PECCATO
Amore più forte del peccato, 2844;
Concupiscenza stimolo del peccato, 978;
Definizione di peccato, 1849-50;
Peccato come il male più grave, 1488;
Peccato degli angeli, 392-93;
Peccato nella Chiesa, 827;
Profondo legame dell’uomo con Dio aiuta a comprendere il peccato, 286-88;
Radice del peccato, 1853;
Realtà del peccato, 385-87;
Responsabilità di chi coopera ai peccati degli altri, 1868;
Satana come causa dei peccati, 2852;
Vie per vincere il peccato, 943.
Conseguenze del peccato
Attaccamento morboso alle creature, 1472;
Indebolisce la vita del cristiano, 1420;
Indebolisce la vita del peccatore, 1459;
Lotta tra lo spirito e la carne, 2516;
Pene del peccato, 1472-73;
Privazione della comunione con Dio, 761, 1472;
Privazione della somiglianza con Dio, 705;
Privazione della vita eterna, 1472;
Uccisione del Figlio di Dio, 312;
Vizi e inclinazioni perverse, 1426, 1865.
Distinzione dei peccati
Distinzione dei peccati secondo la gravità, 1854;
Distinzione dei peccati secondo l’oggetto, 1853.
Interpretazioni del peccato
Abuso della libertà donata da Dio, 1739;
Atto personale, 1868;
Male morale entra nel mondo, 311, 1869;
Minaccia per l’unità e la comunione della Chiesa, 814, 1440;
Morte entra nella storia dell’umanità, 400, 1006, 1008;
Offesa a Dio, 431, 1850;
Opere della carne, 1852;
Peccato nuoce alla comunione fra gli uomini, 761, 953;
« Peccato sociale », 1869;
Rifiuto di Dio, 398;
Scismi, eresie, apostasie, 817.
910 Peccato
Liberazione dal peccato, cf Penitenza e Riconciliazione;
Battesimo libera dal peccato, 977-78, 985, 1213, 1237, 1263-64;
Cristo, « Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo », 523, 536, 608;
Cristo ha dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati, 615, 1708;
Cristo opera la remissione dei peccati, 987, 1741;
Cristo, « vittima di espiazione per i nostri peccati », 457, 604;
Dio ha fatto Cristo « peccato per noi », 602-03;
Dio non abbandona l’uomo in potere della morte, 410-11, 1609;
Dio solo può perdonare i peccati, 270, 277, 430-31, 1441;
Guarigione degli uomini dal peccato, 211, 549, 1989-90, 1999, 2057, 2097;
La violenza e la molteplicità del peccato si manifesta nella passione di Cristo, 1851;
Legge divina, aiuto all’uomo ferito dal peccato, 1949;
Mezzi per ottenere il perdono dei peccati, 1434-39;
Offerta di Cristo per i peccati dell’uomo, 606-18;
Penitenza e perdono, cf Penitenza e Riconciliazione;
Penitenza interiore via per vincere il peccato, 1431;
Preghiera per non cadere nel peccato, 2846.
Modalità del peccato
Modi di peccare contro l’amore di Dio, 2094;
Peccati di pensiero, parola, opera, omissione, 1853.
Peccati
Atto sessuale fuori del Matrimonio, 2390;
Bestemmia, 2148;
Bestemmia contro lo Spirito Santo, 1864;
Omicidio, 2268;
Invidia, 2539;
Ira, 2302;
Malizia, 1860;
Menzogna, 2484;
Odio, 2303;
Peccati contro la fede, 2088-89;
Peccati contro la speranza, 2091;
Sacrilegio, 2120;
Trascuratezza dell’obbligo di partecipare all’Eucaristia nei giorni di precetto, 2181.
Peccati capitali
Peccati capitali generatori di altri peccati, 1866;
« Peccati che gridano verso il cielo », 1867.
Peccato mortale
« Chi non ama rimane nella morte », 1033;
Condizioni: materia grave, 1858; piena consapevolezza, 1859; pieno consenso, 1859;
Conseguenze, 1855, 1861;
Distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, 1854;
Imputabilità della colpa, 1860;
Morte in peccato mortale, 1033, 1035;
Pene eterne per chi muore in peccato mortale, 1033;
Remissione dei peccati mortali quando c’è contrizione perfetta, 1452, 1856.
Peccato veniale
Condizioni circa la materia, la consapevolezza e il consenso, 1862;
Confessione dei peccati veniali, 1458;
Conseguenze del peccato veniale, 1863.
Penitenza 911
Remissione sacramentale dei peccati, cf Penitenza e Riconciliazione;
Amore di Dio come causa della remissione dei peccati, 734;
Autorità e potere di assolvere e perdonare i peccati, 553, 976, 1441-45, 1461;
Confessare i peccati, secondo il comandamento della Chiesa, 2042;
Confessione e assoluzione, 1424;
Purificazione dalle pene del peccato, 1475;
Remissione dei peccati come effetto della giustificazione, 2018;
Remissione dei peccati e riconciliazione con la Chiesa, 1443;
Sacramenti per la remissione dei peccati, 1421, 1486, 1520;
Unzione degli infermi e remissione dei peccati, 1520.
PECCATO ORIGINALE
Disobbedienza a Dio come origine del peccato originale, 215, 397-98;
Peccato originale come prova della libertà dell’uomo, 396;
Peccato originale come verità di fede, 388-89;
Perché Dio ha permesso il peccato originale, 412;
Racconto del peccato originale, 390;
Significato della dottrina del peccato originale, 389;
Trasmissione del peccato originale a tutti gli uomini, 404.
Conseguenze del peccato originale
Armonia spezzata, 400;
Conseguenze per l’umanità, 402-06, 1250, 1607, 1609, 1707, 2259, 2515;
Difficoltà di conoscere Dio, 37;
Invasione del male, 401;
Perdita della grazia della santità originale, 399;
Tutto il mondo posto sotto il potere del maligno, 409.
PECCATORE/I
Effetti del sacramento della Penitenza sui peccatori, 1423, 1468-70;
Gesù venuto a chiamare i peccatori, 545, 588;
Giustificazione dei peccatori, 1994;
Misericordia di Dio verso i peccatori, 1465, 1846;
Misericordia di Gesù verso i peccatori, 589, 1443;
Necessità della penitenza per i peccatori, 1459;
Ogni peccatore come autore della passionedi Cristo, 598;
Peccatori e giusti nella Chiesa, 827;
Potere di perdonare i peccatori, 979, 1444;
Purificazione dei peccatori, 1475;
Riconoscersi peccatori, 208, 827, 1697, 2677, 2839;
Tutti gli uomini « costituiti peccatori», 402;
Ultimo giudizio dei peccatori, 1038;
Vie della riconciliazione dei peccati, 1449.

Appare evidente che uno dei due sta sbagliando tutto; il problema è: chi?

•   —   •   —   •

Il papa mi ha risposto (indirettamente, non vuol far sapere che legge ALEZEIA!):

«Tutti siamo peccatori e tutti siamo tentati e la tentazione è il pane nostro di ogni giorno. Se qualcuno di noi dicesse: “Ma io mai ho avuto tentazioni”, o sei un cherubino o sei un po’ scemo, no? Si capisce… È normale nella vita la lotta e il diavolo non sta tranquillo, lui vuole la sua vittoria. Ma il problema – il problema più grave in questo brano – non è tanto la tentazione e il peccato contro il nono comandamento, ma è come agisce Davide. E Davide qui non parla di peccato, parla di un problema che deve risolvere. Questo è un segno! Quando il Regno di Dio viene meno, quando il Regno di Dio diminuisce, uno dei segni è che si perde il senso del peccato».
Papa Francesco: «Gli uomini hanno perduto il senso del peccato» | Tempi.it

 

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Le due facce di Amnesty

Posted by alagna su 14 aprile 2013


Riportiamo un articolo de “la nuova bussola quotidiana” su Amnesty e la pena di morte.

Vi ricordate dell’articolo di Pietro Castagneri sempre su Amnesty (il cancro dell’occidente)?

Purtroppo non possiamo che avvalorare ancora una volta la sua tesi.

Pena di morte, le due facce di Amnesty

Puntuale come ogni anno è arrivato il Rapporto di Amnesty International sulla pena di morte. E ci dice che continua la tendenza positiva verso l’abolizione della pena capitale anche se ci sono dei passi indietro, come in Iraq. Il Rapporto ci informa poi che le esecuzioni nel 2012 sono state 682, divise in 20 paesi. A parte va conteggiata la Cina che, da sola (21esimo paese), mette a morte più persone di tutti gli altri Paesi messi insieme, ma non fornisce alcuna cifra ufficiale. Secondo Amnesty si tratta di migliaia.

Bene, certamente non possiamo non rallegrarci del calante ricorso alla pena di morte, anche se il tema meriterebbe di essere approfondito meglio. In questa sede però vorremmo cogliere l’occasione del Rapporto per mettere in evidenza la schizofrenia delle agenzie umanitarie, a partire proprio da Amnesty. La quale si attiva tantissimo per mettere fine alla pena di morte e poi non solo non dice nulla sugli aborti, ma addirittura da anni fa campagna all’Onu – e in singoli paesi – per far riconoscere l’aborto come diritto. Ma come: ci si addolora tanto per la messa a morte di un adulto – che magari avviene dopo un regolare processo per un grave reato – e poi si è addirittura in favore dell’eliminazione del più vulnerabile, del più innocente, del più indifeso tra gli esseri umani?

Eppure è così. Prendete la Cina: grandi denunce sulla pena di morte, poi ogni anno si praticano quasi 10 milioni di aborti, in molti casi forzati, e se si spende una parola è soltanto per censurare i modi eccessivamente violenti in cui si persegue lo scopo. Insomma, da una parte si invocano i diritti umani per evitare la morte di poche migliaia di uomini l’anno e dall’altra si invocano gli stessi diritti umani per fare fuori nello stesso periodo di tempo 50 milioni di esseri umani nel grembo della propria madre (tanti sono gli aborti ogni anno nel mondo). Come è possibile una tale follia?

Il punto è che negli ultimi decenni è maturata una visione perversa dei diritti umani, figlia di una concezione ridotta dell’uomo. Non si può parlare di diritti umani se non riconoscendo l’unicità dell’uomo e il suo destino, che va oltre la vita materiale e che lo fa più grande di ogni altra creatura. Non si può non riconoscere che l’uomo – ogni uomo, di ogni tempo e di ogni cultura – ha una legge inscritta nel suo cuore, che viene prima di ogni legge stabilita dagli uomini, e che deve essere riconosciuta e rispettata. Da qui nasce la sacralità e l’irriducibilità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale.

A questa visione, che è poi alla base della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (1948), si è sostituita una concezione “positiva” dei diritti umani, che non sono più universali ma sono determinati dalla cultura. Ecco allora che oggi si parla di “nuovi diritti umani”, e tra questi le ben note lobby inseriscono i diritti riproduttivi (quindi contraccezione e aborto). Ma se non c’è una legge naturale, universale, si entra nel campo dell’arbitrio, alla fine è il potere che stabilisce quali siano i diritti da perseguire. Ed è quello che sta accadendo.

Ed è così che ci si può spendere tranquillamente contro la pena di morte per alcuni e a favore della pena di morte per tantissimi altri. Ed è triste riconoscere che a inseguire il consenso e il riconoscimento del potere mondano ci sono anche importanti gruppi cattolici che profondono enormi risorse contro la pena di morte, ma non spendono una sola parola per i bambini non nati.

In ogni caso, questa schizofrenia riguarda tante agenzie cosiddette umanitarie, il cui “umanesimo senza Dio” si rivolge inevitabilmente contro l’uomo, come ci hanno ricordato tante volte Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Basterebbe qui citare la già nota Unicef o anche Save the Children, che in Italia è sempre più presente nel lanciare appelli per salvare i bambini dei paesi poveri, salvo poi essere in prima linea nei programmi di controllo delle nascite lautamente finanziati dai miliardari americani.

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Posted by ikzus su 28 ottobre 2012


Strani giudici “contro la scienza”

Veronesi sull’Aquila si sente tradito dalla magistratura poco illuminista

Quarantotto ore dopo, la sentenza che ha condannato i vertici della commissione Grandi rischi per il mancato allarme sul terremoto dell’Aquila continua a far discutere. Dalle prime reazioni sbalordite o indignate si passa a commenti che, anche per il calibro delle personalità impegnate, si vorrebbero più approfonditi. Tra questi, un’intervista sul Corriere della Sera al grande oncologo Umberto Veronesi sposta l’attenzione sul rapporto tra scienza e potere giudiziario, con affermazioni che meritano una riflessione. “Questa condanna più che storica è antistorica – argomenta l’uomo di scienza – e riflette una concezione di giustizia antica, comunque non in linea con gli standard di illuminata civiltà e difesa della Costituzione che la nostra magistratura normalmente manifesta”. Gli standard illuminati, dice Veronesi, devono distinguere tra responsabilità e colpevolezza. Dunque, occorre domandarsi da dove nasca “questa condanna per omicidio colposo di scienziati di chiara fama”: “Purtroppo non vedo altra risposta che la vendetta, per placare il dolore di chi ha perso i propri cari. Ma il principio di vendetta collettiva non è quello che ispira il nostro diritto e la nostra Costituzione”. Dunque, non già una giustizia che ha semplicemente sbagliato, magari pigiando l’acceleratore sull’interpretazione della legge, ma una giustizia che ha ceduto a un sentire “antistorico”. L’errore dei giudici non sta in una errata applicazione della norma, ma nell’avere osato mettersi di traverso alla scienza, intesa come apparato di sapere superiore e ordinato dal precetto illuminista.

Ancor più significativo il passaggio successivo: “Io sono un sostenitore della magistratura, alleata della scienza in molte battaglie di civiltà come il Testamento biologico o per la diagnosi pre-impianto. Perciò sono stato stupito e sconcertato”.  A parte la prima e più ovvia obiezione – la magistratura, più che essere alleata di questa o quella visione, non dovrebbe applicare le leggi, anziché aiutare a produrle e sopravanzarle? – c’è un altro aspetto che inquieta un poco: Veronesi non è nemmeno sfiorato dal dubbio che i giudici possano sbagliare. Lo scienziato rivela qui una visione dogmatica, in cui sfugge il principio di falsificazione, per cui la magistratura è buona e alleata se conferma una (e una sola) posizione della scienza. Non sarebbe più razionale e laico ammettere che la magistratura a volte sbaglia, non perché ceda a istinti oscurantisti, ma perché cerca di interpretare moralmente i fatti, anziché analizzarli secondo la legge?

25 ottobre 2012 – ore 06:59   © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Riconoscere di essere fatti per l’infinito

Posted by alagna su 20 agosto 2012


Di seguito il messaggio di papa Benedetto XVI al vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi, in occasione dell’apertura della 33.ma edizione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli.
***
Al Venerato Fratello
Monsignor FRANCESCO LAMBIASI
Vescovo di Rimini
Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a Lei, agli organizzatori e a tutti i partecipanti al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, giunto ormai alla XXXIII edizione. Il tema scelto quest’anno – «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» – risulta particolarmente significativo in vista dell’ormai imminente inizio dell’«Anno della fede», che ho voluto indire in occasione del Cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Parlare dell’uomo e del suo anelito all’infinito significa innanzitutto riconoscere il suo rapporto costitutivo con il Creatore. L’uomo è una creatura di Dio. Oggi questa parola – creatura – sembra quasi passata di moda: si preferisce pensare all’uomo come ad un essere compiuto in se stesso e artefice assoluto del proprio destino. La considerazione dell’uomo come creatura appare «scomoda» poiché implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro – non gestibile dall’uomo – che entra a definire in modo essenziale la sua identità; un’identità relazionale, il cui primo dato è la dipendenza originaria e ontologica da Colui che ci ha voluti e ci ha creati. Eppure questa dipendenza, da cui l’uomo moderno e contemporaneo tenta di affrancarsi, non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo, chiamato alla vita per entrare in rapporto con la Vita stessa, con Dio.
Dire che «la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» significa allora dire che ogni persona è stata creata perché possa entrare in dialogo con Dio, con l’Infinito. All’inizio della storia del mondo, Adamo ed Eva sono frutto di un atto di amore di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza, e la loro vita e il loro rapporto con il Creatore coincidevano: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen, 1,27). E il peccato originale ha la sua radice ultima proprio nel sottrarsi dei nostri progenitori a questo rapporto costitutivo, nel voler mettersi al posto di Dio, nel credere di poter fare senza di Lui. Anche dopo il peccato, però, rimane nell’uomo il desiderio struggente di questo dialogo, quasi una firma impressa col fuoco nella sua anima e nella sua carne dal Creatore stesso. Il Salmo 63 [62] ci aiuta a entrare nel cuore di questo discorso: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua» (v. 2). Non solo la mia anima, ma ogni fibra della mia carne è fatta per trovare la sua pace, la sua realizzazione in Dio. E questa tensione è incancellabile nel cuore dell’uomo: anche quando si rifiuta o si nega Dio, non scompare la sete di infinito che abita l’uomo. Inizia invece una ricerca affannosa e sterile, di «falsi infiniti» che possano soddisfare almeno per un momento. La sete dell’anima e l’anelito della carne di cui parla il Salmista non si possono eliminare, così l’uomo, senza saperlo, si protende alla ricerca dell’Infinito, ma in direzioni sbagliate: nella droga, in una sessualità vissuta in modo disordinato, nelle tecnologie totalizzanti, nel successo ad ogni costo, persino in forme ingannatrici di religiosità. Anche le cose buone, che Dio ha creato come strade che conducono a Lui, non di rado corrono il rischio di essere assolutizzate e divenire così idoli che si sostituiscono al Creatore.
Riconoscere di essere fatti per l’infinito significa percorrere un cammino di purificazione da quelli che abbiamo chiamato «falsi infiniti», un cammino di conversione del cuore e della mente. Occorre sradicare tutte le false promesse di infinito che seducono l’uomo e lo rendono schiavo. Per ritrovare veramente se stesso e la propria identità, per vivere all’altezza del proprio essere, l’uomo deve tornare a riconoscersi creatura, dipendente da Dio. Al riconoscimento di questa dipendenza – che nel profondo è la gioiosa scoperta di essere figli di Dio – è legata la possibilità di una vita veramente libera e piena. È interessante notare come san Paolo, nella Lettera ai Romani, veda il contrario della schiavitù non tanto nella libertà, ma nella figliolanza, nell’aver ricevuto lo Spirito Santo che rende figli adottivi e che ci permette di gridare a Dio: «Abbà! Padre!» (cfr 8,15). L’Apostolo delle genti parla di una schiavitù «cattiva»: quella del peccato, della legge, delle passioni della carne. A questa, però, non contrappone l’autonomia, ma la «schiavitù di Cristo» (cfr 6,16-22), anzi egli stesso si definisce: «Paolo, servo di Cristo Gesù» (1,1). Il punto fondamentale, quindi, non è eliminare la dipendenza, che è costitutiva dell’uomo, ma indirizzarla verso Colui che solo può rendere veramente liberi.
A questo punto però sorge una domanda. Non è forse strutturalmente impossibile all’uomo vivere all’altezza della propria natura? E non è forse una condanna questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita. Dall’Incarnazione, dal momento in cui in Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed è entrato nel tempo, si è immerso nella finitezza umana. Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino.
Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza umana, quella a cui il Servo di Dio Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione. Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità. «Ci hai fatti per te – scriveva Agostino – e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I, 1,1). Non dobbiamo avere paura di quello che Dio ci chiede attraverso le circostanze della vita, fosse anche la dedizione di tutto noi stessi in una forma particolare di seguire e imitare Cristo nel sacerdozio o nella vita religiosa. Il Signore, chiamando alcuni a vivere totalmente di Lui, richiama tutti a riconoscere l’essenza della propria natura di essere umani: fatti per l’infinito. E Dio ha a cuore la nostra felicità, la nostra piena realizzazione umana. Chiediamo, allora, di entrare e rimanere nello sguardo della fede che ha caratterizzato i Santi, per poter scoprire i semi di bene che il Signore sparge lungo il cammino della nostra vita e aderire con gioia alla nostra vocazione.
Nell’auspicare che questi brevi pensieri possano essere di aiuto per coloro che prendono parte al Meeting, assicuro la mia vicinanza nella preghiera ed auguro che la riflessione di questi giorni possa introdurre tutti nella certezza e nella gioia della fede.

Approfondimento in sussidiario

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Posted by ikzus su 7 febbraio 2012


Freddo siberiano, anzi no. Le idee confuse dei giornali

Le nevicate sono un fenomeno che ormai appartiene al passato.
The Independent, 20 marzo 2000

Gli studiosi hanno analizzato gli ultimi due inverni (2009-2010 e 2010-2011) particolarmente rigidi nell’est degli Stati Uniti, nel Canada meridionale e in gran parte del nord Europa, che secondo gli esperti non possono essere spiegati semplicemente con la variabilità climatologica. Il raffreddamento invernale, dicono in sostanza i meteorologi, è da mettere in relazione con il forte riscaldamento al quale sono state sottoposte le regioni artiche nei mesi di luglio, agosto e settembre, riscaldamento che poi è proseguito anche in autunno e che ha causato lo scioglimento record della calotta artica marina.
Corriere della Sera, 17 gennaio 2012

Gli effetti del clima primaverile sono evidenti. “In genere – spiega l’agronomo Angelo Vavassori – sulle piante la vegetazione si riduce a un 5-10 per cento, d’inverno. Quest’anno, invece, siamo almeno venti giorni più avanti del solito, nei boschi le gemme dei faggi sono quasi pronte a sbocciare. C’è un’accelerazione, con piante come acacia e forsizia prossime alla fioritura. Altre volte le temperature sono rimaste miti anche a gennaio, ma senza arrivare ai livelli attuali”.
La Provincia di Como, 10 gennaio 2012

C’è una grande area dell’oceano Artico occidentale che si sta gonfiando senza sosta da dieci anni generando serie preoccupazioni per le possibili conseguenze ambientali e climatiche sull’intera Europa. L’effetto, quindi, sarebbe devastante e accadrebbe quanto era stato raccontato nel film del 2004, “The Day After Tomorrow” di Roland Emmerich. Katharine Gile, prima firmataria dello studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience: “Un’idea è che il ghiaccio marino formi una barriera tra l’atmosfera e l’oceano. E se il ghiaccio si modifica anche l’effetto del vento può cambiare”. Ma si tratta solo di un’ipotesi.
Corriere della Sera, 2 febbraio 2012

Senza l’alluvione di inizio novembre, per il Piemonte il 2011 sarebbe stato uno degli anni meno piovosi degli ultimi 50 anni. Ed e’ stata comunque confermata la tendenza a una concentrazione di piogge violente in pochi giorni e al riscaldamento climatico, con una media di 1,6 gradi superiore rispetto alla norma. Il quadro, che alcuni interpretano come prova dei cambiamenti climatici in atto, risulta dal rapporto annuale pubblicato dall’Arpa (agenzia regionale di protezione ambientale).
Meteoweb.eu, 18 gennaio 2012

Dopo la nevicata di ieri, tra il pomeriggio di oggi e la mattinata di domani è attesa in Piemonte una nuova perturbazione che porterà ancora nevicate, seppur molto deboli, su tutta la regione. Un miglioramento è atteso per domani pomeriggio, ma le temperature restano ovunque sempre molto basse, sotto lo zero per tutta la giornata su gran parte della regione.
Meteoweb.eu, 1 febbraio 2012

Delogu è appena tornato dalla Siberia dove quest’anno, invece di meno quaranta, si è scesi solo a meno dodici.
Repubblica, 29 gennaio 2012

Il freddo siberiano non dà tregua. Treni bloccati, caos nei trasporti. A Roma lezioni sospese per due giorni.
Repubblica.it, 2 febbraio 2012

3 febbraio 2012 © FOGLIO QUOTIDIANO

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Global Cooling

Posted by ikzus su 7 febbraio 2012


Proprio vero: niente come la realtà riesce a spazzar via l’ideologia!

E’ arrivato l’inverno: fa freddo; è normale. Ma in questo clima (intellettuale) avvelenato dal non senso, forse una salutare gelata può far rinsavire molti che si erano lasciati abbindolare dalle sirene degli allarmisti. Se ne sono accorti persino l’ultracatastrofista Mercalli e la Litizzetto – non proprio una iperconservatrice schifosocapitalista!

O no?

 Contrordine: la Terra si raffredda

Non c’è da allarmarsi per il riscaldamento globale, non ci sono basi scientifiche che giustifichino azioni drastiche per «decarbonizzare» il mondo. Se a convincercene non bastasse il gelo record di questi giorni, a ricordarcelo ci hanno pensato 16 scienziati di rango sul Wall Street Journal, che in un articolo indirizzato ai candidati politici delle democrazie del mondo smontano l’idea che la comunità scientifica sottoscriva all’unanimità o quasi la necessità di fare qualcosa per tentare di influire sul clima.

La notizia si aggiunge ai nuovi dati rilasciati in questi giorni dal noto Centro di ricerche sul clima dell’Università dell’East Anglia, secondo cui la temperatura del pianeta da 15 anni a questa parte non è aumentata affatto.

L’articolo sul WSJ prende spunto dalle dimissioni nel settembre scorso del Premio Nobel per la fisica, Ivar Giaever, dalla Società americana di fisica (Aps) in segno di protesta per le posizioni assunte dall’istituto. L’Aps, infatti, definisce le prove del riscaldamento globale «incontrovertibili» e foriere di «sconvolgimenti nei sistemi ecologici, fisici, sociali, di sicurezza e della salute umana». I 16 firmatari dell’articolo sul WSJ, fra cui l’italiano Antonino Zichichi, segnalano che Giaever è solo uno di un numero crescente di scienziati «eretici», i quali si attengono ai dati che indicano temperature invariate da oltre dieci anni.

L’articolo ricorda i fattacci dello scontro sul dogma allarmista, dalla campagna che nel 2003 ottenne il licenziamento di Chris de Freitas, il direttore della rivista Climate Research che aveva osato pubblicare un articolo clima-scettico, alle e-mail incriminanti del «Climagate» nel 2009 e al timore di dissentire pubblicamente espresso da molti scienziati giovani e non garantiti. Il quadro che ne emerge dipinge un ambiente intimidatorio paragonabile, secondo l’articolo, al «periodo pauroso in cui Trofim Lysenko aveva dirottato la biologia in Unione sovietica. I biologi sovietici che rivelavano di credere nel gene umano, che Lysenko diceva essere una finzione borghese, venivano licenziati; molti finirono nei gulag e alcuni furono condannati a morte».

I motivi per le prese di posizione irremovibili a difesa della tesi del riscaldamento globale sono vari, affermano i 16 scienziati, ma per trovarne la radice bisogna chiedersi «cui prodest» (a chi giova, ndr).

«L’allarmismo», osservano i firmatari dell’articolo sul WSJ, «è di grande beneficio per tanti: produce finanziamenti statali per la ricerca e per le aziende, e fa crescere gli uffici statali. Inoltre offre una buona scusa per aumentare le tasse e un buon pretesto per ottenere grosse donazioni per salvare il pianeta. Lysenko e i suoi vivevano molto bene e difendevano con i denti i loro dogmi con annessi privilegi».

Pochi giorni prima dell’articolo dei 16, l’Università di East Anglia aveva rilasciato i dati raccolti da oltre 30 mila stazioni meteorologiche: essi dimostrano che sono quindici anni che le temperature non aumentano. E se hanno ragione gli scienziati della Nasa, potremmo trovarci alla vigilia di una mini era glaciale, paragonabile al calo delle temperature che nel XVII secolo faceva svolgere le fiere sulla superficie del Tamigi congelato.

Com’è noto, è sull’allarme clima che si basa il Protocollo di Kyoto e tutta la regolamentazione che ha trasformato le emissioni di Co2 in un diritto limitato e quotato in borsa, protetto da swap e derivati.

Alessandra Nucci | Italia Oggi – gio 2 feb


L’appello di 16 scienziati contro il panico da global warming

Questo appello, firmato da 16 scienziati, è stato pubblicato dal Wall Street Journal venerdì 27 gennaio.

A un candidato a un incarico pubblico in una qualunque democrazia contemporanea può capitare di dover esprimere una posizione sul “global warming”. Sappia che l’affermazione, spesso ripetuta, secondo la quale gli scienziati chiedono decisioni nette e risolute per fermare il riscaldamento globale, non è vera. Di fatto, c’è un numero sempre più largo di ingegneri e autorevoli scienziati che non credono alla necessità di azioni drastiche contro il riscaldamento globale. A settembre, il premio nobel per la Fisica Ivar Giaever, sostenitore del presidente Obama alle ultime elezioni, è uscito dall’American Physical Society (Aps) con una lettera pubblica che inizia così: “Non rinnovo (la mia iscrizione) perché non posso rassegnarmi a convivere con il vostro manifesto: ‘Le prove sono incontrovertibili: il riscaldamento globale è in atto. Se non si prendono decisioni per mitigarne gli effetti, si assisterà con ogni probabilità a sconvolgimenti nei sistemi ecologico e fisico della Terra, nei sistemi sociali, nella sicurezza e nella salute degli uomini. Dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica a partire da ora’. Com’è che l’Aps è disponibile a discutere se la massa del protone cambi col passare del tempo o come si comporta un multi-universo ma ritiene le prove del riscaldamento globale incontrovertibili?”. Nonostante una campagna più che decennale per far passare il messaggio che l’aumento dell’“inquinante” anidride carbonica distruggerà la nostra civiltà, un largo numero di scienziati, tra cui molti studiosi illustri, sono d’accordo con il professor Giaever. E il numero degli “eretici” scientifici sta aumentando ogni anno che passa. La ragione è presto detta: l’accumularsi di testardissimi fatti scientifici.

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Posted by ikzus su 22 gennaio 2012


TRANSAUSTRALIANA

di Rino Camilleri

Non è la prima volta che gli assorbenti femminili suscitano putiferi. Al tempo dei gloriosi Beatles, John Lennon, in un pub, se ne mise uno sulla testa e poi chiese alla cameriera: «Sai chi sono?». E quella rispose: «Sì, una testa di c…!». Al che il Lennon si infuriò e rovesciò il tavolo. Dovettero intervenire il proprietario e gli altri camerieri per sedare il tumulto. Quello usato dal Beatle, suppongo, era un assorbente britannico. La maledizione degli assorbenti, però, deve serpeggiare in tutto il Commonwealth, dato quel che ho letto sul Corsera.it in data 3 gennaio 2012 (a firma di Francesco Tortora).

Il fatto è questo: gli assorbenti australiani Libra sono stati pubblicizzati in uno spot in cui si vedono due bionde, una naturale e una trans, nella ritirata di una discoteca. Si suppone che si tratti della toilette pour dames. Forse l’agenzia pubblicitaria non ha voluto approfondire questo particolare perché già di suo suscettibile di bagarre. Ricordate quando un incidente del genere (anzi, del gender) capitò al Parlamento italiano? Il deputato/a Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria, pretendeva di usare il cesso delle femmine e la collega Mara Carfagna si opponeva. Non so come la querelle sia stata appianata: forse adesso la Camera ha variato i tipi di wc, adeguandosi alle nuove realtà lgbtc. Uno per ogni gender, così non litiga nessuno. E pure uno alla turca per rispetto all’islam.

Ma torniamo allo spot della Libra. Libra, in latino, significa Bilancia anche nel senso zodiacale. Sarebbe, questo, il segno della mediazione, ma nel nostro caso si è rivelato zizzanico. Nel breve filmato, le due bionde fanno a gara di femminilità: io mi trucco gli occhi, e io me li trucco più di te; io mi assesto le poppe, e io ce le ho più grosse delle tue. Insomma, roba così. Alla fine, la biondina-vera cala l’atout e tira fuori l’assorbente: marameo, io ho le mestruazioni e tu no.

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Posted by ikzus su 10 gennaio 2012


L’imitazione di Cristo. Storia di Jenni

Jenni è una ragazza americana morta di tumore a 17 anni. Jennifer Michelle Lake poteva curarsi ma non l’ha fatto perché aveva paura di provocare, anche se involontariamente, la morte del figlio che portava in sé. Niente radioterapia, niente chemio, per proteggere il piccolo Chad. Che infatti è nato sano come un pesce, ed è rimasto con la sua giovane mamma per 12 giorni. Poi Jenny è morta.
Una storia straziante e magnifica, che sta commuovendo un numero incalcolabile di persone, perché  gli ultimi mesi di vita della ragazza sono stati registrati dalla famiglia che ha creato su YouTube un canale dedicato, Jenni’s Journey, e prima una omonima pagina Facebook per cercare di sovvenire alle sue necessità.
In un mondo che legittima l’aborto legale, gratuito e sicuro come un diritto irrinunciabile della donna; in un mondo che esalta la “scelta” della donna come buona in sé, a prescindere da quale sia; in un mondo in cui abortire o far nascere è ingannevolmente presentato come una scelta, occultando che sulla vita innocente nessuna scelta è possibile; in un mondo simile, l’esempio di Jenni sta toccando molti cuori. Una contraddizione che fa perfino rabbia, perché dimostra la deriva emotivista che opprime la civiltà in cui viviamo. La stessa persona è capace di tenere insieme ciò che non si potrebbe; e quindi, con la mente si votano leggi di morte e si condividono opinioni e mass media ferocemente abortisti; e con il cuore ci si commuove davanti al sacrificio estremo di una giovane mamma. Incredibile.
«Ho fatto quello che dovevo fare», ha sempre detto Jenni. C’è un abisso che divide questa vicenda dal mondo in cui è capitata; un mondo nel quale si calcola che ogni anno vengano abortiti volontariamente 40 milioni di innocenti. Un abisso infernale, se si pensa che la quasi totalità di questi delitti vengono consumati per motivazioni decisamente meno gravi rispetto al dilemma tragico che Jenni si è trovato davanti: per lei si trattava di scegliere fra la sua vita e quella del figlio. Di norma, oggigiorno si ricorre all’aborto per molto meno: per un figlio imprevisto, perché in casa manca una stanza in più, per non intralciare le scelte di vita e di carriera, perché si è troppo giovani, perché non è il momento, perché mancano soldi.
La condotta di Jenni surclassa l’atteggiamento mediamente diffuso tra i suoi coetanei o fra le donne che potrebbero esserle, per età, madri. Jenni ha testimoniato che, se aspetti un figlio, è normale che vuoi dargli tutta te stessa, vita compresa. Non sarà inutile notare che nel caso specifico Jenni avrebbe potuto invocare, sotto il profilo morale, il principio del duplice effetto; principio in base al quale si può tollerare un male temuto, a patto di non volerlo, di non avere alternative, di non usare questo male come mezzo per raggiungere il fine buono. Poteva provare a curarsi, accettando il rischio della morte del figlio: non si sarebbe trattato di un aborto volontario diretto. Ma Jenni ha voluto che la sua condotta fosse pienamente aderente a quello che Gesù insegna: non c’è amore più grande che dare la propria vita per i propri amici.

Del resto, la vera cultura pro-life è questa: da un lato, riconosce la sacralità di ogni essere umano innocente; dall’altro, sa che la vita è sacrificabile in un unico caso. E cioè, quando per amore e liberamente qualcuno offre sé stesso per la salvezza di chi ama. È questa, a pensarci bene, la più perfetta imitazione di Cristo.

Mario Palmaro, © La Bussola quotidiana

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Posted by ikzus su 30 giugno 2011


BLASFEMA: LA BIOGRAFIA DI ASIA BIBI, CRISTIANA PAKISTANA
CONDANNATA ALL’IMPICCAGIONE PER AVER BEVUTO DA UN POZZO PER SOLE MUSULMANE

Che siano colpevoli o no, nel mio Paese gli accusati di blasfemia sono segnati:
di solito vengono uccisi in cella o, se escono dal carcere, saranno assassinati poco dopo
di Asia Bibi

In carcere i giorni e le notti sono uguali. Non so più dire che cosa provo. Paura, questo è sicuro… ma non mi opprime più come all’inizio. I primi giorni arrivava a farmi battere un tamburo in petto. Ora si è un po’ calmata. Non è più un soprassalto continuo. Le lacrime no, non mi hanno mai lasciata. Scendono a intervalli regolari. I singhiozzi, invece, sono cessati. Le lacrime sono le mie compagne di cella. Mi dicono che non mi sono ancora arresa, mi dicono che sono vittima di un’ingiustizia, mi dicono che sono innocente. Non so molto del mondo al di fuori del mio villaggio. Non ho studiato, ma so che cosa è bene e che cosa è male. Non sono musulmana, ma sono una buona pakistana, cattolica e patriota, devota al mio Paese come a Dio. Abbiamo amici musulmani. Non ci sono mai stati problemi. E anche se non abbiamo avuto sempre vita facile, abbiamo il nostro posto. Un posto di cui ci siamo sempre accontentati. Quando si è cristiani in Pakistan, ovviamente bisogna tenere gli occhi un po’ più bassi.

Certi ci considerano cittadini di seconda categoria. A noi sono riservati lavori ingrati, mansioni umili. Ma il mio destino non mi dispiaceva. Prima di tutta questa storia ero felice con i miei, laggiù a Ittan Wali. Oggi sono come tutti i condannati per blasfemia del Pakistan. Che siano colpevoli o no, la loro vita viene stravolta. Nel migliore dei casi stroncata dagli anni di carcere. Ma il più delle volte chi è condannato per l’oltraggio supremo, che sia cristiano, indù o musulmano, viene ucciso in cella da un compagno di prigionia o da un secondino. E quando è giudicato innocente, cosa che capita assai di rado, viene immancabilmente assassinato appena lascia il penitenziario.

Nel mio Paese l’accusa di bestemmiatore è indelebile. Essere sospettati è già un crimine agli occhi dei fanatici religiosi che giudicano, condannano e uccidono in nome di Dio. Eppure Allah è solo amore. Non capisco perché gli uomini usino la religione per fare il male. Mi piacerebbe credere che prima di essere esponenti di questa o quella religione siamo anzitutto uomini e donne. In questo momento mi rammarico di non saper né leggere né scrivere. Solo ora mi rendo conto di quale enorme ostacolo sia. Se sapessi leggere, oggi forse non mi ritroverei chiusa qui dentro. Sarei A senz’altro riuscita a controllare meglio gli eventi. Invece li ho subiti, e li sto subendo tuttora. Secondo i giornalisti, 10 milioni di pakistani sarebbero pronti a uccidermi con le loro mani.

A chi mi eliminerà, un mullah di Peshawar ha addirittura promesso una fortuna: 500.000 rupie. Da queste parti è il prezzo di una bella casa di almeno tre stanze, con tutti i comfort. Non capisco questo accanimento. Io, Asia, sono innocente. Comincio a chiedermi se, più che una tara o un difetto, in Pakistan essere cristiani non sia diventato semplicemente un crimine. Il mio unico desiderio, in questa minuscola cella senza finestre, è quello di far sentire la mia voce e la mia rabbia. Voglio che il mondo intero sappia che sto per essere impiccata per aver aiutato il prossimo. Sono colpevole di avere manifestato solidarietà. Il mio torto? Solo quello di avere bevuto dell’acqua proveniente da un pozzo di alcune donne musulmane usando il «loro» bicchiere, quando c’erano 40 gradi al sole. Io, Asia Bibi, sono condannata a morte perché avevo sete. Sono in carcere perché ho usato lo stesso bicchiere di quelle donne musulmane. Perché io, una cristiana, cioè una che quelle sciocche compagne di lavoro ritengono impura, ho offerto dell’acqua a un’altra donna. Voglio che la mia povera voce, che da questa lurida prigione denuncia tanta ingiustizia e tanta barbarie, trovi ascolto. Desidero che tutti coloro che mi vogliono vedere morta sappiano che ho lavorato per anni presso una coppia di ricchi funzionari musulmani. Voglio dire a chi mi condanna che per i membri di quella famiglia, che sono dei buoni musulmani, il fatto che a preparare i loro pasti e a lavare le loro stoviglie fosse una cristiana non era un problema. Ho passato da loro 6 anni della mia vita, ed è per me una seconda famiglia, che mi ama come una figlia!

Sono arrabbiata con questa legge sulla blasfemia, responsabile della morte di tanti ahmadi, cristiani, musulmani e persino indù.
Da troppo tempo questa legge getta in prigione degli innocenti, come me. Perché i politici lo permettono?

Solo il governatore del Punjab, Salman Taseer, e il ministro cristiano per le Minoranze, Shahbaz Bhatti, hanno avuto il coraggio di sostenermi pubblicamente e di opporsi a questa legge antiquata. Una legge che è in sé una bestemmia, visto che semina oppressione e morte in nome di Dio. Per avere denunciato tanta ingiustizia questi due uomini coraggiosi sono stati assassinati in mezzo alla strada. Uno era musulmano, l’altro cristiano. Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi avevano minacciato di ucciderli. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinché in terra islamica cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano. Un musulmano e un cristiano che versano il loro sangue per la stessa causa: forse in questo c’è un messaggio di speranza. Supplico la Vergine Maria di aiutarmi a sopportare un altro minuto senza i miei figli, che si chiedono perché la loro mamma sia improvvisamente sparita di casa. Dio mi dà ogni giorno la forza di sopportare questa orribile ingiustizia. Ma per quanto ancora?

Fonte: Avvenire, 15/06/2011

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Posted by ikzus su 9 gennaio 2011


“Erin Brockovich, era tutto un bluff”

Una ricerca smonta la battaglia resa celebre dal film
“Non c’era inquinamento, i casi di cancro nella norma”

Erin Brockovich era bellissima. O meglio, lei di persona non era niente male, non lo è neppure adesso che ha 50 anni e tre figli grandi, ma Julia Roberts, che faceva la sua parte nel film, era davvero uno schianto. «Le parlai a lungo e mi ispirai a lei in tutto».

Le minigonne sfacciate, le scollature vertiginose, quel sorriso largo, ostentato, seducente. «Ma anche la tenacia, la certezza di avere ragione. Mi disse subito: non giudicare un libro dalla copertina». La Roberts vinse l’Oscar. Migliore attrice protagonista. «Erin Brockovich, forte come la verità», film del 2000 diretto da Steven Soderbergh basato su una vicenda vera. O che almeno allora sembrava vera

Adesso, dopo una ricerca indipendente condotta dal professor John Morgan, della Loma Linda University, per conto del California Cancer Registry, lo sembra un po’ di meno. Come se dalle crepe del deserto tornasse a uscire il veleno.

La storia era un classico della letteratura trasportato nella vita reale: Davide contro Golia. Davide era lei, Erin, trent’anni e due divorzi, segretaria precaria in un ufficio legale di un piccolo paese della California dove gli uomini e le donne sembrano morire tutti nello stesso modo: precocemente e di tumore. Golia era la potentissima Pacific Gas & Electric, accusata di aver contaminato per trent’anni le falde acquifere della zona con il cromo esavalente. La Brockovich scopre dei documenti compromettenti e spinge 233 abitanti del Paese a una class action che dopo una lunga battaglia verrà decisa in maniera extragiudiziale. La PG&E, sentendosi con le spalle al muro, decide di versare 333 milioni di dollari per chiudere la faccenda. «Meglio evitare il processo. Sarebbe pubblicità negativa». Titoli di coda e soldi veri nelle tasche dei querelanti, due milioni e mezzo in quelle della Brockovich, che oggi vive in una splendida villa di Malibù e ha una propria organizzazione che combatte per l’ambiente. Tutto bene. Anzi meraviglioso. «Sono un’icona del ventesimo secolo», scrive lei sul suo sito ufficiale. Possibile. Finché non è arrivato John Morgan con la sua ricerca. Uno studio approfondito, che in fondo è solo una fotografia. Quante sono state le morti di tumore a Hinkley tra il 1996 e il 2008? Centonovantasei. Qual è la media della regione? Duecentoventiquattro. «So che questa ricerca è impopolare, ma è molto accurata. Non credo che la Brockovich sia una cattiva persona. Forse neppure lei aveva gli strumenti per capire davvero le dimensioni del problema». Dunque a Hinkley il tumore uccide meno che altrove. Sono numeri. Roberta Walker, che nel Paese ci abita, dice che alla ricerca non crede proprio. «Ho avuto un tumore io e ce l’ha avuto mio marito». Dalla causa ha incassato cinque milioni. Ha comprato una fattoria. «Ho preso molto di meno, se no sarei andata via». L’acqua ha smesso di spaventarla. Ma anche Patty Brown, che ha superato un cancro alle ovaie, Ron Haefele, che lo ha avuto al cervello e Keri Kearney, che ne ha battuto uno ai polmoni, la pensano come lei. «Questa cittadina era maledetta e la colpa era dell’acqua».

Nel disastro di quei giorni avevano lentamente smussato i desideri fino a una quota prossima allo zero assoluto, poi era arrivata Erin a cambiare le cose e nessuno ha voglia di guardarsi indietro. Nemmeno ora che anche la California Enviromental Protection Agency ha stabilito che il cromo esavalente è sì tossico, ma solo se inalato. «Non c’è prova che sia pericoloso in piccole dosi nell’acqua». Con i giornalisti del Daily Mail che sono andati a bussare alla sua porta la Brokovich non ha voluto parlare. Ma forse ha ragione lei, «mai giudicare un libro dalla copertina». E nemmeno uno storia vera da un film.

ANDREA MALAGUTI – 4/11/2011 © LaStampa

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Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Lettera aperta a Fazio e Saviano

Pubblicato da Massimo Pandolfi Mar, 16/11/2010 – 12:53

Caro Fabio Fazio,

caro Roberto Saviano,

la trasmissione che avete mandato in onda lunedì sera non ha rappresentato una ‘pagina di libertà’, come i vostri fans e forse voi stessi orgogliosamente sostenete.Magari non ve ne siete neppure resi conto, o magari sì, ma parlando di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby avete offeso e umiliato centinaia di migliaia di italiani.Caro Saviano, su Welby (il malato di distrofia muscolare che anni fa chiese e ottenne che gli venisse staccato il respiratore artificiale) lei ha detto che ‘quella non era più vita’.E allora le faccio un invito: ripeta queste cose lunedì prossimo a tutti quegli italiani che resistono e soprattutto esistono, attaccati a un respiratore. Se vuole, gliene porterò una bella rappresentanza in studio a ‘Vieni via con me’. Dica loro: ‘La vostra non è vita’. Ma non si limiti a guardare la telecamera mentre scandirà quelle parole. Guardi in faccia loro _ i malati o i disabili _ se ne ha la forza. E le loro mogli, i mariti, i figli, i parenti, gli amici. Vedrà, caro Saviano, scoprirà un altro mondo.Perchè questa è gente che vive, si arrabbia, di dispera, esulta, gioisce, si ridispera di nuovo: come me, come lei. E chi sta loro a fianco li cura, nella totale gratuità. Curare non significa accanirsi; vuol dire prendersi cura di…Vi riporto, cari Fazio e Saviano, un pensiero via facebook che mi è arrivato da Angelo Carboni, un malato di Sla della Sardegna che è messo più o meno nelle condizioni in cui era Welby: ‘Ho ascoltato il breve monologo del signor Englaro, a quello della signora Mina Welby stavo prendendo sonno. Non mi aspettavo altro da chi ha della vita e dell’amore una concezione così limitata e improntata sul più ottuso relativismo che pretendono di spacciare per laicità. Io, da diversi anni collegato a un respiratore, mi sento poco toccato da questi moderni guitti della “buona morte”, ma li inviterei a dare voce anche al nostro amore per la vita e desiderio di viverla, con intensità, fino in fondo. Giovedì a Pattada presento un mio libro: invito Fazio e Saviano in Sardegna, da me, ad ascoltare chi la pensa diversamente’ Sarebbe bellissimo se Fazio e Saviano andassero. Se facessero esperienza, senza ideologie. E la questione, a proposito di ideologie, non sta tanto nel dire: se uno vuole vivere ok, aiutamelo, ma se non ce la fa più lasciamolo andare. No, è tremenda questa mentalità! La vita non è la stessa cosa della morte! Proprio perchè ci sono tante persone che ce la fanno (e non sono eroi, ma uomini semplici, come ognuno di noi: forse voi, Fazio e Saviano, non siete più uomini o semplici) il compito di una società civile è quello di cercare tutte le strade per dare un senso a un’esistenza. E un senso esiste, sempre, anche se sei immobile, muto, attaccato a un respiratore. Va solo cercato. Non lo dico io, lo urlano silenziosamente chi lo fa. Penso a Gian Piero, Sebastiano, Luca, Angelo, Patrizia, Cesare e tanti tanti altri amici che ho incontrato in questi anni. Caro Fazio, caro Saviano, chiamateli. Conosceteli.

P.S. E lei, caro Fabio Fazio, faccia pure l’ultrà radicale con la faccia del bravo ragazzo. Ma almeno racconti la verità, per piacere. La verità non è un’opinione. E su Eluana Englaro lei  ha detto davanti a milioni di italiani una bugia grande come una casa: ha detto che era in coma da 17 anni. No, signor Fazio. Prenda un vocabolario e impari cosa vuol dire la parola coma. Non è un dettaglio, è la deriva. E lei è il capitano buonista di una barca che va alla deriva.

www.massimopandolfi.it

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Posted by ikzus su 12 novembre 2010


Un nuovo scrigno di articoli sul “Global Cooling” negli anni ‘70

“La Stampa” ha appena messo online il suo archivio dal 1867 a oggi. Quale migliore occasione per esplorare l’evoluzione delle riflessioni e notizie sul “raffreddamento globale” dal 1970 a oggi al di là dei soliti articoli britannici o americani? Con il valore aggiunto di raccogliere un sacco di nomi e altre parole chiave da utilizzare come … parole chiave per ulteriori ricerche.

Molto brevemente: nei 15 articoli che ho trovato finora:

  • La popolarità degli scienziati che prevedevano un’era glaciale è molto chiara fino al febbraio 1979 e al meeting internazionale della World Meteorological Organization
  • “Glaciazione imminente” è il meme d’obbligo, fino al 1985 almeno
  • Vi è un taglio serrista nel 1990, ma stranamente, gli argomenti di discussione sono più o meno gli stessi ancora centrali al dibattito nel 2010

Questa collezione indica fortemente che in Italia, come altrove, il lettore medio di quotidiani avrebbe avuto tutte le ragioni di credere in un “consenso sul raffreddamento globale” per gran parte degli anni 1970 e anche più tardi.

Ecco l’elenco degli articoli:

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Posted by ikzus su 13 ottobre 2010


Dopo la decisione del Consiglio d’Europa sull’obiezione all’aborto

Il silenzio degli incoscienti

di Gianfranco Marcelli

Se c’è un Paese nel Vecchio Continente nel quale la parola “aborto”, al solo leggerla o pronunciarla, è in grado di attirare un sovraccarico di attenzione da parte dei mass media, questo è senza il minimo timore di smentita la nostra Italia. Tre decenni abbondanti di interminabili battaglie parlamentari, ripetuti e accesissimi scontri referendari, polemiche infuocate sul terreno etico e sanitario, hanno reso a dir poco acuta la sensibilità dell’opinione pubblica nazionale su questo argomento. Di conseguenza, anche i sensori attivati dal mondo dell’informazione nei confronti del tema sono di solito ad alta capacità di intercettazione: basta che sui terminali delle redazioni appaia, sotto qualunque forma, la parola in questione – aborto – e immediatamente le antenne si drizzano, il torpore della routine si scuote e attorno alla possibile notizia scatta l’obbligo della verifica e dell’approfondimento.

Per questo, anche agli occhi più smaliziati del vecchio cronista, rappresenta un vero e proprio mistero mediatico la totale e assoluta mancanza di resoconti su quanto è avvenuto giovedì all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: e cioè il voto della risoluzione che ha bocciato il tentativo di limitare il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari alle prese con le interruzioni di gravidanza, ribaltando clamorosamente le previsioni della vigilia e quasi rovesciando come un calzino il testo e le finalità originarie dei proponenti.

L’apertura di Avvenire di ieri. E invece non una riga, non un titolino, neppure in coda alle pagine più remote degli altri quotidiani nazionali. Non una citazione nei notiziari radiotelevisivi di qualunque rete, pubblica o privata. Neanche un cenno sui siti internet delle testate che aggiornano in tempo reale i frequentatori della blogosfera. Un black-out senza eccezioni, che rende semplicemente inesistente il fatto. Un silenzio tombale, che configura alla perfezione uno di quei casi di «indifferenza nei confronti del vero» denunciata proprio l’altro ieri dal Papa, come rischio saliente della comunicazione contemporanea.

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Posted by ikzus su 9 ottobre 2010


Il global warming stermina le api! Anzi, no …

di Piero Vietti

Ci avevano detto che la scomparsa delle api dal nostro pianeta era colpa del riscaldamento globale (e quindi dell’uomo cattivo che scalda la Terra). Ora leggiamo che, ovviamente, la causa è un’altra.

7 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

Cosa sta uccidendo le api

L’epidemia continua da danni e secondo i ricercatori è tutta colpa di un virus e un fungo che agiscono insieme
Lo studio è stato realizzato da alcuni ricercatori dell’esercito statunitense in collaborazione con diversi docenti universitari
di Emanuele Menietti

Dal 2006 un’epidemia sta sterminando milioni di api in tutto il mondo. In circa quattro anni si stima che solo negli Stati Uniti tra il 20 e il 40% delle colonie di questi insetti siano stati interessati dalla sindrome dello spopolamento degli alveari (Colony Collapse Disorder, CCD). La decimazione delle colonie di api è diventato un rompicapo per esperti e ricercatori, che da anni cercano di capire quali possano essere le cause alla base del problema. Ora un gruppo di ricerca sembra essere a un passo dalla soluzione dell’enigma, anche se per arrestare lo spopolamento potrebbero volerci ancora anni.

Alcuni scienziati dell’esercito statunitense in collaborazione con diversi apicoltori e docenti universitari hanno pubblicato sulla rivista scientifica PLoS One i risultati di una nuova ricerca, che identifica due principali indiziati alla base della drastica riduzione delle colonie di api. I ricercatori ipotizzano che un particolare fungo si sia combinato con un virus causando l’epidemia. Non è ancora del tutto chiaro come queste due cause interagiscano tra loro, ma gli indizi sembrano essere solidi: sia il virus che il fungo sono molto diffusi nelle aree con un clima fresco e umido, ed entrambi attaccano il sistema digerente delle api, compromettendo la loro possibilità di nutrirsi.

continua …

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Posted by ikzus su 7 ottobre 2010


Sollevati dubbi di costituzionalità sulla legge 40

Il grande ripopolatore da Nobel nel mondo spopolato dell’aborto

Ipocrita celebrazione dei concepiti in provetta

Il Tribunale civile di Firenze ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla norma della legge sulla fecondazione artificiale (legge 40) con la quale si vieta alle coppie sterili di accedere alla fecondazione eterologa, con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia.

Lo hanno reso noto gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, che assistono i coniugi che hanno presentato la richiesta. L’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza. Torna quindi alla Corte Costituzionale la legge 40 sulla fecondazione assistita.

Niente in apparenza è più allegro, edificante, rassicurante della capacità di dare figli al mondo, magari aiutati dalla medicina. Quattro milioni di bambini concepiti in provetta (tecnica IVF, in vitro fertilisation) sono celebrati come un miracolo scientifico e umanistico dai giornali italiani, che dedicano aperture di prima pagina al Nobel Robert Edwards, 85 anni, fisiologo emerito di Cambridge, lo scienziato che nel 1969 mise a punto la tecnica capace di far nascere poi, nel 1978, la capostipite della buona brigata dei nati IVF, Louise Brown. I giornali inglesi, che al contrario dei nostri quotidiani tenorili trattano la notizia con pudore (pagina interna, semplice cronaca su Guardian e Daily Telegraph), riferiscono una bella frase del nuovo Nobel laureate: “La cosa più importante nella vita è avere un figlio. Niente è più speciale di un figlio”. Questo magnifico adagio antiabortista, questa perorazione natalista, prende però un significato del tutto particolare in bocca a Edwards, fisiologo competente, fortunato, tenace e di valore, che ha rovesciato il paradigma della medicina moderna in fatto di riproduzione, provocando una rivoluzione culturale e antropologica che sfugge chiaramente, non so se alla sua comprensione, certo a quella dei suoi ammiratori e degli apologeti della tecnica IVF. Edwards infatti ha anche detto, e qui siamo invece in un mondo di percezioni huxleiane: “Non dimenticherò mai il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa buffa nelle colture… quel che ho visto era una blastocisti umana che mi osservava fissamente. Ho pensato: ce l’abbiamo fatta”.

Quattro milioni di bambini sono stati “prodotti” in vitro e poi accuditi, nutriti, formati e partoriti da un corpo di donna, cosa di cui non è possibile finire di rallegrarsi, per chi ha avuto la benedizione di un figlio e per chi ha avuto il diritto di nascere. Ma è incredibile che solo gli uomini di chiesa si siano domandati che fine hanno fatto quei milioni di “cose buffe” (letteralmente “something funny”) che guardano i loro fattori dall’occhio microscopico nei laboratori di fertilizzazione umana di tutto il mondo. Parlo ovviamente degli esclusi, delle cose buffe congelate, di quelle usate per la ricerca come topi-cavia, dei processi di fertilizzazione negoziati sul mercato degli ovociti, delle banche dati, delle scelte di maternità-paternità à la carte, dell’aborto selettivo attraverso lo strumento della diagnosi prenatale, e parlo più in generale della grande strage degli innocenti che caratterizza i trent’anni che ci separano dalla nascita di Louise Brown.

Per quattro milioni di celebrate cose buffe che procedono verso la nascita grazie a una tecnica che realizza volontà umana e desiderio, si dovrebbe contare, a rigore, un miliardo circa di cose buffe avviate all’esecuzione capitale in nome della “libertà riproduttiva”, con il consenso culturale, moralmente sordo, della comunità politica mondiale, specie dei corpi umanitari che custodiscono i diritti universali dell’uomo sanciti dalla dichiarazione del 1948. Spero soltanto che i ginecologi faustiani alla Flamigni, e altri uomini di scienza molto sicuri di sé, si appuntino bene la frase di Edwards: “…something funny in the cultures… what I saw was a human blastocyst gazing up on me…”. I figli orgogliosi di questo tempo capiranno l’importanza non solo linguistica di quella definizione dell’embrione fecondato, ovvero di quello che la legge 40 chiama il “concepito”: una blastocisti umana che guarda fissamente il suo autore. Per Chesterton il cattolicesimo libera gli uomini dalla schiavitù di essere figli del loro tempo. Scienziati e moralisti della libertà: la cosa buffa vi guarda.

Giuliano Ferrara

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La medicina che si intesta certi successi dimentica i suoi fallimenti

Il mare in declino della fecondità occidentale

di Roberto Volpi

Nobel a Robert Edwards per la sua scoperta, or sono quasi tre decenni, della rivoluzionaria tecnica della fecondazione in vitro già adottata dai veterinari. Commenti unanimemente favorevoli. C’è che la medicina è svelta a intestarsi i successi, quanto a non prendersi responsabilità degli insuccessi. Così, per esempio, se l’infertilità cresce (è tutto l’establishment medico-scientifico a dirlo), segnatamente nel mondo occidentale, sarà mica tutta colpa dell’inquinamento o dei ritmi di vita che non sono più quelli di una volta.

Fuor di metafora, la fecondazione in vitro ha permesso quattro milioni di nascite – ci ricordano i giornali – e al tempo stesso ha accompagnato la caduta del tasso di fecondità – ci ricordano le cifre ufficiali delle nascite. L’Unione europea a 27, da sola, ha perso la bellezza di tre milioni di neonati annue, tra la nascita di Louise Brown e oggi. E non si può negare che l’Europa sia, con gli Stati Uniti, l’area del mondo dove la fecondazione in vitro è stata ed è più largamente utilizzata. Dice: ma i milioni di nascite in più a essa dovute restano. Sì, ma guardiamo bene. Relativamente all’Italia, della generazione di donne nate nel 1990, una su quattro (per la precisione il ventiquattro per cento), secondo l’ipotesi più realistica delle previsioni Istat, resterà senza figli. Delle loro madri, nate nel 1960, sono rimaste senza figli in quattordici su cento. Secondo l’ipotesi “alta” le figlie potrebbero rimanere senza figli in proporzione addirittura più che doppia rispetto alle madri. Nel tempo della fecondazione assistita, artificiale, in vitro le donne senza figli tendono a crescere. Allora uno non capisce com’è che più rimedi si pigliano e più i risultati finali contraddicono le premesse. E’ un po’ come la lotta al tumore, miete successi, ma intanto i morti per tumore quando i successi non c’erano, e la prevenzione neppure, erano cinquantamila l’anno in meno rispetto ad oggi (ancora dati Istat, che nessuno cita mai – inutile aggiungere perché).

A proposito di questo problema della sterilità crescente.
Ha radici lunghe, complesse, antropologiche, e rischia di venire risucchiato dalla banalità – con tutto il rispetto – della medicina. C’è un venir meno formidabile dell’istinto, una volta naturale, di sopravvivenza della specie, come se l’ampliamento smisurato degli orizzonti dovuto alle nuove possibilità della scienza ci avesse rinchiusi nella prospettiva delle nostre sole vite, così poco interessati a quel che sarà. Un venir meno al quale si collega lo spostamento della fecondità sempre più in là nel tempo, sempre più in là, al punto che la classe d’età delle oltre quarantenni è l’unica oggi in grande spolvero sotto questo aspetto. C’è la crescente “inutilità” materiale del figlio nella funzione di sostegno della vecchiaia dei genitori, con addirittura l’inversione delle parti: i vecchi a sostegno di figli sempre più adulti ma che non vogliono saperne di assumersi le responsabilità dell’età adulta. C’è la scelta razionale, ponderata, della “non maternità” per la realizzazione a tutto tondo di una vita dedicata ad altro, di grande, di meno grande e pure di non grande – del tipo vacanze e notti ai tropici e aperitivi in qualche piazzetta, la cui perdita di esclusività è compensata dalla moltiplicazione delle piazzette.

E c’è pure la fecondazione in vitro. C’è l’“invenzione” del figlio. Perché anche un figlio che si può inventare contribuisce ad abbassare la naturale e fisiologica, ma anche culturale e infine antropologica, “propensione” al figlio. La propensione al figlio è letteralmente sotto assedio, in occidente, tra scienziati e opinion maker che almanaccano (qui, in Italia, in Europa) di superpopolazione e una moltiplicazione di pillole e contropillole del prima, del dopo e del durante da non raccapezzarcisi.
La funzione riproduttiva in quanto tale, quella comunemente legata alle coppie e alla loro vita insieme, è sempre più culturalmente confinata nell’alveo familiare, incapace ormai di rappresentare l’àncora che tutti ci tiene in questi mari. Cosicché quelli che tendono ai figli tendono ai “propri” figli, e i figli in quanto categoria generale e costitutiva vanno sparendo a una velocità ancora maggiore di quella fattuale delle nascite.
In tutto questo, il massimo che riusciamo a fare è affidarci alla medicina, alla fecondazione in vitro, all’invenzione dei figli. Senza accorgerci che anche questo è un fiume che attinge dal mare in declino della fecondità dell’occidente. Ci butta anche dell’acqua, in quel mare, è vero, ma nel bilancio finale è più quella che vi attinge.

6 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 6 ottobre 2010


Negli Usa fanno scuola le contromisure dei controlli incrociati

Quante bugie in laboratorio

Anche la scienza può macchiarsi di errori deliberati, mai suoi anticorpi si rivelano molto efficaci

Il mondo universitario americano è scosso dalla scoperta di uno scandalo scientifico: Marc Hauser dell’Università di Harvard, biologo evoluzionista, primatologo e «star» della psicologia cognitiva e sperimentale, noto anche in Italia attraverso i suoi libri, è stato dichiarato colpevole di frode scientifica da Michael D. Smith, preside della facoltà di scienze di Harvard. Hauser ha ammesso una serie di «errori» e si è preso un anno sabbatico. Gli articoli che hanno riportato i suoi dati «costruiti» sono tre, mentre altri cinque erano in attesa di stampa. Riguardano tutti la risposta a determinati stimoli musicali o visivi da parte di una scimmia americana, il Tamarino edipo, o Tamarino chioma di cotone, evoluzionisticamente lontano dall’uomo. Sui fatti è stata aperta un’inchiesta da parte della magistratura americana che in questi casi non è per nulla tenera. I lavori di Hauser sulle risposte ai dilemmi morali da parte dell’uomo, noti per esempio attraverso il celebre saggio «Menti morali», al momento sono invece indenni da polemiche, anche perché si basano su ricerche di numerosi autori. L’università, intanto, ha inviato alcune note di correzione, riguardo ai lavori incriminati, che verranno pubblicate sulle riviste dove sono usciti gli articoli.

Harvard, che non ha esitato a raccogliere la denuncia di un assistente contro uno dei suoi più importanti professori, investigando sul caso e senza badare alla differenza di posizione, autorità e prestigio tra i due, si è dimostrata anche in questo caso all’ altezza della sua reputazione di più importante ateneo del mondo. La vicenda, così, è finita non solo sulle più importanti riviste a cui Hauser collaborava, ma sui maggiori quotidiani americani, sollevando il problema del controllo dei dati pubblicati dagli scienziati.

Sembra una questione lontana e astratta, invece si tratta di un problema che riguarda tutti da vicino, perché è basandosi sull’onestà degli scienziati che si investono miliardi per le ricerche delle università nel mondo e che si impostano le scelte strategiche dei sistemi sanitari, delle politiche economiche e di sviluppo: sono recenti, per esempio, le dimissioni di Rajendra Pachauri da presidente dell’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu ), vincitore del Nobel per la pace nel ‘97 con Al Gore per la diffusione di alcune infauste previsioni sui cambiamenti climatici, successivamente ritrattate, tra cui lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, previsto per il 2035. La discussione se questi rapporti fossero solo errati o una costruzione artificiosa per influenzare il mondo scientifico e le scelte di politica internazionale hanno dato origine a quello che è stato chiamato «Climategate», mentre l’utilizzo dei dati forniti dall’Ipcc è alla base del libro e del film di Al Gore «Una scomoda verità», per il quale l’ex candidato alla presidenza degli Usa ha vinto il premio Oscar.

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


Libere di morire con la Ru486

Il New England Journal of Medicine annuncia altre due vittime

Una breve corrispondenza pubblicata sul New England Journal of Medicine del 30 settembre, firmata da tre epidemiologi del Center for Disease Control and Prevention di Atlanta (l’organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti), annuncia che altre due giovani donne vanno aggiunte alle vittime finora accertate dell’aborto chimico con la Ru486. A ucciderle è stata un’infezione da Clostridium sordellii, il micidiale batterio già responsabile di altri decessi legati all’aborto farmacologico. La prima vittima, ventinovenne, è morta nel 2008, a sei giorni dall’assunzione della miscela chimica che doveva farla abortire; la seconda, una ragazza di ventun anni, è morta nel 2009, a ben dodici giorni dall’assunzione del mifepristone per via orale e del misoprostol per via vaginale (è uno dei sistemi di somministrazione della Ru486). Per entrambe, il ricovero ospedaliero – intervenuto dopo cinque giorni di sintomi per la prima e dopo sei per la seconda – è arrivato troppo tardi e non è riuscito a evitare l’esito mortale per choc settico. Non è la prima volta che il New England Journal of Medicine, la più importante rivista di pratica medica del mondo, segnala i pericoli del sistema abortivo “mifepristone più misoprostol”. L’aborto a domicilio offerto in pillole, molto discreto e privatizzato, continua a uccidere poco discretamente le donne che vi fanno ricorso, senza che sia stato neanche chiarito il motivo del legame con la letale sindrome da Clostridium sordellii.

pubblicato su www.miradouro.it (Tratto da Il Foglio del 2 ottobre 2010)

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