ALEZEIA

La verità vi farà liberi

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Le due facce di Amnesty

Posted by alagna su 14 aprile 2013


Riportiamo un articolo de “la nuova bussola quotidiana” su Amnesty e la pena di morte.

Vi ricordate dell’articolo di Pietro Castagneri sempre su Amnesty (il cancro dell’occidente)?

Purtroppo non possiamo che avvalorare ancora una volta la sua tesi.

Pena di morte, le due facce di Amnesty

Puntuale come ogni anno è arrivato il Rapporto di Amnesty International sulla pena di morte. E ci dice che continua la tendenza positiva verso l’abolizione della pena capitale anche se ci sono dei passi indietro, come in Iraq. Il Rapporto ci informa poi che le esecuzioni nel 2012 sono state 682, divise in 20 paesi. A parte va conteggiata la Cina che, da sola (21esimo paese), mette a morte più persone di tutti gli altri Paesi messi insieme, ma non fornisce alcuna cifra ufficiale. Secondo Amnesty si tratta di migliaia.

Bene, certamente non possiamo non rallegrarci del calante ricorso alla pena di morte, anche se il tema meriterebbe di essere approfondito meglio. In questa sede però vorremmo cogliere l’occasione del Rapporto per mettere in evidenza la schizofrenia delle agenzie umanitarie, a partire proprio da Amnesty. La quale si attiva tantissimo per mettere fine alla pena di morte e poi non solo non dice nulla sugli aborti, ma addirittura da anni fa campagna all’Onu – e in singoli paesi – per far riconoscere l’aborto come diritto. Ma come: ci si addolora tanto per la messa a morte di un adulto – che magari avviene dopo un regolare processo per un grave reato – e poi si è addirittura in favore dell’eliminazione del più vulnerabile, del più innocente, del più indifeso tra gli esseri umani?

Eppure è così. Prendete la Cina: grandi denunce sulla pena di morte, poi ogni anno si praticano quasi 10 milioni di aborti, in molti casi forzati, e se si spende una parola è soltanto per censurare i modi eccessivamente violenti in cui si persegue lo scopo. Insomma, da una parte si invocano i diritti umani per evitare la morte di poche migliaia di uomini l’anno e dall’altra si invocano gli stessi diritti umani per fare fuori nello stesso periodo di tempo 50 milioni di esseri umani nel grembo della propria madre (tanti sono gli aborti ogni anno nel mondo). Come è possibile una tale follia?

Il punto è che negli ultimi decenni è maturata una visione perversa dei diritti umani, figlia di una concezione ridotta dell’uomo. Non si può parlare di diritti umani se non riconoscendo l’unicità dell’uomo e il suo destino, che va oltre la vita materiale e che lo fa più grande di ogni altra creatura. Non si può non riconoscere che l’uomo – ogni uomo, di ogni tempo e di ogni cultura – ha una legge inscritta nel suo cuore, che viene prima di ogni legge stabilita dagli uomini, e che deve essere riconosciuta e rispettata. Da qui nasce la sacralità e l’irriducibilità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale.

A questa visione, che è poi alla base della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (1948), si è sostituita una concezione “positiva” dei diritti umani, che non sono più universali ma sono determinati dalla cultura. Ecco allora che oggi si parla di “nuovi diritti umani”, e tra questi le ben note lobby inseriscono i diritti riproduttivi (quindi contraccezione e aborto). Ma se non c’è una legge naturale, universale, si entra nel campo dell’arbitrio, alla fine è il potere che stabilisce quali siano i diritti da perseguire. Ed è quello che sta accadendo.

Ed è così che ci si può spendere tranquillamente contro la pena di morte per alcuni e a favore della pena di morte per tantissimi altri. Ed è triste riconoscere che a inseguire il consenso e il riconoscimento del potere mondano ci sono anche importanti gruppi cattolici che profondono enormi risorse contro la pena di morte, ma non spendono una sola parola per i bambini non nati.

In ogni caso, questa schizofrenia riguarda tante agenzie cosiddette umanitarie, il cui “umanesimo senza Dio” si rivolge inevitabilmente contro l’uomo, come ci hanno ricordato tante volte Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Basterebbe qui citare la già nota Unicef o anche Save the Children, che in Italia è sempre più presente nel lanciare appelli per salvare i bambini dei paesi poveri, salvo poi essere in prima linea nei programmi di controllo delle nascite lautamente finanziati dai miliardari americani.

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Giovani, vi voglio tutti protagonisti

Posted by alagna su 7 aprile 2013


È un rapporto profondo, chiaro e sincero quello che lega papa Francesco e i giovani. L’attenzione che il nuovo Pontefice ha dedicato ai ragazzi nei 15 anni da arci­vescovo di Buenos Aires è stata costante. L’allora cardinale Bergoglio incontrava i giovani ogni giorno nelle strade della città argentina e sui mezzi pubblici utilizzati per i suoi spo­stamenti. Ma con loro aveva anche degli appuntamenti fis­si durante l’anno, come il pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Luján e la ‘marcia giovanile’ di giugno per la solennità del Corpus Domini. Seguono alcuni estratti – se­lezionati e uniti a seconda dei temi trattati – di omelie, di­scorsi e messaggi che il cardinale Bergoglio ha rivolto ai giovani negli ultimi anni.

CERCARE DIO E LASCIARSI TROVARE
Essere giovani cristiani vuol dire anzitutto es­sere dei buoni cittadini. In un momento di crisi, far riferimento alla buona cittadinan­za significa parlare in sanscrito. Come riu­scirci? Facendo memoria del nostro popo­lo. Bisogna guardarsi indietro e vedere che alle spalle c’è una storia di persone. Non di­mentichiamo chi ci ha preceduto. Dovete costruire il futuro attraverso la memoria che hanno lasciato i nostri anziani e vi trasmet­tono i genitori. A proposito di memoria vor­rei dirvi un’ultima cosa: non dimenticate mai di cercare Dio e, soprattutto, lasciatevi trovare da Lui.

LIBERTÀ E SOGNI
Non abbiate paura della libertà, anche se ci sono molti furfanti che vi stanno vendendo falsità affinché abbiate paura della vita. Ab­biamo bisogno dei vostri sogni. Un Paese in cui giovani ancora sognano non è morto. Ma i vostri sogni devono essere piantati nel­la società. Perché i sogni non sono soltanto di vostra proprietà, ma patrimonio di tutti. Anche di chi vuole rubarveli. Allora non ri­schiate la vita per un piacere che passa do­po 10 minuti. Rischiate la vita per Gesù. Lui ci ha lasciato un messaggio che è il sogno più grande. Ci ha detto che siamo tutti fra­telli. Sognate la vita di Gesù.

LA VIA DELLA MITEZZA
La società in cui viviamo anestetizza i gio­vani e vuole distruggere i loro ideali e i pi­lastri della speranza. Essere giovani signifi­ca non rimanere chiusi ma imparare a com­battere, a lavorare e a vedere il mondo at­traverso occhi di grandezza. Siete chiamati a fare grandi cose come servire il prossimo, cre­scere una famiglia e tra­smettere i vostri valori. In una cultura che offre con­tinuamente il metodo dell’attacco, della tensio­ne e dell’insulto voi gio­vani dovete seguire la via della mitezza e rispettare sempre il prossimo, che è una persona come voi.

LASCIARE IMPRONTE
Ragazzi, a voi che per la solennità del Corpus Do­mini avete attraversato la città da quattro direzioni differenti per arri­vare fin qui, a piazza dei Due Congressi, chiedo se vi siete limitati a fare una sfilata di moda o se, invece, avete lasciato impronte. Perché dovete sapere che colui che cammi­na senza lasciare traccia è inutile. Se si tra­scorre la vita a bordo di un pattino non si lasciano impronte. Bisogna portare avanti un messaggio d’impegno e proseguire lun­go il cammino percorso da Gesù Cristo, che ha lasciato un segno indelebile e ha scritto la storia.

LAVORARE PER LA GIUSTIZIA
Finiamo questo pellegrinaggio a Luján, alla casa della Vergine e, come facciamo a ogni visita, ci siamo seduti in silenzio davanti al­l’immagine della Madonna. La cosa più im­portante è che abbiamo la necessità di pre­gare e di affidare alla Vergine ciò che condi­vidiamo con molti pellegrini sulla strada. «Madre, insegnaci a lavorare per la giusti­zia ». E sapete chi ha voluto fare questa ri­chiesta? Voi stessi. Sì, perché tra le vostre preghiere alla Vergine avete scritto anche questa: «Madre, insegnaci a lavorare per la giustizia». Luján è la casa di tutti i figli del­la Madonna e stiamo facendo questa ri­chiesta affinché Lei ci insegni a essere per­sone giuste nella vita. Questo è il posto ideale per imparare a essere buoni figli, buoni fra­telli, preoccupati per il bene degli altri. Im­pariamo tutti a lavorare per la giustizia, co­sì avremo sempre un cuore aperto e grande.

NO AL NULLA DELL’IPOCRISIA
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia» (Vangelo di Luca 12,1-7). L’i­pocrisia è l’anima doppia, pensare un po’ di qua e un po’ di là, poggiare un piede su que­sta pietra e uno su quell’altra. È quella pec­caminosa diplomazia dello spirito che ci ammala e ci fa male. Ma parlare ai giovani di ipocrisia è come parlare in cinese. Voi non siete ipocriti ma aperti, e dite ciò che pen­sate. Con il trascorrere degli anni, però, si ri­schia di imboccare la stradina che porta al nulla e di non proseguire sulla strada gran­de della sincerità. Allora continuate a dire la verità, siate trasparenti, restate nella stessa via. Certo, durante que­sto percorso ci saranno dolore e problemi. Però il vostro cuore sarà feli­ce, mentre se prendere­te la stradina dell’ipo­crisia non riuscirete nemmeno a sentire il vostro cuore».

VOGLIO UNA CHIESA PER LE STRADE
Dobbiamo proporre l’orizzonte che Dio ci ha messo nel cuore. E per farlo è necessario uscire da noi stessi. Quindi non accontentatevi di stare con il vostro piccolo gruppo, ma a­scoltate le preoccupazioni e prendetevi cu­ra delle pene di tutti i giovani. È vero, voi gio­vani siete una minoranza. Anche il lievito è solo una piccola parte della pizza ma serve a far fermentare la pa­sta. Anche il sale è una mi­noranza, ma aggiunge sapo­re e aiuta a mantenere la cot­tura. Allora integratevi, par­late e ascoltate. Suggerite o­rizzonti veri, non quelli a breve termine. Dovete avere spirito missionario e me­scolarvi con gli altri. Come ho già detto in molte occa­sioni, voglio una Chiesa per le strade. Che esca fuori da se stessa. Ecco, voglio anche i giovani per le strade. Gio­vani mescolati e incorpora­ti nella vita quotidiana di al­tri giovani. Ragazzi che par­lano di Gesù Cristo, che con Lui vivono e possono trasmettere il suo esempio agli al­tri.

Di Luca Mazza

su L’Avvenire del 24 Marzo 2013

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A chi crede e a chi ragiona

Posted by alagna su 9 ottobre 2012


La secolarizzazione non è più quella di una volta. Quando incominciò, apparve come un impulso di emancipazione del­l’umano che è comune a tutti, e sta a cuore a tutti. In essa, nono­stante tutto, erano le potenzia­lità dell’umanesimo contenute nel seme cristiano che, in molti modi, venivano alla luce. E for­nivano – persino tacitamente – il fondamento e il corredo etico delle virtù – umane, non solo ci­viche – che sono necessarie: il ri­spetto della persona, il senso del dovere, la disposizione della so­lidarietà, il pudore dell’intimità, la dignità del lavoro, l’amore del sapere, la fedeltà degli affetti, la cura della generazione, la re­sponsabilità del ruolo.

Il programma del Sinodo mon­diale dei Vescovi che sta per in­cominciare non usa mezzi ter­mini, né troppi giri di parole. La secolarizzazione del legame so­ciale, intenzionata a perseguire l’obiettivo della giusta laicità della cosa pubblica, ha trascu­rato di alimentare questi fonda­menti etici dell’umanesimo co­mune, lasciando sempre più spazio all’ideale dell’individuo che si fa da sé, senza dovere nul­la a nessuno. Ne doveva scatu­rire, quasi spontaneamente, u­na nuova società di liberi e u­guali. Non è andata proprio co­sì. Ora siamo tra i cocci di un u­manesimo fai–da–te. E non ne usciremo facilmente: in ogni ca­so, non senza la determinazio­ne e il sacrificio che ci sono man­cati. Anzi, di più. La «morte di Dio», che era sembrata l’ultima profezia della ragione adulta, or­mai capace di garantirsi da sé l’alto profilo di una vita buona e di un umanesimo compiuto, «ha ceduto il posto a una sterile mentalità edonistica e consu­mistica, che spinge verso modi molto superficiali di affrontare la vita e le responsabilità».

Il cristianesimo deve essere ca­pace di far diventare l’adorazio­ne di Dio l’atto decisivo per la ri­conciliazione collettiva della ra­gione con l’umano. I due si sono persi di vista: il desiderio ha in­termittenze deliranti, che in ca­po a qualche generazione pro­mettono di diventare sub–cultu­ra di tribalità predatorie. «La Chiesa sente come un suo dove­re riuscire a immaginare nuovi strumenti e nuove parole per rendere udibile e comprensibile anche nei nuovi deserti del mon­do la parola della fede che ci ha generato alla vita, quella vera, in Dio». La fede deve ritrovare l’a­more di prima, e diventare capa­ce di sostenere di nuovo la gene­razione e le generazioni, fino al­l’altezza di ciò che fa grande l’a­nimo di un popolo. La Chiesa del Sinodo si rivolge in primo luogo ai credenti, chiedendo anzitutto a loro un serio esame di coscien­za e un profondo cambiamento di mentalità. Neppure la fede va da sé. Noi stessi abbiamo cerca­to di aggiustarci un umanesimo che si adattava ai desideri e ai so­gni, perdendo lo slancio e il rea­lismo di una fede che riapre a Dio tempi e spazi della vita reale. La fede in Gesù Cristo non pianta fiorellini non–ti–scordar–di–me sul parabrezza dell’auto, non se­mina molliche come Pollicino. La fede ha radici semplici e pos­senti: sposta i massi che ostrui­scono la strada verso Dio, colma le voragini per gli incauti segua­ci del Pifferaio magico.

Il Sinodo dei Vescovi è deciso a imprimere una svolta alla vitalità della fede: a cominciare dei po­poli che fecero l’impresa (e ora, quasi, se ne vergognano). La sfi­da, nondimeno, è affrontata per tutti. “Dio” non è un vocabolo del gergo ecclesiastico: è parola– chiave di un senso radicalmente comune, per uomini e donne al­l’altezza delle domande dei figli che nascono. Anche nel deserto.

Pierangelo Sequeri
Da l’Avvenire del 7 Ottobre 2012

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Parole nostre, figli nostri

Posted by alagna su 2 settembre 2012


​A proposito di embrioni

Ci passiamo sopra come fili d’erba. Le pieghiamo. Come fosse niente. Ma ci sono parole che non si possono calpestare. Quando lo si fa, se pure con buone intenzioni, si sta calpestando l’aiuola del vivente. È un paradosso: siamo ligi con le aiuole nelle nostre piazze, ma calpestiamo parole-aiuole senza pensare alle conseguenze. Ci stiamo calpestando il corpo e l’anima. Ci tocca vivere un’epoca in cui parole elementari (padre, figlio, vita…) sono sottoposte al diverbio, allo scontro. Epoca dura ben più di altre. Occorre avere un cuore grande verso tutti – anche chi si pone distante su questioni così radicali – un cuore pieno di pazienza verso se stessi e verso tutti. E però essere guerrieri contro gli errori sulle parole-aiuola, contro i calpestamenti, i lievi feroci fraintendimenti.
Si accampa come scusa che tale “confusione” nasca dai progressi della scienza, dalle possibilità della tecnica. Ma sono scuse. La scienza autentica non confonde le parole, il loro senso. Semmai ci invita a inventarne di nuove. Ma embrione e figlio sono le parole valide per quel che è in gioco. Le confusioni nascono prima o dopo, nella cultura, ovvero nel senso critico che le persone maturano circa la vita e il suo significato.

Una ragazza che decide di abortire non lo fa perché convinta dalla scienza, ma dalla solitudine, dalla disperazione con cui ha imparato a guardare la vita. E chi non sente un brivido nel pensare che per assecondare un pur legittimo desiderio di avere figli (e possibilmente sani) si passa sopra al diritto di nascere di creature infinitamente piccole e perciò indifese come siamo stati noi e i nostri figli, non ne è immune a causa della scienza e della tecnica, ma perché ha smesso di tremare per gli esordi, per le cose fragili della vita. E ragiona ormai in termini di difesa dei diritti più facili ed evidenti, che sono sempre i diritti del più forte.
È alla ribalta la parola embrione. E allora ci tocca riguardarla, questa parola un po’ fredda che si usa per indicare qualcosa da “buttare” se occorre. Come una materia, entro cui scartare la difettosa e tenere la migliore. Come si fa con la stoffa, le zucchine, o le foglie di tabacco. E sì: con la parola embrione facciamo i furbi. La usiamo perché sembra fredda, scientifica, distante. Ma essa indica quella stessa realtà che nella pancia della nostra donna lei e noi chiamiamo “figlio”. La medesima. Identica. Nessuno ha mai detto: sai, aspetto un embrione. Ma un figlio. Perché la realtà è la medesima. Però se non parliamo della nostra pancia, usiamo (usano) la parola “embrione”. La stessa cosa, ma così la distanziamo. E può esser congelata, buttata, scartata.

In questo cambio di parola ci sta un precipizio di pensiero, una astuzia, a volte un egoismo. Proviamo a pronunciare: si congelino pure migliaia di “figli”. O: “scartate tre figli e tenetene uno”. La parola “embrione” che da radice greca indica una cosa che “nasce” dentro un’altra cosa è una parola dolcissima, tenuissima. Indica il primario muoversi e germinare di un essere. È già l’uomo che sarà, dice solo che nasce dentro un altro. Che sia un essere in sviluppo e non già pienamente attuato non significa una differenza di qualità. Non sarà mai nient’altro che un uomo. Non gatto, né delfino, né airone. È un nascente uomo da dentro sua madre – o forse il fatto che sia in un “bidone” lo rende eliminabile?

La legge in discussione, la legge 40, è utile e per tanti aspetti saggia, ma come tutte si può perfezionare. Ora la discussione riavvampa. Se servirà a far aumentare il tremore in tutti dinanzi a certe parole, allora lo scontro culturale, il diverbio, la fatica del ragionamento saranno serviti a qualcosa. Un particolare contributo diano le donne, che sanno cosa è avere un embrione, un figlio dentro il proprio corpo. E sanno cosa è tremare infinitamente.

Da l’avvenire del 31 agosto 2012

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Operosa corresponsabilità

Posted by alagna su 26 agosto 2012


http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/Pretielaiciinsiemedandosifiducia.aspx

Preti e laici insieme dandosi fiducia | Commenti | http://www.avvenire.it

​Quanti passi avanti per i fedeli laici nella Chiesa negli ultimi 50 anni. Ma anche quanta retorica, pomposa e malinconica. E, purtroppo, non poca paralisi… Ieri papa Ratzinger, in un messaggio inviato a un incontro internazionale dei laici dell’Azione cattolica, è sembrato pensare: da mezzo secolo rilucidiamo il Concilio, per ritrovarlo subito impolverato; no, stavolta gli daremo una mano nuova di vernice. Le sue parole segnano uno scarto: i laici non sono semplici collaboratori del clero nella missione universale della Chiesa; collaboratori formati, educati, vigilati, certificati e a quel punto degni di fiducia. La loro è «un’operosa corresponsabilità». La parola «responsabilità», relativa ai laici, nel Concilio c’è, all’inizio e al termine del passaggio della Lumen gentium (37) più moderno e – oggi possiamo dirlo – disarmante. Perché lo leggi e pensi che non ci sarebbe da aggiungere nient’altro: «I pastori riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione». Ai fondatori e presidenti delle grandi aggregazioni laicali è certo capitato di essere cercati per «un consiglio» richiesto «volentieri». Ma a chi vive nelle parrocchie? E possiede competenze e sensibilità che un parroco non sempre può avere? È accaduto e accade davvero? «Anzi – prosegue la costituzione conciliare – li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa (…). In questo modo si afferma nei laici il senso della propria responsabilità». L’evidenza resa palese dal Concilio è che i laici «sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo» (Lg 33). A maggior ragione si comprende perché «i pastori, aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia di cose spirituali che temporali».

«Operosa corresponsabilità»: bellissimo! Non ci sono più io vescovo, io parroco e voi laici: ci siamo noi. Non c’entrano la diversità di ministero, che qui nessuno – e ovviamente non il Concilio – mette in discussione, né il grandissimo rispetto che ogni laico deve a chi, nella comunità, rende presente sacramentalmente il Signore. Con tutto ciò non c’è una «mia comunità» alla quale posso invitarvi a collaborare facendovi un poco di spazio, ma la «nostra comunità» della quale tutti siamo insieme responsabili. L’operosa corresponsabilità taglia netto con ogni tentazione di pensare e agire in termini di potere. C’è stato – e forse c’è – un clero che pensa ai laici come coloro a cui è necessario concedere degli «spazi di potere», di gestione e decisione, se non altro perché il clero scarseggia, non ci sono più abbastanza preti: i laici panchinari, buoni per il secondo tempo o per subentrare agli infortunati. E c’è stato – e forse c’è – un laicato che pensa in modo analogo, sia pure con due esiti opposti. Di qua ci sono i laici convinti che, per ottenere spazio, occorre clericalizzarsi. Pensa, parla, scrivi, comportati come un presbitero, e il clero ti riconoscerà come «uno di loro», si rasserenerà e ti accoglierà. I laici clericalizzati sono in contraddizione con la lettera e lo spirito del Concilio che, al contrario, invita i laici a valorizzare ciò che è loro proprio, un proprio stile, una propria sensibilità; ma possono fare fortuna. Di là, troviamo i laici che cercano non di associarsi e affiancarsi, con operosa responsabilità, ma semplicemente di sottrarre spazi e competenze e ruoli al clero: potere per potere. Costoro fanno fortuna assai più difficilmente, perché il clero si difende; molto più facile è che si trovino banalmente fuori, out, dalla comunità. Delusi e incattiviti tanto quanto i laici del primo tipo sono docili e, magari solo all’apparenza, morbidi.

Benedetto XVI, con due semplici parole, invita a scrollarci definitivamente di dosso entrambe le tendenze, che non fanno crescere la comunità ecclesiale ma la paralizzano, né fanno progredire l’annuncio del Vangelo, ma lo congelano alle esortazioni, agli auspici, a una formazione infinita priva di sbocchi. Non si può credere nell’operosa corresponsabilità e formare i bambini, formare i ragazzi, formare gli adolescenti, formare i giovani, formare i fidanzati, formare le coppie di sposi, formare gli adulti… e magari, verso i 65 anni, allargare le braccia e dire al laico impegnato: adesso sei pronto per assumerti qualche responsabilità, certo se tu fossi un poco più giovane… Un’ipotesi: non è che noi, clero e laici, non abbiamo sufficiente fiducia negli altri, rinunciando all’operosa responsabilità, perché non abbiamo sufficiente fiducia in noi stessi?

Da L’Avvenire del 24 Agosto 2012

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Chiediamo all’infinito

Posted by alagna su 17 luglio 2012


Leggevo in questi giorni uno spietato romanzo sulla vita di un rapinatore e assassino degli anni 50, ambientato nei bassofondi di Los Angeles. Dopo aver messo a segno un colpo da mezzo milione di dollari, si ritrova in una casa con vista sul mare a godersi il bottino: «Quando sono arrivato quaggiù è stato come arrivare alla fine dell’arcobaleno, nel luogo baciato dal sole che appartiene ai sogni di tutti. Era tutto quello che desideravo dalla vita: semplicità, una spiaggia, la pace. Ma la pace si è trasformata in noia e solitudine». Giorno dopo giorno la noia lo assale, lo divora da dentro. Non basta mezzo milione di dollari da spendere in divertimenti a trovar pace. Ha bisogno di riempire il vuoto e allora, pur sapendo di rischiare la cattura dal momento che è un super-ricercato, comincia a preparare un altro colpo.

Ci si può annoiare anche in vacanza, e siamo disposti persino a scegliere il rischio pur di lenire il vuoto profondo che ci afferra.

Il vuoto. Non credo che in altre epoche della storia sia stato concesso il privilegio di sentire la morsa disperante del non senso, come nella nostra o almeno nella forma cristallina che ha raggiunto oggi.
C’è stata un’epoca in cui gli uomini sapevano di essere finiti, dentro l’infinito di Dio, e per questo interpretavano ogni cosa finita come segno dell’infinito. Venne poi un’epoca in cui il finito si rese autonomo dall’infinito ed esplorò tutti gli angoli della sua finitezza, scoprendo cose che prima non sospettava. §

Si sentì più solo, ma sapeva di essere sorvegliato dall’infinito, così si rassicurava anche se cominciava ad averne paura. Venne poi un tempo, il nostro, in cui il finito non volle essere più rassicurato né impaurito, accantonò l’infinito e si rese del tutto autonomo, tanto da diventare infinito o credere di esserlo. Il prezzo pagato fu che insieme alla sua raggiunta infinitezza sperimentò l’infinitezza del suo limite: emerse il vuoto in forma nitida, come uno stampo svuotato, perfettamente pulito, ma privo della sua sostanza.

Si decise allora di riempirlo dell’ottimismo delle “cose da fare” per scacciare quel vuoto, ma nessuna coincideva con lo stampo e le troppe cose si rivelarono ingombranti, e si rompevano pure. Nacque così la vacanza: per svuotare di nuovo lo stampo dalle cose di cui lo si era riempito, e tornò la violenta evidenza del vuoto e si desiderò tornare al pieno di cose da fare, pur di non sentire con tale forza l’assenza perturbante. E si cominciò a pendolare, inquieti. Riempi e svuota.

L’assenza di infinito ci costringe a rendere infinito tutto: lavoro e vacanza. Andiamo in vacanza come uno che spegne il computer quando è andato in tilt, perché il lavoro è solo schiavitù funzionale a guadagnarsi la vacanza. Trattiamo l’anima come un interruttore: on/off. E non troviamo pace.
Cesare Pavese in alcune delle sue poesie più belle di Lavorare stanca dipinge questo tedio che ci sorprende all’alba o alla sera: «Poi la notte, che il mare svanisce, si ascolta / il gran vuoto ch’è sotto le stelle… / L’uomo, stanco di attesa, / leva gli occhi alle stelle, che non odono nulla… / Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà… / Vale la pena che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata cominci?».

Attendiamo la vacanza come se potesse risolvere il nostro infinito desiderio di felicità, minacciato dalla schiavitù del lavoro, ma la vacanza, impietosa, ci mostra il vuoto che abbiamo coperto con i troppi impegni feriali. Così l’attesa si fa ancora più dolorosa e delusa e le stelle in cui avevamo sperato non ci ascoltano. Cerchiamo la compagnia in spiagge affollate e locali rumorosi, che pochi giorni prima fuggivamo. Cerchiamo divertimenti ancora più impegnativi di un lavoro che avevamo vissuto come alibi al vuoto. E non troviamo pace, perché l’anima non è un interruttore e il corpo la sua lampadina che prima o poi si fulmina, ma un’unità che ha pace solo quando è unità.

Per questo credo che, suo malgrado, l’uomo di quest’epoca, guardando lo stampo mal riempito o vuoto, potrà più facilmente chiedere all’infinito di tornare. L’infinito lo ascolterebbe e si riverserebbe subito dentro di lui, come una grazia, colmandone di pace ogni angolo. Il tedio non è da disprezzare: altro non è che la percezione dell’assenza dell’immagine che siamo. L’immagine del Dio fatto carne.

 

Alessandro D’Avenia
su L’Avvenire del 16 Luglio 2012

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Posted by ikzus su 29 gennaio 2012


La gravidanza? Non è etica

Una bioeticista inglese chiede che lo stato finanzi la ricerca sull’utero artificiale

Dopo la batosta subita alla Camera dei Lords sul Welfare Reform Bill al grido di “non ci sono soldi”, il premier inglese David Cameron ha, se non altro, qualche buon argomento per resistere alla furia della bioeticista Anna Smajdor, docente alla University of East Anglia e ricercatrice onoraria in Bioetica dell’Imperial College di Londra. In nome dell’intero genere femminile – che peraltro non risulta gliel’abbia chiesto – la Smajdor sostiene la necessità di dedicare urgentemente fondi pubblici alla ricerca sull’utero artificiale, allo scopo di emancipare le donne da quei relitti ancestrali e “barbari” (testuale), fatti di dolore e oppressione, che si chiamano gravidanza e parto. L’ectogenesi, cioè la gravidanza in un utero artificiale, è dunque la vera e ultimativa frontiera dell’uguaglianza tra i sessi (maschio e femmina in dolce attesa alla pari, tutti e due fuori dalla porta del laboratorio), senza la quale la stessa idea di parità, nello Smajdor pensiero, suona come una beffa.

Non è uno scherzo. A farsi veicolo della richiesta di Anna Smajdor è una rivista universitaria di primo piano, il Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics, che nel suo ultimo numero ospita le sue argomentazioni (“In Defense of Ectogenesis”) in risposta alle critiche a un primo articolo sull’utero artificiale pubblicato dalla ricercatrice nel 2007. I cambiamenti nelle strutture finanziarie e sociali possono marginalmente migliorare le cose, scrive la Smajdor, ma bisogna trovare una migliore soluzione alla gravidanza e al parto, che non sono altro che malattie protratte, qualcosa che assomiglia al morbillo ma che dura assai di più ed è più invalidante. Consideriamo le donne come portatrici di bambini, come marsupi viventi che devono subordinare i loro interessi al bene dei loro figli, o piuttosto dobbiamo ammettere che i nostri valori sociali e il nostro livello di esperienza medica non sono ormai più compatibili con la riproduzione naturale? Può ancora, una società liberale, tollerare che le donne rimangano incinte e partoriscano? No, non può, risponde naturalmente la dottoressa Smajdor, che vanta un curriculum degno del “Mondo Nuovo” immaginato dal suo conterraneo Aldous Huxley: dalla ricerca sugli ibridi uomo animale alla fabbricazione di gameti artificiali per arrivare alla partenogenesi e alla necessità di riconoscere la legittimità del mercato degli ovociti, i suoi interventi di turbobioetica sui maggiori quotidiani inglesi e le sue interviste radiofoniche sulla Bbc fanno a gara con se stessi nel dare corpo teorico e sostegno ideale ai peggiori incubi tecnoscientifici. Autrice nel 2007 del libro “From Ivf to Immortality. Controversy in the Era of Reproductive Technology”, per premio, ché anche nell campo dell’immaginazione horror il talento va compensato, la Smajdor ha ottenuto – per la sua tesi di dottorato e per la realizzazione di un cortometraggio di venti minuti amenamente intitolato “In vitro” – il sostegno di Wellcome Trust, prima fondazione britannica per la ricerca medica e seconda su scala mondiale, dopo quella di Bill e Melinda Gates.

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Posted by ikzus su 10 gennaio 2012


L’imitazione di Cristo. Storia di Jenni

Jenni è una ragazza americana morta di tumore a 17 anni. Jennifer Michelle Lake poteva curarsi ma non l’ha fatto perché aveva paura di provocare, anche se involontariamente, la morte del figlio che portava in sé. Niente radioterapia, niente chemio, per proteggere il piccolo Chad. Che infatti è nato sano come un pesce, ed è rimasto con la sua giovane mamma per 12 giorni. Poi Jenny è morta.
Una storia straziante e magnifica, che sta commuovendo un numero incalcolabile di persone, perché  gli ultimi mesi di vita della ragazza sono stati registrati dalla famiglia che ha creato su YouTube un canale dedicato, Jenni’s Journey, e prima una omonima pagina Facebook per cercare di sovvenire alle sue necessità.
In un mondo che legittima l’aborto legale, gratuito e sicuro come un diritto irrinunciabile della donna; in un mondo che esalta la “scelta” della donna come buona in sé, a prescindere da quale sia; in un mondo in cui abortire o far nascere è ingannevolmente presentato come una scelta, occultando che sulla vita innocente nessuna scelta è possibile; in un mondo simile, l’esempio di Jenni sta toccando molti cuori. Una contraddizione che fa perfino rabbia, perché dimostra la deriva emotivista che opprime la civiltà in cui viviamo. La stessa persona è capace di tenere insieme ciò che non si potrebbe; e quindi, con la mente si votano leggi di morte e si condividono opinioni e mass media ferocemente abortisti; e con il cuore ci si commuove davanti al sacrificio estremo di una giovane mamma. Incredibile.
«Ho fatto quello che dovevo fare», ha sempre detto Jenni. C’è un abisso che divide questa vicenda dal mondo in cui è capitata; un mondo nel quale si calcola che ogni anno vengano abortiti volontariamente 40 milioni di innocenti. Un abisso infernale, se si pensa che la quasi totalità di questi delitti vengono consumati per motivazioni decisamente meno gravi rispetto al dilemma tragico che Jenni si è trovato davanti: per lei si trattava di scegliere fra la sua vita e quella del figlio. Di norma, oggigiorno si ricorre all’aborto per molto meno: per un figlio imprevisto, perché in casa manca una stanza in più, per non intralciare le scelte di vita e di carriera, perché si è troppo giovani, perché non è il momento, perché mancano soldi.
La condotta di Jenni surclassa l’atteggiamento mediamente diffuso tra i suoi coetanei o fra le donne che potrebbero esserle, per età, madri. Jenni ha testimoniato che, se aspetti un figlio, è normale che vuoi dargli tutta te stessa, vita compresa. Non sarà inutile notare che nel caso specifico Jenni avrebbe potuto invocare, sotto il profilo morale, il principio del duplice effetto; principio in base al quale si può tollerare un male temuto, a patto di non volerlo, di non avere alternative, di non usare questo male come mezzo per raggiungere il fine buono. Poteva provare a curarsi, accettando il rischio della morte del figlio: non si sarebbe trattato di un aborto volontario diretto. Ma Jenni ha voluto che la sua condotta fosse pienamente aderente a quello che Gesù insegna: non c’è amore più grande che dare la propria vita per i propri amici.

Del resto, la vera cultura pro-life è questa: da un lato, riconosce la sacralità di ogni essere umano innocente; dall’altro, sa che la vita è sacrificabile in un unico caso. E cioè, quando per amore e liberamente qualcuno offre sé stesso per la salvezza di chi ama. È questa, a pensarci bene, la più perfetta imitazione di Cristo.

Mario Palmaro, © La Bussola quotidiana

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Posted by ikzus su 31 luglio 2011


E’ terribile che non solo la gente sia favorevole all’aborto, ma che addirittura contrasti l’intervento delle associazioni che vogliono solo proporre un’alternativa alla donna.

Quotidianamente sento discorsi come questi: la scelta di abortire deve essere messa sullo stesso piano di quella di non farlo, quindi queste associazioni pro vita sono da condannare perchè “influenzano” la donna.

Se qualcuno volesse uccidere il suo cane perchè non intende più occuparsene e qualche associazione si offrisse di mantenerlo, o di adottarlo, per evitarne la morte, non ci sarebbe niente di strano, anzi sarebbe lodata per il suo impegno; se si tratta di salvare la vita a un bambino, sarebbe considerata un’intollerabile ingerenza!

Ho appena letto un libro di racconti di Guareschi: ce n’è uno a cui venne rifiutata la pubblicazione sui giornali perchè apertamente a favore della vita (tale mentalità c’era già allora).

L’embrione ucciso, che reclama i suoi diritti ma a cui viene risposto che chi non è nato non ha nessun diritto, pensa che forse chi l’ha ucciso gli ha reso un bel servizio evitandogli di nascere in un mondo così.

Già…

 Paola B.

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Obiettivo eutanasia

Posted by ikzus su 9 maggio 2011


Cinque anni fa scrissi un post molto pesante, intitolato La lunga marcia della morte; in quel testo prevedevo che si sarebbe arrivati all’eutanasia del non consenziente – all’eliminazione dell’indesiderato, per dirla chiara. Ed eccoci qua, come si può leggere sotto.

Riprendo brevemente solo due considerazioni.

Innanzitutto, è sempre più evidente che l’eutanasia è semplicemente l’estensione logica dell’aborto: se una madre ha “il diritto” di sopprimere il proprio figlio non nato, in nome della salvaguardia del proprio benessere, perché tale principio non dovrebbe valere nei confronti di altri soggetti? Perché non potrei eliminare altri figli, genitori, fratelli, coniuge (ecc. ecc.) dal momento che il criterio dominante è la mia personale felicità?

Ma per arrivare lì, occorre accettare un secondo presupposto, questo sempre implicito, taciuto (perché vergognoso), ma fondamentale: alcune vite valgono meno di altre. La vita umana può essere pesata, misurata, calcolata e soprattutto confrontata: si tratta di decidere chi tra noi due vale di più, e non è un gioco, in palio c’è la vita o la morte. Ovviamente, come sempre, vince il più forte. Ecco perché l’aborto e l’eutanasia sono la forma peggiore di razzismo.

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IL NEONATO DISABILE? E’ SOLO UN PESO: ELIMINIAMOLO!

Negli Stati Uniti si teorizza di lasciare ai genitori la decisione di far morire il figlio se la sua vita sarà minata da malattia o handicap

di Carlo Bellieni

Davvero le richieste di leggi per accelerare il fine vita dei pazienti gravi vanno nell’interesse del paziente? O c’è un difetto che le mina alla base? C’è chi mostra il lato nascosto della medaglia. Si tratta di un articolo sull’ultimo numero del prestigioso American Journal of Bioethics, intitolato «Una vita in grado di dare? La soglia per la sospensione delle cure ai neonati disabili», di Dominic Wilkinson, docente all’Università di Oxford. L’autore spiega così il suo pensiero: «In alcuni casi per i genitori e i medici è giustificabile decidere di lasciar morire un bambino, anche se la sua vita meriterebbe di essere vissuta». Avete capito bene: non si tratta di lasciar morire chi avrebbe poi una vita tutta fatta di sofferenza (anche se non si capisce chi decida chi misuri la sofferenza altrui e anche se sappiamo bene che le cure inutili possono essere rifiutate); ma addirittura chi avrà una vita che anche questo tipo di filosofi reputa «accettabile», seppur minata da una malattia. In quali casi?

Sostanzialmente quando i genitori sentono eccessivo il peso dell’assistenza al bambino malato. Insomma: uno sbilanciamento della bilancia della giustizia a favore dell’adulto e a spese del bambino; prevale il criterio «del peso sui familiari e sull’economia generale». E, come Wilkinson spiega, questo criterio è già preso in considerazione nei protocolli – e ne esistono – che lasciano al genitore molta discrezionalità sulla vita del neonato prematuro o sofferente.

Ovvio che i genitori debbano essere sempre e bene informati, e che possano scegliere il meglio per il loro figlio; ma questo non significa che possano decidere di lasciarlo morire se ci sono ancora serie speranze, perché loro non ce la fanno più in previsione di un handicap del piccolo; oltretutto alla nascita mancano il tempo e la serenità per un’informazione corretta. E come ameremmo che chi stende protocolli partisse inesorabilmente dalla richiesta di aiuti per le famiglie dei malati. Ma anche quando i protocolli sono meno «evoluti», le cose non ci rassicurano. «La visione ufficiale prevalente – dice Wilkinson, spiegando di volerla superare con quanto finora detto – è che il trattamento può essere sospeso solo se il peso della vita futura supera i benefici». E cita vari protocolli che invitano a fare un conto tra vantaggi e svantaggi e se i secondi sono maggiori dei primi la cura può essere arrestata.

Anche qui è chiaro come l’interesse del paziente sia trascurato: una vita triste con più sconfitte che vittorie è frequente, e non per questo non merita di essere vissuta. Perché per i neonati tante finte cautele in molti protocolli?

Non si farebbe mai per un adulto il conto a tavolino dei pro e dei contro: invece in diversi Paesi il padre può decidere di non iniziare le cure salvavita per i neonati (e non ci dicano che «il padre è sempre il miglior tutore degli interessi del piccolo»: tanti episodi di cronaca lo smentiscono). Cos’hanno i neonati meno degli adulti? E cosa hanno gli adulti disabili mentali meno degli altri, dato che anche a loro vengono riservate meno cure che agli altri, come ben mostrava la rivista Lancet nel luglio 2008?

Esistono davvero delle vite non «in grado di dare»? Noi «sani» pensiamo di aver in mano il giudizio su quale vita lo sia; finché qualcuno non giudicherà che la nostra non lo è più.

Fonte: Avvenire, 14/04/2011

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L’eutanasia sarà il nuovo strumento di controllo demografico

La Repubblica commenta oggi alcuni dati Onu che prevedono un importante aumento demografico tra oggi, il 2050 e la fine del secolo. E commenta così: «Qualcosa sta girando storto, soprattutto in Africa: le politiche di controllo delle nascite sono nello stallo per motivi ideologici». In un passaggio viene giustifica la politica del figlio unico cinese. Repubblica si dispiace poi del ridimensionamento dei fondi disponibili all’Onu per il controllo delle nascite. Non solo, auspica anche calamità naturali che impediscano alla previsione di avverarsi. Ma la conclusione si spinge anche oltre, svelando la preoccupazione ultima di chi scrive: «Se anche il pianeta riuscirà a sfamare tutti – si legge – se saremo di meno staremo certamente meglio».

Riccardo Cascioli, giornalista, presidente del Cespas (Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo) e direttore del Dipartimento popolazione, commenta la notizia così: «Siamo ormai al “Forza tsunami”. Le cose che solo 15 anni fa avrebbero fatto scandalo ora vengono pubblicate con una leggerezza che fa impallidire: è perfettamente normale dire apertamente che l’altro è un nemico da eliminare. Questa mentalità inaccettabile discende dal pensiero del movimento eugenetico di fine ‘800 che diede le basi al nazismo. Da qui nasce anche l’ecologismo e il controllo nascite: se tutto deve essere perfetto l’umanità che non risponde a certi canoni è considerata male e d’intralcio all’ecosistema. In una visione simile i migliori (sempre decisi dal potere di turno) devono vivere, gli altri vano eliminati. Questo è il ragionamento eugenetico di base all’articolo di Repubblica».

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Posted by ikzus su 26 gennaio 2011


Elton John ha scoperto che la paternità è “sorprendentemente rilassante”. Ditelo alle mamme

di Annalena Benini

Elton John ha detto che la paternità (la madre in questo caso è il marito, David Furnish) è “sorprendentemente rilassante”. Tra i buoni propositi per l’anno nuovo c’era quello di non fare commenti su Elton John e sul suo regalo di Natale, il piccolo Zachary, partorito da una signora in affitto che l’ha portato nella pancia e concepito con gli ovuli venduti da un’altra donna. Tacere su una paternità vippissima e tecnologica che raddoppia le madri per annullarle del tutto, per fingere che una mamma non serva a molto. Però “rilassante”, per un primo figlio (hanno detto che ne vogliono altri) di trenta giorni, è troppo. “Questa piccola anima che tu allatti, cambi, lavi e a cui racconti le storie della buonanotte è una tavolozza bianca, un bianco canovaccio, e tutto ciò di cui ha bisogno è amore e nutrizione”, ha detto Elton, soddisfatto, rubicondo e riposato (dicono che il bambino viva nel favoloso appartamento accanto a quello dei coniugi John, per non disturbare con le coliche notturne, per non fare venire le rughe al padre, per non turbare la vita di coppia con cose di pannolini). Probabilmente ci sono molti neo padri per niente devastati: non hanno partorito, non sono ingrassati, non devono allattare, certe notti nemmeno aprono un occhio, ma sono abbastanza saggi e accorti da non lasciarsi sfuggire frasi del genere, sanno che potrebbero trovare le valigie fuori dalla porta, vedono che cosa fanno le madri.

Avere un bambino è una cosa meravigliosa, ma non c’è niente di rilassante (quando dorme potrebbe essere molto rilassante, ma di solito all’inizio si passa il tempo a controllare il respiro, a volte con uno specchietto, a chiedersi perché stia dormendo già da un’ora, forse non si sente bene, ad ammirarlo, a cercare sui manuali le ragioni per cui i bambini non vanno mai svegliati, pena terribili traumi che esploderanno nell’adolescenza, oppure si piomba in un sonno di cemento, ma con un orecchio bionico selettivo che al minimo vagito fa scattare un allarme bomba nel cervello), e credo che Elton John sia così rilassato perché suo figlio è molto ben accudito dalle tate, ma non ha, per precisa volontà dei genitori, una madre. Copio quel che ha scritto Marina Terragni su Io Donna del Corriere della Sera di sabato scorso.

“Se qualcuno prova a darmi dell’omofoba, sparo. (…) Non è sopportabile che un adulto, etero o omosessuale che sia, abusi della sua posizione di potere per privare una creatura piccola di qualcosa di essenziale com’è il corpo a corpo con la madre”. E’ un corpo a corpo faticoso, pieno di occhiaie e di macchie di rigurgito, di notti bianche e di paure assurde (ha mangiato diciotto minuti prima del solito, significa che non riconosce la mia autorità? Questa settimana è cresciuto dieci grammi in meno rispetto alla settimana scorsa, è denutrito? Mi ha guardato in un modo strano, mi serba rancore per quella sigaretta che ho fumato al quarto mese), ma nessuna nanny superqualificata può sostituirlo.

25 gennaio 2011 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 24 novembre 2010


Un televoto per decidere se abortire o diventare genitori

di Valentina Fizzotti

In America si può votare qualunque cosa, anche per l’aborto di una giovane coppia di Minneapolis

E’ anche probabile che sia una bufala colossale, ma la notizia è che all’indirizzo birthornot.com due sposi trentenni di Minneapolis, Pete e Alisha Arnold, mettono al televoto la loro possibilità di abortire. Perché, scrivono, l’America è un paese meraviglioso in cui si vota di tutto, “dal miglior cantante al prossimo leader del mondo libero”. E allora “non sarebbe bello dire la vostra e fare la differenza nel mondo reale?”. Per cliccare su “Dare alla luce” o “Abortire” i visitatori-votanti del sito hanno tempo fino al 7 dicembre: il sondaggio si chiude due giorni prima della scadenza dei termini per interrompere legalmente la gravidanza nel Minnesota, alla ventesima settimana di gravidanza.

Sul sito gli Arnold hanno pubblicato l’ecografia di loro figlio, per ora un bambino maschio sano di 17 settimane che i genitori hanno soprannominato “Wiggles”, “Che si muove”. Avevano aspettato tanto prima di decidere di avere un figlio (prima erano troppo giovani, poi lui si è deciso ma lei aveva appena trovato lavoro), e alla fine Alisha ne ha persi due in dieci mesi. Oggi non sono più tanto convinti di voler diventare genitori. Lui scrive che dopo dieci anni di matrimonio forse non hanno più davvero voglia di avere un figlio, e forse sono pure già troppo vecchi per farlo. Lei scrive che teme di pentirsi, non è certa di voler cambiare lo status quo di cui gode ora, ha paura che destreggiarsi fra maternità e carriera le faccia venire un esaurimento nervoso.

Giornali, tv e blog stanno rincorrendo questa storia (con i possibili futuri genitori che un po’ parlano e un po’ si negano e gli opinionisti che si azzuffano sulla vicenda), ma diversi credono che sia “uno scherzo pro-life” per stuzzicare l’opinione pubblica. Qualcuno ha scovato la data della registrazione del dominio: sarebbe antecedente al concepimento. Dalla pagina Facebook di lei si scopre che è metodista ed è una fan del superconservatore Glenn Beck. Lui, cattolico ma non praticante, in passato aveva espresso opinioni a favore di Bush. Quindi, nella logica di chi già fiuta l’imbroglio, sono in realtà una coppia di sfegatati antiabortisti. Al cliccatissimo Gawker hanno detto che stanno prendendo la cosa talmente seriamente (perché “questa non è una campagna prolife, crediamo nel diritto di scelta della donna”) che nel giorno del verdetto Pete, esperto informatico come Alisha, andrà a controllare che nessuno abbia barato o votato due volte. “E’ un po’ come al Congresso. Si può votare a favore di una cosa, ma il diritto di veto finale spetta al presidente”. Ma il loro referendum ricorda tanto un reality andato in onda su Internet, Bump+, in cui, puntata dopo puntata, toccava agli spettatori decidere se le protagoniste dovessero rinunciare al bambino che aspettavano.

22 novembre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Lettera aperta a Fazio e Saviano

Pubblicato da Massimo Pandolfi Mar, 16/11/2010 – 12:53

Caro Fabio Fazio,

caro Roberto Saviano,

la trasmissione che avete mandato in onda lunedì sera non ha rappresentato una ‘pagina di libertà’, come i vostri fans e forse voi stessi orgogliosamente sostenete.Magari non ve ne siete neppure resi conto, o magari sì, ma parlando di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby avete offeso e umiliato centinaia di migliaia di italiani.Caro Saviano, su Welby (il malato di distrofia muscolare che anni fa chiese e ottenne che gli venisse staccato il respiratore artificiale) lei ha detto che ‘quella non era più vita’.E allora le faccio un invito: ripeta queste cose lunedì prossimo a tutti quegli italiani che resistono e soprattutto esistono, attaccati a un respiratore. Se vuole, gliene porterò una bella rappresentanza in studio a ‘Vieni via con me’. Dica loro: ‘La vostra non è vita’. Ma non si limiti a guardare la telecamera mentre scandirà quelle parole. Guardi in faccia loro _ i malati o i disabili _ se ne ha la forza. E le loro mogli, i mariti, i figli, i parenti, gli amici. Vedrà, caro Saviano, scoprirà un altro mondo.Perchè questa è gente che vive, si arrabbia, di dispera, esulta, gioisce, si ridispera di nuovo: come me, come lei. E chi sta loro a fianco li cura, nella totale gratuità. Curare non significa accanirsi; vuol dire prendersi cura di…Vi riporto, cari Fazio e Saviano, un pensiero via facebook che mi è arrivato da Angelo Carboni, un malato di Sla della Sardegna che è messo più o meno nelle condizioni in cui era Welby: ‘Ho ascoltato il breve monologo del signor Englaro, a quello della signora Mina Welby stavo prendendo sonno. Non mi aspettavo altro da chi ha della vita e dell’amore una concezione così limitata e improntata sul più ottuso relativismo che pretendono di spacciare per laicità. Io, da diversi anni collegato a un respiratore, mi sento poco toccato da questi moderni guitti della “buona morte”, ma li inviterei a dare voce anche al nostro amore per la vita e desiderio di viverla, con intensità, fino in fondo. Giovedì a Pattada presento un mio libro: invito Fazio e Saviano in Sardegna, da me, ad ascoltare chi la pensa diversamente’ Sarebbe bellissimo se Fazio e Saviano andassero. Se facessero esperienza, senza ideologie. E la questione, a proposito di ideologie, non sta tanto nel dire: se uno vuole vivere ok, aiutamelo, ma se non ce la fa più lasciamolo andare. No, è tremenda questa mentalità! La vita non è la stessa cosa della morte! Proprio perchè ci sono tante persone che ce la fanno (e non sono eroi, ma uomini semplici, come ognuno di noi: forse voi, Fazio e Saviano, non siete più uomini o semplici) il compito di una società civile è quello di cercare tutte le strade per dare un senso a un’esistenza. E un senso esiste, sempre, anche se sei immobile, muto, attaccato a un respiratore. Va solo cercato. Non lo dico io, lo urlano silenziosamente chi lo fa. Penso a Gian Piero, Sebastiano, Luca, Angelo, Patrizia, Cesare e tanti tanti altri amici che ho incontrato in questi anni. Caro Fazio, caro Saviano, chiamateli. Conosceteli.

P.S. E lei, caro Fabio Fazio, faccia pure l’ultrà radicale con la faccia del bravo ragazzo. Ma almeno racconti la verità, per piacere. La verità non è un’opinione. E su Eluana Englaro lei  ha detto davanti a milioni di italiani una bugia grande come una casa: ha detto che era in coma da 17 anni. No, signor Fazio. Prenda un vocabolario e impari cosa vuol dire la parola coma. Non è un dettaglio, è la deriva. E lei è il capitano buonista di una barca che va alla deriva.

www.massimopandolfi.it

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


Cronache eterologhe

Il bambino è malato? Allora la madre surrogata deve abortire

di Nicoletta Tiliacos

Una coppia di Vancouver ha voluto che la donna da cui aveva affittato l’utero non partorisse il figlio Down

Cronache dal Mondo Nuovo. Dopo aver fatto ricorso all’utero in affitto per avere un figlio, una coppia di Vancouver ha scoperto con l’amniocentesi che il bambino atteso era affetto da sindrome di Down. A quel punto, ha preteso che la “madre surrogata” abortisse. La vicenda è finita sui giornali canadesi solo perché la madre surrogata all’inizio si è rifiutata di dar seguito alla richiesta della coppia. Ne è nato un contenzioso – davvero degno della fantasia di Huxley e del suo “Brave New World” – sul valore dell’accordo privato concluso in precedenza, che garantiva ai committenti la possibilità di rifiutare un figlio malato. I due genitori biologici hanno annunciato che se il bambino fosse nato (ma alla fine l’aborto c’è stato), loro non avrebbero assunto nei suoi confronti nessuna responsabilità. E’ la logica commerciale: c’è una coppia di committenti, c’è una prestatrice d’opera (ufficialmente a titolo di solidarietà, perché le regole canadesi lo richiedono, ma un pagamento c’è: lo chiamano “rimborso spese”), c’è un prodotto che deve rispettare certi standard. Se il prodotto è difettoso, il committente recede, e con lo stesso diritto con cui si noleggia una donna per una gestazione, le si intima di interromperla.

Intervistata dal quotidiano National Post, Juliet Guichon, bioeticista dell’Università di Calgary, avanza dubbi sull’applicazione di “regole commerciali al concepimento di figli”. Sally Rhoads, che con il sito Surrogacy in Canada assiste le coppie che ricorrono all’utero in affitto, pensa invece che “le parti dovrebbero accordarsi fin dall’inizio sul da farsi, e garantirsi di pensarla nello stesso modo sull’aborto”. La contrattualistica procreativa va solo perfezionata. Alcuni stati americani consentono alla coppia committente di portare in tribunale la fornitrice di utero, allo scopo di recuperare il compenso già corrisposto, se questa si ostina a voler partorire un bambino nel frattempo diventato indesiderato. In Canada, in altri tre casi di rottura imprevista del contratto di maternità surrogata (le coppie committenti avevano divorziato mentre le gestazioni erano in corso), le fornitrici di utero hanno deciso di partorire e di tenere con sé i bambini, dei quali sono diventate madri a tutti gli effetti.

Questo accade nel mondo ricco. “E’ etico pagare i poveri del mondo per far loro partorire i nostri bimbi?”, si chiedeva un anno fa Vanity Fair, con un impressionante reportage sulle moderne schiave indiane dell’utero in affitto. I signori Pankert di Tubinga – uno storico dell’arte lui e una direttrice di banca lei – si sono risposti di sì. E visto che la Germania proibisce severamente sia l’eterologa femminile sia l’utero in affitto, si sono rivolti a una delle tante cliniche indiane della fertilità. Sono nati i gemelli Jonas e Philip, frutto di una fornitura di ovociti e di utero in affitto da parte di due diverse donne indiane, al modico prezzo di seimila euro. Ma i bambini, scrive lo Zeit, vivono ancora a Jaipur con il padre, perché non hanno passaporto. Sono tedeschi, dicono le autorità indiane, che consentono ormai tutte le pratiche eterologhe, per coppie e per single, ma non intendono dare la cittadinanza alle centinaia di bambini che ogni anno nascono nel paese grazie a quelle pratiche. Sono indiani, replicano i tedeschi, per i quali vale la nazionalità della donna che ha partorito i gemelli.

16 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 13 ottobre 2010


Dopo la decisione del Consiglio d’Europa sull’obiezione all’aborto

Il silenzio degli incoscienti

di Gianfranco Marcelli

Se c’è un Paese nel Vecchio Continente nel quale la parola “aborto”, al solo leggerla o pronunciarla, è in grado di attirare un sovraccarico di attenzione da parte dei mass media, questo è senza il minimo timore di smentita la nostra Italia. Tre decenni abbondanti di interminabili battaglie parlamentari, ripetuti e accesissimi scontri referendari, polemiche infuocate sul terreno etico e sanitario, hanno reso a dir poco acuta la sensibilità dell’opinione pubblica nazionale su questo argomento. Di conseguenza, anche i sensori attivati dal mondo dell’informazione nei confronti del tema sono di solito ad alta capacità di intercettazione: basta che sui terminali delle redazioni appaia, sotto qualunque forma, la parola in questione – aborto – e immediatamente le antenne si drizzano, il torpore della routine si scuote e attorno alla possibile notizia scatta l’obbligo della verifica e dell’approfondimento.

Per questo, anche agli occhi più smaliziati del vecchio cronista, rappresenta un vero e proprio mistero mediatico la totale e assoluta mancanza di resoconti su quanto è avvenuto giovedì all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: e cioè il voto della risoluzione che ha bocciato il tentativo di limitare il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari alle prese con le interruzioni di gravidanza, ribaltando clamorosamente le previsioni della vigilia e quasi rovesciando come un calzino il testo e le finalità originarie dei proponenti.

L’apertura di Avvenire di ieri. E invece non una riga, non un titolino, neppure in coda alle pagine più remote degli altri quotidiani nazionali. Non una citazione nei notiziari radiotelevisivi di qualunque rete, pubblica o privata. Neanche un cenno sui siti internet delle testate che aggiornano in tempo reale i frequentatori della blogosfera. Un black-out senza eccezioni, che rende semplicemente inesistente il fatto. Un silenzio tombale, che configura alla perfezione uno di quei casi di «indifferenza nei confronti del vero» denunciata proprio l’altro ieri dal Papa, come rischio saliente della comunicazione contemporanea.

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L’agenda bioetica del governo

Posted by alenu su 9 ottobre 2010


Chi è seriamente interessato a promuovere i valori non-negoziabili, e i valori cristiani in generale, non può disinteressarsi di quello che fa o si propone di fare il governo. Ho cercato quindi nel lungo discorso di Berlusconi alla Camera i brani che potevano illustrare gli intendimenti del governo in tema di vita, famiglia, bioetica e sussidiarietà, e li ho enucleati come segue.

Mi pare sia la prima volta che il governo promette il quoziente familiare. Ai cattolici di centro/sinistra di costringerlo ad agire di conseguenza.

alex

Camera dei deputati, 29 settembre 2010

[…..] Innanzi alle Nazioni Unite l’Italia si è qualificata per una decisa azione per la difesa della vita, della libertà religiosa e di coscienza e la difesa dei diritti delle donne come fondamentali tra i diritti umani.

La centralità della persona e la difesa del valore della vita rappresentano, d’altro canto, un fondamentale asse di orientamento della nostra azione di governo.

Crediamo che sia arrivato anche il momento di dare attuazione all’agenda bioetica e al “piano per la vita” perché il nostro Paese deve saper guardare al futuro e non c’è mai vero e duraturo sviluppo economico se non c’è sviluppo demografico, speranza e voglia di costruire il domani per i nostri figli. […..]

Il principio di sussidiarietà, sul quale si basa il nostro ideale federale di Popolari europei, è d’altronde il principio ispiratore delle grandi aggregazioni fra i popoli della nostra epoca, prima fra tutte l’Unione Europea, ed è logico e coerente che esso debba trovare piena applicazione anche nel nostro ordinamento nazionale. […..]

Per le famiglie, soprattutto per quelle monoreddito delle fasce più deboli della popolazione, resta fondamentale l’obiettivo del quoziente familiare, che già si sta parzialmente sperimentando in una rete di Comuni tra cui la Capitale, con una revisione delle imposte locali e delle tariffe a favore dei redditi familiari, anche con un sostegno diretto alla libertà di educazione. Il sostegno alla famiglia e il riconoscimento del valore di ogni essere umano richiedono anche l’approvazione di norme a tutela della vita sulle quali esiste in questo Parlamento un consenso non limitato alle forze di governo. […….]

vedi qui: L’AGENDA BIOETICA DEL GOVERNO

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Posted by ikzus su 7 ottobre 2010


Sollevati dubbi di costituzionalità sulla legge 40

Il grande ripopolatore da Nobel nel mondo spopolato dell’aborto

Ipocrita celebrazione dei concepiti in provetta

Il Tribunale civile di Firenze ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla norma della legge sulla fecondazione artificiale (legge 40) con la quale si vieta alle coppie sterili di accedere alla fecondazione eterologa, con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia.

Lo hanno reso noto gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, che assistono i coniugi che hanno presentato la richiesta. L’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza. Torna quindi alla Corte Costituzionale la legge 40 sulla fecondazione assistita.

Niente in apparenza è più allegro, edificante, rassicurante della capacità di dare figli al mondo, magari aiutati dalla medicina. Quattro milioni di bambini concepiti in provetta (tecnica IVF, in vitro fertilisation) sono celebrati come un miracolo scientifico e umanistico dai giornali italiani, che dedicano aperture di prima pagina al Nobel Robert Edwards, 85 anni, fisiologo emerito di Cambridge, lo scienziato che nel 1969 mise a punto la tecnica capace di far nascere poi, nel 1978, la capostipite della buona brigata dei nati IVF, Louise Brown. I giornali inglesi, che al contrario dei nostri quotidiani tenorili trattano la notizia con pudore (pagina interna, semplice cronaca su Guardian e Daily Telegraph), riferiscono una bella frase del nuovo Nobel laureate: “La cosa più importante nella vita è avere un figlio. Niente è più speciale di un figlio”. Questo magnifico adagio antiabortista, questa perorazione natalista, prende però un significato del tutto particolare in bocca a Edwards, fisiologo competente, fortunato, tenace e di valore, che ha rovesciato il paradigma della medicina moderna in fatto di riproduzione, provocando una rivoluzione culturale e antropologica che sfugge chiaramente, non so se alla sua comprensione, certo a quella dei suoi ammiratori e degli apologeti della tecnica IVF. Edwards infatti ha anche detto, e qui siamo invece in un mondo di percezioni huxleiane: “Non dimenticherò mai il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa buffa nelle colture… quel che ho visto era una blastocisti umana che mi osservava fissamente. Ho pensato: ce l’abbiamo fatta”.

Quattro milioni di bambini sono stati “prodotti” in vitro e poi accuditi, nutriti, formati e partoriti da un corpo di donna, cosa di cui non è possibile finire di rallegrarsi, per chi ha avuto la benedizione di un figlio e per chi ha avuto il diritto di nascere. Ma è incredibile che solo gli uomini di chiesa si siano domandati che fine hanno fatto quei milioni di “cose buffe” (letteralmente “something funny”) che guardano i loro fattori dall’occhio microscopico nei laboratori di fertilizzazione umana di tutto il mondo. Parlo ovviamente degli esclusi, delle cose buffe congelate, di quelle usate per la ricerca come topi-cavia, dei processi di fertilizzazione negoziati sul mercato degli ovociti, delle banche dati, delle scelte di maternità-paternità à la carte, dell’aborto selettivo attraverso lo strumento della diagnosi prenatale, e parlo più in generale della grande strage degli innocenti che caratterizza i trent’anni che ci separano dalla nascita di Louise Brown.

Per quattro milioni di celebrate cose buffe che procedono verso la nascita grazie a una tecnica che realizza volontà umana e desiderio, si dovrebbe contare, a rigore, un miliardo circa di cose buffe avviate all’esecuzione capitale in nome della “libertà riproduttiva”, con il consenso culturale, moralmente sordo, della comunità politica mondiale, specie dei corpi umanitari che custodiscono i diritti universali dell’uomo sanciti dalla dichiarazione del 1948. Spero soltanto che i ginecologi faustiani alla Flamigni, e altri uomini di scienza molto sicuri di sé, si appuntino bene la frase di Edwards: “…something funny in the cultures… what I saw was a human blastocyst gazing up on me…”. I figli orgogliosi di questo tempo capiranno l’importanza non solo linguistica di quella definizione dell’embrione fecondato, ovvero di quello che la legge 40 chiama il “concepito”: una blastocisti umana che guarda fissamente il suo autore. Per Chesterton il cattolicesimo libera gli uomini dalla schiavitù di essere figli del loro tempo. Scienziati e moralisti della libertà: la cosa buffa vi guarda.

Giuliano Ferrara

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La medicina che si intesta certi successi dimentica i suoi fallimenti

Il mare in declino della fecondità occidentale

di Roberto Volpi

Nobel a Robert Edwards per la sua scoperta, or sono quasi tre decenni, della rivoluzionaria tecnica della fecondazione in vitro già adottata dai veterinari. Commenti unanimemente favorevoli. C’è che la medicina è svelta a intestarsi i successi, quanto a non prendersi responsabilità degli insuccessi. Così, per esempio, se l’infertilità cresce (è tutto l’establishment medico-scientifico a dirlo), segnatamente nel mondo occidentale, sarà mica tutta colpa dell’inquinamento o dei ritmi di vita che non sono più quelli di una volta.

Fuor di metafora, la fecondazione in vitro ha permesso quattro milioni di nascite – ci ricordano i giornali – e al tempo stesso ha accompagnato la caduta del tasso di fecondità – ci ricordano le cifre ufficiali delle nascite. L’Unione europea a 27, da sola, ha perso la bellezza di tre milioni di neonati annue, tra la nascita di Louise Brown e oggi. E non si può negare che l’Europa sia, con gli Stati Uniti, l’area del mondo dove la fecondazione in vitro è stata ed è più largamente utilizzata. Dice: ma i milioni di nascite in più a essa dovute restano. Sì, ma guardiamo bene. Relativamente all’Italia, della generazione di donne nate nel 1990, una su quattro (per la precisione il ventiquattro per cento), secondo l’ipotesi più realistica delle previsioni Istat, resterà senza figli. Delle loro madri, nate nel 1960, sono rimaste senza figli in quattordici su cento. Secondo l’ipotesi “alta” le figlie potrebbero rimanere senza figli in proporzione addirittura più che doppia rispetto alle madri. Nel tempo della fecondazione assistita, artificiale, in vitro le donne senza figli tendono a crescere. Allora uno non capisce com’è che più rimedi si pigliano e più i risultati finali contraddicono le premesse. E’ un po’ come la lotta al tumore, miete successi, ma intanto i morti per tumore quando i successi non c’erano, e la prevenzione neppure, erano cinquantamila l’anno in meno rispetto ad oggi (ancora dati Istat, che nessuno cita mai – inutile aggiungere perché).

A proposito di questo problema della sterilità crescente.
Ha radici lunghe, complesse, antropologiche, e rischia di venire risucchiato dalla banalità – con tutto il rispetto – della medicina. C’è un venir meno formidabile dell’istinto, una volta naturale, di sopravvivenza della specie, come se l’ampliamento smisurato degli orizzonti dovuto alle nuove possibilità della scienza ci avesse rinchiusi nella prospettiva delle nostre sole vite, così poco interessati a quel che sarà. Un venir meno al quale si collega lo spostamento della fecondità sempre più in là nel tempo, sempre più in là, al punto che la classe d’età delle oltre quarantenni è l’unica oggi in grande spolvero sotto questo aspetto. C’è la crescente “inutilità” materiale del figlio nella funzione di sostegno della vecchiaia dei genitori, con addirittura l’inversione delle parti: i vecchi a sostegno di figli sempre più adulti ma che non vogliono saperne di assumersi le responsabilità dell’età adulta. C’è la scelta razionale, ponderata, della “non maternità” per la realizzazione a tutto tondo di una vita dedicata ad altro, di grande, di meno grande e pure di non grande – del tipo vacanze e notti ai tropici e aperitivi in qualche piazzetta, la cui perdita di esclusività è compensata dalla moltiplicazione delle piazzette.

E c’è pure la fecondazione in vitro. C’è l’“invenzione” del figlio. Perché anche un figlio che si può inventare contribuisce ad abbassare la naturale e fisiologica, ma anche culturale e infine antropologica, “propensione” al figlio. La propensione al figlio è letteralmente sotto assedio, in occidente, tra scienziati e opinion maker che almanaccano (qui, in Italia, in Europa) di superpopolazione e una moltiplicazione di pillole e contropillole del prima, del dopo e del durante da non raccapezzarcisi.
La funzione riproduttiva in quanto tale, quella comunemente legata alle coppie e alla loro vita insieme, è sempre più culturalmente confinata nell’alveo familiare, incapace ormai di rappresentare l’àncora che tutti ci tiene in questi mari. Cosicché quelli che tendono ai figli tendono ai “propri” figli, e i figli in quanto categoria generale e costitutiva vanno sparendo a una velocità ancora maggiore di quella fattuale delle nascite.
In tutto questo, il massimo che riusciamo a fare è affidarci alla medicina, alla fecondazione in vitro, all’invenzione dei figli. Senza accorgerci che anche questo è un fiume che attinge dal mare in declino della fecondità dell’occidente. Ci butta anche dell’acqua, in quel mare, è vero, ma nel bilancio finale è più quella che vi attinge.

6 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


Libere di morire con la Ru486

Il New England Journal of Medicine annuncia altre due vittime

Una breve corrispondenza pubblicata sul New England Journal of Medicine del 30 settembre, firmata da tre epidemiologi del Center for Disease Control and Prevention di Atlanta (l’organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti), annuncia che altre due giovani donne vanno aggiunte alle vittime finora accertate dell’aborto chimico con la Ru486. A ucciderle è stata un’infezione da Clostridium sordellii, il micidiale batterio già responsabile di altri decessi legati all’aborto farmacologico. La prima vittima, ventinovenne, è morta nel 2008, a sei giorni dall’assunzione della miscela chimica che doveva farla abortire; la seconda, una ragazza di ventun anni, è morta nel 2009, a ben dodici giorni dall’assunzione del mifepristone per via orale e del misoprostol per via vaginale (è uno dei sistemi di somministrazione della Ru486). Per entrambe, il ricovero ospedaliero – intervenuto dopo cinque giorni di sintomi per la prima e dopo sei per la seconda – è arrivato troppo tardi e non è riuscito a evitare l’esito mortale per choc settico. Non è la prima volta che il New England Journal of Medicine, la più importante rivista di pratica medica del mondo, segnala i pericoli del sistema abortivo “mifepristone più misoprostol”. L’aborto a domicilio offerto in pillole, molto discreto e privatizzato, continua a uccidere poco discretamente le donne che vi fanno ricorso, senza che sia stato neanche chiarito il motivo del legame con la letale sindrome da Clostridium sordellii.

pubblicato su www.miradouro.it (Tratto da Il Foglio del 2 ottobre 2010)

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


E la chiamano medicina

Il Nobel a Edwards e i corifei del Mondo Nuovo

Può sembrare irriguardoso ricordare che la tecnica di fecondazione umana in vitro, che ha guadagnato al pioniere britannico Robert Edwards la punizione del Nobel per la Medicina, altro non era che il perfezionamento di un procedimento veterinario già largamente usato su conigli e mucche. I corifei della provetta, che ieri hanno celebrato il loro festival della banalità e della menzogna (la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento), glissano sulle illusioni, le mitologie, i sogni di padroneggiare i meccanismi della creazione che rappresentano la vera “ragione sociale” di quelle tecniche.

Il big bang antropologico inaugurato da Edwards è quello che oggi ci fa parlare di “prodotto del concepimento” e non di figlio. E’ l’idea della “creazione” della vita in laboratorio, materiale biologico tra gli altri; è la separazione della procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione con la contraccezione; è il cambiamento nel modo di rappresentare la generazione, i rapporti di parentela, il venire al mondo. Dalle provette di Edwards sono uscite le anticipazioni di quel Mondo Nuovo alla Huxley che oggi vive lautamente di compravendita di ovociti, di uteri in affitto, di fabbricazione di embrioni umani a fini di ricerca, magari ibridati con embrioni animali, di invenzione di coppie di genitori dello stesso sesso, di embrioni sovrannumerari conservati nell’azoto liquido e poi distrutti, o selezionati in provetta per ottenere un figlio dal corredo genetico “ottimale”. E la chiamano anche medicina.

5 ottobre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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ROBERT EDWARDS, IL NONNO DELLA LEGGE 40

Clicca per IngrandireIl Nobel per la Medicina a Robert Edwards consegna purtroppo ai nostri posteri una fotografia perfetta del tempo in cui viviamo. Un tempo che sarà ricordato in futuro come l’era di Erode, caratterizzata dalla sistematica, tecnologica, metodica eliminazione di milioni di esseri umani innocenti, sotto la protezione delle leggi degli stati e dietro il paravento ideologico della scienza e del progresso.

Uccisione degli innocenti consumata ogni giorno negli ospedali pubblici con l’aborto volontario, e uccisione del malato o dell’handicappato con l’eutanasia. Uccisione del difettoso individuato con le tecniche di diagnosi prenatale e con la benedizione della legge 194, e uccisione di embrioni prodotti in vitro e destinati a una morte quasi certa anche quando vengono trasferiti nel corpo della donna.

Robert Edwards è indubbiamente il campione di questa scienza e di questa medicina, che è esattamente antitetica alla medicina che anni fa veniva fondata in una piccola isola della Grecia da Ippocrate con il suo Giuramento. Una medicina che, pur nella spaventosa ignoranza dei complessi meccanismi della vita e della biologia, rifiutava aborto ed eutanasia, riconosceva la dignità di ogni paziente, accettava il limite costituito dal grande mistero della vita e della morte.

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Posted by ikzus su 5 ottobre 2010


SCIENZA & VITA: NOBEL ALLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE

MA UN FIGLIO NON PUO’ ESSERE UN PRODOTTO

“Il progresso delle biotecnologie non significa sempre progresso etico”, così l’Associazione Scienza & Vita commenta l’assegnazione del premio Nobel per la medicina al britannico Robert Edwards per i suoi studi sulla fecondazione in vitro.

“Vicini alla sofferenza delle coppie sterili e favorevoli agli interventi che coniugano coerentemente scienza ed etica, – commenta il copresidente Lucio Romano – non possiamo non ricordare la visione riduzionistica della vita insita nelle procedure di fecondazione artificiale, nelle quali l’essere umano si traduce da soggetto a oggetto, vale a dire a mero ‘prodotto del concepimento’. Evidenziamo, inoltre, le derive antropologiche, etiche e sociali che scaturiscono dal ricorso, ad esempio, alla fecondazione artificiale eterologa o alla maternità surrogata. Queste tecniche sovvertono il concetto naturale di genitorialità e alterano il diritto fondamentale da parte di un figlio di riconoscere non solo la propria identità genetica, ma che questa sia anche in sintonia con quella biologica e sociale”.

“Oltre a ciò, in particolare, – prosegue Romano – pensiamo al congelamento degli embrioni e alla diagnosi genetica preimpianto, che comportano la soppressione di vite umane, selezionando gli embrioni ritenuti più idonei al trasferimento ed escludendo quelli non ‘di qualità’. Introdurre il principio di qualità della vita rileva indubbie derive discriminatorie, suggestionate e condizionate da una molteplicità di fattori culturali, economici, utilitaristici nei quali la medicina dei bisogni elementari si orienta sempre più palesemente verso quella dei desideri”.

“La legge 40 – conclude Lucio Romano – ha il merito di aver posto un argine alla legittimazione di una visione puramente meccanicistica della vita, assicurando i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

Comunicato n° 17 del 04 Ottobre 2010

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