ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Archive for the ‘Islam’ Category

Posted by ikzus su 30 giugno 2015


Buon Ramadan ai musulmani.
Ma il messaggio non è affatto pacifico

Nel 2013 Francesco fece uno strappo. Eletto papa da poco, volle lui personalmente indirizzare ai musulmani il tradizionale messaggio per la fine del Ramadan. E lo dedicò all’amicizia tra i popoli delle due fedi.

Nel 2014 a firmare il messaggio tornarono ad essere il presidente e il segretario del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, il cardinale Jean-Louis Tauran e padre Miguel Ángel Ayuso Guixot. E qui la novità fu il chiamare i musulmani “fratelli e sorelle”, come già aveva fatto Francesco nell’Angelus dell’11 agosto 2013.

Anche quest’anno, in occasione del Ramadan, è partito da Roma il messaggio augurale, firmato dalle stesse due persone. Ma con novità molto più consistenti.

Anzitutto, invece che aspettare la fine del mese sacro, questa volta il messaggio è stato inviato all’inizio dello stesso, sia pure includendovi anche l’augurio per la festa di chiusura, quella di ‘Id al-Fitr, la più importante del calendario musulmano.

E già questa anticipazione dell’invio è risultata tempestiva. Perché proprio negli stessi giorni i notiziari di tutta Europa, nel registrare una recrudescenza dei flussi di immigrazione, facevano vedere come anche in condizioni di grande difficoltà molti immigrati musulmani avessero comunque iniziato il digiuno del Ramadan, astenendosi da cibo e acqua da mattina a sera.

Ma la novità più forte del messaggio di quest’anno è il suo contenuto, a cominciare dal titolo: “Cristiani e musulmani insieme per contrastare la violenza perpetrata in nome della religione”.

L’intero messaggio è infatti centrato sulla questione della violenza. La violenza “giustificata in nome della religione”. Nel caso specifico la religione islamica.

Ma attenzione, questa violenza non è solo descritta – con inusitato realismo – e deprecata. È ricondotta alle sue origini religiose, culturali, educative:

“C’è pure la responsabilità di coloro che hanno il compito dell’educazione: le famiglie, le scuole, i testi scolastici, le guide religiose, il discorso religioso, i media. La violenza e il terrorismo nascono prima nella mente delle persone deviate, successivamente vengono perpetrate sul campo”.

Da cui la sollecitazione pressante al mondo musulmano a che non  vi sia “alcuna ambiguità nell’educazione”.

Ma ecco qui  il testo integrale del messaggio, che reca l’impronta inconfondibile del cardinale Tauran, non nuovo a dire la verità senza edulcorazioni, su questioni di tale portata capitale.

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Posted by ikzus su 14 dicembre 2014


Manuale Isis: “Lecito fare sesso con bambine non musulmane”

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Posted by ikzus su 7 settembre 2014


Dalla rinoplastica all’infibulazione, le madri inglesi che “decapitano cristiani”

di Giulio Meotti

 

Loro che non avevano Dio, sono partite per quella parte di pianeta dove la fede reclama le sue vittime. E’ questo il più grande orrore dello Stato Islamico. Che è una storia di occidentali che uccidono altri occidentali. Steven Sotloff e James Foley, due giornalisti occidentali, decapitati da un islamista inglese, in un video realizzato da un altro cittadino britannico, mentre ad assistere c’era una donna inglese. Nella stessa settimana in cui l’intelligence kenyota diceva di aver perso le tracce di Samantha Lewthwaite, la donna inglese “mente” della strage al centro commerciale di Westgate, a Nairobi, l’Inghilterra faceva la scoperta di un’altra mamma britannica salita ai vertici del jihad. Si tratta di Sally Jones, madre di due bambini di Chatham, nel Kent, già chitarrista della rock band Krunch, che oggi posta messaggi del tipo: “Voi cristiani avete tutti bisogno di una decapitazione con un bel coltello smussato. Venite qui, lo farò per voi”.

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Posted by ikzus su 16 luglio 2012


Andare a messa, cioè a morire, in Nigeria

Una mozione per chiedere che i caschi blu difendano i cristiani

 La strage di cristiani nelle chiese della Nigeria è oggetto di un bollettino di morte che si ripete ogni domenica e in ogni ricorrenza religiosa dall’inizio dell’anno. Contro questo stato di cose, un gruppo di parlamentari del Pdl ha presentato ieri una mozione (prime firmatarie Eugenia Roccella, Fiamma Nirenstein e Souad Sbai) con cui chiede che il nostro governo si attivi “nei confronti dell’Onu, affinché forze di interposizione siano inviate in Nigeria, in coordinamento con il governo nigeriano, a protezione delle chiese cristiane e dei fedeli”. “Chiediamo che non ci si limiti solo alle parole, ma che ci sia una protezione fisica delle persone che vanno a messa, con l’intervento dei caschi blu”, ha detto Eugenia Roccella, mentre Souad Sbai sottolinea come “si parla molto della Siria e del nord Africa, ma su quanto avviene nell’Africa nera permane un silenzio assordante”. Fiamma Nirenstein aggiunge che chiedere l’intervento dei caschi blu può apparire “audace. Ma ci sembra di interpretare un punto di vista necessario”.

I cristiani di Nigeria sono le vittime di una persecuzione che ha prodotto seicento morti dall’inizio dell’anno e più di diecimila nell’ultimo decennio. La mozione afferma che “l’impunità in cui sembrano agire i terroristi ne conferma la forza e la potenza agli occhi del mondo, e rischia di suscitare iniziative analoghe da parte di altri gruppi organizzati, allargando il massacro ad altri territori dove opera il terrorismo di matrice islamica, in nome dell’odio verso i cristiani e verso l’occidente, identificato con la civiltà giudaico cristiana”. Servono quindi “iniziative di solidarietà internazionale a supporto del governo nigeriano, dalla collaborazione bilaterale fino a un possibile intervento dei caschi blu”, perché “il primo interesse delle nazioni è la difesa della libertà di coscienza, di pensiero e di culto”. E ieri un kamikaze si è fatto saltare di fronte a una moschea nel sud del paese, a Maiduguri, dove è attiva la setta islamista Boko Haram, autrice di attacchi contro i cristiani del nord. L’attentato, che ha ucciso cinque persone, puntava probabilmente a eliminare un politico locale e il leader religioso della regione, durante la preghiera del venerdì.

14 luglio 2012 – © FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 23 settembre 2011


Libertà religiosa. Il barometro punta al peggio

Un’indagine mondiale del Pew Forum registra l’aumento di restrizioni e violenze. Il primato negativo a Egitto, Pakistan e India.
Tra i paesi musulmani l’unico in controtendenza è la Turchia. I più maltrattati: i cristiani

di Sandro Magister

ROMA, 31 agosto 2011 – L’indagine del Pew Forum ha preceduto le rivolte che sconvolgono il Nordafrica e il Medio Oriente. Ma non promette nulla di buono sui loro sviluppi futuri.

Già prima dello scoppio delle rivolte, infatti, gli indicatori segnavano quasi ovunque un peggioramento.

L’indagine ha riguardato le restrizioni alla libertà religiosa in 198 paesi del mondo: sia le restrizioni imposte dai governi, sia quelle prodotte da violenze di persone e di gruppi.

Rispetto a un’analoga indagine del Pew Forum di tre anni prima, il confronto segna un diffuso aumento di tali restrizioni.

E il paese che più di tutti è cambiato in peggio è proprio uno di quelli della cosiddetta “primavera araba”: l’Egitto.

*

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Posted by ikzus su 12 agosto 2011


Londra, fine del multiculturalismo

di Massimo Introvigne
10-08-2011

La rivolta di giovani immigrati, e inglesi figli di immigrati, disoccupati – in gran parte africani e caraibici -, scoppiata nel quartiere londinese di Tottenham dopo l’uccisione in un conflitto a fuoco del tassista e, secondo la polizia, spacciatore di droga Mark Duggan (1981-2011), rischia ora di estendersi a tutta la Gran Bretagna.

Benché alcuni degli attivisti che cercano di guidarla siano affiliati a movimenti islamici, la rivolta non ha carattere religioso. Né nasce, come molti quotidiani dicono, dai Blackberry che – spiazzati dalla concorrenza degli iPhone – sono diventati a Londra i telefoni dei poveri e degli immigrati e sono serviti a convocare a colpi di SMS i rivoltosi, aggirando la polizia che sorvegliava invece Twitter e Facebook. I Blackberry sono evidentemente lo strumento, non la causa di un fenomeno che nasce – e in questo senso è simile alle rivolte che hanno dato origine in Tunisia e in Egitto alle cosiddette “primavere arabe” – dalla crisi economica e dal carovita. Ancora una volta, assistiamo a tumulti che ricordano quelli settecenteschi della “vie chère” in Francia, che – abilmente indirizzati e sfruttati da politicanti che però non li avevano suscitati né organizzati – prepararono la Rivoluzione francese del 1789.

Se tuttavia la crisi economica ha prodotto e sta producendo in Gran Bretagna fenomeni così gravi, una causa va cercata anche nel fallimento – ormai ammesso anche da una parte della classe politica britannica – del modello multiculturalista di cui fino a qualche anno fa Londra andava orgogliosa, proponendolo anzi anche a noi come soluzione di tutti i problemi dell’immigrazione.

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Posted by ikzus su 30 giugno 2011


BLASFEMA: LA BIOGRAFIA DI ASIA BIBI, CRISTIANA PAKISTANA
CONDANNATA ALL’IMPICCAGIONE PER AVER BEVUTO DA UN POZZO PER SOLE MUSULMANE

Che siano colpevoli o no, nel mio Paese gli accusati di blasfemia sono segnati:
di solito vengono uccisi in cella o, se escono dal carcere, saranno assassinati poco dopo
di Asia Bibi

In carcere i giorni e le notti sono uguali. Non so più dire che cosa provo. Paura, questo è sicuro… ma non mi opprime più come all’inizio. I primi giorni arrivava a farmi battere un tamburo in petto. Ora si è un po’ calmata. Non è più un soprassalto continuo. Le lacrime no, non mi hanno mai lasciata. Scendono a intervalli regolari. I singhiozzi, invece, sono cessati. Le lacrime sono le mie compagne di cella. Mi dicono che non mi sono ancora arresa, mi dicono che sono vittima di un’ingiustizia, mi dicono che sono innocente. Non so molto del mondo al di fuori del mio villaggio. Non ho studiato, ma so che cosa è bene e che cosa è male. Non sono musulmana, ma sono una buona pakistana, cattolica e patriota, devota al mio Paese come a Dio. Abbiamo amici musulmani. Non ci sono mai stati problemi. E anche se non abbiamo avuto sempre vita facile, abbiamo il nostro posto. Un posto di cui ci siamo sempre accontentati. Quando si è cristiani in Pakistan, ovviamente bisogna tenere gli occhi un po’ più bassi.

Certi ci considerano cittadini di seconda categoria. A noi sono riservati lavori ingrati, mansioni umili. Ma il mio destino non mi dispiaceva. Prima di tutta questa storia ero felice con i miei, laggiù a Ittan Wali. Oggi sono come tutti i condannati per blasfemia del Pakistan. Che siano colpevoli o no, la loro vita viene stravolta. Nel migliore dei casi stroncata dagli anni di carcere. Ma il più delle volte chi è condannato per l’oltraggio supremo, che sia cristiano, indù o musulmano, viene ucciso in cella da un compagno di prigionia o da un secondino. E quando è giudicato innocente, cosa che capita assai di rado, viene immancabilmente assassinato appena lascia il penitenziario.

Nel mio Paese l’accusa di bestemmiatore è indelebile. Essere sospettati è già un crimine agli occhi dei fanatici religiosi che giudicano, condannano e uccidono in nome di Dio. Eppure Allah è solo amore. Non capisco perché gli uomini usino la religione per fare il male. Mi piacerebbe credere che prima di essere esponenti di questa o quella religione siamo anzitutto uomini e donne. In questo momento mi rammarico di non saper né leggere né scrivere. Solo ora mi rendo conto di quale enorme ostacolo sia. Se sapessi leggere, oggi forse non mi ritroverei chiusa qui dentro. Sarei A senz’altro riuscita a controllare meglio gli eventi. Invece li ho subiti, e li sto subendo tuttora. Secondo i giornalisti, 10 milioni di pakistani sarebbero pronti a uccidermi con le loro mani.

A chi mi eliminerà, un mullah di Peshawar ha addirittura promesso una fortuna: 500.000 rupie. Da queste parti è il prezzo di una bella casa di almeno tre stanze, con tutti i comfort. Non capisco questo accanimento. Io, Asia, sono innocente. Comincio a chiedermi se, più che una tara o un difetto, in Pakistan essere cristiani non sia diventato semplicemente un crimine. Il mio unico desiderio, in questa minuscola cella senza finestre, è quello di far sentire la mia voce e la mia rabbia. Voglio che il mondo intero sappia che sto per essere impiccata per aver aiutato il prossimo. Sono colpevole di avere manifestato solidarietà. Il mio torto? Solo quello di avere bevuto dell’acqua proveniente da un pozzo di alcune donne musulmane usando il «loro» bicchiere, quando c’erano 40 gradi al sole. Io, Asia Bibi, sono condannata a morte perché avevo sete. Sono in carcere perché ho usato lo stesso bicchiere di quelle donne musulmane. Perché io, una cristiana, cioè una che quelle sciocche compagne di lavoro ritengono impura, ho offerto dell’acqua a un’altra donna. Voglio che la mia povera voce, che da questa lurida prigione denuncia tanta ingiustizia e tanta barbarie, trovi ascolto. Desidero che tutti coloro che mi vogliono vedere morta sappiano che ho lavorato per anni presso una coppia di ricchi funzionari musulmani. Voglio dire a chi mi condanna che per i membri di quella famiglia, che sono dei buoni musulmani, il fatto che a preparare i loro pasti e a lavare le loro stoviglie fosse una cristiana non era un problema. Ho passato da loro 6 anni della mia vita, ed è per me una seconda famiglia, che mi ama come una figlia!

Sono arrabbiata con questa legge sulla blasfemia, responsabile della morte di tanti ahmadi, cristiani, musulmani e persino indù.
Da troppo tempo questa legge getta in prigione degli innocenti, come me. Perché i politici lo permettono?

Solo il governatore del Punjab, Salman Taseer, e il ministro cristiano per le Minoranze, Shahbaz Bhatti, hanno avuto il coraggio di sostenermi pubblicamente e di opporsi a questa legge antiquata. Una legge che è in sé una bestemmia, visto che semina oppressione e morte in nome di Dio. Per avere denunciato tanta ingiustizia questi due uomini coraggiosi sono stati assassinati in mezzo alla strada. Uno era musulmano, l’altro cristiano. Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi avevano minacciato di ucciderli. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinché in terra islamica cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano. Un musulmano e un cristiano che versano il loro sangue per la stessa causa: forse in questo c’è un messaggio di speranza. Supplico la Vergine Maria di aiutarmi a sopportare un altro minuto senza i miei figli, che si chiedono perché la loro mamma sia improvvisamente sparita di casa. Dio mi dà ogni giorno la forza di sopportare questa orribile ingiustizia. Ma per quanto ancora?

Fonte: Avvenire, 15/06/2011

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Posted by alenu su 3 maggio 2011


Le omissioni del presidente americano

OBAMA CELEBRA LE FESTE ISLAMICHE, TRASCURA QUELLE CRISTIANE

di Alessandra Nucci

Il presidente americano Barack Obama, da quando è in carica, ha fatto dichiarazioni in onore di tutte le principali festività musulmane e ha trovato il tempo di celebrare la Giornata della Terra, ma nulla ha detto quest’anno in onore della Pasqua, la giornata più importante per milioni di cristiani.

Puntualmente onorati dal presidente sono stati il Ramadan, i giorni detti Eid-ul-Fitr, il pellegrinaggio alla Mecca (Hajj) e la sua conclusione (Eid-ul-Adha), festività che la maggior parte degli americani non sa nemmeno pronunciare.

La necessità di preservare «il patrimonio naturale» della nazione è stato l’oggetto di un discorso dedicato alla Madre Terra, oggetto di culto di folti gruppi neo-pagani, coinciso quest’anno con il Venerdì Santo. Logico aspettarsi quindi che dedicasse parole solenni anche alla Pasqua, se non altro durante il discorso che rivolge alla nazione ogni sabato. Macché.

La clamorosa omissione si va ad aggiungere ad altri fatti di cui blogger e associazioni cristiane tengono traccia. Si rileva, ad esempio, che in almeno tre occasioni Obama ha omesso la parola «Creatore» nel citare il famoso brano della Dichiarazione di Indipendenza, secondo il quale tutti gli uomini «sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili».

Altro esempio: l’anno scorso a Pasqua ha letto una storica omelia risalente alla Pasqua del 1945. Peccato soltanto che abbia «tagliato» ogni riferimento a Cristo e alla Risurrezione. Di converso, si fa notare la sua ingerenza a favore della moschea a Ground Zero e la rapidità con cui è stata dimenticata la strage di Fort Hood di fine 2009, opera di uno psichiatra militare musulmano.

La reattività dei cristiani è stata acutizzata anche da altri episodi di apparente insensibilità nei loro confronti. È il caso del discorso del 2009 al Cairo, che portò scompiglio fra i cristiani copti d’America. «Si rende conto, il Presidente», chiese allora Monir Dawoud, cardiologo nativo dell’Egitto, «che definire l’Egitto un paese ‘musulmano’ autorizza i Fratelli musulmani e altri gruppi radicali a premere per l’instaurazione della Sharia?»

Si rinverdisce così la polemica legata all’atto di nascita, di cui proprio ieri Obama ha deciso finalmente di rendere pubblico l’estratto, dopo una lunga partita legale costata migliaia di dollari al Partito Democratico. Nella controversia si era inserito di recente il miliardario Donald Trump, sostenendo che sul documento ci doveva essere «qualcosa che il Presidente non vuole si sappia». Da questa premessa, si è detto, Trump potrebbe far partire la sua corsa alle presidenziali del 2012.

[pubblicato con il titolo “Per Obama la Pasqua non esiste. C’è solo l’Islam”]

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Posted by ikzus su 10 marzo 2011


Testamento di Shahbaz Batti
ministro pakistano cristiano ucciso dagli estremisti islamici

Quella che segue è una testimonianza di Shahbaz Bhatti, il ministro pachistano per le Minoranze religiose ucciso il 2 marzo da un commando di fondamentalisti islamici che lo hanno “punito” perché cercava di modificare la Legge sulla blasfemia che in 25 anni di applicazione è costata la vita a centinaia di cristiani. Il testo è tratto da “Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza“, Marcianum Press 2008.

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

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Aiutiamo il futuro – la sete di democrazia e l’Europa

Posted by alagna su 27 febbraio 2011


Il 25 gennaio 2011 sono iniziate le manifestazioni contro il dittatore della Tunisia Ben Alì. Solo un mese dopo, siamo spettatori di una rivolta popolare che ha coinvolto quindici Paesi islamici del Nord Africa e del Medio Oriente: Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Gibuti, Yemen, Giordania, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Qatar, Siria, Iran. Il 25 gennaio le manifestazioni contro il governo tunisino sembravano un fatto locale di scarsa importanza internazionale, oggi sappiamo che l’effetto domino di quella “rivoluzione” ha già coinvolto quasi tutti i Paesi arabo-islamici e l’Iran, causando il crollo di tre dittature: Tunisia, Egitto e Libia (Gheddafi sembra vicino alla fine dei suoi 42 anni di sanguinaria tirannia). Non solo, ma da questi giorni tragici e corruschi, possiamo già tentare alcune riflessioni.

1) In tutta evidenza i protagonisti di queste rivolte sono stati i giovani, mossi sostanzialmente dalle ristrettezze economiche e dalla mancanza di libertà, di sviluppo, di lavoro e di giustizia nei loro Paesi. Non chiedono uno stato teocratico come l’Arabia e l’Iran, vogliono una democrazia come alla tv e in Internet vedono che esiste nei vicini Paesi europei; non hanno bruciato bandiere americane o israeliane, ma vogliono vivere in pace; non sono stati animati da spirito di odio, violenza e vendetta contro i dittatori e i loro seguaci: Gheddafi fa eccezione perché ha fatto mitragliare e bombardare i manifestanti, ma Mubarak ha potuto ritirarsi nella sua villa: i 31 anni della sua dittatura, certamente dura e oppressiva, sono finiti quasi senza spargimento di sangue!

2) Nella storia dei Paesi a maggioranza musulmana è la prima volta che un movimento di popolo di queste proporzioni prende corpo e mette soprattutto in crisi l’islam politico, cioè la stretta connessione fra religione e politica fin dall’inizio. Maometto infatti era un capo religioso, politico e militare, come anche i suoi “califfi”, cioè i successori del Profeta nei secoli seguenti. I giovani manifestanti non rifiutano l’islam e non sono affatto anti-cristiani. In Egitto, il Paese simbolo di questi giorni perché da sempre guida del mondo arabo-islamico, abbiamo visto le foto pubblicate da “Asia News”: nella folla che occupava Piazza Tahrir cristiani e musulmani erano abbracciati e sventolavano festosamente le insegne identitarie delle loro religioni: la croce e la mezzaluna. D’altra parte, anche dalla Libia e dalla Tunisia non si segnalano assalti e violenze contro i cristiani, le loro chiese e istituzioni.

3) Tutto questo non significa che il fondamentalismo islamico non esiste più, ma solo che i protagonisti delle rivoluzioni nei Paesi a sud del Mediterraneo sono giovani che chiedono democrazia, rispetto dei diritti umani, sviluppo economico, cioè società dinamiche e non bloccate, come sono sempre, o quasi sempre, quelle islamiche.

Il pericolo, già segnalato, è che, terminati i giorni dell’euforia e della festa per la liberazione, la mancanza di leader politici e di partiti in sintonia con queste aspirazioni possa aprire una porta a movimenti islamisti ben organizzati e radicati sul territorio, come in Egitto i “Fratelli musulmani” e in Libia le varie Confraternite di radice tribale.

4) Il problema fondamentale dell’islam è il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna, i giovani manifestanti lo sentono e lo vivono in modo drammatico. In questi giorni è evidente che, nel difficile cammino per giungere alla meta desiderata, i popoli così vicini nel sud del Mediterraneo hanno urgenza dell’aiuto fraterno dell’Europa. Le distruzioni e i disastri economici prodotti dai sommovimenti popolari e dalle reazioni del potere, la miseria e la scarsità di strutture produttive ereditate dalle dittature non sono situazioni che favoriscono uno sviluppo democratico. L’Europa tutta, le istituzioni europee e i governi nazionali dovrebbero dare dei forti segnali di essere disposti ad aiutare con misure straordinarie questi popoli così vicini. Purtroppo, la crisi delle società europee ci rende popoli con una maggioranza di anziani e sempre meno giovani. Anche i Paesi “cristiani” sembrano paralizzati in una condizione di ricchezza economica e di miseria morale. Ma questo è un motivo in più per ritornare a Cristo, non come etichetta identitaria, ma come vita secondo il Vangelo.

Piero Gheddo

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Posted by ikzus su 1 febbraio 2011


“Salviamo Asia Bibi”

Asia Bibi è una donna cristiana del Pakistan, una madre di 40 anni condannata a morte per blasfemia. Un reato assurdo, che va cancellato, perché disonora l’umanità.Salviamo la vita di Asia. Inviate le vostre adesioni a “Zapping” che le trasmetterà al Presidente del Pakistan. Liberiamo Asia Bibi.

Asia Bibi e gli altri

di Alberto Chiara

La condanna a morte per blasfemia della contadina cristiana del Punjab riporta alla ribalta la precarietà delle minoranze religiose in Pakistan. Vittime di discriminazioni e violenze.

I politici della prim’ora speravano che il Pakistan rimanesse a lungo un Paese tollerante, come loro l’avevano plasmato, a maggioranza musulmana, sì, certo, ma capace di garantire pari dignità anche a chi non aderisce ai principi dell’islam. L’11 agosto 1947, nel suo discorso davanti alla prima Assemblea costituente, Ali Jinnah, il principale tra i padri fondatori, affermò: «Voi siete liberi; siete liberi di frequentare i vostri templi, siete liberi di andare nelle vostre moschee o in qualsiasi altro luogo di culto dello Stato del Pakistan. Voi potete appartenere a qualsiasi religione, casta o credo,  questo non ha nulla a che vedere con gli affari dello Stato… Vogliamo partire da questo principio fondamentale: che siamo tutti cittadini e cittadini con pari diritti».

Con il passar del tempo, però, la “terra dei puri” (questo significa in urdu la parola Pakistan)  ha invece imboccato una via diversa. In special modo negli anni ’70 e ’80 ha incoraggiato le frange più radicali dell’islam politico. Storicamente, i passi più importanti verso l’islamizzazione del Paese sono stati presi dal presidente Zia-ul Haq (in carica dal 1977 al 1988), il quale ha introdotto una serie di leggi, tra cui quella contro la blasfemia entrata in vigore nel 1986. Più del dilagante terrorismo legato ai talebani, i cristiani si sentono minacciati da queste norme.

«La situazione è peggiorata», ammette monsignor Anthony Rufin, vescovo di Islamabad e Rawalpindi, alla guida di una diocesi grande quanto metà Italia, in cui vive una comunità di 180 mila cattolici che fanno capo a 19 parrocchie e mandano avanti 82 istituti scolastici e formativi di vario grado nonché 28 centri caritativi o di impegno sociale. Da un anno, monsignor Rufin è inoltre il segretario della Conferenza episcopale pakistana. «La recrudescenza della violenza estremista spaventa, anche se non penso che il Pakistan diventerà per i cristiani un nuovo Irak», afferma monsignor Rufin. «I terroristi colpiscono moschee, caserme e commissariati. Il vero problema, per noi, esigua minoranza (i cristiani, cattolici e protestanti, sono in tutto 2,8 milioni su una popolazione di 171 milioni di abitanti, ndr.)  è piuttosto rappresentato dalla legge sulla blasfemia in vigore dal 1986 e dal suo uso distorto: specialmente nelle campagne c’è chi ne approfitta per saldare conti personali».

Asia Bibi e la sua storia rappresentano un esempio. L’ultimo, in ordine di tempo. Il più drammatico. Asia Bibi è una contadina di 45 anni, sposata con il cinquantunenne Ashiq Masih, ha cinque  figli, tra cui Esha, 10 anni, disabile. È cristiana. Protestante. L’hanno accusata di aver parlato male di Maometto e tanto è bastato per farla condannare a morte.  Il 7 novembre scorso, un tribunale del distretto di Nankana, nella regione pachistana del Punjab, circa 75 chilometri a ovest di Lahore, ha emesso la dura sentenza, da eseguirsi tramite impiccagione.

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Posted by ikzus su 5 dicembre 2010


Nostra Signora del massacro

Il racconto minuto per minuto della strage di al Qaida nella parrocchia di Baghdad che sta cambiando la storia del cristianesimo in medio oriente

Raghada al-Wafi cammina spedita per le vie del quartiere Karrada, sulla sponda del Tigri che guarda il cuore corazzato di Baghdad, la Green Zone. L’accompagna suo marito, è contenta, sorride. E’ il 31 ottobre e sono sposati da poco più di un mese, ma hanno già una notizia da portare a padre Thair Abdallah, il prete trentenne che li ha uniti in matrimonio: Raghada aspetta un bambino. Vanno verso Nostra Signora del Perpetuo soccorso, la grande chiesa del quartiere, sul cui ingresso veglia un’enorme croce coperta giusto da un velo di cemento che poi si allarga lungo i fianchi dell’edificio.

Alla messa della domenica pomeriggio ci sono duecento fedeli, comprese una famiglia caldea e una ortodossa. Padre Wasim confessa vicino all’ingresso, all’ombra delle massicce porte di legno. Il confratello, l’anziano padre Rafael Qusaimi, sta dando le ultime istruzioni al coro prima della celebrazione.
Inizia il canto e padre Thair sbuca alla destra dell’abside, diretto a passi svelti verso l’altare. E’ la prima domenica dell’anno liturgico, la giornata per la santificazione della chiesa. Benedice i fedeli col segno della croce e scandisce le formule del rito siro-cattolico. Una voce fa risuonare le letture nella sala lunga e quasi spoglia. Lettera agli Ebrei 8, 1-12: “Ecco vengono giorni, dice il Signore, quando io stipulerò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un’alleanza nuova; (…)  porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”. Matteo 16, 13-20: “‘Voi chi dite che io sia?’. Rispose Simon Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’. E Gesù: ‘Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa’”.

Sono le cinque e un quarto e padre Thair sta per finire la predica, quando fuori dalla chiesa una raffica di mitra rompe il silenzio. Il sacerdote prova a tranquillizzare i fedeli, gli spari non possono che essere rivolti a qualcun altro, non c’è nulla da temere. La sparatoria continua, ma lui vorrebbe farla passare per una cosa ordinaria; normale amministrazione per un paese che da anni non ha orecchie che per i rumori della guerra. Una forte esplosione, vicino al portone. I fedeli sono terrorizzati, vorrebbero scappare ma non c’è via di fuga. “Alziamoci, preghiamo insieme”, urla padre Thair che fatica a credere alle sue rassicurazioni. Non può saperlo, ma vicino alle porte della chiesa c’è un commando armato che sta assaltando la sede della Borsa di Baghdad. Una bomba a mano ha ucciso due delle guardie che sorvegliano il palazzo, che era rimasto chiuso e deserto per tutta la giornata. Le altre guardie rispondono al fuoco, ferendo uno degli assalitori, che è trascinato via dai compagni lungo il sagrato della chiesa. Indietreggiano coi mitra spianati e le spalle alla facciata, uno di loro innesca l’esplosivo con cui hanno riempito la Jeep Cherokee nera parcheggiata davanti alla chiesa. L’auto scoppia in una nuvola di polvere e le guardie di sicurezza sono disorientate. Credono di avere appena respinto un attacco alla Borsa e invece sono soltanto esche usate per richiamare l’attenzione: il trampolino verso un azzardo di scala maggiore.
Padre Wasim tenta di tenere serrato il portone di legno all’ingresso, ma è sbattuto indietro dal commando di uomini armati, che entra nella chiesa a volto scoperto, con l’uniforme dell’esercito iracheno – un inganno classico del repertorio jihadista: nella regione di Arab Jabour, fuori Baghdad,  giusto lo scorso 3 aprile un gruppo di finti militari ha sterminato 25 membri dei Consigli del risveglio che si erano fidati di loro. Dalla parte opposta, dietro all’altare, i confratelli di Wasim stanno spingendo più fedeli possibile verso la sacrestia per salvarli dall’attacco. “Lasciate stare loro, prendete me!”, urla padre Wasim, che riceve subito una pallottola nel petto. Quello che lo ferisce non sa nemmeno a chi spara. Il sacerdote accusa il colpo portando le mani giunte al petto e l’uomo si gira verso un compagno che gli sta al fianco: “Questo chi è?”. “E’ un prete”, risponde l’altro, e scarica una raffica sull’agonizzante padre Wasim.

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Posted by ikzus su 23 ottobre 2010


Musulmani d’Europa

di Angelo Panebianco

La dichiarazione del cancelliere Angela Merkel («il multiculturalismo è fallito») è stata interpretata da tutti come una constatazione di fatto sugli errori della politica dell’immigrazione tedesca degli ultimi decenni ma anche come il segnale di una svolta imminente. Anche in Germania, come in tutto il resto dell’Europa, la questione degli immigrati è ora un problema politico di prima grandezza: dare risposte incoerenti con le domande dell’opinione pubblica può significare perdere le elezioni. È la nuova grande questione che divide, e dividerà a lungo, le democrazie europee e che va ad aggiungersi alle più tradizionali divisioni sui temi economici.

Partiti anti-immigrati sorgono come funghi e fanno pienoni elettorali in tanti Paesi europei. Dove questo non accade è solo perché i partiti più tradizionali, già insediati, hanno indurito per tempo il loro approccio all’immigrazione. Due giorni fa, il Sole 24 Ore ha pubblicato un’utile inchiesta sulle politiche europee dell’immigrazione mostrando un quadro assai differenziato. Si va dai Paesi fino ad oggi più accoglienti, come la Svezia o l’Olanda (che però stanno sperimentando forti rivolte anti-immigrati) a quelli più chiusi come la Grecia. Ma non è difficile immaginare che le varie democrazie europee, adattandosi alle domande delle loro opinioni pubbliche, col tempo finiscano tutte per convergere su politiche selettive, che mettano più filtri, e più rigorosi, di quelli utilizzati nel recente passato.

C’è la reazione delle opinioni pubbliche ma c’è anche un’incertezza obiettiva su come fronteggiare il problema. Nessuna delle due strade fin qui adottate, quella originariamente francese dell’assimilazionismo (chi arriva deve spogliarsi della precedente identità per abbracciare identità e cultura del Paese ospitante) e quella, originariamente anglosassone, del multiculturalismo, sembra funzionare. Il multiculturalismo, soprattutto, ben prima che lo riconoscesse la Merkel, appariva più un sogno da idealisti che una politica realisticamente praticabile. Il multiculturalismo prevede infatti che le varie culture presenti sul territorio vengano preservate, anche con leggi apposite, e che le diverse comunità culturali si autogovernino per tutti gli aspetti che riguardano la tutela della propria identità. Una società multiculturale è una società segmentata, divisa in tante comunità culturali che, si suppone, non sentendosi minacciate nelle proprie tradizioni, siano in grado di coesistere pacificamente. Ma il punto è che una società siffatta è difficilmente compatibile con la democrazia. Salvo specialissime eccezioni, può essere tenuta insieme solo con un alto grado di coercizione, in modo non democratico. Per questo, il multiculturalismo non è una politica adatta per le democrazie europee. Gran Bretagna, Olanda, Germania avevano scelto quella strada e ne hanno verificato l’impraticabilità.

Ma se la via francese (l’assimilazionismo) è difficilissima e quella multiculturale impraticabile, che fare allora? Assistere passivamente al montare dei conflitti?

Il problema della maggiore o minore capacità di convivenza con la nuova immigrazione dipende non da uno ma da un insieme di fattori: la qualità e il rigore dei filtri predisposti (le politiche dell’immigrazione in senso stretto), i cicli economici, la capacità di offrire servizi agli immigrati che lavorano, la capacità di reprimere i comportamenti illegali, eccetera. Ma dipende anche dalle tradizioni di provenienza e appartenenza degli immigrati. È inutile girarci intorno. Ci sono immigrati che, per la tradizione di provenienza, possono trovare un loro ruolo nei Paesi ospitanti (e col tempo, potranno forse anche essere assimilati nel senso francese del termine. E, se non loro, i loro figli) con relativa facilità. Episodi di intolleranza, anche gravi, ci sono e ci saranno. Ma nel complesso, molti immigrati, soprattutto dell’Est europeo, riusciranno ad inserirsi con successo nelle società europeo-occidentali.

C’è però il caso dell’islam. Non è casuale che proprio ai musulmani (e non agli altri immigrati) si faccia sempre riferimento quando si constata il fallimento del multiculturalismo. Ciò che ovunque in Europa si teme è che una crescita eccessiva delle comunità musulmane, grazie anche al differenziale demografico, finisca per imporre le trasformazioni più forti nelle regole di convivenza delle società europee. La domanda di cui nessuno conosce la risposta è la seguente: cosa può succedere quando due grandi civiltà, altrettanto forti e orgogliose, come quella europea-cristiana (oggi anche liberale e democratica) e quella islamica, che si ispirano a principi e norme antitetiche, e che, anche per questo, si sono aspramente combattute attraverso i secoli, si trovano a condividere lo stesso territorio e lo stesso spazio politico? La risposta dipenderà in parte da noi europei, dagli atteggiamenti che assumeremo e dalle politiche che adotteremo. Ma, in larga parte dipenderà anche dalla evoluzione del mondo islamico. Se il ciclo fondamentalista (connesso al cosiddetto «risveglio islamico») che ha investito l’islam mondiale negli ultimi decenni non si esaurirà presto, dovremo attenderci aspri conflitti e fortissime tensioni anche in Europa (altro che pacifica convivenza multiculturale). Se invece quel ciclo, raggiunto un picco e punte di massima espansione, andrà ad esaurirsi, come è possibile che prima o poi accada, allora nasceranno forse esperimenti inediti e interessanti: la democrazia potrà misurare il proprio successo anche sulla sua capacità di favorire la piena adesione dei musulmani immigrati alle regole della società aperta e libera. Oggi ciò non appare probabile. Ma è lecito, per lo meno, sperarlo.

21 ottobre 2010 © Il Corriere della Sera

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


Sharia über alles

di Giulio Meotti

Dietro la Merkel anti multiculti c’è l’invadenza del diritto islamico

“L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito”, ha scandito a Potsdam la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Il multiculturalismo è morto”, aveva annunciato venerdì Horst Seehofer, leader della Csu, il partito bavarese gemello della Cdu. La Germania discute furiosamente di integrazione da quando è uscito il pamphlet dell’ex ministro e banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin, “La Germania si distrugge da sola”. Due giorni prima dell’annuncio choc della Merkel, il prestigioso settimanale Der Spiegel, voce del giornalismo liberal tedesco, pubblicava un’inchiesta dal titolo: “Il ruolo della legge islamica nelle corti tedesche”. Sarà poi Merkel a ricordare che “in Germania vige la Costituzione, non la sharia”. Importanti elementi del diritto prodotti in Arabia Saudita nel VII secolo sono da tempo confluiti nel sistema tedesco. Ha denunciato il ministro del Cancellierato Ronald Pofalla: “Se si pone il Corano al disopra della Costituzione tedesca, allora posso solo dire: buona notte, Germania”.

La cronaca aiuta a capire la denuncia improvvisa della cancelliera tedesca contro il multiculturalismo. Già in Gran Bretagna da tempo ormai, al fianco della centenaria common law viene applicata la sharia nei casi di controversie familiari. Si è persino creato un sistema giuridico parallelo con le corti della sharia riconosciute legalmente. Tra i numerosi casi di applicazione del diritto islamico da parte di un tribunale tedesco, lo Spiegel cita i cittadini giordani che in Germania si sposano e divorziano in base alla sharia. Anche la poligamia ha de facto una base giuridica. Lo Spiegel aggiunge che “i giudici tedeschi si rifanno in continuazione alla sharia”. Si tratta di un “lento processo di capitolazione di fronte all’inevitabile”, ha osservato sul settimanale l’analista Henryk Broder.

Il fenomeno rispecchia la crescita della più vasta comunità islamica d’Europa. Dei sette milioni di immigrati stranieri in Germania, oltre 3,3 milioni sono musulmani. E secondo lo Spiegel nel 2030 la quota dei musulmani arriverà a sette milioni. Erediteranno una corposa casistica a loro favore. Un giudice di Hannover ha respinto la richiesta di divorzio di una donna tedesca sposata a un egiziano che minacciava di uccidere la figlia stuprata: “I musulmani hanno una diversa concezione dello stupro”. Un giudice di Essen ha stabilito che le allieve musulmane non possono essere costrette a partecipare alle lezioni di nuoto: “Incompatibili con la loro religione”. Un giudice di Dortmund, citando il Corano, ha stabilito che un padre può picchiare la figlia che si rifiuti di indossare il velo. Un magistrato di Francoforte ha negato il divorzio a una marocchina nata in Germania che per anni è stata picchiata e minacciata di morte dal marito: “Nel Corano, alla Sura quarta verso 34, è previsto che l’uomo possa punire la moglie”. Un anno fa la Bild mise in copertina la statua della Dea Iustitia, il capo coperto dal velo islamico e il Corano su uno dei due piatti della bilancia.

L’avanzata della sharia non si limita ai tribunali. A Mannheim ha aperto la prima banca che segue la sharia e la Deutsche Bank ha emesso quattro nuovi fondi, quotati in Borsa, conformi all’islam. In molte scuole tedesche per i professori musulmani vige la deroga sulla consueta stretta di mano alle ragazze alla consegna dei diplomi. Spiegazione: “Nell’islam è illecito”. La Corte costituzionale ha stabilito che i centri islamici hanno il diritto di diffondere con gli altoparlanti le preghiere, cinque volte al giorno e a partire dal levar del sole. L’ultima a ottenere via libera è stata la gigantesca moschea di Rendsburg. Come nel passaggio incriminato del libro di Sarrazin: “Non voglio che nel paese dei miei nipoti e pronipoti il ritmo della giornata sia scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in oriente”. Gli fa eco una già storica copertina dello Spiegel. Titolo: “Mecca Germania”.

19-10-10 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


«Merkel: Il multiculturalismo è fallito»

di Alessandro Alviani

I conservatori tedeschi seppelliscono l’idea del multiculturalismo. E a officiare la cerimonia è la cancelliera in persona. «L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito», ha detto ieri Angela Merkel, abbandonando per un attimo la sua tradizionale cautela verbale. In passato abbiamo chiesto agli immigrati troppo poco, è giusto pretendere che imparino il tedesco, ha scandito a Potsdam davanti i giovani della Cdu/Csu. L’Islam, comunque, è una parte integrante della Germania, ha corretto il tiro Frau Merkel, ripetendo una discussa frase del presidente federale Christian Wulff.

«Il multiculturalismo è morto», aveva detto venerdì sera Horst Seehofer, leader della Csu (il partito bavarese gemello della Cdu). «Noi ci schieriamo a favore della cultura predominante tedesca e contro il multiculturalismo», aveva aggiunto, ripescando un termine – Leitkultur, cultura predominante – apparso nel dibattito politico tedesco dieci anni fa.

La Germania discute animatamente di integrazione da fine agosto, da quando, cioè, è uscito un provocatorio libro scritto dall’ex banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin. A ravvivare il dibattito ci hanno pensato nei giorni scorsi prima le frasi di Seehofer, che ha chiesto di sospendere l’arrivo di nuovi immigrati dalla Turchia e dal mondo arabo, poi i risultati di due studi: per il primo quasi il 60% dei tedeschi vorrebbe limitare l’esercizio della libertà di religione dei musulmani; per il secondo circa il 41% dei giovani turchi auspica di dividere il pianerottolo con un tedesco, mentre meno del 10% dei giovani tedeschi vorrebbe un vicino turco.

La folta comunità turca in Germania teme che la situazione possa sfuggire di mano: «Ho paura, da settimane mi minacciano dicendomi che sono uno straniero di merda, sebbene io sia un cittadino tedesco – ha raccontato alla «Welt» Kenan Kolat, presidente della comunità turca in Germania – È come all’inizio degli Anni 90 col dibattito sul diritto d’asilo, poco dopo ci furono degli incendi».

Qualcosa, in realtà, nel frattempo è cambiato: la Germania non è più un Paese di immigrazione, ma di emigrazione. Nel 2009 hanno lasciato la Repubblica federale 734.000 persone, mentre 721.000 vi sono emigrate; i turchi che hanno abbandonato la Germania sono stati 10.000 in più rispetto a quelli che vi sono arrivati. Il che sembra paradossale, visti i toni dell’attuale dibattito, che si spiega anche con ragioni politiche. La Cdu, ma soprattutto la Csu di Seehofer, tentano di recuperare l’elettorato conservatore, deluso dal rinnovamento imposto da un’Angela Merkel su cui si moltiplicano le indiscrezioni: da giorni girano voci secondo cui, se a marzo la Cdu dovesse crollare alle regionali in Baden-Württemberg, Merkel potrebbe farsi da parte e lasciare la cancelleria al ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, che parla però di idea «bizzarra».

Il presidente turco Abdullah Gül ha provato ad abbassare i toni, invitando i suoi connazionali in Germania a imparare il tedesco «correntemente e senza accento». Il dibattito, però, prosegue. «La Germania non è un Paese d’immigrazione» e bisogna evitare che la carenza di personale altamente qualificato diventi un pretesto per «un’immigrazione incontrollata», ha rilanciato Seehofer in un piano in sette punti sull’integrazione. Le sue parole suonano tutt’altro che nuove. «L’integrazione è possibile solo se il numero degli stranieri che vivono da noi non continuerà a crescere; bisogna evitare un’immigrazione illimitata e incontrollata». Parola di Helmut Kohl, alla sua prima dichiarazione da cancelliere al Bundestag. Era il 1982.

17-10-2010 © LaStampa

(articolo riprodotto qui)

Vedi anche:

IlGiornale “Angela, ultima arrivata tra i difensori della nostra identità

IlSole24Ore “La Merkel va a destra per contrastare il partito anti-islamico

L’Occidentale “Cittadinanza breve? Chiedetelo alla Merkel

IlGiornale “Immigrazione, l’Europa ritrova l’orgoglio

IGiornale “Khaled Fouad Allam: “Basta con gli autogol. Con la tolleranza si favorisce la xenofobia

IlSole24Ore “Merkel sente soffiare il populismo e apre un dibattito sul post multiculturalismo

IlSole24Ore “Sugli immigrati l’Europa perde il filo

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


“Gli islamici non si integrano, impoveriscono la Germania”. E’ bufera sul libro del banchiere rosso

di Thilo Sarrazin

Thilo Sarrazin

Si scaglia contro gli immigrati islamici, dice che sono “diversi”, che “bloccano la Germania”, che “sono ignoranti” e, soprattutto, che a differenza di tutti gli altri immigrati “non si integrano”. Poi sugli ebrei dice: “Condividono un unico gene”. E’ polemica a Berlino su Thilo Sarrazin, ex ministro delle Finanze e attuale membro del consiglio direttivo della Bundesbank. Il suo libro, uscito ieri, Deutschland schafft sich ab” (La Germania si distrugge da sola) viene da molti considerato razzista e ha causato un putiferio nella nazione tedesca. Al punto che la Bundesbank ha preso le distanze e la Spd, il partito in cui Sarrazin milita da decenni, ha deciso di avviare ieri un procedimento per espellerlo.

Ma cosa dice nel suo libro Sarrazin? Il dito lo punta soprattutto sugli immigrati musulmani che, dice, non volgiono integrarsi, hanno ottenuto dal welfare tedesco più di quanto più di quanto abbiamo dato, sono poco istruiti e, riproducendosi in maniera superiore alla media, contribuiscono all’impoverimento intellettuale della Germiania.

Durante la conferenza stampa per la presentazione del libro, Sarrazin spiega meglio: “Esistono migranti e migranti – osserva – ci sono quelli provenienti dall’India, dall’Est Europa, dalla Cina o dal Vietnam che si integrano e ‘arricchiscono’ la Germania dal punto di vista sociale e culturale; poi ci sono gli immigrati arrivati nel Paesi musulmani – (che Sarrazin stima in 4-6 milioni ) – La maggior parte dei problemi culturali ed economici legati all’integrazione riguarda proprio loro: solo il 3% degli immigrati turchi di seconda generazione sposa un partner tedesco, contro una quota del 70% tra i tedeschi di origine russa”.

31 agosto 2010



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Posted by ikzus su 21 settembre 2010


“Molly non esiste più”. Fatwa contro una vignettista di Seattle

Condannata a morte dall’imam americano al Awlaki per i disegni su Maometto, ora è diventata un “fantasma” protetto dal’FBI

Non ha fatto in tempo Angela Merkel, premiando il vignettista danese Kurt Westergaard, a ricordare che la libertà d’espressione è un pilastro della democrazia, che dall’altra parte del mondo un’altra umorista, stavolta cittadina americana, era costretta a nascondersi a causa delle minacce dell’islamismo. Dopo aver proposto ironicamente di disegnare immagini del profeta islamico Maometto per stimolare il dibattito sulla libertà di parola, la vignettista Molly Norris ha dovuto nascondersi in seguito a minacce. Secondo il Seattle Weekly, giornale per cui lavora la disegnatrice, l’Fbi ha invitato Molly Norris a “sparire”. Norris ha cambiato identità e città, diventando un “fantasma”. Anwar al Awlaki, un religioso islamico di origini americane collegato ad al Qaida che si nasconde in Yemen, ha scritto che Norris è un “obiettivo primario”. Secondo Awlaki, in questi casi “la medicina prescritta dal Messaggero di Allah è l’esecuzione”. Una vera e propria fatwa, stavolta da parte di un americano contro un altro americano. Norris aveva lanciato la propria provocazione per protestare contro le minacce di violenza verso quanti avevano disegnato Maometto, una pratica ritenuta “blasfema” nella cultura islamica. L’argomento è stato al centro delle cronache cinque anni fa, quando il vignettista Westergaard scatenò una battaglia culturale, diplomatica e politica attorno alla libertà di espressione in Danimarca.

Quest’anno la serie tv South Park ha generato nuove polemiche e minacce, rappresentando Maometto in veste di orso. Il concorso “Everybody Draw Mohammad Day” (Il giorno in cui tutti disegnano Maomettò) proponeva di ospitare “rappresentazioni creative” del Profeta. L’idea di partenza del gruppo su Facebook, che ha riunito oltre centomila persone, era di “difendere la libertà di espressione” e si ispirava al lavoro della disegnatrice americana Norris. Questa, lo scorso aprile, aveva creato un fumetto contro la decisione della rete tv Comedy Central di censurare ogni riferimento a Maometto in un episodio di South Park. “I terroristi hanno minacciato i creatori di South Park, non lasciamo che i terroristi la vincano!”, aveva proclamato Norris. Gli autori di South Park, Trey Parker e Matt Stone, sono stati avvertiti che avrebbero fatto “la fine di Theo van Gogh”.

Con la fatwa di Awlaki, è la prima volta che un imam americano minaccia di morte una sua concittadina. Awlaki ha assistito, non solo spiritualmente, tre degli attentatori dell’11 settembre in una moschea della Virginia, alle porte di Washington; qualche anno più tardi è entrato in contatto con il maggiore Nalid Hasan, musulmano osservante che ha ucciso tredici colleghi nella base texana di Fort Hood. E’ anche stato il consigliere del nigeriano Farouk Abdulmutallab, che il giorno di Natale del 2009 voleva far saltare un volo Northwest diretto a Detroit. Il presidente Obama ha ordinato già l’eliminazione di Awlaki. Secondo il capo della commissione per la Sicurezza nazionale alla Camera, Jane Harman, l’imam Awlaki è “il terrorista numero uno in termini di minaccia concreta agli Stati Uniti”. A Seattle, il direttore del giornale per cui lavora la vignettista messa in fuga, Mark Fefer, comunica ai lettori del settimanale: “Avrete notato che la vignetta di Molly Norris non è sul giornale di questa settimana. Perché Molly non esiste più”.

20-9-2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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La violenza scontata

Posted by ikzus su 14 settembre 2010


Fino a qualche tempo fa – non tanto, in realtà – in Italia lo stupro era considerato un reato non contro la persona, ma contro la morale; ed era normale che il violentatore beneficiasse delle attenuanti, per il solo fatto che la vittima “non si era opposta” oppure, col suo abbigliamento o col suo contegno generale, “aveva dato ad intendere …”. Cose da pazzi, vero? Eppure questo è ciò che succede sempre, quando esplode la violenza islamica in giro per il mondo; è successo anche questa volta.

Un tipo qualunque, pastore di una delle 60.000 sette (o chiese, o denominazioni, o associazioni …) protestanti germogliate dalla Riforma, in uno sperduto paesello dell’immensa campagna americana, dichiara che brucerà pubblicamente copie del Corano per celebrare degnamente il nono anniversario dell’11/9. Apriti cielo! Il mondo trattiene il fiato; i media si scatenano; l’esercito più potente della terra (per bocca del generalissimo Petraeus) paventa le conseguenze di tale gesto; persino l’imperatore del mondo (Obama I) si sgola per impedire tale sciagura. Perché? Perché tutti immaginano, come in un film del terrore, che a tale atto di per sé ridicolo seguirà una tragedia immane – cosa che difatti si verifica, pur se l’insignificante provocatore non eseguirà l’atto blasfemo. Ad oggi si registrano 18 morti, chiese scuole e missioni date alle fiamme, folle inferocite, un presunto kamikaze fermato appena in tempo in Danimarca. Superfluo aggiungere che nessuna delle vittime aveva nulla a che fare col telepredicatore.

Sappiamo tutti che molte donne si abbigliano in maniera vistosa, si comportano in modo allettante, usano la seduzione per ottenere ciò che vogliono, e a volte provocano più o meno apertamente l’altra metà del cielo, che perlopiù non ha la forza di resistergli. Tutto ciò può giustificare la violenza sessuale? Sbagliato provocare; inaccettabile – ripeto: INACCETTABILE! – utilizzare la provocazione come scusa per operare violenza. Invece, quando si tratta di Islam, ormai il riflesso condizionato di tutti rovescia immediatamente l’assunto: sbagliata la violenza, inaccettabile la provocazione! La paura, come un veleno lento ed inesorabile, ha ormai sconvolto la nostra mente: scambiamo l’effetto con la causa, attribuiamo le colpe del carnefice alla vittima, giustifichiamo tranquillamente l’assassinio e condanniamo drasticamente la carnevalata.

Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che il gesto in sé era assolutamente censurabile, che le convinzioni religiose devono essere massimamente rispettate, che la blasfemia è un atto gravissimo indipendentemente da ogni altra considerazione. Sono daccordo; mi limito a fare due osservazioni. In primo luogo, di fatto non è stata questa l’interpretazione che si è data alla vicenda: da Obama in giù, tutti hanno detto soltanto: “Ma sei scemo? Ma non sai cosa succede se …?”. In secondo luogo, se davvero la si pensasse così, non vedo che spazio potrebbero avere gli infiniti detrattori del cristianesimo – dal ‘grande’ Dan Brown al nostro ‘modesto’ Odifreddi, per dire – che invece non solo non vengono minimamente censurati, ma al contrario hanno costruito la loro fortuna proprio sulla melma che spargono a piene mani sui credenti della religione più  diffusa al mondo.

I musulmani devono fare i conti con la violenza del Corano (e riformarlo)

Gli occhi chiusi dell’Occidente

Il Corano non brucia, le chiese sì

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

Il rogo del Corano e l’ipocrisia di Obama

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Posted by ikzus su 23 agosto 2010


Ernesto Olivero: “I rifugiati diventino italiani o tornino a casa loro”

«Devono diventare italiani, altrimenti possono anche tornarsene a casa…». Nella sua stanza al Sermig, tra icone della Vergine benedette dai Papi e appunti autografi dei potenti d’Italia, Ernesto Olivero parla dei rifugiati somali con inaspettata durezza. Ragiona e procede per esempi, come gli capita spesso. «Sa perché le sto preparando un caffè? Perché sono gentile. Ma non lo farei mai se lei pensasse che questa tazzina è un segno della mia vigliaccheria…».

Non la seguo, Olivero. Che cosa vuol dire?
«Vede, noi qui siamo stati i primi ad accogliere persone venute da altri Paesi. Con amore e senza distinzioni, perché se uno straniero viene a Torino e nessuno ha il coraggio di mandarlo via, quello straniero diventa torinese come me e lei. Ma all’inizio, quando l’Arsenale era poco più di un rudere, qui stava scoppiando il caos. E allora ci siamo detti: o lasciano perdere tutto, o cerchiamo di capire questa gente. E per capirla dobbiamo andare a casa loro. Lo abbiamo fatto, abbiamo incontrato persone illuminate che ci hanno detto: voi italiani siete presuntuosi, e non capite niente…».

Perché?
«Perché accogliamo gli arabi come se fossero i veneti che venivano a Torino negli Anni Cinquanta. Non capiamo che sono diversi, che ad esempio per loro la gentilezza è sottomissione. Che persino il gesto semplice di offrire un caffè può essere equivocato».

Sta dicendo che con gli immigrati islamici bisogna essere duri per principio? Proprio lei?
«Sì. Proprio io che ospito centinaia di persone ogni giorno dico che accogliere non basta. Bisogna fissare le regole: dobbiamo comprendere queste persone, e spiegare che l’Occidente sarà in decadenza ma qualche passo lo ha fatto. Bisogna far capire che chi viene qui deve adeguarsi alla nostra Costituzione, o andarsene».

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Posted by ikzus su 20 luglio 2010


“L’inganno. Vittime del multiculturalismo” di Souad Sbai

Il problema  è filosofico, prima ancora che ideologico. Da una parte, quel complesso di principi di galateo della convivenza politica contemporanea, che è venuto di moda definire “politically correct”, ha stabilito che la donna deve essere considerata su un piano di perfetta parità con l’uomo. Dall’altra, lo stesso principio del politically correct impone un rispetto altrettanto assoluto per la cultura dei popoli non occidentali: e questo si chiama invece multiculturalismo. Ma che succede, se questa cultura non occidentale da rispettare produce comportamenti non rispettosi della donna? La poligamia; l’escissione; l’infibulazione; il diritto di vita, morte e percosse attribuito a padri, mariti e addirittura fratelli e figli; l’obbligo del velo; la reclusione in casa… In qualche modo, si torna all’origine stessa del pensiero occidentale, quando i tragici greci si interrogavano su cosa fare di fronte a due norme in conflitto tra di loro: la legge dello stato contro la legge degli dei in “Antigone”; l’obbligo di vendicare il padre su una madre uxoricida e quello di rispettare la madre nell’“Orestea”… In verità, si potrebbero stabilire molti altri fronti di conflitto tra il dogma multiculturalista e altri capisaldi del politically correct: dal riconoscimento dell’omosessualità all’interdetto per pena di morte e punizioni corporali. La marocchina Souad Sbai, giornalista e attivista sui temi dell’immigrazione, cittadina italiana dal 1981 e deputata per il Pdl dal 2006, è però soprattutto una femminista. Souad Sbai è una donna che “si batte per una politica dei lumi e, contro l’oscurantismo dell’islam più estremista, si appella alla ragione”, spiega Gaetano Quagliariello nella prefazione. E’ una donna islamica che per anni ha combattuto in favore dell’emancipazione e dei diritti delle donne islamiche, e che, con questo dolente pamphlet, non denuncia solo i nomi e le storie delle troppe “Antigoni” immigrate, e appunto “vittime del multiculturalismo”. Vittime come Hina Saleem, pachistana di Brescia decapitata e sepolta in giardino dal padre “perché si comportava da cristiana”; come Bouchra, marocchina di Verona uccisa a coltellate dal marito perché rifiutava di portare il velo; come Fouzia, egiziana di Milano strangolata dal marito davanti alla figlia di tre anni e poi abbandonata in un giardino pubblico perché seguiva uno stile di vita occidentale; come Fatima Saamali, marocchina di Aosta uccisa dal marito per averne denunciato i maltrattamenti alla polizia…

Per Souad Sbai, il problema è anche quello che una volta veniva definito “il tradimento dei chierici”. E qui dice molto la testimonianza, riportata nel libro, dell’avvocato Loredana Gemelli, parte civile a processo per l’omicidio di Hina Saleem: “Credevo che Hina sarebbe diventata un simbolo per le donne italiane. Invece no: su questa storia, tanto drammatica e assurda, è scattato il meccanismo della ‘falsa coscienza’, secondo il quale, se viene implicato un extracomunitario, in nome dell’integrazione, nulla viene mai criticato e tutto viene invece permesso! Si mette in atto un silenzio complice pur di non apparire razzisti. Del resto il silenzio delle femministe su Hina non è un caso isolato: è successo anche in Germania con l’avvocatessa turca Seyan Hates, picchiata, accoltellata, ferita a colpi di pistola, solo per aver difeso donne islamiche. Ha smesso di esercitare la professione a causa delle minacce ricevute. Anche la sottoscritta, alla lettura della sentenza per il processo di Hina Saleem, che confermava la pena di trent’anni per il padre, è stata minacciata di morte addirittura dalla madre della vittima. Le femministe sono rimaste zitte”.

19 luglio 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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