ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Archive for the ‘famiglia’ Category

Posted by ikzus su 30 ottobre 2015


Kasper contro Ratzinger, la disputa che non finisce mai

Francesco l’ha rinfocolata e il sinodo non l’ha risolta.
Nei paragrafi sui divorziati risposati la parola “comunione” non c’è. Ma il papa potrebbe introdurla lui, d’autorità

di Sandro Magister

ROMA, 30 ottobre 2015 – Era palpabile l’insoddisfazione di papa Francesco per come il sinodo è andato a finire. Nel discorso e nell’omelia di chiusura se l’è presa ancora una volta con l'”ermeneutica cospirativa”, con l’arida “fede da tabella”, con chi vuole “sedersi sulla cattedra di Mosè per giudicare con superiorità i casi difficili e le famiglie ferite”:

> Discorso del 24 ottobre

> Omelia del 25 ottobre

Eppure il documento finale, approvato sabato 24 ottobre, è tutto un’inno alla misericordia, dalla prima all’ultima riga:

> Relazione finale del sinodo dei vescovi

Solo che non c’è nemmeno una parola, in questo documento, che schiodi la dottrina e la disciplina della Chiesa cattolica da quel “no” alla comunione per i divorziati risposati che era il vero muro da abbattere nel disegno dei novatori, il varco che avrebbe portato dritto all’ammissione del divorzio e delle seconde nozze.

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Posted by ikzus su 15 giugno 2015


Da Dublino a Roma. Manuale per il perfetto matrimonio omosex

irlanda

Il referendum per le nozze omosessuali nell’Irlanda una volta cattolica ha dato un colpo d’acceleratore anche in Italia alla marcia verso una legge sulla “civil partnership” tra persone dello stesso sesso.

Il fatto che il governo in carica in Italia sia zeppo di cattolici praticanti, a cominciare dal suo capo Matteo Renzi, non sembra frapporre ostacoli al procedere inesorabile dell’operazione. È cattolico conclamato anche il sindaco di Roma Ignazio Marino – ieri amico del cardinale Carlo Maria Martini e oggi in rapporti cordiali col suo confratello gesuita divenuto papa – che già si esercita benedicendo in Campidoglio le avanguardie delle coppie omosessuali in cerca di sigillo pubblico alla propria unione.

Né sembra minimamente impensierire i fautori, anche cattolici, della nuova legge l’opposizione delle gerarchie della Chiesa. Lo stesso papa Francesco ha tuonato più volte contro le nozze gay, ma è come se parli al vento. “Non pervenuto”, si direbbe, a vedere come la grande stampa oscura ogni volta queste sue parole.

L’unica precauzione dei fautori della legge è quella di non chiamare l’unione “matrimonio”, pur avendone i connotati. Il modello a cui si richiamano è quello tedesco dell’Eingetragene Lebensgemeinschaft, in vigore in Germania dal 2001.

Niente matrimonio, dunque, a parole, ma solo parità di diritti per le coppie omosessuali, descritte come ancora ingiustamente prive di tutte le facoltà riconosciute alle coppie sposate.

Il fatto è che di quasi tutte queste facoltà già godono in Italia non solo le coppie sposate, ma anche i conviventi.

Luciano Moia, su “Avvenire” di qualche giorno fa, ne ha fornito il preciso inventario:

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Si vuole trasformare la scuola in “campi di rieducazione”? I genitori non si facciano intimidire

Posted by alagna su 27 marzo 2014


Di seguito riportiamo la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al Consiglio episcopale permanente in corso a Roma. In uno dei suoi passaggi più significativi, l’arcivescovo di Genova ha parlato delle recenti polemiche sulla cosiddetta ideologia di genere e della sua introduzione nelle scuole.

Bagnasco ha usato queste parole: «In questa logica distorta e ideologica, si innesta la recente iniziativa – variamente attribuita – di tre volumetti dal titolo “Educare alla diversità a scuola”, che sono approdati nelle scuole italiane, destinati alle scuole primarie e alle secondarie di primo e secondo grado. In teoria le tre guide hanno lo scopo di sconfiggere bullismo e discriminazione – cosa giusta –, in realtà mirano a “istillare” (è questo il termine usato) nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre… parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte. È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza se si vuol fare della scuola dei “campi di rieducazione”, di “indottrinamento”. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati? Si è chiesto a loro non solo il parere ma anche l’esplicita autorizzazione? I figli non sono materiale da esperimento in mano di nessuno, neppure di tecnici o di cosiddetti esperti. I genitori non si facciano intimidire, hanno il diritto di reagire con determinazione e chiarezza: non c’è autorità che tenga».

Da Tempi

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Roma, un quoziente per nuove tariffe a misura di famiglia

Posted by alagna su 5 agosto 2012


Politica
4 agosto 2012

inShare
FISCO
Roma, un quoziente per nuove
tariffe a misura di famiglia
Il Comune di Roma viene incontro alle necessità delle famiglie con figli, introducendo un nuovo “quoziente” per il calcolo delle tariffe. La novità principale riguarda la Tia, la Tariffa igiene ambientale (la cosiddetta tassa rifiuti), che, grazie all’introduzione di questo nuovo sistema di calcolo, approvato dal Consiglio comunale, sarà completamente azzerata per circa 90mila nuclei familiari della capitale.

Il “quoziente Roma” prevede un investimento di 27 milioni di euro e una serie di correzioni al metodo di calcolo dell’Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente. In particolare, è tenuta in considerazione la numerosità del nucleo familiare e l’età dei figli (fino a 25 anni). La differenza è che, mentre la scala di equivalenza dell’Isee assegna un “peso” decrescente all’aumentare del numero dei figli, il “quoziente Roma” fa esattamente il contrario, aumentando il valore all’incremento dei componenti il nucleo familiare.

Un secondo fattore tenuto in considerazione è relativo alle condizioni di temporanea difficoltà economica della famiglia, per la presenza di membri disoccupati o inoccupati. Infine, per il calcolo delle tariffe sono considerati anche gli oneri sostenuti per la cura e l’assistenza di persone disabili, o con una invalidità superiore al 66%.

Per poter ottenere l’esenzione totale della Tia, la famiglia dovrà presentare un indicatore equivalente inferiore ai 6.500 euro. L’esempio potrebbe essere quello di un nucleo composto da padre lavoratore, madre casalinga e due figli minori di 25 anni. Questa famiglia ha un reddito di 19.942 euro e la proprietà di un trilocale di 100 metri in zona semiperiferica, con una rendita catastale di 895,76 euro e un mutuo residuo di 100mila euro. Con l’indicatore Isee tradizionale non sarebbe esentata dalla Tia perché avrebbe un reddito equivalente di 8.106,50 euro. Invece, con l’applicazione del “quoziente Roma”, che assegna un “valore” maggiore ai figli, il reddito equivalente è di 6.080 euro e, quindi, scatta l’esenzione.

Inoltre, il Comune di Roma ha confermato le tariffe degli asili nido e delle scuole dell’infanzia. In media le famiglie spendono 146 euro, che è la cifra più bassa tra le grandi città (Milano 232 euro, Torino 394 euro, Firenze 353 euro). Inoltre, le famiglie con tre o più figli minorenni sono esenti dal pagamento della quota del nido a prescindere dal reddito.

Tariffe contenute anche per il servizio di ristorazione scolastica, con l’esenzione totale per i redditi Isee fino a 5.165 euro. In media, la tariffa varia da un minimo di 30 a un massimo di 80 euro mensili (Milano 61 euro, Napoli 68 euro, Firenze 98 euro, Genova 130 euro e Torino 124 euro). Inoltre, per l’85,6% degli utenti, con un reddito Isee fino a 30mila euro, l’incremento del costo del servizio è stato contenuto in 13,76 euro al mese, mentre sono previsti sconti, in base al numero di figli, per i nuclei con reddito Isee inferiore ai 25mila euro.

«Finalmente una scelta amministrativa concreta a favore delle famiglie, e soprattutto di quelle numerose, in concreta applicazione dell’articolo 31 della Costituzione, troppo dimenticato in questi anni – ha commentato il presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari, Francesco Belletti –. Forse è tempo che il livello nazionale accetti di apprendere dalle buone pratiche da quei Comuni che, in assenza di politiche familiari nazionali degne di questo nome, investono sulle famiglie e sulle nuove generazioni, impegnando risorse concrete nel bilancio comunale, costruendo così il futuro non solo della propria città, ma dell’intero Paese».

Paolo Ferrario
Da L’Avvenire del 4 agosto 2012

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La paura e l’amore

Posted by alagna su 2 agosto 2012


Proprio in questi giorni è stato inaugurato a Roma il centro “Exit”, nato dalla collaborazione di neonatologi e ostetrici del Policlinico Gemelli e del Bambino Gesù. Exit è la sigla che indica una tecnica con cui i medici intervengono sul feto (l’exit viene eseguita quando il feto ancora riceve sangue dalla mamma attraverso la placenta) poco prima della nascita effettiva per favorire la cura di certe patologie congenite, e che già in alcuni Paesi è impiegata con successo. È un’ottima notizia, perché la Exit e le varie forme di chirurgia fetale non solo mostrano il bimbo non ancora nato come paziente – dunque è culturalmente un passo importante –, ma anche perché realmente, con grande soddisfazione delle famiglie, riesce a salvare delle piccole vite che potrebbero avere un destino triste.
Ottima notizia, anche perché invece sembra che le risorse (e l’attenzione dei media) in ambito prenatale siano indirizzate in stragrande parte verso la diagnostica prenatale genetica. Entra per esempio in commercio in questi giorni in Svizzera l’ennesimo test per individuare prima della nascita chi è Down e chi non lo è. Non ne sentivamo la mancanza, anche perché sistemi per individuare i bimbi Down non mancano. Certo, ci sono mamme ansiose per le quali avere conferma che il figlio non è malato serve a rasserenarsi; ma quanti padri e madri usano test genetici prenatali nell’ottica quasi routinaria di abortire se il figlio non è “conforme”? Si moltiplicano i test genetici prenatali; e salta all’occhio l’impiego di risorse su risorse per questo scopo, mentre invece in molti Paesi le associazioni di persone con disabilità varie lamentano tagli su tagli negli stanziamenti sociali e nella ricerca per aiutare chi è malato, chi ha malattie rare, chi ha familiari portatori di handicap. Anche chi sostiene la liceità dell’aborto trova difficile a questo punto sostenere che l’aborto sia una scelta libera: quale libertà può esserci se l’alternativa di “tenere” il bambino non solo non trova un sostegno economico, ma neanche culturale o sociale? Eppure la medicina non ha difficoltà a riconoscere che il feto è un paziente e va curato; e probabilmente se questi sforzi e questa consapevolezza venissero assecondati, tutta la società ne trarrebbe vantaggio.

Il problema che ci dovremmo porre, viste queste notizie, è duplice. Riguarda in primo luogo l’allocazione delle risorse e quanto sarebbe auspicabile che gli Stati dedicassero più attenzione alle cure che all’alba della vita favoriscono la vita stessa, come fa il nuovo centro di terapia fetale romano. Il secondo punto riguarda la cultura che si respira in occidente riguardo la vita prenatale. È una cultura che unisce disinformazione, paura e abbandono che mischiati senza cura stuzzicano la parte emotiva dei futuri genitori. Ma la paura dovrebbe essere combattuta culturalmente da una società che mostri con i suoi strumenti potenti di non classificare i cittadini in categorie a seconda della malattia; mentre l’abbandono di chi ha maggiormente bisogno non è accettabile in un mondo che si dice moderno ed evoluto.

Che segnale forte sarebbe, allora, introdurre un percorso virtuoso di diagnostica prenatale in tutti gli ospedali e in tutti gli ambulatori europei, per il quale alla diagnosi di una malattia genetica fetale la famiglia venisse indirizzata automaticamente verso chi la cura prima e dopo la nascita e allo specialista della malattia in questione; e se i genitori volessero, anche verso chi questa malattia già la vive nella sua famiglia, per uscire dall’emotività e trovare una strada al desiderio di vita e di amore. Se poi si capisse che c’è tanta gente che semplicemente vuole più aiuto per accogliere più figli, e si indirizzassero lì le risorse, saremmo davvero sulla strada giusta.

Carlo Bellieni
Su L’Avvenire del 2 Agosto 2012

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Le radici del disagio

Posted by alagna su 21 luglio 2012


E’ tempo di capire e di agire

Tre milioni e 400mila famiglie in povertà assoluta, otto milioni e 100mila in po­vertà relativa. In percentuale sono il 5,2% le une, l’11,1% le altre, le prime in netto au­mento rispetto al 4,6% del 2010, le seconde cresciute di uno 0,1 appena. Ma le stime me­die, per quanto già di per sé preoccupanti, non rendono la complessità di un Paese che è ormai attraversato da faglie profonde e che rischia ogni giorno di più di lacerarsi.Sono almeno due, infatti, le direttrici sulle quali ci stiamo dividendo: i giovani e le fa­miglie con figli. Con un terzo elemento che si innesta in maniera trasversale e rende più forte ogni differenza: la sofferente realtà del Mezzogiorno. Oltre che per i nuclei con ge­nitori operai o che perdono il lavoro, infat­ti, colpisce il deciso peggioramento della condizione dei giovani. L’incidenza della po­vertà relativa nelle persone con meno di 34 anni passa dal 10,2 al 10,8%; mentre la po­vertà assoluta cresce addirittura di un pun­to dal 4,3 al 5,3%. Siamo ormai assai vicini al valore che caratterizza la popolazione an­ziana (6%), tradizionalmente la più fragile, quella con meno opportunità.

Ma è in particolare il numero dei compo­nenti la famiglia, l’avere figli, che oggi rap­presenta uno dei maggiori fattori di rischio. Le cifre sono impressionanti: con un solo componente la media della povertà relati­va in Italia è il 6,7%, sale al 9,4% per la cop­pia, cresce all’11,7% con un figlio, si impen­na al 15,6% con due bambini e si innalza fi­no al 28,5% quando i figli sono tre o più. Già con tre bambini – non con una nidiata di u­na dozzina – in quasi un terzo dei casi si ri­schia di cadere in povertà relativa. Se poi si risiede nel Mezzogiorno, dove le opportunità di lavoro sono più scarse e i servizi pubbli­ci carenti, le cifre si esasperano per tutte le categorie e diventano drammatiche per le famiglie, con una progressione che va dal 22,8% di povertà relativa per chi ha un solo figlio, fino al 50,6% per chi ha tre o più figli minorenni.

Questo è il Paese che si sta lacerando. Nel quale l’essere giovane sembra una condan­na da scontare, sperando che ‘passi’ presto. E desiderare di avere tre figli risulta un az­zardo, peggio un’imprudenza imperdona­bile, tanto è alta la possibilità di finire in mi­seria: addirittura una su due al Sud. Ma un Paese così non è solo diviso, slabbrato. È sen­za futuro, perché togliendo speranza all’og­gi non costruisce alcun domani, mortifica qualsiasi entusiasmo. Invecchia e alla fine marcisce in se stesso.

E allora oggi non possiamo limitarci a com­pulsare i valori dello spread dei Btp e non ve­dere che nella nostra società stanno allar­gandosi altre differenze sociali. Non possia­mo continuare a ripetere slogan sui giova­ni, senza predisporre un vero piano per la lo­ro occupazione. Non possiamo pensare di far sempre conto sulle famiglie – che aiu­tandosi fra i diversi componenti riescono bene o male a coprire tutte le necessità e con i loro risparmi privati salvano pure l’I­talia dal default – e poi disconoscere quegli stessi legami quando si tratta di far pagare loro le imposte. Perciò chiediamo da anni un sistema fiscale che riconosca concreta­mente – tramite l’applicazione di un quo­ziente o meglio di un ‘fattore famiglia’ – i diversi pesi di cui una famiglia deve farsi ca­rico nel crescere i figli. Perché possa essere messa nelle condizioni adatte per compie­re il primo e più decisivo investimento so­ciale per un Paese: mettere al mondo ed e­ducare i cittadini di domani. Un’operazio­ne di equità, lungimirante, un’assicurazio­ne contro il rischio, che deve poi essere ac­compagnata e completata con un interven­to specifico per le situazioni di povertà più grave.

La crisi che rende tutto più incerto, la fragi­lità dei conti pubblici non esimono dal met­tere mano a una riforma fiscale, a investi­menti a favore delle famiglie e dei soggetti più deboli. Anzi, minori sono le risorse di­sponibili meglio vanno mirate, più forti e decise devono essere le scelte. Anche spo­stando l’imposizione dal lavoro alla rendi­ta finanziaria, rivedendo vecchie agevola­zioni e rafforzandone di nuove. La povertà cresce, le famiglie si assottigliano e s’inde­boliscono: il governo e la politica non pos­sono più sottrarsi a questa responsabilità.

Francesco Riccardi

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Posted by ikzus su 22 gennaio 2012


TRANSAUSTRALIANA

di Rino Camilleri

Non è la prima volta che gli assorbenti femminili suscitano putiferi. Al tempo dei gloriosi Beatles, John Lennon, in un pub, se ne mise uno sulla testa e poi chiese alla cameriera: «Sai chi sono?». E quella rispose: «Sì, una testa di c…!». Al che il Lennon si infuriò e rovesciò il tavolo. Dovettero intervenire il proprietario e gli altri camerieri per sedare il tumulto. Quello usato dal Beatle, suppongo, era un assorbente britannico. La maledizione degli assorbenti, però, deve serpeggiare in tutto il Commonwealth, dato quel che ho letto sul Corsera.it in data 3 gennaio 2012 (a firma di Francesco Tortora).

Il fatto è questo: gli assorbenti australiani Libra sono stati pubblicizzati in uno spot in cui si vedono due bionde, una naturale e una trans, nella ritirata di una discoteca. Si suppone che si tratti della toilette pour dames. Forse l’agenzia pubblicitaria non ha voluto approfondire questo particolare perché già di suo suscettibile di bagarre. Ricordate quando un incidente del genere (anzi, del gender) capitò al Parlamento italiano? Il deputato/a Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria, pretendeva di usare il cesso delle femmine e la collega Mara Carfagna si opponeva. Non so come la querelle sia stata appianata: forse adesso la Camera ha variato i tipi di wc, adeguandosi alle nuove realtà lgbtc. Uno per ogni gender, così non litiga nessuno. E pure uno alla turca per rispetto all’islam.

Ma torniamo allo spot della Libra. Libra, in latino, significa Bilancia anche nel senso zodiacale. Sarebbe, questo, il segno della mediazione, ma nel nostro caso si è rivelato zizzanico. Nel breve filmato, le due bionde fanno a gara di femminilità: io mi trucco gli occhi, e io me li trucco più di te; io mi assesto le poppe, e io ce le ho più grosse delle tue. Insomma, roba così. Alla fine, la biondina-vera cala l’atout e tira fuori l’assorbente: marameo, io ho le mestruazioni e tu no.

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Niente ci è estraneo

Posted by alagna su 24 dicembre 2011


La bellezza è sempre stato affare da Greci. Un canone perfetto in cui la proporzione e l’armonia delle parti, il peso e il contrappe­so sono perfettamente bilanciati, l’occhio ri­posa perché trova l’ordine per cui è stato fat­to. Ecco, questa bellezza non c’entra con un bambino. Lui è come tutti gli altri bambini: ar­monia e proporzione chissà, forse verranno. Per ora è solo piccolo, ha pochi capelli, fa la cacca, rigurgita e piange.

La bellezza non è af­fare da gente nata nei paesini della Palestina. La bellezza è affare di scultori capaci di tra­sformare persino il vento in pietra, di pittori che sanno i colori di ciò che non si vede. La bel­lezza è artificio e perfezione. Non ha odore. Non è certo affare da falegnami e casalinghe, la bellezza. Non ha niente a che vedere con la vita quotidiana, la bellezza. Con i pannolini, le pappe, i pianti, le veglie e qualche sorriso non si sa ancora bene lanciato a chi.
La bellezza è affare degli dei: loro sì che man­giano nettare e ambrosia, non si feriscono mai, fanno quello che vogliono. Sono bellissimi e fortissimi. Hanno braccia bianche, le dee, e riccioli belli. Scuotono i cieli, gli dei, e li attra­versano in un soffio. Altro che carne pesante. Non è certo affare di bambini la bellezza. Gli dei non sono mai stati bambini deboli e tan­to normali da sembrare bambini qualsiasi di una coppia di poveracci, con lei incinta non si sa bene di chi. La bellezza è affare da eroi, da kaloikaiagathoi , tanto belli quanto perfet­ti: gente invincibile, non fosse per il tallone, ca­pace di ogni fatica, dal piè veloce e dalle men­te poliedrica. Sono nati maturi questi, non so­no mai stati bambini, quasi se ne vergogna­no. E se sono stati bambini erano dei prodigi che appena nati già stritolavano serpenti.

La bellezza non riguarda i bambini ignoti di una periferia riottosa e cavillosa dell’Impero. Non riguarda bambini che devono imparare a gattonare, camminare, leggere e usare le buone maniere. Forse li sfiora la bellezza, per­ché ogni bambino è a suo modo bello, so­prattutto quando sorride o stringe la mano at­torno a un dito, ma quella non è una bellezza imperitura. Quella è la vita quotidiana e non c’entra molto con la bellezza. La bellezza è affare straordinario, non c’entra niente con la noia quotidiana di una famiglia qualsiasi, dopo una settimana dalla nascita del pupo. Finiti i festeggiamenti cominciano le occhiaie. No, non c’è bellezza nella vita quo­tidiana, lì tutto è uguale, monotono. Ogni tan­to, sì, balugina uno squarcio di bellezza ma, come sempre è stato e sarà, è strappata al ca­so, passeggera e per questo impregnata della malinconia di ciò che non è stabile, che non è mai tutto qui, adesso, per me. Nella vita quotidiana tutto invece finisce col rovinarsi, col rompersi, col non durare in­somma. Per questo ci vuole quella bellezza da Greci, sinonimo di un per sempre perfetto e luminoso.

Solo l’amore è un po’ così. Se non ci fosse quel­lo non mi alzerei la mattina. L’amore per un libro, un paesaggio, un amico, una donna, u­na madre. È l’unica cosa quotidiana che non finisca con l’annoiarmi. Ma anche quello spes­so si rompe e ‘che fatica rimetterlo a posto!’. Quando la trovo, quella bellezza, mi ci ag­grappo come la cozza allo scoglio e la piovra alla sua preda, perché non scappi troppo pre­sto, per lasciare solo un ricordo dolce-amaro. Ma quel Bambino? È l’amore in persona? L’a­more fatto persona? L’amore fatto limite e quo­tidianità? Non può essere. Se fosse vero, un’al­tra bellezza sarebbe entrata nel mondo, nel silenzio, quasi senz’arte. Tutto diverrebbe im­provvisamente bello: i pannolini, le pappe, le veglie, i sorrisi e le lacrime. Tutto diverrebbe improvvisamente divino, perché non c’è nien­te di umano che quel bambino non debba fa­re: è un uomo e non c’è niente di umano che gli sia estraneo.

Questa è la notizia. Se è così, c’è per me una bellezza che non si rovina, che non si rompe, che non c’entra con il nettare e l’ambrosia, con la proporzione e l’armonia, ma c’entra con la vita quotidiana, con il sudore, i capelli, la pelle, le mani screpolate, la fatica, lo sco­raggiamento, la tristezza, la paura, il falli­mento, il sangue, il freddo e il sonno. Una bel­lezza senza perfezione. Una bellezza che c’en­tra con tutto, perché tutto ha attraversato. U­na bellezza fecondata da limiti e sproporzio­ni, per partorire ciò che non passa. Io questa bellezza cerco. Questa bellezza nasce per me. In una stalla.

Alessandro D’Avenia

da L’Avvenire del 23 Dicembre 2011

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Posted by ikzus su 8 novembre 2011


La trasformazione di una donna libera in una ladra di preservativi

 di Annalena Benini

Come può una donna forte, appassionata, libera, colta, realizzata, trasformarsi di notte in una ladra? Non di gioielli, non di banconote, ma di contenuto di preservativi usati. Succede, è successo, e Liz Jones, stella del giornalismo britannico, ex direttrice di Marie Claire, ora cinquantenne senza figli, l’ha confessato fin nei dettagli sul Daily Mail, con un articolo pieno di dolore e di rabbia: è la corsa segreta alla maternità, quando non si ha più vent’anni né trenta, quando non si credeva che all’improvviso sarebbe esplosa una bomba nel cervello.

“Volevo una carriera, la libertà, una casa carina e restare magra. Come femminista, guardavo dall’alto in basso le mamme”. Fino al giorno in cui niente diventa più importante che restare incinta, con o senza le stelline negli occhi del fidanzato, marito, amante, tizio che dorme lì accanto e che deve per forza servire almeno a quello (nel caso specifico, il tizio si era piazzato a casa di Liz Jones, scrive lei, più per potere andare al lavoro a piedi che per grande amore, ed era parecchio sospettoso sul fatto che lei prendesse davvero la pillola. “Non mi fido di te”, le aveva detto, bofonchiando qualcosa sulle donne che dichiarano di volere una carriera ma sotto sotto vogliono una famiglia. Il tizio era pigro ma non scemo). Quando l’idea degli ovuli che si perdono per strada diventa un’ossessione, si può fare qualunque cosa, scrive Liz Jones.

“Poiché lui non voleva darmi quel che volevo, decisi di prendermelo. Pensai che potevo rubargli lo sperma durante la notte. Pensai anche che era un mio diritto, dato dal fatto che lui viveva con me e che gli compravo molti pasti pronti”. Così una notte, dopo l’amore (o il sesso, o la preparazione della rapina), lei prese il preservativo usato e si chiuse in bagno. “Feci quello che dovevo fare”. Liz Jones però non rimase incinta, lasciò in fretta quell’essere inutilizzabile e si sposò con un altro, che però aveva quattordici anni meno di lei e nessuna intenzione di fare un figlio. “Ma io non ascoltavo. Tutto quel che sentivo era il mio orologio biologico che ticchettava”.

I suoi tentativi di fare la ladra di sperma si infransero di nuovo contro la realtà. Nessuna gravidanza, molto dolore, troppi inganni (“Nessuno dei miei uomini ha mai saputo nulla dei miei sotterfugi. Immagino che adesso, leggendo, si infurieranno”). Molte amiche di Liz invece sono riuscite a rimanere incinte con dolo (prendo la pillola, sono sterile, il mio personaggio storico preferito è Erode, colleziono preservativi usati). Così adesso, la morale non troppo allegra di questa piccola storia la spiega Liz Jones stessa agli uomini: se una donna fra i trenta e i quaranta scompare immediatamente dopo il sesso, mettete in moto il cervello.

5 novembre 2011 – ©  FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 25 agosto 2011


SABATO 3 SETTEMBRE 2011 ALLE 20,30 – APPUNTAMENTO SPECIALE DELL’UNIVERSITÀ DEL DIALOGO 

La famiglia: dai problemi le opportunità

Cari amici,

sabato 3 settembre è in programma un incontro speciale dell’Università del Dialogo dal tema: “La famiglia: dai problemi le opportunità” con Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, relatore della serata che si confronterà con i presenti sul tema, presenti che in questa occasione speciale dell’Università del Dialogo comprenderanno le famiglie da tutta Italia che dal 1 al 4 settembre parteciperanno alla settimana di formazione promossa dall’Arsenale della Pace di Torino.
L’iniziativa rientra nella proposta permanente del Sermig, che durante l’estate ha già accolto migliaia di giovani, arrivati all’Arsenale per settimane di riflessione e di servizio. Lo stesso stile che vivranno le famiglie.

L’incontro si svolgerà dalle ore 20,30 alle 22 
e sarà trasmesso in diretta streaming sul sitowww.giovanipace.org in modo che anche gli amici lontani possano partecipare insieme a noi a queste occasioni di formazione e crescita.

L’Università del Dialogo è uno spazio di confronto promosso dal Sermig, per guardare in faccia i problemi del nostro tempo e cercare di percorrere strade di speranza. Inaugurata in Vaticano il 31 gennaio del 2004 da papa Giovanni Paolo II, negli ultimi anni ha accolto testimoni di ogni orientamento, della cultura e dei media, dell’economia e della politica, della solidarietà e dell’arte.

La sessione 2011-2012 entrerà nel vivo ad ottobre, con appuntamenti a cadenza mensile sul tema “E’ possibile. Giovani e adulti riparatori di brecce”. 

Per info:
Segreteria Sermig   011-4368566
sermig@sermig.org   www.unidialogo.sermig.org

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Un anno un soffio

Posted by alagna su 29 aprile 2011


Oggi sarebbe un bambino di un anno. Lo avrebbe compiuto proprio il giorno di Pasqua, se la sua vita non fosse stata considerata un “errore”, una svista, un increscioso incidente. Perché Angelo, venuto al mondo il 24 aprile di un anno fa, non era un neonato, era un aborto. Eppure, nato per “caso”, piangeva e sgambettava come gli altri, almeno finché ha avuto fiato.

Accadeva all’ospedale di Rossano Calabro, dove Maria (nome d’invenzione) si era recata a interrompere una gravidanza già molto avanzata, troppo perfino per la legge 194, secondo la quale dopo tre mesi l’aborto è vietato a meno che per la madre non sussista un pericolo di morte o nel suo bambino non vi siano anomalie tali da costituire «un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna». Se poi il feto è già così formato da poter avere vita autonoma, come ormai era Angelo, la legge restringe ancora più il campo: niente aborto se la madre non è in gravissimo pericolo di vita. E comunque dopo l’intervento quel bambino-a-tutti-gli-effetti va salvato.

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Niente adozioni per i genitori cristiani inglesi

Posted by alagna su 13 marzo 2011


L’Alta Corte di Giustizia d’Inghilterra e Galles ha emesso una sentenza in base alla quale a una coppia di coniugi cristiani, appartenente alla comunità pentecostale, è stato confermato il divieto di affidamento di bambini a causa dei loro principi morali in materia di educazione sessuale e omosessualità. L’Alta Corte ha di fatto stabilito che i principi morali basati sulla fede dei coniugi sono «ostili» per l’educazione dei bambini. I coniugi, Owen e Eunice Johns, in particolare, avrebbero espresso – secondo quanto stabilito dalla Royal Courts of Justice – opinioni contrarie all’omosessualità, violando per questo il rispetto dell’«Equality Act» 2010 (la legge che punisce discriminazioni sulla base del sesso) che condensa una serie di normative che tutelano i diritti degli omosessuali. La legislazione in materia, risalente al 1965, si era infatti notevolmente arricchita nel tempo anche in attuazione di alcune direttive europee. Leggi il seguito di questo post »

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Adozioni ai single

Posted by alagna su 17 febbraio 2011


Ancora una volta la magistratura vuole sostituirsi al Parlamento

Questa volta è la Corte di Cassazione: prosegue purtroppo l’usanza della magistratura di cercare di sostituirsi agli organi politici per fare e promuovere le leggi, invece che limitarsi a fare il proprio dovere, cioè applicare le leggi e i provvedimenti scritti da chi ha l’autorità per farlo, cioè gli organi politici eletti dai cittadini. A poche settimane dall’incredibile messa in discussione del divieto di fecondazione assistita eterologa, espressamente vietata dalla Legge 40/2004, questa volta la Corte di Cassazione con una sentenza invita a fare una legge che permetta l’adozione dei single (…e magari poi alle coppie gay). Qui di seguito il comunicato stampa del Forum delle Associazioni Familiari.

ADOZIONE. PRIORITARIO IL DIRITTO DEL BAMBINO DI AVERE UN PADRE ED UNA MADRE«I casi eccezionali, già oggi previsti dalla legge, che consentono l’adozione di minori da parte di adulti single devono restare, appunto, delle eccezioni, e non diventare un improprio grimaldello per reclamare un’allargamento delle maglie della legislazione». Così commenta Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, la pronuncia della Corte di Cassazione, che invita il legislatore a “provvedere ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di un minore da parte di una persona singola”.
In Italia, ricorda Belletti, «c’è una grande abbondanza di coppie che hanno intrapreso la via dell’adozione. Molte di più di quante siano le concrete possibilità di completare le procedure di adozione un bambino, in Italia o all’estero.
«Con l’adozione si vuole restituire una genitorialità piena, con un papà e una mamma, a bambini già duramente provati dalla vita e che hanno il diritto di crescere ed essere educati in una famiglia. Il diritto del bambino deve essere messo al primo posto rispetto al desiderio degli aspiranti genitori.
«I bisogni di un bambino senza famiglia esigono le migliori condizioni possibili. Alla società spetta di garantire queste condizioni e certamente la presenza stabile di un padre e di una madre è fattore fondamentale per il futuro benessere di quel bambino. In situazioni particolari – in quei casi speciali che già la nostra legislazione ammette – si può riconoscere l’adozione di single, ma queste situazioni sono e devono rimanere “speciali”. Il diritto generale» conclude Belletti «deve puntare a dare al minore un padre ed una madre che si curino di lui».

da Onde Nuove

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Quoziente familiare: Milano apre al “modello Parma”

Posted by alagna su 17 febbraio 2011


Il ‘modello Parma’ ap­proda a Milano: ieri il Consiglio comunale ha approvato (opposizione e maggioranza d’accordo) l’e­mendamento, presentato dal consigliere del Pd, Andrea Fanzago, che prevede l’ado­zione del ‘quoziente familia­re’, già ampiamente speri­mentato nella città emiliana. Per i prossimi tre anni (il do­cumento approvato contem­pla il triennio 2011–2013) Mi­lano adotterà progressiva­mente il modello che proteg­ge le famiglie numerose e con più figli con la rimodulazione delle tariffe per l’accesso ai servizi comu­nali. 

«Ma chiamar­lo modello Parma è ridut­tivo – ci tiene a precisare l’as­sessore alle politiche so­ciali e alla fa­miglia del Co­mune di Milano, Mariolina Moioli – già dal 2011 mettere­mo in atto studi di fattibilità per poter effettuare la rimo­dulazione delle tariffe anche per le utenze gas, luce e ac­qua e non solo quelle per l’ac­cesso ai servizi sociali». Per questi, infatti, il Comune di Milano prevede già tariffe ‘a misura di famiglia’, con particolare ri­guardo a quelle più nu­merose. Ridu­zioni speciali per quanto ri­guarda, ad e­sempio, le i­scrizioni al ni­do e alla ma­terna, il bo­nus libri e la priorità per due fratellini di poter accedere al­la stessa scuola, la più vicina a casa, sono già in atto nel ca­poluogo lombardo. Il ‘mo­dello Parma’ (così chiamato perché per la prima volta a­dottato nella città Ducale nel 2009) contribuisce inoltre a rafforzare la capacità econo­mica della famiglia, permet­tendo al tempo stesso di svol­gere al meglio le proprie fun­zioni di cura, educazione, so­stegno e accoglienza.

Un mo­dello a cui Milano guardava già da alcuni mesi e per il qua­le erano stati attivati tavoli tecnici e di lavoro congiunti con le associazioni di settore e gli assessorati al bilancio e alle politiche sociali. «Il sistema naturalmente sarà adeguato alla nostra città, con i nostri numeri – prosegue l’assessore milanese Moioli – Oggi abbiamo un sistema mi­sto e stiamo riflettendo e la­vorando insieme al Forum delle associazioni familiari milanesi: un gruppo tecnico–scientifico centrato sul fatto­re famiglia».

Daniela Fassini
Avvenire 16 Febbraio 2011

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Posted by ikzus su 26 gennaio 2011


Elton John ha scoperto che la paternità è “sorprendentemente rilassante”. Ditelo alle mamme

di Annalena Benini

Elton John ha detto che la paternità (la madre in questo caso è il marito, David Furnish) è “sorprendentemente rilassante”. Tra i buoni propositi per l’anno nuovo c’era quello di non fare commenti su Elton John e sul suo regalo di Natale, il piccolo Zachary, partorito da una signora in affitto che l’ha portato nella pancia e concepito con gli ovuli venduti da un’altra donna. Tacere su una paternità vippissima e tecnologica che raddoppia le madri per annullarle del tutto, per fingere che una mamma non serva a molto. Però “rilassante”, per un primo figlio (hanno detto che ne vogliono altri) di trenta giorni, è troppo. “Questa piccola anima che tu allatti, cambi, lavi e a cui racconti le storie della buonanotte è una tavolozza bianca, un bianco canovaccio, e tutto ciò di cui ha bisogno è amore e nutrizione”, ha detto Elton, soddisfatto, rubicondo e riposato (dicono che il bambino viva nel favoloso appartamento accanto a quello dei coniugi John, per non disturbare con le coliche notturne, per non fare venire le rughe al padre, per non turbare la vita di coppia con cose di pannolini). Probabilmente ci sono molti neo padri per niente devastati: non hanno partorito, non sono ingrassati, non devono allattare, certe notti nemmeno aprono un occhio, ma sono abbastanza saggi e accorti da non lasciarsi sfuggire frasi del genere, sanno che potrebbero trovare le valigie fuori dalla porta, vedono che cosa fanno le madri.

Avere un bambino è una cosa meravigliosa, ma non c’è niente di rilassante (quando dorme potrebbe essere molto rilassante, ma di solito all’inizio si passa il tempo a controllare il respiro, a volte con uno specchietto, a chiedersi perché stia dormendo già da un’ora, forse non si sente bene, ad ammirarlo, a cercare sui manuali le ragioni per cui i bambini non vanno mai svegliati, pena terribili traumi che esploderanno nell’adolescenza, oppure si piomba in un sonno di cemento, ma con un orecchio bionico selettivo che al minimo vagito fa scattare un allarme bomba nel cervello), e credo che Elton John sia così rilassato perché suo figlio è molto ben accudito dalle tate, ma non ha, per precisa volontà dei genitori, una madre. Copio quel che ha scritto Marina Terragni su Io Donna del Corriere della Sera di sabato scorso.

“Se qualcuno prova a darmi dell’omofoba, sparo. (…) Non è sopportabile che un adulto, etero o omosessuale che sia, abusi della sua posizione di potere per privare una creatura piccola di qualcosa di essenziale com’è il corpo a corpo con la madre”. E’ un corpo a corpo faticoso, pieno di occhiaie e di macchie di rigurgito, di notti bianche e di paure assurde (ha mangiato diciotto minuti prima del solito, significa che non riconosce la mia autorità? Questa settimana è cresciuto dieci grammi in meno rispetto alla settimana scorsa, è denutrito? Mi ha guardato in un modo strano, mi serba rancore per quella sigaretta che ho fumato al quarto mese), ma nessuna nanny superqualificata può sostituirlo.

25 gennaio 2011 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 8 gennaio 2011


IL MATRIMONIO E’ DIVENTATO PIU’ FRAGILE

Tutti insieme, separatamente

In Italia le coppie senza figli sono almeno 650 mila. Vivono in case diverse, rifiutano i figli, vogliono amori pendolari: un libro racconta le nuove “famiglie”

Vent’anni fa Woody Allen e Mia Farrow davano scandalo per la decisione di vivere in due case diverse, seppure fossero una coppia con tanto di bambini. Quella storia finì come finì, con il pasticciaccio della love story del regista con la figlia adottiva di lei. Ma fatto sta che oggi in Italia ci sono 600 mila coppie che abitano sotto due tetti diversi: amori Lat, dicono gli americani. Cioè Living apart together: si vive insieme, ma separatamente. E non perché divisi dal lavoro, da necessità di salute, da problemi familiari, ma per scelta.

E se le coppie Dink (Double income, no kids: doppio reddito, niente bambini) sono diventate 650 mila, cresce il fronte di quelle radicalmente Childfree: gente che di pargoli, pannolini e notti insonni non ne vuole proprio sapere e che furoreggia su Internet con un decalogo molto spassoso che elenca le ragioni per non procreare: dal denaro ai viaggi, dal tempo libero alla forma fisica. Stima accreditata, 138 mila coppie. Di sicuro, il 6 per cento delle italiane tra 20 e 30 anni dichiara di non avere alcuna intenzione di diventare madre. Mentre, al contrario, il 40 per cento delle coppie sterili fa di tutto per avere figli, ricorrendo a tecniche di procreazione assistita che funzionano nel 35 per cento dei casi.

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Posted by ikzus su 17 dicembre 2010


Pacsiamoci

di Annalena Benini

La grande ascesa francese dei Pacs e l’irresistibile attrazione verso il caro vecchio matrimonio

Ogni tre matrimoni, in Francia si celebrano due Pacs. E a Parigi, undicesimo arrondissement, i Pacs hanno superato i matrimoni. Doveva essere una rivoluzione per gli omosessuali, finalmente liberi di trovare un riconoscimento civile all’amore, ma è finita con una stragrande maggioranza (settantacinque per cento) di fidanzati del liceo che decidono di unirsi in Pacs, coppie ideologicamente contrarie alle nozze tradizionali che scelgono la registrazione, divorziati che non hanno più voglia di matrimonio, giovani amanti spaventati dall’idea di un’unione indissolubile (anche se il matrimonio non è mai stato tanto solubile come adesso, soprattutto in Francia).

Il New York Times ha raccontato ieri il grande successo dei Pacs come unione leggera tra uomini e donne, che preferiscono registrarsi invece di sposarsi, e lasciarsi con una lettera piuttosto che separarsi.  Ci si pacsa sempre di più, ma in un modo irresistibilmente attratto dal solito vecchio e polveroso matrimonio: i negozi hanno liste di Pacs, con servizi di bicchieri identici a quelli delle liste di nozze, i ristoranti propongono menu per i pranzi di Pacs, le agenzie di viaggio offrono pacchetti di lune di miele Pacs, le amiche si comprano vestiti nuovi per il Pacs, la pacsanda si mette a dieta mesi prima, le torte sono a ventotto piani con sopra i due Pacs vestiti da veri sposi e tutti sono molto emozionati e troppo truccati (come testimoniano, per i secoli a venire, gli album di Pacs pieni di foto in cui i due si baciano dentro una carrozza, o sopra una Vespa, e guardano rapiti la Senna abbracciandosi teneramente).

Si snobba il matrimonio (che infatti è in declino: duecentocinquantamila nozze in Francia nel 2009, contro le quattrocentomila degli anni Settanta), lo si considera un’istituzione inutile e dannosa, si cerca qualcosa di più svelto, giovane, vispo e non troppo impegnativo, ma poi non si resiste ai confetti rosa di cioccolato a forma di cuore e al centrotavola di fiori freschi (si spera che almeno il taglio della cravatta venga risparmiato) e al lancio dei piatti contro il muro se lui ha tenuto tutto il pomeriggio il telefono spento (non è che con il Pacs le liti diventino più snelle e informali: la tradizione dello scannarsi non sarà mai in declino).

Allo stesso tempo, il matrimonio va velocemente e silenziosamente verso il Pacs (eviterò di raccontare le mie nozze, ma il più sobrio e avanzato dei Pacs francesi sembrerebbe in confronto uno sposalizio napoletano, di quelli in cui ci si siede a tavola a mezzogiorno e non si sa quanti anni passeranno prima di potere smettere di mangiare e brindare): ci si sposa alla chetichella, in dieci minuti,  in Francia se si è d’accordo si divorzia al massimo in sei mesi e si sta studiando il modo di permettere agli ex sposi senza figli di dirsi addio per sempre semplicemente andando dal notaio. Per quanto il matrimonio sembri sempre più archeologico e in disuso, il Pacs invece di ridergli in faccia e cancellarlo l’ha inseguito, assecondato, corteggiato e infine gli ha messo un anello al dito.

16-11-2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 24 novembre 2010


Sociologia nuziale

di Mattia Ferraresi

Il Time dice che il matrimonio è obsoleto, ma non spiega cos’è

“Chi ha bisogno del matrimonio?”, è la domanda che compare a caratteri rossi sulla copertina di Time; poco più in basso c’è anche la risposta: “Gli uomini ne hanno più bisogno delle donne. E funziona più per i ricchi che per i poveri”, ma addentrandosi nella poderosa inchiesta firmata da Belinda Luscombe si scopre che la domanda ha un sottofondo retorico e la risposta implicita è: “Nessuno”. In conformità agli ideali oggettivisti della stampa anglosassone, l’analisi del fenomeno matrimoniale negli Stati Uniti è condotta con il benestare dei numeri: il sondaggio fatto dal settimanale in collaborazione con il Pew Research Center e messo scrupolosamente a confronto con campioni analoghi raccolti nel 1977 racconta che l’istituzione del matrimonio è in calo di popolarità e i suoi servigi sono apprezzati più che altro da maschi bianchi benestanti con un alto livello di istruzione. Il censimento generale condotto quest’anno dice che il 70 per cento degli americani adulti è stato sposato almeno una volta e alla domanda “il matrimonio sta diventando obsoleto?” il 39 per cento degli intervistati ha risposto che sì, il rituale alla base della società occidentale sta cadendo in disuso, e addentrandosi nelle singole categorie si scopre che i più convinti dell’inutilità del matrimonio sono – ovviamente – i conviventi con figli (62 per cento), mentre il 46 per cento dei non sposati è certo che il legame matrimoniale sia roba d’altri tempi.

Più nebuloso il 31 per cento di sposati disilluso sulla sua scelta: non si capisce se la condanna del matrimonio comprenda anche l’esperienza fatta in prima persona o sia un giudizio su cosa gli altri pensino del matrimonio. Comunque, spiega il Time, nel 1977 il 28 per cento degli americani era convinto che il matrimonio fosse al tramonto e quell’11 per cento di scetticismo accumulato in trent’anni dimostra che il declino c’è e la scomparsa definitiva della consuetudine è soltanto questione di tempo. Anzi, trent’anni fa il numero di divorzi era più alto di quello odierno, a riprova del fatto che la società di allora era comunque immersa nell’orizzonte matrimoniale, mentre oggi sono le fondamenta stesse dell’istituto a essere in pericolo.

L’esempio del principe William
e dell’anello di fidanzamento appena concesso a Catherine è usato per descrivere la sopravvivenza di questa categoria obsoleta negli ambiti dove il rituale tradizionale è ineludibile. “Il matrimonio, che abbia un interesse di natura sociale, spirituale o simbolica, in termini strettamente pratici non è necessario quanto lo era una volta”, conclude il settimanale. Il Time evita programmaticamente l’indagine attorno alla natura del matrimonio. Non si parla di indissolubilità, di natura esclusiva del rapporto, di secolarizzazione, tantomeno di amore; non si indugia su categorie che non possono precipitare in una percentuale.

I termini del dibattito si limitano alle condizioni materiali, alle capacità di una coppia sposata di crescere figli psicologicamente stabili, a tirare con più agio fine mese. L’unico momento metasociologico del sondaggio è quello in cui gli intervistatori chiedono se sia più facile per i single o per gli sposati “raggiungere la felicità”: il 29 per cento dice che è più probabile che gli sposati siano felici, mentre il 5 per cento è certo che i single siano più agevolati nella “pursuit of happiness” prevista dalla natura e garantita per diritto costituzionale. L’inchiesta di Time ha suscitato critiche, ma anche i sostenitori del matrimonio sono scesi sullo stesso terreno metodologico: “Più della metà dei single ha espresso il desiderio del matrimonio”, dice Gary Schneeberger della mega associazione Focus on the Family, nel tentativo di cambiare segno ai dati di Time. Per Chuck Donovan dell’Heritage Foundation “il matrimonio è obsoleto soltanto in una società che non ha più bisogno di fare figli”, implicito avallo dell’idea molto secolarizzata che il matrimonio sia, fra le molte forme di contratto, la più efficace per perpetuare gli stanchi rituali del focolare domestico. Ma sulla natura del legame matrimoniale – quindi sulla natura astorica del legame umano – il Time non s’avventura, forse temendo evidenze non riducibili alla sua tesi declinista.

23 novembre 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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L’agenda bioetica del governo

Posted by alenu su 9 ottobre 2010


Chi è seriamente interessato a promuovere i valori non-negoziabili, e i valori cristiani in generale, non può disinteressarsi di quello che fa o si propone di fare il governo. Ho cercato quindi nel lungo discorso di Berlusconi alla Camera i brani che potevano illustrare gli intendimenti del governo in tema di vita, famiglia, bioetica e sussidiarietà, e li ho enucleati come segue.

Mi pare sia la prima volta che il governo promette il quoziente familiare. Ai cattolici di centro/sinistra di costringerlo ad agire di conseguenza.

alex

Camera dei deputati, 29 settembre 2010

[…..] Innanzi alle Nazioni Unite l’Italia si è qualificata per una decisa azione per la difesa della vita, della libertà religiosa e di coscienza e la difesa dei diritti delle donne come fondamentali tra i diritti umani.

La centralità della persona e la difesa del valore della vita rappresentano, d’altro canto, un fondamentale asse di orientamento della nostra azione di governo.

Crediamo che sia arrivato anche il momento di dare attuazione all’agenda bioetica e al “piano per la vita” perché il nostro Paese deve saper guardare al futuro e non c’è mai vero e duraturo sviluppo economico se non c’è sviluppo demografico, speranza e voglia di costruire il domani per i nostri figli. […..]

Il principio di sussidiarietà, sul quale si basa il nostro ideale federale di Popolari europei, è d’altronde il principio ispiratore delle grandi aggregazioni fra i popoli della nostra epoca, prima fra tutte l’Unione Europea, ed è logico e coerente che esso debba trovare piena applicazione anche nel nostro ordinamento nazionale. […..]

Per le famiglie, soprattutto per quelle monoreddito delle fasce più deboli della popolazione, resta fondamentale l’obiettivo del quoziente familiare, che già si sta parzialmente sperimentando in una rete di Comuni tra cui la Capitale, con una revisione delle imposte locali e delle tariffe a favore dei redditi familiari, anche con un sostegno diretto alla libertà di educazione. Il sostegno alla famiglia e il riconoscimento del valore di ogni essere umano richiedono anche l’approvazione di norme a tutela della vita sulle quali esiste in questo Parlamento un consenso non limitato alle forze di governo. […….]

vedi qui: L’AGENDA BIOETICA DEL GOVERNO

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Posted by ikzus su 3 ottobre 2010


Quando l’ideologia prevale sulla biologia

Nel 1837, l’anno in cui salì al trono la regina Vittoria, furono introdotte, in tutto il Regno Unito, ferree disposizioni sulla compilazione dei certificati di nascita. Persino il tipo di inchiostro indelebile da utilizzare fu oggetto di specifiche disposizioni. La certezza circa le proprie origini non rivestiva un’importanza solamente giuridica ma anche sociale. Allo Stato spettava il compito di certificare paternità e maternità dei sudditi britannici.

Questa centenaria tradizione si è interrotta il 18 aprile 2010 quando per la prima volta in Gran Bretagna un certificato di nascita ha indicato due donne come genitori di una bambina. Si tratta di Natalie Woods, madre biologica di Lily May, e della sua partner omosessuale Elizabeth Knowles, che nella coppia rivestirebbe il ruolo di “padre”, al posto dell’anonimo donatore di sperma che ha consentito la fecondazione.

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