ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Archive for the ‘ONU+UE’ Category

Il caporale Shalit e noi

Posted by ikzus su 26 giugno 2011


Ieri ricorreva il quinto anniversario della prigionia di un soldato israeliano nelle mani dei terroristi libanesi; ne hanno parlato un pò tutti i media. Tuttavia, ciò che perlopiù non hanno detto è che la questione riguarda anche noi italiani, e ci riguarda da vicino, visto che i nostri soldati cinque anni fa andarono in Libano anche per ottenere la liberazione di quel soldato, a causa del quale era iniziata l’ennesima guerra mediorientale. E’ una storia un pò tragica ed un pò farsesca, come succede spesso quando c’è di mezzo l’Italia, e non è neanche nuova: su questo blog è già stata raccontata due volte (vedi “il capolavoro di Prodi” e “Anniversari e coincidenze“).

Cosa aspetta il nostro governo a ritirarsi da quell’assurda missione ONU? Quando la smetteremo di proteggere i terroristi?

LaStampa: Il caporale Shalit da 5 anni disperso nel ventre di Gaza

Corriere: Israele: manifestazioni per ricordare i cinque anni di prigionia di Shalit

Ansa: A Roma quasi 2000 palloncini in cielo per Shalit

rassegna 1

rassegna 2

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Bombe sì, profughi no

Posted by alagna su 13 aprile 2011


È possibile vergognarsi dell’Europa? Della civilissima Europa, della culla della tolleranza, dell’esprit des lois, del sogno carolingio di un’unica grande nazione con comuni radici culturali, di quel mosaico di Stati finalmente pacificati dopo due conflitti mondiali e milioni di morti il cui traguardo più nobile e insieme più esaltante è (ma forse dovremmo dire: era)lo spazio di Schengen, incommensurabile conquista etica in un continente candidato a non avere mai più frontiere interne?

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Aiutiamo il futuro – la sete di democrazia e l’Europa

Posted by alagna su 27 febbraio 2011


Il 25 gennaio 2011 sono iniziate le manifestazioni contro il dittatore della Tunisia Ben Alì. Solo un mese dopo, siamo spettatori di una rivolta popolare che ha coinvolto quindici Paesi islamici del Nord Africa e del Medio Oriente: Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Gibuti, Yemen, Giordania, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Qatar, Siria, Iran. Il 25 gennaio le manifestazioni contro il governo tunisino sembravano un fatto locale di scarsa importanza internazionale, oggi sappiamo che l’effetto domino di quella “rivoluzione” ha già coinvolto quasi tutti i Paesi arabo-islamici e l’Iran, causando il crollo di tre dittature: Tunisia, Egitto e Libia (Gheddafi sembra vicino alla fine dei suoi 42 anni di sanguinaria tirannia). Non solo, ma da questi giorni tragici e corruschi, possiamo già tentare alcune riflessioni.

1) In tutta evidenza i protagonisti di queste rivolte sono stati i giovani, mossi sostanzialmente dalle ristrettezze economiche e dalla mancanza di libertà, di sviluppo, di lavoro e di giustizia nei loro Paesi. Non chiedono uno stato teocratico come l’Arabia e l’Iran, vogliono una democrazia come alla tv e in Internet vedono che esiste nei vicini Paesi europei; non hanno bruciato bandiere americane o israeliane, ma vogliono vivere in pace; non sono stati animati da spirito di odio, violenza e vendetta contro i dittatori e i loro seguaci: Gheddafi fa eccezione perché ha fatto mitragliare e bombardare i manifestanti, ma Mubarak ha potuto ritirarsi nella sua villa: i 31 anni della sua dittatura, certamente dura e oppressiva, sono finiti quasi senza spargimento di sangue!

2) Nella storia dei Paesi a maggioranza musulmana è la prima volta che un movimento di popolo di queste proporzioni prende corpo e mette soprattutto in crisi l’islam politico, cioè la stretta connessione fra religione e politica fin dall’inizio. Maometto infatti era un capo religioso, politico e militare, come anche i suoi “califfi”, cioè i successori del Profeta nei secoli seguenti. I giovani manifestanti non rifiutano l’islam e non sono affatto anti-cristiani. In Egitto, il Paese simbolo di questi giorni perché da sempre guida del mondo arabo-islamico, abbiamo visto le foto pubblicate da “Asia News”: nella folla che occupava Piazza Tahrir cristiani e musulmani erano abbracciati e sventolavano festosamente le insegne identitarie delle loro religioni: la croce e la mezzaluna. D’altra parte, anche dalla Libia e dalla Tunisia non si segnalano assalti e violenze contro i cristiani, le loro chiese e istituzioni.

3) Tutto questo non significa che il fondamentalismo islamico non esiste più, ma solo che i protagonisti delle rivoluzioni nei Paesi a sud del Mediterraneo sono giovani che chiedono democrazia, rispetto dei diritti umani, sviluppo economico, cioè società dinamiche e non bloccate, come sono sempre, o quasi sempre, quelle islamiche.

Il pericolo, già segnalato, è che, terminati i giorni dell’euforia e della festa per la liberazione, la mancanza di leader politici e di partiti in sintonia con queste aspirazioni possa aprire una porta a movimenti islamisti ben organizzati e radicati sul territorio, come in Egitto i “Fratelli musulmani” e in Libia le varie Confraternite di radice tribale.

4) Il problema fondamentale dell’islam è il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna, i giovani manifestanti lo sentono e lo vivono in modo drammatico. In questi giorni è evidente che, nel difficile cammino per giungere alla meta desiderata, i popoli così vicini nel sud del Mediterraneo hanno urgenza dell’aiuto fraterno dell’Europa. Le distruzioni e i disastri economici prodotti dai sommovimenti popolari e dalle reazioni del potere, la miseria e la scarsità di strutture produttive ereditate dalle dittature non sono situazioni che favoriscono uno sviluppo democratico. L’Europa tutta, le istituzioni europee e i governi nazionali dovrebbero dare dei forti segnali di essere disposti ad aiutare con misure straordinarie questi popoli così vicini. Purtroppo, la crisi delle società europee ci rende popoli con una maggioranza di anziani e sempre meno giovani. Anche i Paesi “cristiani” sembrano paralizzati in una condizione di ricchezza economica e di miseria morale. Ma questo è un motivo in più per ritornare a Cristo, non come etichetta identitaria, ma come vita secondo il Vangelo.

Piero Gheddo

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Posted by ikzus su 25 gennaio 2011


Raúl Castro e Otmar Issing non potrebbero essere più diversi. Il primo è un militare caraibico e il secondo un economista europeo. Castro è uno dei padri fondatori del regime comunista a Cuba e Issing uno dei promotori dell’euro. Mentre Castro lottava per esportare la rivoluzione cubana, Issing lavorava per l’integrazione dell’Europa ed è riconosciuto quale uno degli architetti del suo sistema monetario. Castro è prossimo all’ottantina, Issing di anni ne ha 75. Dubito che si conoscano o si siano mai parlati.

Nonostante abbiano poco in comune, di recente entrambi hanno sorpreso il mondo con pungenti dichiarazioni sull’imminente fallimento dei diversi progetti cui hanno dedicato la propria vita. E la sorpresa non finisce qui. È singolare come, nonostante le profonde differenze tra Cuba ed Europa, la ricetta prescritta da questi personaggi per evitare il crollo dei loro progetti sia la stessa.

«Non possiamo continuare a camminare sul bordo del precipizio. Dobbiamo cambiare percorso, altrimenti finiremo per sprofondare», ha dichiarato il presidente Raúl Castro in un importante discorso alla fine dello scorso anno. «Per gli inizi del 2011, le mie aspettative sono cupe. Non è ancora giunta l’ora della verità per il sistema monetario europeo. È stata solamente rimandata», ha scritto Otmar Issing in quegli stessi giorni. Secondo Issing, a meno che i paesi europei non mettano in atto cambiamenti profondi, l’euro non sopravviverà. A buon intenditor poche parole: il fallimento dell’euro sarebbe un colpo devastante per il processo d’integrazione europea. L’articolo di Issing ha avuto un forte impatto grazie alle credenziali dell’autore, che è stato membro del Comitato esecutivo della Banca centrale tedesca e di quella europea, dove ha anche svolto il ruolo di capo economista. Issing sottolinea che i trasferimenti finanziari dai cosiddetti “paesi disciplinati” a quelli che non lo sono creano tensioni politiche tali da minacciare il futuro dell’Unione europea. Un modello in cui i paesi vivono (e spendono) al di là delle proprie possibilità non è sostenibile ed è condannato al fallimento, aggiunge Issing.

E a questa stessa conclusione è giunto Castro, che in occasione del suo recente discorso ha annunciato che dal 2011 «si introdurranno cambiamenti strutturali e di concetto nel modello economico cubano». Il presidente cubano ha le idee molto chiare su ciò che comporta questa affermazione: tagli alla spesa pubblica, riduzione dei sussidi, flessibilità nel mercato del lavoro, diminuzione del numero di dipendenti nella pubblica amministrazione, aumento di produttività, produzione e esportazioni, limitazione delle restrizioni all’attività economica e promozione degli investimenti stranieri. Issing non potrebbe essere più d’accordo. Si tratta infatti di quanto egli stesso raccomanda all’Europa.

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Posted by alenu su 29 dicembre 2010


Uccidono i cristiani ma è l’Europa ad essere morta

Nel giro di poche ore l’Ue si dimentica delle festività critiane e si rifiuta di equiparare le vittime del comunismo a quelle del nazismo.

E se ne frega se attaccano le chiese in Nigeria e nelle Filippine

di Marcello Veneziani

Per l’Unione europea il Natale non esiste, la Pasqua nemmeno, e se uccidono i cristiani in Nigeria e nelle Filippine, come è accaduto nel giorno di Natale, chi se ne frega, la cosa non ci riguarda. I cristiani saranno una setta del posto. Noi europei ci occupiamo di misurare le banane, mica di religioni, superstizioni, stragi e amenità varie. Noi siamo civili, lavoriamo in banca, mica pensiamo alle festività religiose. E poi in questi giorni la Commissione europea non lavora, è in vacanza natalizia, anche se non si sa ufficialmente la ragione di queste festività, sarà l’anniversario dell’euro o l’onomastico di Babbo Natale…

Non sto vaneggiando per overdose di spumanti e panettoni. È stata diffusa in milioni di copie e in migliaia di scuole, in tutta Europa e forse anche nei Paesi islamici, l’agenda ufficiale dell’Europa, firmata della Commissione europea. Nel diario europeo, che mi è capitato di vedere, c’è traccia delle più estrose festività relative alle più minoritarie religioni, ma non c’è alcun riferimento alle festività antiche, canoniche e ufficiali della cristianità europea. Non si sa perché festeggiamo Natale e le altre festività religiose, nulla è accennato sull’agenda che ricordi la Natività, la Resurrezione e tutto il resto, nulla che segni in rosso una santa festività. Ma quale Natale, Pasqua, Epifania, diceva Totò, a cui evidentemente si ispira l’Unione Europea. L’ha fatto notare, protestando, il ministro degli Esteri Frattini, ma in questi giorni l’Unione europea è chiusa per inventario merci (non esistendo il Santo Natale) e dunque la protesta affonda nel vuoto vacanziero di questa vuota Europa.

A ragion veduta possiamo perciò accusare l’Unione europea di negazionismo. L’Unione europea è un’associazione vigliacca di smemorati banchieri fondata sul negazionismo. Nel giro di poche ore, l’Unione europea ha infatti negato le festività cristiane e dunque la sua tradizione principale ancora viva da cui proviene e nel cui nome ha un calendario e un sistema di festività. Ed ha pure negato ai Paesi dolorosamente usciti dal comunismo il diritto di considerare i loro milioni di vittime sullo stesso piano delle vittime del nazismo. Come sapete, la Commissione europea ha negato che si possano equiparare gli stermini comunisti a quelli nazisti e possa dunque scattare anche per loro il reato di negazionismo. Pur avendo commesso «atti orrendi», i regimi del gulag, secondo la Commissione europea, «non hanno preso di mira minoranze etniche».

E che vuol dire, sterminare i borghesi o i contadini è meglio che sterminare gli appartenenti a una razza? Uccidere chi non la pensa come te è un crimine meno efferato che uccidere chi è di un’altra razza? Tra le fosse di Katyn, le foibe e le camere a gas di Dachau, qual è la differenza etica, giuridica ed umana? Tra chi nega gli stermini di popolazioni civili di Paesi invasi dal comunismo e chi nega gli stermini etnici, qual è la differenza? È ideologica, signori, puramente ideologica. Come ideologica è la negazione delle tradizioni cristiane più popolari. Non parliamo infatti del dogma trinitario o di altri quesiti teologici, qui parliamo di Natale e Pasqua, avete presente? Alla base dell’Europa c’è un negazionismo vigliacco e bugiardo, che non è solo quello di negare alcuni colossali orrori per riconoscere e perseguirne degli altri; ma negare l’Europa stessa, la sua vita, il calendario che scandisce i suoi giorni, la sua realtà e la sua verità, la sua tradizione e la sua storia. Il negazionismo dell’Unione europea è ancora più grave del negazionismo elevato a reato: perché non nega solo alcuni orrori, ma nega anche in positivo la storia, la provenienza, la vita europea. Del suo passato l’Unione resetta tutto, difende solo la memoria della Shoah, e poi cancella millenni di civiltà cristiana, millenni di natali e pasque, orrori del comunismo e di altre tirannidi. Che schifo.

Io non ho ancora capito a che serve l’Unione europea fuori dall’ambito economico. Non è un soggetto politico che esprime posizioni unitarie, non ha un governo passato dal consenso del popolo europeo, la sua stessa unione non fu voluta o almeno ratificata da un referendum costitutivo del popolo sovrano. Non è un soggetto culturale e civile perché non fa nulla per affermare, difendere o valorizzare l’identità europea, anzi fa di tutto per negarla. Non ha una sua carta costituzionale dove declina le sue generalità storiche, le sue affinità ideali, i suoi principi, le sue provenienze civili e religiose. Non ha una sua politica estera unitaria o una strategia internazionale, e non si occupa di stragi dei cristiani, semmai si agita solo se c’è una donna condannata a morte per aver ucciso il marito in Iran. Insomma, l’Europa non è mai nata e ha paura pure della sua ombra. Esiste solo un sistema monetario unico, un sistema di dazi e di regole, di banche e di finanziamenti. È un ente economico, un istituto per il commercio. Per questo l’Unione europea non esiste, abbiamo ancora la Cee, la Comunità economica europea. Anzi non sprechiamo la parola comunità per un consorzio economico, torniamo al Mec, Mercato europeo comune.

L’Europa è un morto che cammina.

Tratto da Il Giornale del 27 dicembre 2010

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Posted by alenu su 21 dicembre 2010


L’Europa cancella il Natale dai diari di scuola

di ALESSANDRO BONELLI

Nei calendari stampati dall’Ue ci sono festività sikh, hindu, ebraiche, islamiche ma non cristiane

L’Unione europea ha cancellato il Natale. Ci aveva già provato con la domenica, ma questa volta non è nemmeno passata per l’aula di Strasburgo. La più universale delle ricorrenza cristiane è semplicemente sparita dal diario scolastico che la Commissione, il “governo” della Ue, ha fatto stampare in 3 milioni di copie per donarlo agli allievi delle scuole secondarie. Compaiono invece tutte le festività ebraiche, indù, sikh e musulmane.

Negli istituti del Regno Unito ne sono già state consegnate oltre 330mila copie. Un omaggio agli studenti da parte della Commissione guidata da Josè Manuel Barroso: per Natale, oltretutto. Ma al 25 dicembre, secondo quanto segnala il Daily Telegraph, la pagina è anonima. Un giorno come tanti altri. In calce un aforisma: «Il vero amico è colui che condivide le tue preoccupazioni e raddoppia la tua gioia». Che si tratti del Nazareno? Difficile. Sul diario europeo non vi è traccia neppure della Pasqua. Mistero, tanto più che sono segnate tutte le ricorrenze delle più varie confessioni. A questo punto è da escludere un eccesso di zelo “laicista” da parte di Bruxelles, uno dei tanti che hanno messo in cattiva luce le istituzioni europee agli occhi dei fedeli più numerosi nel Vecchio Continente.

Il sospetto però è che la lacuna non sia involontaria. Del resto, come ricorda Bruno Waterfield, autore di diversi blog europei e corrispondente da Bruxelles per il giornale britannico, quest’anno per le feste la Commissione ha distribuito biglietti con scritto “Auguri di stagione”. Insomma una vera idiosincrasia nei confronti del Bambinello. I rapporti tra Chiesa romana e Unione europea, oltre ai contrasti sui temi etici più spinosi, raggiunsero il livello più basso a partire dal 2004, quando nel preambolo della Costituzione europea furono esclusi riferimenti alle radici cristiane dell’Unione. La Carta europea è stata bocciata dai referendum francese e olandese, “congelata”, e infine sostituita dal più snello Trattato di Lisbona. In questo caso a dire “no” sono stati in un primo tempo i cittadini della cattolicissima Irlanda. Il riferimento all’eredità cristiana è comunque sempre rimasto fuori. Sul diario, che comprende una sezione informativa sulle politiche comunitarie, sono segnate anche festività cinesi, oltre al largamente misconosciuto Giorno Europeo (9 maggio, anniversario del discorso fondativo di Robert Schuman, nel 1950) e altre date chiave dell’integrazione Ue.

Ma il Natale non esiste più. «È semplicemente sbalorditivo», ha commentato Johanna Touzel, portavoce della Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea (Comece). «Il Natale e la Pasqua sono ricorrenze importanti per centinaia di milioni di cristiani ed europei», ha osservato. Poi l’affondo: «Se la Commissione europea non segna il Natale come giorno di festa sul suo diario, allora il 25 dicembre dovrebbe lavorare». Martin Callanan, un eurodeputato conservatore, sostiene che la Commissione pensa solo a farsi pubblicità e punta il dito contro lo spreco di denaro pubblico, soprattutto in un momento di tagli e sacrifici per tutti. «Perché Bruxelles spende denaro per spedire calendari a milioni di studenti? Sono sicuro che i ragazzi potrebbero benissimo farne a meno». Un portavoce dell’esecutivo europeo ha descritto la vicenda come «una gaffe» e ha spiegato che la prossima edizione in nome della «correttezza politica» non riporterà alcuna ricorrenza religiosa. E Natale, su questo calendario, resterà un giorno come gli altri.

(c) Libero, 18 dicembre 2010 p.1+19

L’Europa cancella il Natale dall’agenda Restano le feste islamiche, sikh, ebraiche

di ANDREA MORIGI

Chissà se a Bruxelles dimentichino apposta la nascita di Gesù Cristo. Chissà cosa li infastidisce nell’evento che ha cambiato definitivamente la storia, se non quello che spiaceva a re Erode. Certamente, se hanno espunto il Natale dal calendario, intendono far assuefare i cittadini europei più giovani a una prospettiva multiculturale dalla quale si escludono di principio le radici cristiane. Le hanno tagliate nella Costituzione europea, e ora agiscono di conseguenza. [……..]

Da ora toccherà porre più ancora più attenzione all’Occidente, dove si afferma quella discriminazione di tipo amministrativo che fornisce ai nuovi Nerone, nel resto del mondo, l’alibi per colpire le minoranze cristiane. Se sono marginalizzati perfino dove sono maggioranza, in fondo, crollano anche i residui ostacoli per uccidere Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte in Pakistan per blasfemia.
Rappresenta il via libera definitivo per le orde di selvaggi che attaccano i villaggi cristiani in India. Equivale a dire ai funzionari del partito comunista cinese di aumentare il numero di posti letto nei laogai, i campi di rieducazione attraverso il lavoro dove sono rinchiusi sacerdoti e vescovi cattolici che non si piegano alle direttive del regime. È complicità nella violazione del diritto alla libertà religiosa.

(c) Libero 18 dicembre p.1

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Il Manuale dello Scettico

Posted by ikzus su 21 dicembre 2010


Come regalo di Natale, e per festeggiare il fallimento del vertice di Cancun, vi offro un testo veramente notevole: il Manuale dello Scettico, che potete scaricare da qui (è pesantuccio, circa 13Mb, ma ne vale la pena).

Intanto il mondo affronta un’ondata record di gelo: chi dice 30, chi dice 70, chi 100 anni che non faceva così freddo: ecco tutti i record (commenti sui giornali qui, qui, qui, qui, qui); del resto, nessuno l’ha detto, ma anche a Cancun, proprio durante il vertice, pare che ci sia stato un picco negativo di freddo!

Qualcuno dirà: può succedere, per una volta … vero: ma l’anno scorso era uguale – e se lo dice Repubblica … !!!

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Posted by ikzus su 14 dicembre 2010


Il professore delle nuvole

di Piero Vietti

Il nostro “man of the year” è Franco Prodi, il climatologo che dice ai catastrofisti: “So di non sapere tutto”

Dopo avere assegnato, un anno fa proprio di questi tempi, il premio “Scrooge of the year” a Giovanni Sartori, al Foglio abbiamo deciso di fare i buoni. Niente premio al più antipatico, ci travestiamo da Time e assegniamo un più esemplare e meritato “Person of the year”. Nei giorni in cui a Cancun, Messico, i rappresentanti di un sacco di stati non sono come al solito arrivati a un accordo vincolante per “combattere i cambiamenti climatici”, e si è affacciata con sempre maggiore forza l’idea che pensare di cambiare il clima emettendo più o meno CO2 è un tantino esagerato, non può non venire in mente chi questa cosa la ripete da anni: il climatologo italiano Franco Prodi.

Non fosse altro che per la costanza e la tenacia con cui si è opposto alla vulgata imperante del catastrofismo climatico e al verbo incarnato in Al Gore del riscaldamento globale di origine antropica (cioè: se fa caldo è colpa nostra e solo nostra, se piove è colpa nostra e solo nostra, se non nevica idem, e pure se nevica) e all’ideologia secondo la quale la scienza ha già capito tutto del clima, non c’è più tempo, bisogna agire ora, il premio sarebbe di per sé già meritato. Ovviamente c’è di più.
Franco Prodi è geofisico e climatologo stimato in tutto il mondo; per la precisione è un fisico dell’atmosfera, esperto di nubi e grandine. Nel decennio in cui i climatologi sui media hanno assunto toni da Apocalisse e atteggiamenti da supereroi (aiutati se non aizzati dai media stessi), Prodi ha scelto il suo mantra, e lo ha ripetuto, pacatamente, con una sicurezza e una costanza impressionanti, fregandosene di come l’opportunismo sposato da certi colleghi avrebbe potuto renderlo più popolare: “Sui cambiamenti climatici sappiamo ancora troppo poco. L’immensità del campo di energia coinvolto dall’irradiazione solare sul pianeta, più la complessità del filtro atmosferico, e mille altre varianti, non consentono certezze a buon mercato, classificazioni facili”; questo il succo dei suoi interventi.

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Posted by ikzus su 19 ottobre 2010


Sharia über alles

di Giulio Meotti

Dietro la Merkel anti multiculti c’è l’invadenza del diritto islamico

“L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito”, ha scandito a Potsdam la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Il multiculturalismo è morto”, aveva annunciato venerdì Horst Seehofer, leader della Csu, il partito bavarese gemello della Cdu. La Germania discute furiosamente di integrazione da quando è uscito il pamphlet dell’ex ministro e banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin, “La Germania si distrugge da sola”. Due giorni prima dell’annuncio choc della Merkel, il prestigioso settimanale Der Spiegel, voce del giornalismo liberal tedesco, pubblicava un’inchiesta dal titolo: “Il ruolo della legge islamica nelle corti tedesche”. Sarà poi Merkel a ricordare che “in Germania vige la Costituzione, non la sharia”. Importanti elementi del diritto prodotti in Arabia Saudita nel VII secolo sono da tempo confluiti nel sistema tedesco. Ha denunciato il ministro del Cancellierato Ronald Pofalla: “Se si pone il Corano al disopra della Costituzione tedesca, allora posso solo dire: buona notte, Germania”.

La cronaca aiuta a capire la denuncia improvvisa della cancelliera tedesca contro il multiculturalismo. Già in Gran Bretagna da tempo ormai, al fianco della centenaria common law viene applicata la sharia nei casi di controversie familiari. Si è persino creato un sistema giuridico parallelo con le corti della sharia riconosciute legalmente. Tra i numerosi casi di applicazione del diritto islamico da parte di un tribunale tedesco, lo Spiegel cita i cittadini giordani che in Germania si sposano e divorziano in base alla sharia. Anche la poligamia ha de facto una base giuridica. Lo Spiegel aggiunge che “i giudici tedeschi si rifanno in continuazione alla sharia”. Si tratta di un “lento processo di capitolazione di fronte all’inevitabile”, ha osservato sul settimanale l’analista Henryk Broder.

Il fenomeno rispecchia la crescita della più vasta comunità islamica d’Europa. Dei sette milioni di immigrati stranieri in Germania, oltre 3,3 milioni sono musulmani. E secondo lo Spiegel nel 2030 la quota dei musulmani arriverà a sette milioni. Erediteranno una corposa casistica a loro favore. Un giudice di Hannover ha respinto la richiesta di divorzio di una donna tedesca sposata a un egiziano che minacciava di uccidere la figlia stuprata: “I musulmani hanno una diversa concezione dello stupro”. Un giudice di Essen ha stabilito che le allieve musulmane non possono essere costrette a partecipare alle lezioni di nuoto: “Incompatibili con la loro religione”. Un giudice di Dortmund, citando il Corano, ha stabilito che un padre può picchiare la figlia che si rifiuti di indossare il velo. Un magistrato di Francoforte ha negato il divorzio a una marocchina nata in Germania che per anni è stata picchiata e minacciata di morte dal marito: “Nel Corano, alla Sura quarta verso 34, è previsto che l’uomo possa punire la moglie”. Un anno fa la Bild mise in copertina la statua della Dea Iustitia, il capo coperto dal velo islamico e il Corano su uno dei due piatti della bilancia.

L’avanzata della sharia non si limita ai tribunali. A Mannheim ha aperto la prima banca che segue la sharia e la Deutsche Bank ha emesso quattro nuovi fondi, quotati in Borsa, conformi all’islam. In molte scuole tedesche per i professori musulmani vige la deroga sulla consueta stretta di mano alle ragazze alla consegna dei diplomi. Spiegazione: “Nell’islam è illecito”. La Corte costituzionale ha stabilito che i centri islamici hanno il diritto di diffondere con gli altoparlanti le preghiere, cinque volte al giorno e a partire dal levar del sole. L’ultima a ottenere via libera è stata la gigantesca moschea di Rendsburg. Come nel passaggio incriminato del libro di Sarrazin: “Non voglio che nel paese dei miei nipoti e pronipoti il ritmo della giornata sia scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in oriente”. Gli fa eco una già storica copertina dello Spiegel. Titolo: “Mecca Germania”.

19-10-10 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


«Merkel: Il multiculturalismo è fallito»

di Alessandro Alviani

I conservatori tedeschi seppelliscono l’idea del multiculturalismo. E a officiare la cerimonia è la cancelliera in persona. «L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito», ha detto ieri Angela Merkel, abbandonando per un attimo la sua tradizionale cautela verbale. In passato abbiamo chiesto agli immigrati troppo poco, è giusto pretendere che imparino il tedesco, ha scandito a Potsdam davanti i giovani della Cdu/Csu. L’Islam, comunque, è una parte integrante della Germania, ha corretto il tiro Frau Merkel, ripetendo una discussa frase del presidente federale Christian Wulff.

«Il multiculturalismo è morto», aveva detto venerdì sera Horst Seehofer, leader della Csu (il partito bavarese gemello della Cdu). «Noi ci schieriamo a favore della cultura predominante tedesca e contro il multiculturalismo», aveva aggiunto, ripescando un termine – Leitkultur, cultura predominante – apparso nel dibattito politico tedesco dieci anni fa.

La Germania discute animatamente di integrazione da fine agosto, da quando, cioè, è uscito un provocatorio libro scritto dall’ex banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin. A ravvivare il dibattito ci hanno pensato nei giorni scorsi prima le frasi di Seehofer, che ha chiesto di sospendere l’arrivo di nuovi immigrati dalla Turchia e dal mondo arabo, poi i risultati di due studi: per il primo quasi il 60% dei tedeschi vorrebbe limitare l’esercizio della libertà di religione dei musulmani; per il secondo circa il 41% dei giovani turchi auspica di dividere il pianerottolo con un tedesco, mentre meno del 10% dei giovani tedeschi vorrebbe un vicino turco.

La folta comunità turca in Germania teme che la situazione possa sfuggire di mano: «Ho paura, da settimane mi minacciano dicendomi che sono uno straniero di merda, sebbene io sia un cittadino tedesco – ha raccontato alla «Welt» Kenan Kolat, presidente della comunità turca in Germania – È come all’inizio degli Anni 90 col dibattito sul diritto d’asilo, poco dopo ci furono degli incendi».

Qualcosa, in realtà, nel frattempo è cambiato: la Germania non è più un Paese di immigrazione, ma di emigrazione. Nel 2009 hanno lasciato la Repubblica federale 734.000 persone, mentre 721.000 vi sono emigrate; i turchi che hanno abbandonato la Germania sono stati 10.000 in più rispetto a quelli che vi sono arrivati. Il che sembra paradossale, visti i toni dell’attuale dibattito, che si spiega anche con ragioni politiche. La Cdu, ma soprattutto la Csu di Seehofer, tentano di recuperare l’elettorato conservatore, deluso dal rinnovamento imposto da un’Angela Merkel su cui si moltiplicano le indiscrezioni: da giorni girano voci secondo cui, se a marzo la Cdu dovesse crollare alle regionali in Baden-Württemberg, Merkel potrebbe farsi da parte e lasciare la cancelleria al ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, che parla però di idea «bizzarra».

Il presidente turco Abdullah Gül ha provato ad abbassare i toni, invitando i suoi connazionali in Germania a imparare il tedesco «correntemente e senza accento». Il dibattito, però, prosegue. «La Germania non è un Paese d’immigrazione» e bisogna evitare che la carenza di personale altamente qualificato diventi un pretesto per «un’immigrazione incontrollata», ha rilanciato Seehofer in un piano in sette punti sull’integrazione. Le sue parole suonano tutt’altro che nuove. «L’integrazione è possibile solo se il numero degli stranieri che vivono da noi non continuerà a crescere; bisogna evitare un’immigrazione illimitata e incontrollata». Parola di Helmut Kohl, alla sua prima dichiarazione da cancelliere al Bundestag. Era il 1982.

17-10-2010 © LaStampa

(articolo riprodotto qui)

Vedi anche:

IlGiornale “Angela, ultima arrivata tra i difensori della nostra identità

IlSole24Ore “La Merkel va a destra per contrastare il partito anti-islamico

L’Occidentale “Cittadinanza breve? Chiedetelo alla Merkel

IlGiornale “Immigrazione, l’Europa ritrova l’orgoglio

IGiornale “Khaled Fouad Allam: “Basta con gli autogol. Con la tolleranza si favorisce la xenofobia

IlSole24Ore “Merkel sente soffiare il populismo e apre un dibattito sul post multiculturalismo

IlSole24Ore “Sugli immigrati l’Europa perde il filo

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Posted by ikzus su 18 ottobre 2010


“Gli islamici non si integrano, impoveriscono la Germania”. E’ bufera sul libro del banchiere rosso

di Thilo Sarrazin

Thilo Sarrazin

Si scaglia contro gli immigrati islamici, dice che sono “diversi”, che “bloccano la Germania”, che “sono ignoranti” e, soprattutto, che a differenza di tutti gli altri immigrati “non si integrano”. Poi sugli ebrei dice: “Condividono un unico gene”. E’ polemica a Berlino su Thilo Sarrazin, ex ministro delle Finanze e attuale membro del consiglio direttivo della Bundesbank. Il suo libro, uscito ieri, Deutschland schafft sich ab” (La Germania si distrugge da sola) viene da molti considerato razzista e ha causato un putiferio nella nazione tedesca. Al punto che la Bundesbank ha preso le distanze e la Spd, il partito in cui Sarrazin milita da decenni, ha deciso di avviare ieri un procedimento per espellerlo.

Ma cosa dice nel suo libro Sarrazin? Il dito lo punta soprattutto sugli immigrati musulmani che, dice, non volgiono integrarsi, hanno ottenuto dal welfare tedesco più di quanto più di quanto abbiamo dato, sono poco istruiti e, riproducendosi in maniera superiore alla media, contribuiscono all’impoverimento intellettuale della Germiania.

Durante la conferenza stampa per la presentazione del libro, Sarrazin spiega meglio: “Esistono migranti e migranti – osserva – ci sono quelli provenienti dall’India, dall’Est Europa, dalla Cina o dal Vietnam che si integrano e ‘arricchiscono’ la Germania dal punto di vista sociale e culturale; poi ci sono gli immigrati arrivati nel Paesi musulmani – (che Sarrazin stima in 4-6 milioni ) – La maggior parte dei problemi culturali ed economici legati all’integrazione riguarda proprio loro: solo il 3% degli immigrati turchi di seconda generazione sposa un partner tedesco, contro una quota del 70% tra i tedeschi di origine russa”.

31 agosto 2010



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Posted by ikzus su 13 ottobre 2010


Dimissioni dalla scienza o scienza dimessa?- Aggiornamento

Scritto da Guido Guidi il 9 – ottobre – 2010

Si dice che non si dovrebbero mai presentare le dimissioni, perché si corre il rischio che vengano accettate. Nel caso di cui ci occuperemo oggi questo non è vero. Harold Lewis, professore emerito di fisica all’università di Santa Barbara, con un passato incredibile nel campo della ricerca scientifica, ha scritto una lettera all’attuale presidente della American Physical Society per rassegnare le sue dimissioni dalla società.

Ci credereste? Il problema, parole sue, è la più grande frode pseudoscientifica che abbia mai visto, il global warming, e l’atteggiamento fortemente inquinato dall’enorme quantità di denaro che questa smuove, che l’APS ha tenuto e continua a tenere rispetto a questo tema.

Alcuni giorni fa vi avevo dato conto della parziale inversione di rotta che la Royal Society (la prestigiosa Accademia delle Scienze britannica) avrebbe intrapreso con la pubblicazione di un nuovo documento che “fissa” lo stato dell’arte della scienza del clima.

Chissà. Di sicuro dalle parole accorate di Harold Lewis, sembra proprio che oltreoceano le cose vadano diversamente. A questo link, trovate l’originale della lettera e il curriculum dell’autore. Sarà difficile dire che “anche questo è andato”, oppure, date le sue argomentazioni, insinuare che possa aver ceduto alle lusinghe delle multinazionali del petrolio, ma ne sono sicuro, la comunità dei benpensanti lo ripudierà senza mezzi termini.

Buona lettura.

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Posted by ikzus su 13 ottobre 2010


Dopo la decisione del Consiglio d’Europa sull’obiezione all’aborto

Il silenzio degli incoscienti

di Gianfranco Marcelli

Se c’è un Paese nel Vecchio Continente nel quale la parola “aborto”, al solo leggerla o pronunciarla, è in grado di attirare un sovraccarico di attenzione da parte dei mass media, questo è senza il minimo timore di smentita la nostra Italia. Tre decenni abbondanti di interminabili battaglie parlamentari, ripetuti e accesissimi scontri referendari, polemiche infuocate sul terreno etico e sanitario, hanno reso a dir poco acuta la sensibilità dell’opinione pubblica nazionale su questo argomento. Di conseguenza, anche i sensori attivati dal mondo dell’informazione nei confronti del tema sono di solito ad alta capacità di intercettazione: basta che sui terminali delle redazioni appaia, sotto qualunque forma, la parola in questione – aborto – e immediatamente le antenne si drizzano, il torpore della routine si scuote e attorno alla possibile notizia scatta l’obbligo della verifica e dell’approfondimento.

Per questo, anche agli occhi più smaliziati del vecchio cronista, rappresenta un vero e proprio mistero mediatico la totale e assoluta mancanza di resoconti su quanto è avvenuto giovedì all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: e cioè il voto della risoluzione che ha bocciato il tentativo di limitare il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari alle prese con le interruzioni di gravidanza, ribaltando clamorosamente le previsioni della vigilia e quasi rovesciando come un calzino il testo e le finalità originarie dei proponenti.

L’apertura di Avvenire di ieri. E invece non una riga, non un titolino, neppure in coda alle pagine più remote degli altri quotidiani nazionali. Non una citazione nei notiziari radiotelevisivi di qualunque rete, pubblica o privata. Neanche un cenno sui siti internet delle testate che aggiornano in tempo reale i frequentatori della blogosfera. Un black-out senza eccezioni, che rende semplicemente inesistente il fatto. Un silenzio tombale, che configura alla perfezione uno di quei casi di «indifferenza nei confronti del vero» denunciata proprio l’altro ieri dal Papa, come rischio saliente della comunicazione contemporanea.

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Posted by ikzus su 18 settembre 2010


Perché la conversione verde di Bjørn Lomborg non è una conversione

L’ambientalista scettico che combatte il global warming

di Carlo Stagnaro

Il fascino discreto dei convertiti vale doppio, quando si riconvertono alla fede originaria. La notizia del giorno è l’apparente rientro nel recinto ecologista di Bjørn Lomborg, lo statistico danese ex socio di Greenpeace secondo cui “non è vero che la Terra è in pericolo” (così il sottotitolo all’edizione italiana del suo best seller, “L’ambientalista scettico”). La bomba era in prima pagina sul Guardian di lunedì (“Sceptical environmentalist and critic of climate scientists to declare global warming a chief concern facing world”). Lomborg si è così trasformato, da epigono di Adolf Hitler (come lo definì l’allora onnipotente, e oggi tramontante, capo dell’Ipcc, Rajendra Pachauri) a pecorella smarrita. Le circostanze della conversione sono sospette: proprio in questi giorni esce l’ultimo libro di Lomborg, “Smart Solutions to Climate Change”, che raccoglie i contributi di una trentina di economisti e scienziati, dal premio Nobel Vernon Smith allo “scettico” Roger Pielke, dal critico Richard Tol all’italiano Carlo Carraro, sulla domanda: che fare?

Così, se i guru verdi allargano le braccia accoglienti e diffidenti, la verità può averla colta un tale Rod Shone di Walkern, che in una lettera al Guardian di ieri scrive: “Osservo con interesse che Lomborg ha cambiato idea sul riscaldamento globale. Osservo anche che ha un libro da vendere”. Quello che né Rod Shone di Walkern, né gli altri hanno osservato è che “la conversione, il voltafaccia, la retromarcia del più noto, ostinato, agguerrito negazionista dell’effetto serra” (Enrico Franceschini su Rep. di mercoledì) è, più che un’inversione a U, un percorso in linea retta. Tanto per cominciare, Lomborg non è un negazionista, nel senso che non nega né l’effetto serra né la colpa dell’uomo: scriveva nel 2001 che “esiste il problema di un riscaldamento globale di origine antropica”, confermava nel 2007 che ciò “è fuori discussione”, e dice oggi: “Se il mondo sta per spendere centinaia di miliardi sul clima, dove si raccoglie il massimo risultato?”. Per Lomborg il problema non è l’esistenza del riscaldamento globale. Il problema era, ed è, in primo luogo capire, tra le grandi sfide globali, quanto sia rilevante quella del clima; secondariamente, quali strumenti siano più appropriati per non gettare i soldi.

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Posted by ikzus su 17 settembre 2010


Nel mondo 925 milioni di persone soffrono la fame. Un numero «inaccettabilmente alto», ma in calo per la prima volta da 15 anni. La stima è stata illustrata ieri a Roma dalla Fao, assieme a Ifad, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, e Pam, Programma alimentare mondiale, in vista del vertice di New York del 20-22 settembre prossimi, dove si farà il punto sugli obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni unite.

Rispetto al 2009, il numero di persone che non hanno cibo a sufficienza per vivere è sceso di 98 milioni di unità. «Ma l’obiettivo del Millennio, di dimezzare la percentuale degli affamati, non va lasciato cadere – ha commentato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf – e se si opera nel modo giusto, ci riusciremo».

Il calo degli affamati nel mondo, sottolinea la Fao, è dovuto alla discesa dei prezzi alimentari dopo i picchi 2008 e alla crescita economica registrata nell’area asiatica grazie al traino di Cina e India.
Diouf sottolinea poi come la regione Asia-Pacifico sia quella che conta il maggior numero di persone sottonutrite, ma grazie al calo del 12% rispetto al 2009, che la porta ad attestarsi a 578 milioni di affamati contro i precedenti 658, «è artefice in larga parte del miglioramento registrato a livello globale».

Nell’Africa subsahariana invece la proporzione di persone affamate rimane altissima, al 30%, attestandosi a 239 milioni. Sono 53 milioni gli affamati in America Latina e Caraibi, 37 milioni in Nord Africa e 19 milioni nei Paesi sviluppati, economie rodate, che comunque non riescono a debellare il problema.

I Paesi in via di sviluppo rappresentano comunque il 98% della fame nel mondo e due terzi di quanti soffrono la scarsità di cibo vivono in appena sette Paesi, vale a dire Bangladesh, Cina, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia e Pakistan.
Secondo la Fao tuttavia, nonostante il quadro migliori, la fame è ancora un problema lontano dall’essere risolto. Le ultime statistiche rilevano che sono stati fatti progressi verso il traguardo del «Millennium Goal» stabilito dalla comunità internazionale, di portare cioè al 10% entro il 2015 la percentuale dei sottonutriti. Ma la meta – rileva ancora Diouf – è ancora difficile da raggiungere: attualmente la quota è attestata al 16%, rispetto al 18 per cento di un anno fa.
Quello che serve, secondo Diouf, è un robusto investimento in agricoltura: «Ci sarebbe bisogno di 45 miliardi di dollari annui di investimenti, rispetto ai 1.250 garantiti agli armamenti. Non chiediamo poi molto», sottolinea.

Nei Paesi in via di sviluppo gli investimenti in agricoltura sono fermi a un modestissimo 5-6 per cento. Inoltre i Paesi più poveri dimostrano una scarsa capacità di assorbire le crisi economiche e le impennate delle derrate alimentari. Il recente aumento dei prezzi, dovuto alle tensioni sui cereali dopo l’estate di incendi in Russia, nel caso persistesse, creerebbe ulteriori ostacoli alla lotta contro la fame.
Anche l’Ifad, attraverso la vicepresidente Yukiko Omura, ha messo l’accento sul fatto che «le popolazioni rurali sono la chiave per risolvere il problema: bisogna assisterle per farle produrre di più». Mentre la direttrice esecutiva del Pam, Josette Sheeran, punta alle «azioni concordate» di contrasto alla fame: «Aiutano, e i dati in discesa lo dimostrano».

15/9/2010 © Copyright Il Sole 24 Ore

LE CIFRE DELLA FAO

925 Milioni di persone i sottonutriti del pianeta. Nel 2009 erano 98 milioni di più
7 Paesi dove la fame dilaga:
Bangladesh, Cina, Indonesia, Etiopia, India, Pakistan e
R. Democratica del Congo
578 milioni di persone sono i sottonutriti dell’Asia

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Posted by alenu su 9 settembre 2010


Giocattoli sessuali in mostra alla conferenza ONU sulla gioventù

Documento estremista prodotto da giovani estremisti

Opponetevi firmando la petizione che presenteremo all’ONU fra tre settimane!

Cari amici dei giovani,

l’équipe di C-FAM è appena ritornata dalla Conferenza delle Nazioni Unite sulla Gioventù a Leon, in Messico, che comprendeva delle parti veramente disgustose

C’era un’enorme salone dove decine di stand esibivano materiale pornografico, ivi compresi i giocattoli sessuali
Uno di questi stand era gestito da uomini di mezza età con indosso solo slip del tipo che coprono appena appena i genitali, lasciando interamente scoperto il didietro
C’era la dimostrazione pratica di come si mette un preservativo a un giocattolo sessuale.
TUTTO QUESTO ERA IN MOSTRA SOTTO GLI OCCHI DEI NOSTRI BAMBINI E RAGAZZI

Altrettanto brutto è il fatto che un gruppo di giovani estremisti guidati da rappresentanti dell’ONU ha scritto un documento, che stanno premendo affinché sia adottato dall’ONU. E’ uno dei documenti più radicali che si possano immaginare, interamente ispirato alla pornografia in mostra nel salone centrale a Leon.

Il documento chiede

  • una ridefinizione della parola “genere” per comprendervi l’intero “spettro delle identità di genere” ivi compresi “intersex” e “queer”
  • “l’educazione sessuale globale”
  • “l’aborto sicuro”

Questo documento, pienamente influenzato dalle mostre pornografiche nella sala mostre, è stato scritto sotto la supervisione dell’UNFPA [Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione] che si è sempre dimostrata pro-aborto, anti-famiglia e anti-giovani.

E veniamo al vero problema: questo documento potrebbe essere incluso FRA TRE SETTIMANE nel documento governativo acettato dall’Assemblea Generale dell’ONU!

DOBBIAMO RISPONDERE, DOBBIAMO DARE LORO UN DOCUMENTO CHE DIMOSTRA I VERI SENTIMENTI DEI GIOVANI VERI!

Per fortuna un documento di questo genere lo abbiamo. Un gruppo di giovani che si  è dato nome International Youth Coalition [Coalizione Internazionale della Gioventù] ha scritto e presentato alla conferenza un BUON DOCUMENTO, un documento che dice le cose giuste. Qui sotto troverai un link al documento.

Ti chiediamo di

  • leggerlo (purtroppo è in inglese)
  • se sei d’accordo, firmarlo

Raccoglieremo la tua firma insieme ai nomi di, speriamo, altri 50.000 e fra tre settimane le presenteremo all’ONU.

Dimostreremo loro che non siamo d’accordo con questo programma terribile. Dovete sapere che  questo aiuto l’hanno chiesto i delegati all’ONU, per  bloccare la strada al movimento giovanile estremista.

Trovate un documento e una petizione da firmare QUI. I documenti sono due, uno per chi ha 30 anni o meno, e uno per chi ha più di 30 anni.

Vai QUI adesso e firma il documento. Aiutaci a fare colpo alla sede dell’ONU alla fine di questo mese.

E’ urgente farlo ADESSO.

Ti chiediamo anche di inoltrare questa email a TUTTA LA TUA RUBRICA!

E’ di importanza vitale che i giovani normali si facciano sentire alle Nazioni Unite. Le delegazioni degli stati nazione ce lo hanno chiesto espressamente.

Abbiamo bisogno di 50.000 nomi entro TRE SETTIMANE!

Sincerely,

Austin Ruse
President/C-FAM
Editor/Friday Fax

8 settembre, 2010

PS Questo documento deve girare il mondo come un missile nel giro di tre settimane.  Ti chiediamo di ri-inviarlo subito!

[traduzione dall’inglese di A.Nucci]

© Copyright 2010 Permission granted for unlimited use. Credit required.
866 United Nations Plaza, Suite 495, New York, NY 10017
http://www.c-fam.org

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Posted by alenu su 6 settembre 2010


L’obiezione di coscienza nel mirino del parlamento europeo

Il volto illiberale dell’Europa tenta un altro colpo.
Questa volta nel mirino è finito il diritto all’obiezione di coscienza in caso di aborto.
Visto da sempre come la bête noire dalle lobby abortiste, non poteva tardare il tentativo di limitarlo o addirittura eliminarlo.

Nella prossima sessione plenaria del Parlamento Europeo, che si terrà dal 4 all’8 ottobre 2010, verrà posta in discussione la risoluzione “Women’s access to lawful medical care: the problem of unregulated use of conscientious objection” (AS/Soc (2010) 18 – del 21 maggio 2010), già approvata a maggioranza in Commissione Affari Sociali, Salute e Famiglia lo scorso 22 giugno scorso. Già il titolo della risoluzione appare eloquente: “Accesso delle donne a cure mediche legali: il problema di un uso non regolamentato dell’obiezione di coscienza”.
Relatrice del documento è l’eurodeputata britannica Christine McCafferty. Per rendersi conto della gravità della questione e dell’impronta ideologica che aleggia dietro l’iniziativa, è sufficiente leggere il rapporto McCafferty (doc. 12347 del 20 luglio 2010).
La risoluzione, in pratica, chiede all’Assemblea che, dopo essersi dichiarata profondamente preoccupata («deeply concerned») per il fenomeno dell’obiezione di coscienza, evidenzi l’importanza di «bilanciare il diritto a tale obiezione con il “diritto” della donna ad un “medical care” in tempi ragionevoli» (punto 2 ris.). Medical care, letteralmente cura medica, sta in realtà per aborto. Viene quindi sancito un diritto sacrosanto all’interruzione volontaria della gravidanza, che, secondo il punto 3 della risoluzione, dovrà essere rigorosamente «rispettato, protetto ed adempiuto» (respected, protected, and fulfilled).
L’obiezione di coscienza dovrà, poi, essere riconosciuta esclusivamente al medico e «non potrà riguardare strutture nel loro insieme, quali ospedali pubblici e cliniche» (punto 4.1.1). Verrà, inoltre, accuratamente sottoposta ad un rigido sistema di controllo, «anche attraverso un’adeguata procedura di reclami», in modo che venga assicurato a tutti, «ma soprattutto alle donne il ricorso tempestivo a prestazioni sanitarie».
Il punto 4.1.3 della proposta di risoluzione, infine, prevede espressamente l’obbligo di fornire il trattamento medico (rectius aborto) nonostante l’obiezione di coscienza, quando sia eccessivamente disagevole trovare un’altra struttura disponibile, o quando tale struttura si trovi oltre un “ragionevole” raggio di distanza.
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Posted by ikzus su 2 settembre 2010


Un team di accademici chiede all’Ipcc meno dogmatismo e più voci libere

Così la scienza processa la climatologia dell’Onu

di Piero Vietti

Nel giorno in cui il famoso scienziato e “ambientalista scettico” Bjørn Lomborg stupiva seguaci e critici con un imprevedibile testacoda dicendo al Guardian che servono “cento miliardi di dollari l’anno per combattere il global warming”, un importante gruppo di inchiesta composto da scienziati di tutto il mondo, l’InterAcademy Council criticava duramente i metodi di lavoro dell’Ipcc, il panel di esperti che per conto dell’Onu studia l’impatto delle attività umane sul clima. Questo non fa che dimostrare ancora una volta ciò che il Foglio (e con lui voci più autorevoli) va ripetendo da tempo: la scienza che studia il clima è quanto di più vago ci possa essere, il dogmatismo scientista non porta da nessuna parte e il pensiero unico ambientalista – in fondo contro l’uomo – che ha riempito le pagine dei giornali negli ultimi anni provoca più danni che vantaggi.

Nel suo documento di 113 pagine l’Iac chiede che l’Ipcc venga riformato per ridurre la presenza di errori e pregiudizi che possono falsare i report. Non bisogna avere paura della verità, anche quando questa veste le tinte fosche dell’incertezza: quando nel 2007 l’Ipcc vinse il Nobel per la Pace assieme ad Al Gore ci dissero che la climatologia era “settled”, che non c’erano più dubbi sull’impatto disastroso che le attività umane hanno sul clima. Poi, passando per il fallimento dei negoziati di Copenaghen e lo scandalo del climategate, è arrivata questa autorevole critica che chiede anche di rinforzare certe procedure e di assicurarsi che i report riflettano le “controversie genuine” tra scienziati del clima. Secondo l’Iac, l’Ipcc dovrebbe insediare un comitato esecutivo che includa anche persone esterne alla comunità dei climatologi e limitare la durata della carica del suo presidente a un termine più breve. “L’attuale durata di dodici anni è troppo lunga”, dice l’Iac.

Il documento ha avuto eco soprattutto in America e Inghilterra, dove il climategate ha segnato di più l’opinione pubblica: il Wall Street Journal ieri sottolineava soprattutto l’abbandono del dogmatismo, spiegando come per il gruppo di esperti che ha lavorato al documento si debba “evidenziare meglio l’incertezza su alcuni aspetti della climatologia”. Ciò che più ha inficiato il lavoro del panel onusiano è stata la politicizzazione delle conclusioni a cui le ricerche sono giunte: pur di influenzare le politiche degli stati e dimostrare che la propria ipotesi era corretta, l’Ipcc si è anche affidato a fonti scadenti o di parte (come quando ha usato un documento del Wwf per predire lo scioglimento dell’Himalaya). L’Iac chiede la fine di tutto questo (riconoscendo che il lavoro fatto è stato “tutto sommato buono”), chiede maggiore controllo delle fonti e di lasciare spazio a “visioni alternative”. E’ palese che la scienza sarebbe la prima a guadagnarci da questa riforma. Al momento però l’Ipcc minimizza (“non è successo niente”, è il commento semiufficiale sul blog Real Climate) e il presidente Rajendra Pachauri ha fatto sapere che fino al 2014 non si muoverà.

2-9-2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 4 agosto 2010


I missili di Hamas sulla “pace fredda” tra Israele e ANP

di Claudio Pagliara

Gerusalemme. Netanyahu e Abu Mazen non si sono ancora dati appuntamento e già un minaccioso terzo incomodo si è invitato a colazione. Venerdì e sabato, razzi lanciati dalla Striscia di Gaza hanno scosso le città israeliane di Sderod e Ashkelon; stamani, dal Sinai prese di mira Aqaba, in Giordania e la “città gemella” israeliana Eylat, entrambe sul Mar Rosso. Quanti pensano che la pace in Medio Oriente sia nella mani del premier israeliano e del presidente palestinese sono serviti.

La successione degli attacchi non lascia dubbi sul fatto che siano legati da uno stesso filo rosso. Sono la risposta del fondamentalismo islamico a quello che appare il primo timido successo della diplomazia statunitense, la probabile ripresa delle trattative dirette israelo-palestinesi. E’ della settimana scorsa il vertice della Lega Araba che ha di fatto invitato il recalcitrante Abu Mazen a rompere gli indugi. Per rassicurare sulle intenzioni israeliane, il premier Netanyahu si è incontrato col re di Giordania Abdallah e il presidente Peres con il presidnete egiziano Mubarak. Dietro la svolta, Barak Obama, che ha esercitato una pressione “senza precedenti” – parole di Abu Mazen –, per convincere il presidente palestinese che non può più tergiversare.

Lo scenario più probabile è che a metà agosto Netanyahu e Abu Mazen diano il via al nuovo round negoziale. Gli eventi degli ultimi giorni, mettono in luce la fragilità del processo, al di là della distanza ancora esistente sui nodi del conflitto. In passato, i radicali islamici hanno usato il terrorismo suicida per sabotare il processo di pace. Oggi Hamas ha a disposizione uno stato di fatto, la Striscia di Gaza, per ottenere lo stesso risultato. Nei suoi arsenali, grazie al sostegno aperto dell’Iran, ha razzi in grado di raggiungere Tel Aviv. Durante l’ultimo conflitto, Piombo Fuso, ha dimostrato di poter tenere sotto tiro tutto il sud di Israele. Un massiccio attacco missilistico da Gaza, costringerebbe Israele ad un intervento militare su vasta scala. Come accadde a gennaio di due anni fa, a farne le sicure spese sarebbe proprio il negoziato.

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Posted by ikzus su 17 luglio 2010


Due paginette insanguinate:
“Sono fiero di aver ucciso Theo van Gogh”

di Giulio Meotti

Abbiamo ottenuto in esclusiva in Italia una copia della lettera che l’assassino di Theo van Gogh, Mohammed Bouyeri, ha fatto uscire dal carcere in risposta a un gruppo islamico francofono stanziato in Belgio (qui sono riprodotte le due pagine della missiva, citata dal quotidiano olandese Algemeen Dagblad). Bouyeri sta scontando l’ergastolo nel carcere di Nieuw Vosseveld, uno dei penitenziari di massima sicurezza in Olanda. Il suo è un documento decisivo su una vicenda che ha segnato la recente storia euroccidentale: l’uccisione di un celebre regista, il trisnipote del pittore Vincent van Gogh, da parte di un figlio di immigrati musulmani, per aver filmato la discriminazione delle donne islamiche nel paese della tolleranza.

In molti hanno definito il caso Van Gogh come “l’11 settembre dell’Olanda”. Forse d’Europa. Quell’omicidio ha scosso le certezze del multiculturalismo da sempre vanto dei Paesi Bassi. E si è imposta la paura fra gli artisti, gli scrittori e i giornalisti. “La libertà di parola è l’unica cosa che può salvare i liberi cittadini dai barbari”, aveva detto Van Gogh. Bouyeri però non gli aveva mai perdonato “Submission”, il film sceneggiato da Ayaan Hirsi Ali e da lui girato. Parla di una donna, del suo matrimonio combinato e della condanna per adulterio. Alcuni versetti del Corano sono tatuati sul corpo della donna, la pelle viva è solcata dalle frustate. Le immagini di quel cortometraggio furono uno choc per l’Olanda.
Nella lettera che riproduciamo Bouyeri dice di non provare rimorso per quanto ha fatto, ma di essere fiero di aver ucciso. A chi gli scrive, Bouyeri offre “il sentiero”. Incita i “fratelli e sorelle” a seguire la strada da lui intrapresa. E’ interessante e angosciante che a scrivergli sia un bambino di dieci anni a nome di una organizzazione islamica in Belgio, come se Bouyeri fosse un esempio da emulare. Il tono della lettera è segnato da un candore assassino. Bouyeri non nomina mai Van Gogh, ma fa capire di aver adempiuto a un dovere religioso nell’ucciderlo. Dice che la sua vita di prima era luccicante e moderna, ma al fine empia, sporca.

Il 4 novembre 2004 Mohammed Bouyeri
si sveglia alle 5 e 30 del mattino. Lascia uno scritto per la famiglia: “Quando riceverete questa lettera sarò caduto come martire”. Dopo aver pregato, Mohammed sale in bicicletta dirigendosi verso un uomo che sta pedalando in una strada dall’altra parte di Amsterdam. Bouyeri ha già fatto decine di volte quel percorso. L’uomo veste una t-shirt e vistose bretelle. Si chiama Theo van Gogh. Sta andando verso il suo studio cinematografico a sud di Amsterdam, non lontano dalla casa in cui ha vissuto Cartesio. Il regista si ferma a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. Bouyeri gli spara un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cade dalla bicicletta, riesce a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo segue fino al cestino delle immondizie a cui la vittima si aggrappa, esplode altri due colpi. Poi Bouyeri squarcia la gola a Van Gogh, prima di appuntargli una lettera al petto.

La lettera contiene minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Wilders è oggi uno dei politici più popolari dei Paesi Bassi. Hirsi Ali, dissidente e apostata dell’islam, già deputata olandese, è riparata a Washington, dove lavora presso il pensatoio neoconservatore American Enterprise Institute. Addosso a Bouyeri la mattina dell’omicidio viene trovata un’altra lettera: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”.
Mohammed Bouyeri non è nato in una famiglia di fanatici, ma di immigrati marocchini ben integrati. Per tutti “Mo” era un ragazzo “promettente”, “positivo”, a scuola i compagni lo ricordano introverso e “timido”. Scrive nel giornale della scuola, organizza banchetti e dibattiti pubblici. Gli piacciono le ragazze olandesi, le trova “facili”. Dopo l’11 settembre però Mohammed annuncia agli amici di voler “trovare la verità”. Inizia a minacciare gli amici che consumano alcol, si rifiuta di stringere la mano alle donne, indossa una tunica islamica e si fa crescere la barba. La “verità” gliela fornisce un imam fondamentalista, il siriano Abou Khaled.

Bouyeri viene educato a una corrente dell’islam nota come “Takfir”. La tesi centrale di questa corrente è che i musulmani devono punire senza pietà coloro che abbandonano “la Verità” o fanno blasfemia. E una volta stanati, impartire la giusta condanna. Come avrebbe fatto con Van Gogh. Al processo Bouyeri ha confessato di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione: “Ho agito per convinzione e non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”. E rivolto alla madre di Van Gogh disse: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”. Nelle due pagine (qui a fianco ne riproduciamo una per la prima volta) il killer di Van Gogh fa uscire le proprie idee dal carcere.

Leggi la lettera in esclusiva di Mohammed Bouyeri

17 luglio 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


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