ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Archive for the ‘giovani’ Category

Si vuole trasformare la scuola in “campi di rieducazione”? I genitori non si facciano intimidire

Posted by alagna su 27 marzo 2014


Di seguito riportiamo la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al Consiglio episcopale permanente in corso a Roma. In uno dei suoi passaggi più significativi, l’arcivescovo di Genova ha parlato delle recenti polemiche sulla cosiddetta ideologia di genere e della sua introduzione nelle scuole.

Bagnasco ha usato queste parole: «In questa logica distorta e ideologica, si innesta la recente iniziativa – variamente attribuita – di tre volumetti dal titolo “Educare alla diversità a scuola”, che sono approdati nelle scuole italiane, destinati alle scuole primarie e alle secondarie di primo e secondo grado. In teoria le tre guide hanno lo scopo di sconfiggere bullismo e discriminazione – cosa giusta –, in realtà mirano a “istillare” (è questo il termine usato) nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre… parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte. È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza se si vuol fare della scuola dei “campi di rieducazione”, di “indottrinamento”. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati? Si è chiesto a loro non solo il parere ma anche l’esplicita autorizzazione? I figli non sono materiale da esperimento in mano di nessuno, neppure di tecnici o di cosiddetti esperti. I genitori non si facciano intimidire, hanno il diritto di reagire con determinazione e chiarezza: non c’è autorità che tenga».

Da Tempi

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Quella destinazione per prendere il largo

Posted by alagna su 4 luglio 2013


GIUGNO, MESE DELLE ORDINAZIONI. E DI UNA VOCAZIONE CHE SI COMPIE

« Sai, mi hanno destinato: vado in periferia di Milano. Dicono sia un posto ‘caldo’, ma io non vedo l’ora».

Ricordo ancora l’entusiasmo di un amico, neo­sacerdote, catapultato in un quartiere di Cinisello Balsamo, una delle zone per certi versi più difficili della diocesi ambrosiana. Quello stesso sorriso l’ho rivisto, pochi giorni fa, sul volto di un giovane missionario del Pime, in partenza per l’Algeria: l’entusiasmo di chi sta finalmente per ‘prendere il largo’, dopo aver accarezzato per anni il giorno della partenza. Che cosa vi sia da gioire per l’assegnazione a una periferia complicata oppure a un Paese tra i più pericolosi al mondo non lo si può capire, se non in un’ottica di fede. Il segreto è tutto lì, in quella parola ‘destinazione’, che contiene e allude a un’altra, ancor più pregnante e impegnativa: ‘destino’. La vocazione questo è: l’intreccio tra il Destino buono pensato da Dio per te e una ‘destinazione’ concreta, fisica: una terra, la persona (nel caso degli sposati), un popolo, dove giocare la propria libertà, scommettendo sulla bontà dell’ipotesi-Cristo. Tra giugno e luglio in molte diocesi si celebrano le ordinazioni sacerdotali, cui segue la ‘destinazione’ dei preti novelli. È commuovente ed edificante (nel senso più autentico e nobile del termine) vedere l’entusiasmo col quale tanti giovani ‘sentono’ come casa loro nomi di località che fino al giorno prima ignoravano o sulle quali, addirittura, avevano pregiudizi. È perché capiscono che lì Dio ha dato loro appuntamento, al di là del fatto che questa notizia venga comunicata concretamente dal vescovo o dal superiore religioso. Nell’abbinamento a un popolo e a un luogo concreti prende il via l’inevitabile processo di incarnazione che ciascuno – prete, suora, religioso che sia – è chiamato a realizzare, sulla scia del Maestro. Anni e anni dopo, tale processo porterà molti a identificarsi quasi totalmente con la gente in mezzo alla quale e con la quale ha provato a vivere il Vangelo nella concretezza del quotidiano.

Sarà capitato anche a voi: non di rado si sentono missionari parlare utilizzando quasi solo proverbi locali, in una lingua che ormai è diventata un italiano imbastardito con le più curiose inflessioni, talora inframmezzato da espressioni come «da noi, in Colombia…» o cose del genere. È la testimonianza plastica di una ‘destinazione’ fisica vissuta e interpretata come ‘compimento del proprio Destino’, dentro una logica di obbedienza e gratuità che il mondo non capisce.

Perché davvero non si comprende – se non con gli occhi della fede – che cosa vi sia da guadagnare a lasciare un posto di lavoro sicuro per abbracciare – che so? – la vocazione sacerdotale oggi, in un momento storico in cui ‘fare il prete’ non è certo la più comoda delle scelte, né la più gratificante delle professioni.

Senza la fede, non si capisce davvero perché uno debba partire per il Giappone, dove il Pil è invidiabile, dove non c’è bisogno di costruire scuole o lebbrosari, ma quello che manca (lo dicono i 30mila suicidi l’anno) è una risposta convincente alla domanda sul senso della vita. Solo grazie alla fede si può capire la pazzia di una ragazza – magari laureata a pieni voti, cercata dagli amici e pure bella – che sceglie la via del convento, facendo così coincidere il suo Destino con una destinazione che, nel caso della clausura, è irrevocabile. Una destinazione forse angusta negli spazi, ma capace di dilatare all’infinito il cuore di chi l’abbraccia.

Da L’avvenire del 28 Giugno 2013

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Giovani, vi voglio tutti protagonisti

Posted by alagna su 7 aprile 2013


È un rapporto profondo, chiaro e sincero quello che lega papa Francesco e i giovani. L’attenzione che il nuovo Pontefice ha dedicato ai ragazzi nei 15 anni da arci­vescovo di Buenos Aires è stata costante. L’allora cardinale Bergoglio incontrava i giovani ogni giorno nelle strade della città argentina e sui mezzi pubblici utilizzati per i suoi spo­stamenti. Ma con loro aveva anche degli appuntamenti fis­si durante l’anno, come il pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Luján e la ‘marcia giovanile’ di giugno per la solennità del Corpus Domini. Seguono alcuni estratti – se­lezionati e uniti a seconda dei temi trattati – di omelie, di­scorsi e messaggi che il cardinale Bergoglio ha rivolto ai giovani negli ultimi anni.

CERCARE DIO E LASCIARSI TROVARE
Essere giovani cristiani vuol dire anzitutto es­sere dei buoni cittadini. In un momento di crisi, far riferimento alla buona cittadinan­za significa parlare in sanscrito. Come riu­scirci? Facendo memoria del nostro popo­lo. Bisogna guardarsi indietro e vedere che alle spalle c’è una storia di persone. Non di­mentichiamo chi ci ha preceduto. Dovete costruire il futuro attraverso la memoria che hanno lasciato i nostri anziani e vi trasmet­tono i genitori. A proposito di memoria vor­rei dirvi un’ultima cosa: non dimenticate mai di cercare Dio e, soprattutto, lasciatevi trovare da Lui.

LIBERTÀ E SOGNI
Non abbiate paura della libertà, anche se ci sono molti furfanti che vi stanno vendendo falsità affinché abbiate paura della vita. Ab­biamo bisogno dei vostri sogni. Un Paese in cui giovani ancora sognano non è morto. Ma i vostri sogni devono essere piantati nel­la società. Perché i sogni non sono soltanto di vostra proprietà, ma patrimonio di tutti. Anche di chi vuole rubarveli. Allora non ri­schiate la vita per un piacere che passa do­po 10 minuti. Rischiate la vita per Gesù. Lui ci ha lasciato un messaggio che è il sogno più grande. Ci ha detto che siamo tutti fra­telli. Sognate la vita di Gesù.

LA VIA DELLA MITEZZA
La società in cui viviamo anestetizza i gio­vani e vuole distruggere i loro ideali e i pi­lastri della speranza. Essere giovani signifi­ca non rimanere chiusi ma imparare a com­battere, a lavorare e a vedere il mondo at­traverso occhi di grandezza. Siete chiamati a fare grandi cose come servire il prossimo, cre­scere una famiglia e tra­smettere i vostri valori. In una cultura che offre con­tinuamente il metodo dell’attacco, della tensio­ne e dell’insulto voi gio­vani dovete seguire la via della mitezza e rispettare sempre il prossimo, che è una persona come voi.

LASCIARE IMPRONTE
Ragazzi, a voi che per la solennità del Corpus Do­mini avete attraversato la città da quattro direzioni differenti per arri­vare fin qui, a piazza dei Due Congressi, chiedo se vi siete limitati a fare una sfilata di moda o se, invece, avete lasciato impronte. Perché dovete sapere che colui che cammi­na senza lasciare traccia è inutile. Se si tra­scorre la vita a bordo di un pattino non si lasciano impronte. Bisogna portare avanti un messaggio d’impegno e proseguire lun­go il cammino percorso da Gesù Cristo, che ha lasciato un segno indelebile e ha scritto la storia.

LAVORARE PER LA GIUSTIZIA
Finiamo questo pellegrinaggio a Luján, alla casa della Vergine e, come facciamo a ogni visita, ci siamo seduti in silenzio davanti al­l’immagine della Madonna. La cosa più im­portante è che abbiamo la necessità di pre­gare e di affidare alla Vergine ciò che condi­vidiamo con molti pellegrini sulla strada. «Madre, insegnaci a lavorare per la giusti­zia ». E sapete chi ha voluto fare questa ri­chiesta? Voi stessi. Sì, perché tra le vostre preghiere alla Vergine avete scritto anche questa: «Madre, insegnaci a lavorare per la giustizia». Luján è la casa di tutti i figli del­la Madonna e stiamo facendo questa ri­chiesta affinché Lei ci insegni a essere per­sone giuste nella vita. Questo è il posto ideale per imparare a essere buoni figli, buoni fra­telli, preoccupati per il bene degli altri. Im­pariamo tutti a lavorare per la giustizia, co­sì avremo sempre un cuore aperto e grande.

NO AL NULLA DELL’IPOCRISIA
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia» (Vangelo di Luca 12,1-7). L’i­pocrisia è l’anima doppia, pensare un po’ di qua e un po’ di là, poggiare un piede su que­sta pietra e uno su quell’altra. È quella pec­caminosa diplomazia dello spirito che ci ammala e ci fa male. Ma parlare ai giovani di ipocrisia è come parlare in cinese. Voi non siete ipocriti ma aperti, e dite ciò che pen­sate. Con il trascorrere degli anni, però, si ri­schia di imboccare la stradina che porta al nulla e di non proseguire sulla strada gran­de della sincerità. Allora continuate a dire la verità, siate trasparenti, restate nella stessa via. Certo, durante que­sto percorso ci saranno dolore e problemi. Però il vostro cuore sarà feli­ce, mentre se prendere­te la stradina dell’ipo­crisia non riuscirete nemmeno a sentire il vostro cuore».

VOGLIO UNA CHIESA PER LE STRADE
Dobbiamo proporre l’orizzonte che Dio ci ha messo nel cuore. E per farlo è necessario uscire da noi stessi. Quindi non accontentatevi di stare con il vostro piccolo gruppo, ma a­scoltate le preoccupazioni e prendetevi cu­ra delle pene di tutti i giovani. È vero, voi gio­vani siete una minoranza. Anche il lievito è solo una piccola parte della pizza ma serve a far fermentare la pa­sta. Anche il sale è una mi­noranza, ma aggiunge sapo­re e aiuta a mantenere la cot­tura. Allora integratevi, par­late e ascoltate. Suggerite o­rizzonti veri, non quelli a breve termine. Dovete avere spirito missionario e me­scolarvi con gli altri. Come ho già detto in molte occa­sioni, voglio una Chiesa per le strade. Che esca fuori da se stessa. Ecco, voglio anche i giovani per le strade. Gio­vani mescolati e incorpora­ti nella vita quotidiana di al­tri giovani. Ragazzi che par­lano di Gesù Cristo, che con Lui vivono e possono trasmettere il suo esempio agli al­tri.

Di Luca Mazza

su L’Avvenire del 24 Marzo 2013

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