ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Archive for the ‘politica’ Category

La politica è…

Posted by ikzus su 15 giugno 2015


Da Dublino a Roma. Manuale per il perfetto matrimonio omosex

irlanda

Il referendum per le nozze omosessuali nell’Irlanda una volta cattolica ha dato un colpo d’acceleratore anche in Italia alla marcia verso una legge sulla “civil partnership” tra persone dello stesso sesso.

Il fatto che il governo in carica in Italia sia zeppo di cattolici praticanti, a cominciare dal suo capo Matteo Renzi, non sembra frapporre ostacoli al procedere inesorabile dell’operazione. È cattolico conclamato anche il sindaco di Roma Ignazio Marino – ieri amico del cardinale Carlo Maria Martini e oggi in rapporti cordiali col suo confratello gesuita divenuto papa – che già si esercita benedicendo in Campidoglio le avanguardie delle coppie omosessuali in cerca di sigillo pubblico alla propria unione.

Né sembra minimamente impensierire i fautori, anche cattolici, della nuova legge l’opposizione delle gerarchie della Chiesa. Lo stesso papa Francesco ha tuonato più volte contro le nozze gay, ma è come se parli al vento. “Non pervenuto”, si direbbe, a vedere come la grande stampa oscura ogni volta queste sue parole.

L’unica precauzione dei fautori della legge è quella di non chiamare l’unione “matrimonio”, pur avendone i connotati. Il modello a cui si richiamano è quello tedesco dell’Eingetragene Lebensgemeinschaft, in vigore in Germania dal 2001.

Niente matrimonio, dunque, a parole, ma solo parità di diritti per le coppie omosessuali, descritte come ancora ingiustamente prive di tutte le facoltà riconosciute alle coppie sposate.

Il fatto è che di quasi tutte queste facoltà già godono in Italia non solo le coppie sposate, ma anche i conviventi.

Luciano Moia, su “Avvenire” di qualche giorno fa, ne ha fornito il preciso inventario:

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Posted by ikzus su 5 febbraio 2015


MATTARELLA (CON BERGOGLIO). SUI COLLI DI ROMA IL TRIONFO POSTUMO DEL CARD. MARTINI SU GIOVANNI PAOLO II E SU BENEDETTO XVI

Il bacio della morte al Nazareno (inteso come patto) l’ha dato Giuliano Ferrara che aveva appena sfornato un pamphlet apologetico di Matteo Renzi e del suo “inciucio” col Cavaliere.

Renzi, in un batter d’occhio, l’ha sconfessato asfaltando al tempo stesso Berlusconi e i post-comunisti.

Ferrara, che è sia berlusconiano che postcomunista, è rimasto sotto le macerie di destra e di sinistra.

E oggi tutti coloro che non volevano “morire democristiani” devono rassegnarsi alla riesumazione della Balena bianca, tornata saldamente in sella ai vertici dello Stato, in barba a tutti i becchini.

E – quel che è più divertente – con i nemici di sempre della Dc (dai comunisti a Scalfari) che battono le mani entusiasticamente come per una propria vittoria.

Ma davvero è tornata Moby Dick – come farebbe pensare il “soccorso bianco” arrivato a Mattarella da tutti i democristiani di cielo di terra e di mare sparsi nei diversi schieramenti – o invece è un tonno, o uno squaletto, cioè un monocolore della sinistra democristiana, l’area ideologica da cui provengono sia Renzi che Mattarella, che è una democristianeria atipica?

QUESTIONE CATTOLICA

Di fatto i cattolici son tornati al centro del dibattito. Giulio Sapelli ieri ha scritto di ritenere da tempo che “la questione italiana è niente di più e niente di meno che la questione cattolica”.

Poi ha aggiunto: “Mattarella è il paradossale frutto di questa endiadi, ossia mentre il cattolicesimo, come fede, viene quasi sconfitto dalla secolarizzazione, il cattolicesimo come religione trionfa sotto le spoglie dell’eredità culturale della democrazia cristiana in Italia”.

E ancora: “l’unità politica dei cattolici è finalmente finita, ma chi occupa oggi i centri nevralgici del potere visibile e invisibile in Italia (salvo quelli massonici: in ritirata) son proprio i religiosi cattolici eredi di quell’unità”.

Spunti di riflessione intelligenti, ma forse non tutti centrati. Cosa sta veramente accadendo? E cosa dicono i cattolici?

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«Io sono Charlie eppure non lo sono» È così. Ma questo non è tempo di «né né»

Posted by alagna su 10 gennaio 2015


Caro direttore,
sono un sacerdote e vivo in Francia, precisamente a Lourdes, alcuni anni fa ero parroco a S. Maria Goretti a Milano, e ci siamo conosciuti in occasione della morte del suo collega Lino Giaquinto. Ovviamente come tutti, qui e altrove, sono sconvolto per quanto accaduto a Parigi. Ragionevole e comprensibile è la reazione e la conseguente riaffermazione della libertà di pensiero e di parola. Ora, un po’ meno a caldo, vorrei condividere con lei due semplici riflessioni. Anzitutto, io sono Charlie. Le piazze francesi sono invase da persone che giustamente manifestano a favore della libertà di espressione. Nulla può impedire tale diritto, da lungo acquisito dalla cultura occidentale e giustamente da difendere. Anch’io mi unisco a loro. In verità, si tratta di riconoscere il fondamento cristiano di tale valore. Non si può bloccare tale libertà, per cui opinioni diverse, democraticamente si confrontano e in tal modo favoriscono il dibattito culturale, politico e civile. Il vostro-nostro giornale è l’espressione di questa libertà nell’agone della nostra cara Italia. E ben venga, per cui non è ammissibile che, in nome di Dio o di ideologie, si uccida o si chiuda la bocca a chi non appartiene alla tua stessa sponda. Ma devo anche dire, io non sono Charlie. Mi è capitato di vedere, scorrendo internet, alcune vignette pubblicate dal giornale satirico. Ne sono rimasto inorridito e mi sono sentito offeso nella mia fede cristiana (specie vignette riguardanti Benedetto XVI). Mi ha fatto molto male. Disegni di una volgarità estrema e di pessimo gusto. C’è, sì, una libertà, ma non c’è forse anche una deontologia professionale da rispettare? Ci hanno sempre insegnato che la tua libertà termina dove inizia la mia. Ciò vuol dire che è sempre urgente mantenere un corretto equilibrio tra le diverse possibilità. Ricordo, a partire dalla mia infanzia, che l’educazione era: imparare a relazionarsi con gli altri in modo corretto, gestendo le proprie reazioni, moderando il proprio linguaggio e rispettando le regole. A questo siamo stati formati per diventare persone rispettose e cittadini responsabili. Non tutto si può dire e scrivere! Guarda caso, vedo proprio sul nostro giornale la campagna “migliori si può – anche le parole uccidono”. Ben venga: posso indiscriminatamente usare quelle parole, appellandomi al fatto che sono libero da ogni costrizione? Allora che senso hanno le accuse di omofobia o altro, se alla fine posso dire e fare tutto ciò che voglio? Mi ha fatto piacere leggere la riflessione di Giuseppe Anzani e anche, su “La Stampa on line” di venerdì 9 gennaio, il commento di Elena Loewenthal ove dice: «Ma io non sono Charlie soprattutto perché non siamo tutti vignettisti irriverenti come Wolinski… Il fondamento della libertà, quella di essere e quella di esprimersi, sta nel riconoscere che il mondo non è tutto uguale e noi nemmeno, anzi». Al di là dell’emozione del momento, abbiamo di che pregare, ma nello stesso tempo anche di che riflettere e seriamente. Da parte mia lo farò qui a Lourdes, ove, le campane del santuario, insieme a quelle di Notre Dame a Parigi, hanno suonato a morto, in memoria dei fratelli uccisi. Grazie ancora del vostro lavoro.

padre Giuseppe Serighelli, passionista Lourdes

Il 7 gennaio, proprio nel giorno del primo attacco dei jihadisti di Francia, dialogando con una lettrice che mi segnalava una bellissima storia italiana di presepi fatti assieme da bambini di religioni diverse, scrivevo: «Ignorare e far ignorare il rispetto che altri, diversamente credenti, in questo caso musulmani, hanno per la nostra fede [cristiana] e i suoi “segni” personali e comunitari (ma anche per la fede ebraica: la Sinagoga inserita nel presepe realizzato da bimbi di fede islamica) porta a disprezzare i sani sentimenti e le pratiche religiose altrui, facendo crescere distanze e fomentando inimicizie. Che politici e insegnanti che si dicono “laici” compiano questo errore e questa rimozione è davvero grave. Tanto più nel tempo tragico che viviamo, nel quale minoranze religiose di ogni parte del mondo e, soprattutto, intere comunità cristiane del Medio Oriente sono vittime di persecuzione. È così: rimuovendo le tracce antiche e le voci e le occasioni attuali del dialogo e della convivenza possibili, si finisce per lasciare il campo soltanto ai fanatici». Temevo, come tanti, ciò che poteva accadere, certo non immaginarlo. Però conosco i fanatici: non hanno bisogno di pretesti, ma li sfruttano tutti e sempre per ingigantire il proprio odio e portare contagio e morte. In Asia e Africa i jihadisti assassini ce lo stanno dimostrando da anni (e quanti, anche solo a parole, gareggiano assurdamente con loro per far crescere sospetto, divisione, intolleranza, rabbia). Adesso il fanatismo omicida l’abbiamo sperimentato di nuovo, con annichilente durezza, pure in casa nostra (e qui, bestemmiando il dialogo con chi fanatico non è, purtroppo non mancano quelli che continuano a scimmiottarne le logiche). Perciò come tanti di voi, amici lettori, anch’io che amo e difendo la libertà di coscienza, di pensiero e di stampa mi ritrovo a dire, senza esitazioni, che «sono Charlie» eppure subito dopo, per irrinunciabile convinzione, penso e dico che «Charlie» non voglio proprio esserlo. Perché non credo in una informazione e in una satira incapaci di porsi il problema del “rispetto” (e non di potenze politiche o economiche, ma del divino e dell’umano cioè di ciò che è intimamente sacro per la persona). Una libertà senza responsabilità (che non è solo morale senso del limite, ma anche senso dell’accoglienza dell’altro) non è libertà. Tento di viverlo, e non so più quante volte l’abbia ripetuto prima di tutto a me stesso, ma so quanto bene, ieri, qui, l’abbia saputo scrivere Giuseppe Anzani. E dunque, oggi, dichiaro di essere «Charlie», perché «Charlie» è stato ucciso nelle persone che erano la sua “matita” e la sua “voce” e il loro sangue versato è mio, come quello di ogni uomo e ogni donna vittima di ingiustizia e di violenza. Ma contemporaneamente, in coscienza, continuo a non essere «Charlie». E non mi sento in contraddizione. Di fronte a mani e menti fanaticamente omicide la logica del «né né» (quella che un tempo, in Italia, faceva dire «né con lo Stato, né con le Br») è impossibile. No agli assassini, no al terrore, no al jihad. No, no, no.

Marco Tarquinio

Da l’Avvenire del 10 Gen 2014

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Ciò che non va fra parentesi

Posted by alagna su 16 gennaio 2013


Campagna elettorale e temi etici.

Il peso della crisi economica è tale che la campagna elettorale si giocherà inevita­bilmente soprattutto sulle risposte politiche e di governo a essa. Ma ci sono altre questio­ni, dalle importantissime ricadute civili e so­ciali, che non possono essere messe tra pa­rentesi, e i lettori di Avvenire lo sanno molto bene per averne letto spesso su queste pagi­ne anche negli ultimi tempi. Si tratta dei te­mi che da qualche tempo si usa qualificare co­me “etici” (la famiglia, la libertà religiosa, i diritti umani, le questioni bioetiche). Mi a­spetto quindi, e come cittadino elettore an­ch’io non vorrei restare deluso, che su questi temi non solo i partiti, ma anche i singoli can­didati – in particolare quelli “cattolici” – si pronuncino espressamente: si tratta infatti di questioni che hanno una valenza non pri­vata e intimistica, ma pubblica e soprattutto “politica”. Le ragioni sono evidenti. Partiamo dalla famiglia: essa è, e rimane no­nostante tutto, il luogo privilegiato della ‘fe­licità’ (come è dimostrato dal fatto che è og­getto di mille tentativi di ‘imitazione’!) e co­stituisce altresì la risorsa sociale più natura­le e più potente che ci sia per far fronte a esi­genze che nemmeno lo Stato più ricco del mondo riuscirà mai a fronteggiare adegua­tamente: l’educazione primaria, l’inseri­mento dei giovani nel mondo del lavoro, l’ap­poggio ai malati e, in generale, ai soggetti “de­boli”, l’assistenza degli anziani. Un’intelli­gente politica per la famiglia non significa so­lo la tutela di un bene umano primario, ma consente allo Stato di meglio utilizzare le scar­se risorse destinate al welfare e, nel medio e nel lungo periodo, contribuire al rallenta­mento di un problema drammatico come quello del decremento demografico. Proseguiamo, nella nostra rapida analisi, con il tema dei diritti umani e della libertà reli­giosa. Un autentico impegno per la promo­zione dei diritti fondamentali (che non deve mai rallentare) implica che non si inquini il tema dei diritti umani con quello dei “desi­deri”. Ad esempio, far rientrare nella battaglia per i diritti la pretesa di concedere il matri­monio e l’adozione alle coppie gay non ha nulla a che vedere con la giusta lotta contro le discriminazioni nei confronti delle perso­ne omosessuali. È piuttosto una pretesa che incrina la corretta immagine dei diritti del­l’uomo, deformandola in una visione indivi­dualistica e in definitiva anti-personalistica. Di qui il sempre più frequente senso di fasti­dio che emerge in molti quando si fa appel­lo ai diritti umani fondamentali, come se es­si si riducessero a un cavallo di Troia per far implodere dall’interno la realtà relazionale coniugale e familiare. È un rischio che non possiamo correre e che dobbiamo intercet­tare prima che sia troppo tardi. Ed è indi­spensabile da parte dei politici una parola chiara al riguardo. Parole altrettanto chiare vanno riservate al­la libertà religiosa. Da parte di alcuni, pur­troppo non pochi, viene spesso ridotta – nel nome di un malinteso laicismo – alla libertà di confessare privatamente la propria fede. Per quanto sia difficile farlo capire ai laicisti più estremisti, va ribadito che la fede o è pub­blica o non è, e che il rilievo pubblico di u­na data fede religiosa non interferisce in al­cun modo col rilievo pubblico che va rico­nosciuto a qualsiasi altra confessione, ma serve a garantire al cittadino credente la pro­pria identità. Quanto ai temi bioetici il discorso può esse­re persino rapidissimo. Il buon uso (cioè l’u­so eticamente corretto) della biomedicina e dei suoi progressi non solo ha impressionanti ricadute sulla dignità della persona (e già que­sta considerazione sarebbe sufficiente a chiu­dere il discorso), ma contribuisce delimitare saggiamente i limiti del potere della scienza e degli scienziati e a fronteggiare il fascino di pericolose forme di “tecnocrazia”. Che il mondo non possa essere governato esclusi­vamente dagli scienziati è consapevolezza diffusa; per tramutare però questa consape­volezza in decisioni socialmente vincolanti non sono sufficienti gli allarmismi della fan­tascienza o della cinematografia catastrofa­le, ma è indispensabile un forte impegno po­litico. Bisogna quindi che nella campagna e­lettorale entri in modo esplicito e non equi­voco anche la “biopolitica”. E ogni candida­to faccia capire come la pensa e che cosa si prepara a fare (o non fare) e a sostenere.

Francesco D’Agostino

da l’Avvenire del 11 gennaio 2013

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Più rispetto per il “civile”

Posted by alagna su 24 ottobre 2012


È ormai evidente che logiche dominanti in Europa influenzano potentemente l’Ita­lia e che ormai anche nel nostro Paese si fa­tica a conoscere e riconoscere una realtà che è ricchezza e fonte di ricchezza per tutti: l’e­conomia sociale e civile. Su di essa non in­combe soltanto il grave (ben 7 punti) au­mento dell’Iva per le cooperative sociali (la principale innovazione economico-sociale i­taliana, e probabilmente continentale, degli ultimi vent’anni). C’è anche la recente ap­provazione della ‘borsa delle scommesse’ e l’imminente legalizzazione delle slot machi­ne online, che rappresentano un segnale an­cora più grave, poiché proprio queste nor­mative radicalmente ‘incivili’ finiscono per ingrossare le fila di quel disagio sociale che poi arriva alla cooperazione sociale che deve oc­cuparsene con sempre meno risorse.

È in questo contesto di incomprensione nei confronti del sociale e dell’economia civile che va anche inquadrato il tema dell’Imu sul­le strutture del mondo non profit e delle isti­tuzioni religiose, di cui si è molto parlato, ma di cui è forse bene parlare ancora e più a pro­posito.

Via Tuscolana, Roma. Una comunità di sale­siane, circa 20 suore, porta avanti da decen­ni una scuola elementare e materna. Molte sorelle, alcune ottantenni, lavorano come vo­lontarie nella scuola, assistendo i bambini negli intervalli, o rispondendo al centralino. Ho visto personalmente genitori che il gior­no in cui si aprono le iscrizioni, arrivano la se­ra prima e pernottano di fronte alla scuola per non restar esclusi dai pochi posti a di­sposizione. Perché questa comunità conti­nua a portare avanti questa scuola? Per due principali ragioni: per rispondere a un biso­gno urgente e vitale del territorio, e perché per le salesiane le opere educative non sono un accidens, ma parte essenziale della loro vocazione e del loro carisma. Quando quel­le suore da giovani hanno risposto a una vo­cazione, si sono donate anche ai giovani e al­la loro educazione.

L’Italia, almeno la sua parte migliore, l’han­no edificata anche, e in determinati momenti storici, soprattutto i carismi religiosi. Assieme, in una certa misura, a quelli laici. Quando lo Stato Italiano non c’era ancora, o le sue isti­tuzioni erano inesistenti o troppo fragili, Cot­tolengo, Don Bosco, Don Orione, Scalabrini, Francesca Cabrini, hanno curato e amato le tante forme di povertà e di esclusione del lo­ro tempo, rendendo la società italiana più ci­vile e la vita di tanti, poveri e meno poveri, possibile. Le loro strutture e le loro case so­no diventate dei veri beni pubblici, come e più di fontane, parchi, teatri, musei. E in molti casi lo sono ancora, costituendo un patri­monio del nostro Paese. Centinaia di migliaia di bambini, ragazzi e giovani oggi sono ancora educati e amati da opere nascenti dai cari­smi.

Solo uno sguardo distratto può chiama­re ‘attività commerciale’ la scuola di un or­dine religioso o la mensa attivata in una par­rocchia: sono espressione diretta e imme­diata del carisma. E sono attività diverse da quella for profit non perché e quando ‘non fanno utili’ (come recitano i testi normativi circolati in questi giorni), perché il fare o non fare utile non può essere il criterio per capi­re queste realtà, e per capire le tante realtà re­ligiose e laiche (culturali, ricreative, sportive …) che gestiscono attività che hanno anche una dimensione commerciale.

Ecco perché dietro progetti (e polemiche) sul­l’allargamento della tassazione sugli immo­bili agli ‘enti non commerciali’ (oggi parlia­mo di Imu, ieri di Ici) si nasconde molto di più di una faccenda ‘cattolica’ (e qui bisogne­rebbe ragionare su quanto male fa all’Italia leggere ogni cosa in chiave ideologica pro o contro la Chiesa!): è una questione che ri­guarda anche e soprattutto la vocazione ci­vile ed economica del Paese, la nostra storia e la nostra cultura.

C’è poi il dato concreto che molte di queste opere carismatiche si muovono da anni sul filo della sopravvivenza: ricevono somme ir­risorie dagli enti pubblici, e sopravvivono per la tanta gratuità che riescono ad attivare. Far pagare l’Imu per gli immobili di queste e di tante altre scuole e opere ‘comunitarie’ si­gnifica, di fatto, non capire il valore di tali realtà, non stimarle, e rendere la loro vita mol­to difficile, in certi casi insostenibile. Con qua­li conseguenze?

S i renderà più facile la dismissio­ne o svendita di queste struttu­re, magari a speculatori, che rad­doppieranno le rette, impoveriranno ancora le famiglie e impoveriranno anche la cultura e la storia dei nostri territori. È questo che si vuole? È davvero que­sto che l’Europa imporrebbe al patrio governo su richiesta di un manipolo di politici che hanno fatto ricorso contro l’Italia perché colpevole di ‘aiuti di Sta­to’ alle attività non profit?

Nell’attuale straordinaria fase politica e di governo continua purtroppo e, di fatto, si sviluppa una tradizione vec­chia ormai di decenni, che non ha oc­chiali per ‘vedere’ il civile italiano (che non è quello inglese né quello Usa). Non a caso il primo taglio della spen­ding review è stata la chiusura dell’A­genzia per le onlus, e l’ultimo (speria­mo) è picconare le opere del ‘civile’, e quindi i poveri. Non si tratta di ‘equità’ (trattare la Chiesa e le sue opere come tutti), si tratta di avere o non avere una idea di Italia, una idea della fisiologia del malato da curare. Perché la più grande ingiustizia è trattare allo stesso modo realtà diverse: non distinguere tra il significato civile ed economico di una business school e una scuola di Don Orione o un asilo tenuto in piedi da u- na parrocchia.

Si agitano mediatica­mente le note e abusate storie dei ‘bed e breakfast’ di proprietà di ordini reli­giosi ma gestiti con modalità impren­ditoriali e, spesso, da soggetti for profit (che infatti, anche con la legge attual­mente vigente, devono pagare Imu e ogni altra imposta), e non ci si rende conto che con gli interventi normativi oggettivamente contro il non profit sa­ranno proprio le attività for profit che aumenteranno. Pagheranno tutti l’Imu anche quelli che operano senza fini di lucro, ma i cittadini pagheranno un prezzo molto più alto, e il nostro Pae­se finirà per perdere l’apporto di realtà secolari.

Tutto per una radicale rival­sa ideologica abbinata alla voglia di fare un po’ di cassa; una cassa che, di­versamente dalla Francia, non si ha la forza politica di fare aumentando di 20 punti percentuali l’Irpef dei su­per-ricchi, continuando così a chie­dere di più ai poveri e alla sempre più impoverita classe media. Lo spettacolo di corruzione e immo­ralità di questi giorni si cura alimen­tando gli anticorpi, immettendo cel­lule sane nel corpo italiano grave­mente malato, anche per avere e­marginato i carismi dalla vita civile. Non sarà l’allargamento del mercato for profit a salvare l’Italia.​

Da L’Avvenire del 20 Ottobre 2012

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Posted by ikzus su 23 luglio 2012


L’irresistibile inadeguatezza della politica

di LUCA RICOLFI
Credo che la maggior parte dei cittadini non abbia ancora capito. Per non parlare dei politici, dei sindacalisti, dei rappresentanti di associazioni e gruppi. A giudicare dalla spensieratezza con cui si va in vacanza, si segue il calcio mercato, si discetta di sistemi elettorali, ci si infervora sui matrimoni gay e sulle dimissioni della Minetti, si direbbe che siano davvero pochi gli italiani che si rendono conto di quanto è drammatico questo momento.

E allora proviamo a riassumere. Nessuno sa quanto è probabile che l’euro crolli, o che lo Stato italiano fallisca e ci trascini tutti nel baratro. Però questa eventualità, che era decisamente remota fino a qualche tempo fa, ora non è più trascurabile. Può succedere. Speriamo di no, ma può succedere. Questa settimana, o fra un mese, o fra un anno.

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Stessa pagina, stessa crociata sulla Chiesa sì, sull’Islam no

Posted by alagna su 1 aprile 2012


Alcuni giorni fa una bizzarra pagina pubblicitaria appare sul New York Times. Una lettera aperta indirizzata ai cattolici moderati o non praticanti dal titolo che non lascia nulla all’immaginazione: «È tempo di abbandonare la Chiesa Cattolica».

Un invito a dire basta all’oscurantismo cattolico e abbandonare la Chiesa, incorniciato tra la vignetta di un vescovo furioso che strilla guardando una pillola anticoncezionale e il disegno di una donna accigliata che reclama la propria libertà sessuale. La lunga lettera rappresenta una sorta di manifesto semplificato del laicismo liberal della sinistra americana, in gran parte centrato sui temi dell’aborto e della politica cattolica sulla contraccezione. Partendo dai diritti delle donne, l’invettiva passa in rassegna tutti i mali del mondo, dalla miseria alla sovrappopolazione, e finisce per attribuirli tutti alle sacre scritture. Ovvia la conclusione: la modernità non è compatibile con la religione. Cari cattolici, è arrivato il tempo delle scelte: abbandonate la Chiesa. A firmare la pubblicità, la fondazione atea Freedom From Religion Foundation.

Fin qui nulla di particolarmente strano. I giornali, anche quelli stranieri, sono pieni di buffi annunci. E pochi li prendono realmente in considerazione. Se non fosse che, questa volta, la bislacca pagina pubblicitaria ha la sventura di catturare l’attenzione di Pamela Geller.

Blogger, giornalista, scrittrice e punta di diamante del movimento anti-Jihad cresciuto online dopo l’11 settembre 2001, Pamela Geller è stata definita come un mix tra una Ann Coulter simpatica e una Sarah Palin brillante.

Forse è un’esagerazione, ma resta il fatto che la Geller è una delle figure più in vista e più influenti della cyberdestra a stelle e strisce, oltre che una delle più odiate dalla sinistra. Insieme a Robert Spencer (FrontPage Magazine e Human Events), ha fondato due organizzazioni, Freedom Defense Initiative e Stop Islamization of America, che si propongono di combattere qualsiasi tendenza alla sharia negli States. E ha dato alle stampe, sempre insieme a Spencer, il bestseller The Post-American Presidency: The Obama Administration’s War on America. Il nome del blog che l’ha resa famosa, Atlas Shrugs è un chiaro omaggio all’opera di Ayn Rand (il cui romanzo più celebre, La rivolta di Atlante, in inglese è intitolato Atlas Shrugged), che la Geller definisce «il più grande filosofo della storia dell’umanità».

Descritto il tipo, il resto viene da sé. La Geller ha un’idea e senza perder tempo la mette in pratica. Prepara un’inserzione pubblicitaria identica: stessa grafica, stesso tratto nelle vignette. Al posto del vescovo, un imam. Al posto della pillola, un corano incendiato. Simile anche la donna che con sguardo fiero dice «no» alla barbarie. Diverso, ovviamente, il destinatario della missiva. Quella della Geller e della fondazione SIA (Stop Islamization of America), è ovviamente rivolta ai musulmani moderati. «È tempo di abbandonare l’Islam», titola la nuova lettera aperta. Un bel pacchetto con richiesta di pubblicazione finisce sulla scrivania dell’amministrazione del New York Times. Un discreto rischio per una provocazione: la tariffa è di 38mila dollari. Se l’accettano, tocca pagare.

E invece, come previsto dalla perfida Geller, puntuale arriva la telefonata imbarazzata di Bob Christie, niente meno che Senior Vice President of Corporate Communications per il New York Times. Per farla breve ecco il messaggio: bella la pubblicità, ma per il momento il quotidiano non ritiene opportuno pubblicarla. Troppo pericoloso, perché rischia di alzare la tensione con i fondamentalisti e ci sono ancora le truppe americane in Afghanistan che rischiano ritorsioni.

Per la Geller è la prova del nove: l’imbarazzo del New York Times era scontato. Chiamatelo politicamente corretto o, come lei preferisce, «vigliacco genuflettersi alla barbarie islamica». E la domanda diventa scontata: «Se avessero temuto un attacco cattolico al grattacielo del New York Times, avrebbero mai pubblicato quella prima pubblicità?». La morale? Scontata anche quella: se vuoi essere trattato con rispetto dal New York Times e dal resto dell’establishment politicamente corretto, il modo migliore è mettere ben in chiaro la tua volontà di ucciderli.

di Andrea Mancia e Cristina Missiroli
da Il Giornale del 23 Marzo 2012

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Posted by ikzus su 28 febbraio 2012


Ma non siamo ancora fuori pericolo

LUCA RICOLFI

A 100 giorni dal suo insediamento, sembra naturale fare un primo bilancio del governo Monti. Ma non è facile, perché tutto dipende dalla prospettiva che si adotta. Perciò dichiarerò subito la mia: la mia prospettiva è il confronto con quel che c’era prima. Da questa angolatura, è difficile non tirare un sospiro di sollievo: finalmente abbiamo un governo non imbarazzante, e non mi riferisco solo all’ultimo Berlusconi, ma a quel cocktail di furbizia, incompetenza e immobilismo che – secondo diverse miscele e proporzioni – ha caratterizzato tutti i governi degli ultimi 15 anni. Nei suoi primi tre mesi di attività il governo Monti ha cambiato radicalmente lo stile della politica, ha preso alcune decisioni coraggiose (pensioni), e altre si appresta a prenderne (mercato del lavoro), se le cosiddette parti sociali non lo bloccheranno.

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Global Cooling

Posted by ikzus su 7 febbraio 2012


Proprio vero: niente come la realtà riesce a spazzar via l’ideologia!

E’ arrivato l’inverno: fa freddo; è normale. Ma in questo clima (intellettuale) avvelenato dal non senso, forse una salutare gelata può far rinsavire molti che si erano lasciati abbindolare dalle sirene degli allarmisti. Se ne sono accorti persino l’ultracatastrofista Mercalli e la Litizzetto – non proprio una iperconservatrice schifosocapitalista!

O no?

 Contrordine: la Terra si raffredda

Non c’è da allarmarsi per il riscaldamento globale, non ci sono basi scientifiche che giustifichino azioni drastiche per «decarbonizzare» il mondo. Se a convincercene non bastasse il gelo record di questi giorni, a ricordarcelo ci hanno pensato 16 scienziati di rango sul Wall Street Journal, che in un articolo indirizzato ai candidati politici delle democrazie del mondo smontano l’idea che la comunità scientifica sottoscriva all’unanimità o quasi la necessità di fare qualcosa per tentare di influire sul clima.

La notizia si aggiunge ai nuovi dati rilasciati in questi giorni dal noto Centro di ricerche sul clima dell’Università dell’East Anglia, secondo cui la temperatura del pianeta da 15 anni a questa parte non è aumentata affatto.

L’articolo sul WSJ prende spunto dalle dimissioni nel settembre scorso del Premio Nobel per la fisica, Ivar Giaever, dalla Società americana di fisica (Aps) in segno di protesta per le posizioni assunte dall’istituto. L’Aps, infatti, definisce le prove del riscaldamento globale «incontrovertibili» e foriere di «sconvolgimenti nei sistemi ecologici, fisici, sociali, di sicurezza e della salute umana». I 16 firmatari dell’articolo sul WSJ, fra cui l’italiano Antonino Zichichi, segnalano che Giaever è solo uno di un numero crescente di scienziati «eretici», i quali si attengono ai dati che indicano temperature invariate da oltre dieci anni.

L’articolo ricorda i fattacci dello scontro sul dogma allarmista, dalla campagna che nel 2003 ottenne il licenziamento di Chris de Freitas, il direttore della rivista Climate Research che aveva osato pubblicare un articolo clima-scettico, alle e-mail incriminanti del «Climagate» nel 2009 e al timore di dissentire pubblicamente espresso da molti scienziati giovani e non garantiti. Il quadro che ne emerge dipinge un ambiente intimidatorio paragonabile, secondo l’articolo, al «periodo pauroso in cui Trofim Lysenko aveva dirottato la biologia in Unione sovietica. I biologi sovietici che rivelavano di credere nel gene umano, che Lysenko diceva essere una finzione borghese, venivano licenziati; molti finirono nei gulag e alcuni furono condannati a morte».

I motivi per le prese di posizione irremovibili a difesa della tesi del riscaldamento globale sono vari, affermano i 16 scienziati, ma per trovarne la radice bisogna chiedersi «cui prodest» (a chi giova, ndr).

«L’allarmismo», osservano i firmatari dell’articolo sul WSJ, «è di grande beneficio per tanti: produce finanziamenti statali per la ricerca e per le aziende, e fa crescere gli uffici statali. Inoltre offre una buona scusa per aumentare le tasse e un buon pretesto per ottenere grosse donazioni per salvare il pianeta. Lysenko e i suoi vivevano molto bene e difendevano con i denti i loro dogmi con annessi privilegi».

Pochi giorni prima dell’articolo dei 16, l’Università di East Anglia aveva rilasciato i dati raccolti da oltre 30 mila stazioni meteorologiche: essi dimostrano che sono quindici anni che le temperature non aumentano. E se hanno ragione gli scienziati della Nasa, potremmo trovarci alla vigilia di una mini era glaciale, paragonabile al calo delle temperature che nel XVII secolo faceva svolgere le fiere sulla superficie del Tamigi congelato.

Com’è noto, è sull’allarme clima che si basa il Protocollo di Kyoto e tutta la regolamentazione che ha trasformato le emissioni di Co2 in un diritto limitato e quotato in borsa, protetto da swap e derivati.

Alessandra Nucci | Italia Oggi – gio 2 feb


L’appello di 16 scienziati contro il panico da global warming

Questo appello, firmato da 16 scienziati, è stato pubblicato dal Wall Street Journal venerdì 27 gennaio.

A un candidato a un incarico pubblico in una qualunque democrazia contemporanea può capitare di dover esprimere una posizione sul “global warming”. Sappia che l’affermazione, spesso ripetuta, secondo la quale gli scienziati chiedono decisioni nette e risolute per fermare il riscaldamento globale, non è vera. Di fatto, c’è un numero sempre più largo di ingegneri e autorevoli scienziati che non credono alla necessità di azioni drastiche contro il riscaldamento globale. A settembre, il premio nobel per la Fisica Ivar Giaever, sostenitore del presidente Obama alle ultime elezioni, è uscito dall’American Physical Society (Aps) con una lettera pubblica che inizia così: “Non rinnovo (la mia iscrizione) perché non posso rassegnarmi a convivere con il vostro manifesto: ‘Le prove sono incontrovertibili: il riscaldamento globale è in atto. Se non si prendono decisioni per mitigarne gli effetti, si assisterà con ogni probabilità a sconvolgimenti nei sistemi ecologico e fisico della Terra, nei sistemi sociali, nella sicurezza e nella salute degli uomini. Dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica a partire da ora’. Com’è che l’Aps è disponibile a discutere se la massa del protone cambi col passare del tempo o come si comporta un multi-universo ma ritiene le prove del riscaldamento globale incontrovertibili?”. Nonostante una campagna più che decennale per far passare il messaggio che l’aumento dell’“inquinante” anidride carbonica distruggerà la nostra civiltà, un largo numero di scienziati, tra cui molti studiosi illustri, sono d’accordo con il professor Giaever. E il numero degli “eretici” scientifici sta aumentando ogni anno che passa. La ragione è presto detta: l’accumularsi di testardissimi fatti scientifici.

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Posted by ikzus su 25 gennaio 2012


L’inganno dell’evasione fiscale

LUCA RICOLFI

Da un po’ di mesi a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta. Ma è un ritorno strano. A differenza di un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dei miliardi (circa 130) sottratti ogni anno al fisco è diventato uno strumento di agitazione politica universale. Lo usa come sempre l’opposizione di sinistra, ma lo usa anche la Chiesa per impartirci lezioni di moralità, lo usano gli indignati di ogni colore politico, lo usa la destra di governo alla disperata ricerca di soldi per tappare le falle dei conti pubblici.

 Accade così che, poco per volta, alle preoccupazioni per i sacrifici che la manovra ci impone, si mescoli e si sovrapponga un malessere sordo, una specie di risentimento, che alimenta un clima vagamente maccartista, di moderna caccia alle streghe. Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione diventa una missione morale, e ci capita persino vedere un governo di destra – che ha sempre strizzato l’occhio all’evasione – accarezzare l’idea di fare gettito mediante la delazione.

 Meno male, verrebbe da dire. Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga. Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.

 E invece, su questa visione dei nostri problemi, vorrei insinuare qualche dubbio. Se quello che vogliamo è solo sentirci migliori del nostro vicino, la caccia alle streghe va benissimo. Ma se per caso il nostro sogno fosse anche di rimettere in carreggiata l’Italia, quella medesima caccia andrebbe reimpostata radicalmente. Perché l’evasione è un fenomeno che va innanzitutto spiegato e compreso, prima di combatterlo a testa bassa. Altrimenti la testa rischiamo di rompercela noi, anziché romperla (metaforicamente) agli evasori.

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Posted by ikzus su 25 settembre 2011


Viaggio del Papa in Germania:

rievangelizzare partendo da Dio non dall’uomo.

Il viaggio del Papa in Germania si presterà a molte considerazioni, data l’alta taratura dei suoi discorsi – ne abbiamo avuto un assaggio nel grande discorso al Bundestag di giovedì – e data l’alta posta in gioco in questa difficile visita, ma sullo sfondo credo che l’aspetto principale di  questo viaggio sarà la registrazione che il cattolicesimo nell’area renana e danubiana non c’è (quasi) più e che bisogna rievangelizzare quelle terre partendo non dall’uomo ma da Dio.

Facciamo un passo indietro. Al Consiglio Vaticano II l’ala progressista era proprio rappresentata dai cardinali austriaci, tedeschi, belgi, olandesi. Il cardinale di Vienna König, quello di Monaco Döpfner, quello di Colonia Frings, il belga Suenens, l’olandese Alfrink. Non che il Concilio – anche se esaminato dal  solo punto di vista storico – si riduca alla loro azione. Il Concilio fu di più e altro dalle loro posizioni. Tuttavia il dato è certo: nella parte d’Europa che il Papa sta visitando in questi giorni era nato e si era sviluppato il progressismo teologico e pastorale cattolico che, anche sotto la guida di teologi – spesso più influenti degli stessi vescovi – come Rahner, Schillebeckx, Küng, intendeva secolarizzare la fede cattolica facendola passare attraverso la “svolta antropologica”, che è altra cosa da “l’uomo via della Chiesa” di Giovanni Paolo II, principio valido perché prima di tutto “Cristo è la via della Chiesa”.

Ora, che ne è della fede cattolica nelle terre del progressismo conciliare e postconciliare? Nel Belgio del Cardinale Suenens, nell’Olanda del Cardinale Alfrink il cattolicesimo non esiste (quasi) più. Nell’Austria del Cardinale König, proprio pochi giorni fa, ben 300 preti hanno firmato una petizione per la disobbedienza al Papa, chiedendo le solite riforme: matrimonio per i preti, ordinazione delle donne, comunione ai divorziati risposati. 300 preti su 1000 significano uno scisma di fatto. Qualche mese prima avevano fatto lo stesso più di 200 professori di teologia di Svizzera, Germania e Austria.  Nella Baviera del Cardinale Döpfner va a messa il 12 per cento della popolazione, ed è la Baviera! Giovanni Paolo II aveva chiesto a Kiko Arguello e al Movimento dei Neocatecumenali di mandare famiglie missionarie nella Germania del Nord, per riannunciare Cristo a una popolazione che non ne ha mai sentito parlare. Molte famiglie sono partite ed hanno trovato la desolazione. Benedetto XVI ha creato il nuovo Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione dell’Occidente – pare su una vecchia proposta di don Giussani – pensando con ogni probabilità proprio a queste terre.

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Posted by ikzus su 9 settembre 2011


La situazione è semplice e disperata

di FRANCESCO GUERRERA

Cernobbio è blindata. Dai poliziotti sommozzatori nel lago di Como agli agenti del Mossad con giacche che a malapena celano i muscoli, ai ragazzotti italiani con auricolari troppo visibili, i magnifici giardini di Villa d’Este formicolano di guardie del corpo dei tantissimi vip. Ma i veri pericoli sono dentro la villa, nei saloni sontuosi dove capi di Stato ed economisti discutono dell’epidemia di crisi che si sta diffondendo attraverso il globo. Contro problemi come questi, poco possono i muscoli del Mossad. Il tono lugubre al simposio annuale organizzato dall’Ambrosetti House l’hanno dato, come spesso in questi ultimi mesi, gli Stati Uniti.

Venerdì, mentre economisti di lusso come Nouriel Roubini, il guru della crisi finanziaria del 2008, Martin Feldstein di Harvard ed il nostro Mario Monti si interrogavano sulle sorti del mondo, è arrivata la notizia bomba dagli Usa: in agosto il mercato del lavoro americano non ha creato nessun posto di lavoro.

Nemmeno uno o due posticini, zero.

A questo punto, parafrasando la frase dei prestigiatori di un tempo, la contrazione economica c’è anche se non si vede nelle rilevazioni ufficiali della Federal Reserve.

Dopo quel dato straordinario – la prima volta in quasi un anno che l’occupazione americana è a crescita-zero – gli economisti sono corsi a riscrivere le loro previsioni con inchiostro rosso. Roubini, che era già pessimista prima, ha detto che le probabilità di un «doppio tuffo» nella recessione nei prossimi mesi sono ormai più del 60%, prima di ammonire un po’ tutti che la sperequazione dei redditi statunitensi potrebbe portare a disordini sociali.

Ma non c’è stato tempo di soffermarsi sui problemi d’oltre-Atlantico. Sulle terrazze di Villa d’Este, nelle pause tra le sessioni, si è parlato più dell’Europa ammalata che della vista mozza-fiato che probabilmente ispirò Manzoni: colline verdeggianti che si tuffano in un ramo del lago di Como.

Le onde lambiscono i muri della villa ma i vip di Cernobbio l’acqua se la sentono alla gola e sanno bene di chi è la colpa: una classe politica che sta facendo finta di niente mentre il Titanic dell’euro affonda.

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Posted by ikzus su 9 settembre 2011


Sprecata l’ultima munizione

di LUCA RICOLFI

Di cose da dire sulla manovra ce ne sarebbero tantissime. Ad esempio che nessuno ci ripagherà mai dell’enorme costo, innanzitutto economico, che graverà sulle famiglie italiane per l’incredibile leggerezza dei nostri governanti: il fatto di avere rimandato così a lungo le decisioni, il fatto di avere montato e smontato la manovra per troppe volte, il fatto di avere tagliato così poco la spesa pubblica e incrementato così tanto le tasse, tutti questi fatti costeranno molti miliardi di euro, e saremo noi cittadini – non certo i politici – a pagare il conto.

Per non parlare dello spettacolo di poca serietà dato nella selezione dei provvedimenti da salvare o da far cadere: i provvedimenti di limitazione dei privilegi della politica – abolizione delle Province, dimezzamento dei parlamentari – sono ormai derubricati a promesse per il futuro (e sa il Cielo quanta credibilità abbiano le promesse dei nostri politici!), mentre molti dei provvedimenti cancellati lo sono stati non perché iniqui o inefficaci, ma per la rivolta delle lobby (esercizi commerciali, farmacie, avvocati) o, incredibilmente, perché a un certo punto ci si è accorti che una determinata misura toccava troppi elettori. È il caso della cancellazione degli anni di università riscattati, che è diventata iniqua solo quando ci si accorti che colpiva molti cittadini, ma è anche il caso del cosiddetto contributo di solidarietà, che era iniquo finché colpiva i «ricchi onesti», ma è improvvisamente diventato equo quando, alzando la soglia a 300 mila euro, si è deciso di punire solo i «ricchissimi onesti».

Ma lasciamo perdere le singole misure, e concentriamoci sull’impianto, sul nucleo fondamentale della manovra. Che cos’è che funziona e che cos’è che non funziona nell’ultimo aggiustamento? Quel che funziona è che, grazie alle ultime misure – ma in realtà essenzialmente grazie al gettito di un unico provvedimento, quello dell’aumento dell’Iva – si rafforzano le garanzie che il deficit si azzeri nel 2013, un risultato che fino all’altro ieri appariva assai aleatorio, per non dire del tutto improbabile. Speriamo che i mercati apprezzino questo aspetto della manovra, e che gli interessi che il Tesoro deve pagare sui nostri titoli pubblici comincino a scendere naturaliter, ossia senza il misericordioso intervento della Banca Centrale Europea. Altrimenti il complesso delle manovre, manovre-bis, manovre-ter e neo-manovre messe in campo negli ultimi mesi non potrebbe che apparirci come un’immane fatica di Sisifo inflitta al Paese. Detto questo, però, c’è la parte che non funziona della manovra. E questa parte, temo, peserà molto sul nostro futuro.

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Posted by ikzus su 29 agosto 2011


I mercati non sono stupidi

di LUCA RICOLFI

Inostri politici pensano che i mercati siano stupidi? E che i cittadini siano completamente rassegnati a subire qualsiasi vessazione?

Direi proprio di sì. Nelle scorse settimane, scrivendo su questo giornale, ho avuto parole piuttosto dure sulle due manovre messe a punto dal ministro Giulio Tremonti, quella di luglio e la manovrabis di agosto.

Come la maggior parte degli studiosi, le ritenevo inique, insufficienti, sbilanciate dal lato delle entrate, moderatamente recessive, carenti di misure strutturali, del tutto disattente alle esigenze della crescita.

E purtroppo la mia previsione che i mercati non si sarebbero lasciati ingannare si è rivelata fondata: né la prima manovra, né quella aggiuntiva, sembrano aver convinto gli investitori della serietà delle intenzioni dell’Italia.

Ora, tuttavia, mettendo in fila le proposte alternative dei critici della manovra, proposte che vengono sia dalle opposizioni sia dall’interno della maggioranza (in particolare dalla Lega), non posso che riconoscere: uditi i critici, era meno peggio il menu confezionato da Tremonti.

Le contro-proposte, o contro-manovre, sono infatti largamente peggiorative. Quanto a quella del Partito democratico, è difficile non condividere il severo giudizio espresso nei giorni scorsi da Tito Boeri, sulle colonne di «Repubblica»: le misure proposte dal Pd sono ancora meno incisive di quelle di Tremonti, e inoltre hanno il grave difetto di spostare il baricentro della manovra ancor più dal lato delle entrate.

Quanto alle contro-proposte del soggetto politico più agguerrito, la Lega, la loro logica è fin troppo chiara. Qui i capisaldi sono tre.

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Meno libri per tutti!

Posted by ikzus su 26 agosto 2011


La sapete l’ultima? Visto che la crisi non accenna a passare, ma anzi si aggrava di giorno in giorno, i nostri legislatori hanno fatto una pensata eccezionale: impedire ai grandi siti di e-commerce di scontare i libri. Nel più classico stile corporativo, il Parlamento ha votato quasi all’unanimità una legge che vieta sconti superiori al 15%, pur di ‘coprire’ qualche piccola libreria, destinata in ogni caso a sparire: ciò che conta sono gli interessi dei commercianti, non quelli dei consumatori. La conseguenza immediata? facile: siccome ognuno di noi ha un certo budget per le spese non indispensabili (molti ce l’hanno anche per quelle essenziali), prezzi meno convenienti si traducono semplicemente in meno acquisti.

In altre parole, meno libri per tutti. In più, ci prendono anche per il culo: “Tale disciplina mira a contribuire allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività letteraria, alla promozione del libro e della lettura, alla diffusione della cultura, alla tutela del pluralismo dell’informazione.” (Art. 1, c. 2, Legge n. 128/11 del 27 luglio 2011, GU n. 181 del 5 agosto 2011). Del resto, anche la legge che legalizzò l’aborto pretendeva di favorire la “tutela della maternità”: pare che chi fa delle schifezze, in fondo almeno un pò si vergogni.

Comunque, tant’è: dal 1 settembre i libri costeranno di più. Come diceva uno famoso: che fare?

Due cose, direi: andare subito a fare incetta di libri scontati su Amazon e InternetBookShop (o magari anche altri siti online), che hanno lanciato superpromozioni apposta; e poi, come ha detto un mio amico, giurare sulla testa dei politici, che non andremo più a comprare un solo libro nelle piccole librerie, così la prossima volta … andrà come adesso, lo so, ma almeno uno ci prova.

La legge approvata dal Senato

la notizia sul Mattino (ma gli altri giornali ne hanno parlato?)

un commento azzeccato

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Posted by ikzus su 21 agosto 2011


LA DEBOLEZZA DELLE LEADERSHIP

Governanti del nulla

N onostante gli sforzi di Merkel e Sarkozy per apparire due veri statisti, o l’impegno di Obama per apparire un presidente capace di tenere tutto sotto controllo, le opinioni pubbliche occidentali si rendono sempre più conto che in realtà, oggi, nessuno dei propri governanti tiene sotto controllo un bel nulla. E tanto meno riesce a immaginare una qualche via d’uscita da una crisi che ormai sembra avviarsi ad essere di sistema. Proprio nel momento peggiore della sua storia postbellica l’Occidente, insomma, scopre di essere nelle mani di leader privi di temperamento, di coraggio e soprattutto di visione.

Non è un caso. Il deterioramento qualitativo delle classi politiche, infatti, è innanzi tutto un prodotto inevitabile di quella «democrazia della spesa» vigente da tempo nei nostri Paesi, in forza della quale governare significa in pratica solo spendere, e poi ancora spendere, per cercare di soddisfare quanti più elettori possibile (e quindi tassare e indebitarsi: con relative catastrofi finanziarie). Quando le cose stanno così, per governare basta disporre di risorse adeguate, non importa reperite come, o prometterne. L’esercizio del potere si spoglia di qualunque necessità di conoscere, di capire, di progettare, e soprattutto di scegliere e di decidere. Non solo, ma il denaro diviene a tal punto intrinseco alla politica che esso finisce per apparirne il vero e ultimo scopo: a chi l’elargisce come a chi lo chiede o lo riceve. Con la conseguenza, tra l’altro, che dove il denaro è tutto, inevitabilmente la corruzione s’infila dappertutto. La «democrazia della spesa», insomma, è un meccanismo che, oltre a svilire progressivamente la sostanza e l’immagine della politica, contribuisce a selezionare le classi politiche al contrario, non premiando mai i migliori (per esempio quelli che pensano all’interesse generale).

Lo stesso effetto lo ha la personalizzazione mediatica, specie televisiva, ormai centrale per ogni carriera politica in tutta l’area euro-americana. Da che mondo è mondo, la personalità in politica ha sempre contato moltissimo. Giustamente. Ma quando la valutazione di essa è fatta in gran parte attraverso le apparizioni televisive (in Italia per giunta della durata media di 45-90 secondi), allora è ovvio che a contare siano specialmente l’aspetto, la «simpatia», lo scilinguagnolo, l’abilità nello scansare gli argomenti scomodi. Caratteristiche che però, come si capisce, non sono proprio quelle più significative se si vogliono selezionare dei leader capaci di guidare un Paese nei momenti difficili.

Ad aggravare gli effetti di questa personalizzazione mediatica dei capi si aggiunge paradossalmente, quasi a fare da contrappeso apparente, la progressiva spersonalizzazione, invece, delle loro decisioni: specie di quelle davvero cruciali. Cioè la virtuale deresponsabilizzazione degli stessi capi. Dal momento, infatti, che i problemi hanno sempre di più un carattere mondiale o a dir poco regionale, che la globalizzazione impone le sue regole irrevocabili, l’ambito nazionale diventa secondario.

Quelle che davvero contano in modo vincolante sono sempre di più le decisioni prese da qualche vertice o da qualche istituzione internazionale, più o meno lontani e indifferenti rispetto all’arena politica domestica. Decisioni che così finiscono per essere figlie di nessuno e un comodo alibi per tutti. Come possono formarsi in questo modo vere élites politiche? Veri, autorevoli, capi politici?

Per i paesi di medio livello come l’Italia la cosa è clamorosamente evidente. Basti pensare che per ben due volte negli ultimi anni ci siamo trovati addirittura impegnati in operazioni militari di grande rilievo politico – contro la Jugoslavia prima, e adesso contro la Libia – di fatto solo perché altri avevano preso per noi la decisione relativa e noi non potevamo dispiacergli.

Già, la guerra; e dunque la politica estera di cui la guerra un tempo rappresentava l’apice. Non è politicamente corretto ciò che sto per dire, lo so. Ma certo è difficile pensare che la virtuale scomparsa dall’esperienza europea di questi due ambiti decisivi di ciò che fino a qualche decennio fa è stata la politica – i due ambiti cruciali in cui fino a ieri i capi politici potevano essere chiamati a dare prova di sé, ad essere preparati a dare prova di sé – non abbia avuto la sua parte nel rendere sempre più scadente la qualità delle classi politiche del Vecchio continente. È solo un caso, mi chiedo, se i tre principali leader di paesi democratici nell’Europa della post-ricostruzione – De Gaulle, la signora Thatcher e Helmut Kohl – abbiano legato tutti e tre il proprio nome a grandi decisioni di politica estera e/o di tipo bellico (l’Algeria e l’armamento atomico, la guerra delle Falkland, l’unificazione tedesca)? Forse no, direi, non è proprio un caso.

21 agosto 2011 09:53 © Il Corriere.it

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Posted by ikzus su 9 agosto 2011


Carissimi,
tra poche ore parto per le nostre fraternità dell’Asia, ma oggi per noi è una data molto importante e desidero chiedervi con questo messaggio una preghiera: proprio oggi due nostre sorelle del Kenya, Renata e Gianna, partono da Nairobi per dare inizio a una nuova fraternità in un immenso campo profughi (il campo di Kakuma, nella diocesi di Lodwar) che si trova nel nord-ovest del Kenya. È un campo che si estende per 14 km. e ospita oltre 90.000 profughi, molti della Somalia.Sentiamo che il Signore ci chiama e il Vescovo ci accoglie con grande affetto. Ci aiutate con una preghiera
Vi uniamo una lettera che la nostra sorella Gianna ci ha scritto, così vi è più chiaro il clima che stanno vivendo le nostre fraternità del Kenya in questo momento.Ci stiamo anche chiedendo in comunità, e lo proponiamo anche a voi, come esprimere la nostra solidarietà alle folle di persone stremate del Corno d’Africa.

Sappiamo che la Caritas e altre organizzazioni raccolgono fondi per intervenire. È una cosa grande e chi può, condivida un aiuto attraverso quei canali.

Ma ci diciamo: Cosa posso fare io per partecipare, un frammento almeno, a queste sofferenze di fame e sete, di sradicamento e di guerra, di totale insicurezza?

Io credo che se ci facciamo la domanda con calma e sincerità nella preghiera… il Signore ci dà luce su qualcosa che ci tocca sul vivo e che possiamo fare: sarà anche solo bloccare ogni lamentela del caldo, del freddo, di questo o quell’altro…

Volete partecipare con noi a questo frammento di solidarietà verso uomini e donne che sono nostri fratelli e sorelle in umanità?

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Posted by ikzus su 9 agosto 2011


Il declino di Obama… dalla A alla Z

Oggi il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama compie 50 anni. Per l’occasione, proponiamo a voi lettori uno sfizioso quanto tagliente articolo di Bret Stephens sul Wall Street Journal, che ripercorre, lettera per lettera, i 923 giorni trascorsi finora dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca. Insomma, il nostro “regalo” di compleanno a Mr. Obama…

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A come mondo Arabo, e la nostra posizione al suo interno: quest’anno, Zogby International ha riscontrato come il 5% degli egiziani abbia una visione favorevole degli Stati Uniti. Nel 2008, quando era presidente George W. Bush, la percentuale era il 9%.

B come Bilancio federale e il suo deficit: secondo le stime, toccherà circa l’11% del Pil nel 2011, in crescita rispetto al 3% circa del 2008.

C come Cina e il suo bilancio federale. Per il 2012, Pechino prevede di aumentare le spese per la difesa del 12,7%. L’amministrazione Obama, al contrario, ha proposto lo scorso aprile dei tagli al Pentagono per una media di 40 miliardi di dollari all’anno per il prossimo decennio, e il Congresso potrebbe prestodare l’ok a maggiori tagli.

D come – e non poteva essere altrimenti – Debito federale, cresciuto questo mese a 14,3 trilioni di dollari, dai 10,7 trilioni di dollari della fine del 2008. D anche come Dollaro, che ha perso quasi metà del suo valore nei confronti dell’oro a partire dall’agosto 2008.

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Posted by ikzus su 21 luglio 2011


Rassegnati alle troppe tasse

di LUCA RICOLFI

Quella che si apre oggi è una settimana importante per valutare le prospettive dell’Italia dopo la manovra-lampo approvata nei giorni scorsi. Non è detto che i mercati siano i migliori giudici della bontà delle nostre politiche, ma non v’è dubbio che – finché le utopie di chi sogna istituzioni economiche europee funzionanti non si saranno realizzate – è con i mercati che dovremo fare i conti.

Le previsioni degli osservatori, in proposito, non sono particolarmente ottimistiche. La manovra allestita in fretta e furia dal governo, e «responsabilmente» lasciata passare in tempi rapidissimi dalle opposizioni, non è piaciuta innanzitutto per la sua iniquità, ossia per la sua incapacità di distribuire in modo razionale e selettivo i sacrifici richiesti, con l’aggravante di avere ridotto al minimo quelli richiesti alla casta dei politici, un vero e proprio schiaffo in faccia ai cittadini. Ma non è piaciuta nemmeno sotto il profilo della sua capacità di calmare i mercati e rassicurare gli investitori, ricostituendo un po’ di fiducia nel sistema Italia.

Quasi tutti gli analisti hanno individuato tre punti deboli della manovra. Primo: è di entità risibile nel 2011-2012, mentre diventa draconiana solo nel 2013-2014, il che significa che i suoi effetti certi sono minimi, mentre gli effetti significativi non sono certi (gli impegni del 2013-2014 molto difficilmente potranno essere onorati, visto che non si sa nemmeno chi dovrà farlo: dalla fine del 2012 saremo in campagna elettorale). Secondo: una componente della manovra, quella fiscale, non solo è spostata avanti nel tempo, ma è di contenuto sconosciuto, in quanto affidata a una delega fiscale. Terzo: la manovra è troppo incisiva dal lato delle entrate (tasse), e lo è troppo poco dal lato delle uscite (spesa pubblica).

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Posted by ikzus su 6 luglio 2011


A sinistra di Bersani la cultura di governo è ancora troppo carente

di Stefano Folli

Sui gravi incidenti in Val di Susa nessuno può accusare Bersani d’essere ambiguo. Il segretario del Partito Democratico ha condannato con durezza gli atti di violenza: chi li provoca e chi li compie, «ma anche chi in qualche modo volesse giustificarli». Parole ineccepibili. Eppure l’impressione è che la drammatica domenica tra le montagne piemontesi abbia assestato un colpo al centrosinistra.

 Ne ha messo a nudo una volta di più le contraddizioni di fondo. Quelle contraddizioni che lo rendono fragile, nonostante il vento nuovo delle amministrative, del referendum e tutti gli argomenti che accreditano un clima cambiato nel paese.

Non sarà un caso, del resto, se il presidente della Repubblica ha emesso domenica sera una nota che non ammette repliche. Napolitano parlava in difesa delle forze dell’ordine e della dignità delle istituzioni. Ma le sue parole sulla necessità di «isolare i violenti» erano rivolte «a tutte le componenti democratiche». Quindi, è chiaro, anche a quelle forze della sinistra che non sono state rapide come Bersani nel comprendere il serio rischio che incombe nell’aria.

 In Val di Susa si erano dati convegno gli esponenti della nuova sinistra in tutte le sue espressioni. È la sinistra «contro». Contro la Tav, ma anche contro gli inceneritori, le basi americane, la Fiat di Marchionne, eccetera. Un movimento trasversale in cui c’è dentro di tutto: in prima linea nella battaglia referendaria anti-nucleare e anti-acqua e altrettanto contro le «caste politiche» romane in nome di un autonomismo territoriale molto più anarchico e radicale di quello leghista (e infatti dall’altra parte della barricata c’è un ministro dell’Interno che si chiama Maroni).

Non è strano che questo arcipelago variopinto abbia attirato black bloc, gente dei centri sociali e di quella che una volta era l’area dell’autonomia, estremisti pronti a fare della valle un piccolo Vietnam. Il problema è che i leader, o supposti tali, della sinistra «contro» sono rimasti spiazzati dalle violenze e non hanno saputo far altro che lasciarsi trascinare dagli eventi.

Il capo del Movimento Cinque Stelle, Beppe Grillo, domenica ha parlato di «dittatura» e ha paragonato i dimostranti a degli «eroi» (in seguito per fortuna ha un po’ corretto il tiro). Gli esponenti di Rifondazione e dei verdi hanno accusato il governo di aver «militarizzato» la valle. E Vendola, ossia il partner privilegiato del Pd, ha, sì, condannato gli eccessi, ma ha anche detto che non bisogna «strumentalizzare» gli eventi. Fra poco leggeremo che la responsabilità è tutta delle forze dell’ordine e di agenti provocatori desiderosi di ripetere l’esperienza di Genova 2001.

Colpisce la distanza fra queste pulsioni e l’appello accorato del capo dello Stato. È evidente che una sinistra di governo, nella seconda decade del secolo, può assumere responsabilità istituzionali solo se s’identifica nei presupposti indicati da Napolitano. Ammiccando agli estremisti, o peggio non rendendosi conto dei pericoli, è difficle immaginare che il nuovo Ulivo faccia molta strada. O non vince le elezioni o, se le vince, non riesce a governare una società complessa. E qui Bersani avrà molto da lavorare. Vendola e Grillo sono, in forme diverse e scomode, i suoi interlocutori. Non basta compiacersi che abbiano preso le distanze dai violenti (con notevole ritardo). È necessario che contribuiscano a loro modo a una cultura di governo. E sotto questo profilo siamo in alto mare.

5 luglio 2011 © Copyright Il Sole 24 Ore

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