ALEZEIA

La verità vi farà liberi

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“Berlino cambi o sarà recessione”

Posted by alagna su 10 novembre 2014


di VINCENZO SAVIGNANO
BERLINO – L’economia europea ha urgente bisogno di una scossa. Lo confermano i nuovi dati arrivati ieri da alcune delle principali economie della zona euro. 

Le industrie tedesche continuano ad andare avanti con il freno tirato: a settembre la produzione industriale in Germania ha segnato un aumento dell’1,4%, deludendo le attese degli analisti, che si aspettavano una crescita del 2% per compensare il sorprendente crollo di agosto (3,1%, il peggior risultato da cinque anni). Anche la crescita dell’export tedesco (+5,5%) non basta a compensare la caduta del 5,8% segnata il mese precedente. Se la prima economia d’Europa avanza lenta, la seconda è praticamente ferma. In Francia la produzione industriale a settembre è rimasta “stabile” (dopo essere calata dello 0,2% ad agosto) e la Banque de France, dopo un sondaggio tra imprese e famiglie, ha corretto al ribasso la stima per la crescita del Pil nell’ultimo trimestre dell’anno: Parigi segnerà uno 0,1 % invece dello 0,2% previsto. In questo contesto è una magra consolazione la “ripresina” della Spagna, quarta economia dell’area euro, dove la produzione industriale a settembre è cresciuta dell’1%, sorprendendo, stavolta in positivo, gli analisti.

Anche l’economia tedesca è in pericolo a causa di una politica finanziaria europea sbagliata». Klaus Busch, vicerettore dell’Università di Osnabrück, economista ed esperto di politiche europee, un passato nelle file della Spd, è uno dei più convinti critici della politica finanziaria europea voluta dal governo di Berlino. «Hanno puntato quasi esclusivamente su politiche di risparmio che hanno mortificato la crescita economica e che a mio modo di vedere potrebbero causare una crisi assai più profonda di quella esplosa nel 2009 e coinvolgere anche la Germania» avverte il professore.

Cosa le fa prevedere uno scenario così negativo?
Da più di un anno l’Europa sta vivendo una fase di stagnazione, in alcuni paesi del sud Europa si sono innescati anche dei processi deflattivi. Le previsioni di crescita per il 2015 ma anche per il 2016 non sono affatto positive, anche in Germania sono state viste al ribasso, inoltre è sempre più concreto il rischio di bolle finanziarie soprattutto nel settore immobiliare.

C’è un modo per evitare tutto questo?
Credo che l’input debba partire proprio dalla Germania attraverso un ambizioso piano di investimenti in infrastrutture. Parlo di decine e decine di miliardi di euro che potrebbero fungere da volano per l’economia tedesca ma anche per quella europea. Penso anche a piani trasnazionali, progetti europei per lo sfruttamento delle energie alternative e per nuove infrastrutture digitali. Serve un chiaro cambio di rotta soprattutto per favorire la crescita in Francia ed Italia, la loro crisi sta spaventando anche la Germania.

Roma e Parigi insistono nel chiedere deroghe sul tetto del deficit al 3% del Pil. È una richiesta legittima?
Io sono più dell’idea che l’economia la si fa con i fatti e non con i numeri. Sembrerà strano detto da un economista ma la realtà è che quel parametro del 3% è stato introdotto in una fase economica completamente differente da quella attuale. Ora i fatti dicono che le politiche del risparmio e del controllo dei conti non hanno sortito gli effetti sperati quindi serve dell’altro.

La crescita italiana però è zavorrata anche da un debito pubblico che l’anno prossimo supererà il 133% del Pil…
Non sono dell’idea che un debito pubblico elevato impedisca politiche volte a favorire la crescita. Negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale il rapporto tra debito pubblico e Pil aveva sfondato il muro del 100%, nei 20 anni successivi con politiche esclusivamente votate alla crescita venne ridotto del 30%.

Quindi sostiene la linea di Renzi?
Non la conosco nei suoi dettagli ma la riduzione delle tasse, la riforma del mercato del lavoro e una semplificazione della burocrazia sono già misure interessanti a cui però si devono aggiungere interventi di Bruxelles e della Bce.

In che direzione?
Penso ad un piano di investimenti sostenuti dalla Commissione europea e ad un nuovo ruolo della Banca centrale. Appoggio la scelta di Draghi di ridurre il costo del denaro e di rafforzare il sistema bancario ma oltre all’acquisto di covered bond, di obbligazioni, resto un sostenitore degli Eurobond. La condivisione del debito è la strada più rapida per rilanciare l’economia europea.

Possiamo sperare in qualche concessione da parte del governo Merkel?
In verità la Merkel non è cosi rigida sulle sue posizioni, già in passato ha mostrato una certa flessibilità su alcuni temi, ad esempio sulla chiusura delle centrali nucleari. In Germania i veri strenui difensori del rigore sono il ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Spero che prima che sia troppo tardi capiscano che la loro linea forse è un bene per la Germania ma un danno per l’Europa.
Klaus Busch

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Posted by ikzus su 30 luglio 2012


di Giuliano Cazzola

Il dramma dell’ILVA di Taranto pone a noi tutti interrogativi molto seri. Rischia la chiusura uno stabilimento storico, uno degli ultimi capisaldi dell’industria di base, già di mano pubblica poi dismesso ai privati, sicuramente uno dei pochi presìdi industriali del Mezzogiorno, ma per le sue caratteristiche produttive vera e propria spina dorsale dell’apparato manifatturiero italiano.

Taranto è stata bloccata per lunghe ore dalla protesta dei lavoratori, mentre comitati di cittadini difendevano la decisione della magistratura di bloccare le aree produttive più critiche della acciaieria, ritenuta responsabile di un devastante inquinamento ambientale e della diffusione di patologie oncologiche dovute – è questa l’accusa – alle emissioni provenienti dagli impianti. Per fortuna il Governo è stato in grado di intervenire tempestivamente con un piano di bonifica e di risanamento, dotato di un ragguardevole finanziamento, che può costituire una risposta della politica alla crisi, sempre che si riesca ad assicurare, in sede di riesame delle richieste dei pm, la continuità produttiva dello stabilimento; in sostanza, sempre che prevalga una gestione razionale e consapevole di una fase che, in mancanza, potrebbe avere effetti devastanti. Perché in ballo non vi sono soltanto 12mila posti di lavoro a fronte del diritto alla salute di 150mila persone residenti. E’ l’intera città (e non solo essa) a vivere sulla fabbrica che è pur sempre una delle ultime grandi acciaierie sopravvissute in Europa.

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Posted by ikzus su 23 luglio 2012


L’irresistibile inadeguatezza della politica

di LUCA RICOLFI
Credo che la maggior parte dei cittadini non abbia ancora capito. Per non parlare dei politici, dei sindacalisti, dei rappresentanti di associazioni e gruppi. A giudicare dalla spensieratezza con cui si va in vacanza, si segue il calcio mercato, si discetta di sistemi elettorali, ci si infervora sui matrimoni gay e sulle dimissioni della Minetti, si direbbe che siano davvero pochi gli italiani che si rendono conto di quanto è drammatico questo momento.

E allora proviamo a riassumere. Nessuno sa quanto è probabile che l’euro crolli, o che lo Stato italiano fallisca e ci trascini tutti nel baratro. Però questa eventualità, che era decisamente remota fino a qualche tempo fa, ora non è più trascurabile. Può succedere. Speriamo di no, ma può succedere. Questa settimana, o fra un mese, o fra un anno.

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Posted by alagna su 21 luglio 2012


Per l’Europa e contro chi ci attacca

C’è qualcuno che continua a credere alla favola che se faremo per bene i “compiti a casa”, i mercati saggi e razionali ci premieranno e lo spread scomparirà. O almeno fa finta di crederlo nelle di­chiarazioni ufficiali. Credere a questa favola è ciò che ci porterebbe nel burrone perché nessuna guerra “fi­nanziaria” potrà essere vinta se gli aggrediti non si accorgeranno di esserlo e se i loro alleati non li aiu­teranno. Il vero problema è un altro ed è su due fron­ti.
Il primo fronte è quello della speculazione che ha creato un cuneo ingiustificabile sulla base dei fon­damentali proprio per far crollare l’euro (come nel ‘92 aveva lavorato per far crollare il sistema dei cam­bi fissi in Europa). La speculazione non è un giudice imparziale dei nostri progressi ma un avversario che intende sfruttare sino in fondo le nostre debolezze con un obiettivo ben preciso (come lo aveva il fi­nanziere Soros ai tempi dell’attacco a lira e sterlina). Con colpevole ritardo lo riconoscono ora pratica­mente tutti, a partire da Confindustria che in uno studio diffuso ieri con dovizia di dati illustra il costo dello spread eccessivo in termini di crescita e di au­mento del debito. Il secondo fronte è la mancanza di fiducia e solida­rietà tra i partner europei che sono caduti in pieno nella trappola, dividendosi in virtuosi e no, con i vir­tuosi che non hanno il coraggio di rinunciare a qual­cosa dei loro benefici a breve (le emissioni a tasso negativo) per salvare l’Europa. O che comunque ri­tengono che bisogna tirare la corda al massimo per rimettere i Paesi del sud d’Europa sulla strada della virtù, salvo intervenire tempestivamente – come han­no fatto nelle ultime ore i tedeschi con la Spagna – quando si accorgono che questi ultimi sono sull’or­lo di un collasso che travolgerebbe anche loro. E in questa inestricabile interdipendenza sta la nostra principale speranza. Leggi il seguito di questo post »

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Posted by ikzus su 28 febbraio 2012


Ma non siamo ancora fuori pericolo

LUCA RICOLFI

A 100 giorni dal suo insediamento, sembra naturale fare un primo bilancio del governo Monti. Ma non è facile, perché tutto dipende dalla prospettiva che si adotta. Perciò dichiarerò subito la mia: la mia prospettiva è il confronto con quel che c’era prima. Da questa angolatura, è difficile non tirare un sospiro di sollievo: finalmente abbiamo un governo non imbarazzante, e non mi riferisco solo all’ultimo Berlusconi, ma a quel cocktail di furbizia, incompetenza e immobilismo che – secondo diverse miscele e proporzioni – ha caratterizzato tutti i governi degli ultimi 15 anni. Nei suoi primi tre mesi di attività il governo Monti ha cambiato radicalmente lo stile della politica, ha preso alcune decisioni coraggiose (pensioni), e altre si appresta a prenderne (mercato del lavoro), se le cosiddette parti sociali non lo bloccheranno.

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Global Cooling

Posted by ikzus su 7 febbraio 2012


Proprio vero: niente come la realtà riesce a spazzar via l’ideologia!

E’ arrivato l’inverno: fa freddo; è normale. Ma in questo clima (intellettuale) avvelenato dal non senso, forse una salutare gelata può far rinsavire molti che si erano lasciati abbindolare dalle sirene degli allarmisti. Se ne sono accorti persino l’ultracatastrofista Mercalli e la Litizzetto – non proprio una iperconservatrice schifosocapitalista!

O no?

 Contrordine: la Terra si raffredda

Non c’è da allarmarsi per il riscaldamento globale, non ci sono basi scientifiche che giustifichino azioni drastiche per «decarbonizzare» il mondo. Se a convincercene non bastasse il gelo record di questi giorni, a ricordarcelo ci hanno pensato 16 scienziati di rango sul Wall Street Journal, che in un articolo indirizzato ai candidati politici delle democrazie del mondo smontano l’idea che la comunità scientifica sottoscriva all’unanimità o quasi la necessità di fare qualcosa per tentare di influire sul clima.

La notizia si aggiunge ai nuovi dati rilasciati in questi giorni dal noto Centro di ricerche sul clima dell’Università dell’East Anglia, secondo cui la temperatura del pianeta da 15 anni a questa parte non è aumentata affatto.

L’articolo sul WSJ prende spunto dalle dimissioni nel settembre scorso del Premio Nobel per la fisica, Ivar Giaever, dalla Società americana di fisica (Aps) in segno di protesta per le posizioni assunte dall’istituto. L’Aps, infatti, definisce le prove del riscaldamento globale «incontrovertibili» e foriere di «sconvolgimenti nei sistemi ecologici, fisici, sociali, di sicurezza e della salute umana». I 16 firmatari dell’articolo sul WSJ, fra cui l’italiano Antonino Zichichi, segnalano che Giaever è solo uno di un numero crescente di scienziati «eretici», i quali si attengono ai dati che indicano temperature invariate da oltre dieci anni.

L’articolo ricorda i fattacci dello scontro sul dogma allarmista, dalla campagna che nel 2003 ottenne il licenziamento di Chris de Freitas, il direttore della rivista Climate Research che aveva osato pubblicare un articolo clima-scettico, alle e-mail incriminanti del «Climagate» nel 2009 e al timore di dissentire pubblicamente espresso da molti scienziati giovani e non garantiti. Il quadro che ne emerge dipinge un ambiente intimidatorio paragonabile, secondo l’articolo, al «periodo pauroso in cui Trofim Lysenko aveva dirottato la biologia in Unione sovietica. I biologi sovietici che rivelavano di credere nel gene umano, che Lysenko diceva essere una finzione borghese, venivano licenziati; molti finirono nei gulag e alcuni furono condannati a morte».

I motivi per le prese di posizione irremovibili a difesa della tesi del riscaldamento globale sono vari, affermano i 16 scienziati, ma per trovarne la radice bisogna chiedersi «cui prodest» (a chi giova, ndr).

«L’allarmismo», osservano i firmatari dell’articolo sul WSJ, «è di grande beneficio per tanti: produce finanziamenti statali per la ricerca e per le aziende, e fa crescere gli uffici statali. Inoltre offre una buona scusa per aumentare le tasse e un buon pretesto per ottenere grosse donazioni per salvare il pianeta. Lysenko e i suoi vivevano molto bene e difendevano con i denti i loro dogmi con annessi privilegi».

Pochi giorni prima dell’articolo dei 16, l’Università di East Anglia aveva rilasciato i dati raccolti da oltre 30 mila stazioni meteorologiche: essi dimostrano che sono quindici anni che le temperature non aumentano. E se hanno ragione gli scienziati della Nasa, potremmo trovarci alla vigilia di una mini era glaciale, paragonabile al calo delle temperature che nel XVII secolo faceva svolgere le fiere sulla superficie del Tamigi congelato.

Com’è noto, è sull’allarme clima che si basa il Protocollo di Kyoto e tutta la regolamentazione che ha trasformato le emissioni di Co2 in un diritto limitato e quotato in borsa, protetto da swap e derivati.

Alessandra Nucci | Italia Oggi – gio 2 feb


L’appello di 16 scienziati contro il panico da global warming

Questo appello, firmato da 16 scienziati, è stato pubblicato dal Wall Street Journal venerdì 27 gennaio.

A un candidato a un incarico pubblico in una qualunque democrazia contemporanea può capitare di dover esprimere una posizione sul “global warming”. Sappia che l’affermazione, spesso ripetuta, secondo la quale gli scienziati chiedono decisioni nette e risolute per fermare il riscaldamento globale, non è vera. Di fatto, c’è un numero sempre più largo di ingegneri e autorevoli scienziati che non credono alla necessità di azioni drastiche contro il riscaldamento globale. A settembre, il premio nobel per la Fisica Ivar Giaever, sostenitore del presidente Obama alle ultime elezioni, è uscito dall’American Physical Society (Aps) con una lettera pubblica che inizia così: “Non rinnovo (la mia iscrizione) perché non posso rassegnarmi a convivere con il vostro manifesto: ‘Le prove sono incontrovertibili: il riscaldamento globale è in atto. Se non si prendono decisioni per mitigarne gli effetti, si assisterà con ogni probabilità a sconvolgimenti nei sistemi ecologico e fisico della Terra, nei sistemi sociali, nella sicurezza e nella salute degli uomini. Dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica a partire da ora’. Com’è che l’Aps è disponibile a discutere se la massa del protone cambi col passare del tempo o come si comporta un multi-universo ma ritiene le prove del riscaldamento globale incontrovertibili?”. Nonostante una campagna più che decennale per far passare il messaggio che l’aumento dell’“inquinante” anidride carbonica distruggerà la nostra civiltà, un largo numero di scienziati, tra cui molti studiosi illustri, sono d’accordo con il professor Giaever. E il numero degli “eretici” scientifici sta aumentando ogni anno che passa. La ragione è presto detta: l’accumularsi di testardissimi fatti scientifici.

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Posted by ikzus su 25 gennaio 2012


L’inganno dell’evasione fiscale

LUCA RICOLFI

Da un po’ di mesi a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta. Ma è un ritorno strano. A differenza di un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dei miliardi (circa 130) sottratti ogni anno al fisco è diventato uno strumento di agitazione politica universale. Lo usa come sempre l’opposizione di sinistra, ma lo usa anche la Chiesa per impartirci lezioni di moralità, lo usano gli indignati di ogni colore politico, lo usa la destra di governo alla disperata ricerca di soldi per tappare le falle dei conti pubblici.

 Accade così che, poco per volta, alle preoccupazioni per i sacrifici che la manovra ci impone, si mescoli e si sovrapponga un malessere sordo, una specie di risentimento, che alimenta un clima vagamente maccartista, di moderna caccia alle streghe. Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione diventa una missione morale, e ci capita persino vedere un governo di destra – che ha sempre strizzato l’occhio all’evasione – accarezzare l’idea di fare gettito mediante la delazione.

 Meno male, verrebbe da dire. Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga. Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.

 E invece, su questa visione dei nostri problemi, vorrei insinuare qualche dubbio. Se quello che vogliamo è solo sentirci migliori del nostro vicino, la caccia alle streghe va benissimo. Ma se per caso il nostro sogno fosse anche di rimettere in carreggiata l’Italia, quella medesima caccia andrebbe reimpostata radicalmente. Perché l’evasione è un fenomeno che va innanzitutto spiegato e compreso, prima di combatterlo a testa bassa. Altrimenti la testa rischiamo di rompercela noi, anziché romperla (metaforicamente) agli evasori.

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Posted by ikzus su 9 settembre 2011


La situazione è semplice e disperata

di FRANCESCO GUERRERA

Cernobbio è blindata. Dai poliziotti sommozzatori nel lago di Como agli agenti del Mossad con giacche che a malapena celano i muscoli, ai ragazzotti italiani con auricolari troppo visibili, i magnifici giardini di Villa d’Este formicolano di guardie del corpo dei tantissimi vip. Ma i veri pericoli sono dentro la villa, nei saloni sontuosi dove capi di Stato ed economisti discutono dell’epidemia di crisi che si sta diffondendo attraverso il globo. Contro problemi come questi, poco possono i muscoli del Mossad. Il tono lugubre al simposio annuale organizzato dall’Ambrosetti House l’hanno dato, come spesso in questi ultimi mesi, gli Stati Uniti.

Venerdì, mentre economisti di lusso come Nouriel Roubini, il guru della crisi finanziaria del 2008, Martin Feldstein di Harvard ed il nostro Mario Monti si interrogavano sulle sorti del mondo, è arrivata la notizia bomba dagli Usa: in agosto il mercato del lavoro americano non ha creato nessun posto di lavoro.

Nemmeno uno o due posticini, zero.

A questo punto, parafrasando la frase dei prestigiatori di un tempo, la contrazione economica c’è anche se non si vede nelle rilevazioni ufficiali della Federal Reserve.

Dopo quel dato straordinario – la prima volta in quasi un anno che l’occupazione americana è a crescita-zero – gli economisti sono corsi a riscrivere le loro previsioni con inchiostro rosso. Roubini, che era già pessimista prima, ha detto che le probabilità di un «doppio tuffo» nella recessione nei prossimi mesi sono ormai più del 60%, prima di ammonire un po’ tutti che la sperequazione dei redditi statunitensi potrebbe portare a disordini sociali.

Ma non c’è stato tempo di soffermarsi sui problemi d’oltre-Atlantico. Sulle terrazze di Villa d’Este, nelle pause tra le sessioni, si è parlato più dell’Europa ammalata che della vista mozza-fiato che probabilmente ispirò Manzoni: colline verdeggianti che si tuffano in un ramo del lago di Como.

Le onde lambiscono i muri della villa ma i vip di Cernobbio l’acqua se la sentono alla gola e sanno bene di chi è la colpa: una classe politica che sta facendo finta di niente mentre il Titanic dell’euro affonda.

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Posted by ikzus su 9 settembre 2011


Sprecata l’ultima munizione

di LUCA RICOLFI

Di cose da dire sulla manovra ce ne sarebbero tantissime. Ad esempio che nessuno ci ripagherà mai dell’enorme costo, innanzitutto economico, che graverà sulle famiglie italiane per l’incredibile leggerezza dei nostri governanti: il fatto di avere rimandato così a lungo le decisioni, il fatto di avere montato e smontato la manovra per troppe volte, il fatto di avere tagliato così poco la spesa pubblica e incrementato così tanto le tasse, tutti questi fatti costeranno molti miliardi di euro, e saremo noi cittadini – non certo i politici – a pagare il conto.

Per non parlare dello spettacolo di poca serietà dato nella selezione dei provvedimenti da salvare o da far cadere: i provvedimenti di limitazione dei privilegi della politica – abolizione delle Province, dimezzamento dei parlamentari – sono ormai derubricati a promesse per il futuro (e sa il Cielo quanta credibilità abbiano le promesse dei nostri politici!), mentre molti dei provvedimenti cancellati lo sono stati non perché iniqui o inefficaci, ma per la rivolta delle lobby (esercizi commerciali, farmacie, avvocati) o, incredibilmente, perché a un certo punto ci si è accorti che una determinata misura toccava troppi elettori. È il caso della cancellazione degli anni di università riscattati, che è diventata iniqua solo quando ci si accorti che colpiva molti cittadini, ma è anche il caso del cosiddetto contributo di solidarietà, che era iniquo finché colpiva i «ricchi onesti», ma è improvvisamente diventato equo quando, alzando la soglia a 300 mila euro, si è deciso di punire solo i «ricchissimi onesti».

Ma lasciamo perdere le singole misure, e concentriamoci sull’impianto, sul nucleo fondamentale della manovra. Che cos’è che funziona e che cos’è che non funziona nell’ultimo aggiustamento? Quel che funziona è che, grazie alle ultime misure – ma in realtà essenzialmente grazie al gettito di un unico provvedimento, quello dell’aumento dell’Iva – si rafforzano le garanzie che il deficit si azzeri nel 2013, un risultato che fino all’altro ieri appariva assai aleatorio, per non dire del tutto improbabile. Speriamo che i mercati apprezzino questo aspetto della manovra, e che gli interessi che il Tesoro deve pagare sui nostri titoli pubblici comincino a scendere naturaliter, ossia senza il misericordioso intervento della Banca Centrale Europea. Altrimenti il complesso delle manovre, manovre-bis, manovre-ter e neo-manovre messe in campo negli ultimi mesi non potrebbe che apparirci come un’immane fatica di Sisifo inflitta al Paese. Detto questo, però, c’è la parte che non funziona della manovra. E questa parte, temo, peserà molto sul nostro futuro.

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Posted by ikzus su 29 agosto 2011


I mercati non sono stupidi

di LUCA RICOLFI

Inostri politici pensano che i mercati siano stupidi? E che i cittadini siano completamente rassegnati a subire qualsiasi vessazione?

Direi proprio di sì. Nelle scorse settimane, scrivendo su questo giornale, ho avuto parole piuttosto dure sulle due manovre messe a punto dal ministro Giulio Tremonti, quella di luglio e la manovrabis di agosto.

Come la maggior parte degli studiosi, le ritenevo inique, insufficienti, sbilanciate dal lato delle entrate, moderatamente recessive, carenti di misure strutturali, del tutto disattente alle esigenze della crescita.

E purtroppo la mia previsione che i mercati non si sarebbero lasciati ingannare si è rivelata fondata: né la prima manovra, né quella aggiuntiva, sembrano aver convinto gli investitori della serietà delle intenzioni dell’Italia.

Ora, tuttavia, mettendo in fila le proposte alternative dei critici della manovra, proposte che vengono sia dalle opposizioni sia dall’interno della maggioranza (in particolare dalla Lega), non posso che riconoscere: uditi i critici, era meno peggio il menu confezionato da Tremonti.

Le contro-proposte, o contro-manovre, sono infatti largamente peggiorative. Quanto a quella del Partito democratico, è difficile non condividere il severo giudizio espresso nei giorni scorsi da Tito Boeri, sulle colonne di «Repubblica»: le misure proposte dal Pd sono ancora meno incisive di quelle di Tremonti, e inoltre hanno il grave difetto di spostare il baricentro della manovra ancor più dal lato delle entrate.

Quanto alle contro-proposte del soggetto politico più agguerrito, la Lega, la loro logica è fin troppo chiara. Qui i capisaldi sono tre.

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Posted by ikzus su 20 agosto 2011


E Avvenire tira la volata al pauperismo di Stato

di Fabio Spina
«…In questo contesto, spiritualità e religioni – motore decisionale nella visione morale delle persone – possono dare un grande segnale perfettamente coerente al messaggio evangelico, facendo da cassa di risonanza a un sistema di valori sostenibili: dalla cooperazione alla solidarietà, dalla sobrietà alla contemplazione delle bellezze naturali». Religioni “cassa di risonanza” per “valori sostenibili”, ovvero un cristianesimo ridotto a fare da veicolo di un’etica globale ripulita di qualsiasi riferimento al trascendente. Dove possiamo leggere questi concetti? Sul quotidiano dei cattolici Avvenire, naturalmente, prima pagina dell’inserto culturale di “Agorà”di sabato 13 agosto.La citazione è parte di un’intervista al climatologo Luca Mercalli, che pubblicizza il suo ultimo libro, l’ennesimo dedicato agli stili di vita che dovrebbero salvare il mondo (evidentemente il fatto che Gesù sia già venuto a salvare l’uomo non è considerato sufficiente). Il titolo dell’articolo di Avvenireè già tutto un programma: “Tutti più poveri ma ricchi di futuro”, che potrebbe essere anche scambiato per un commento a sostegno della manovra economica del governo. Invece no, è soltanto la solita ideologia pauperista per cui, capovolgendo l’attuale consumismo,  «potremmo allora pensare che “è figo” avere i pannelli solari, un’auto piccola, spegnere le luci quando si esce da una stanza, mentre è stupido non farlo».Quando invece dovrebbe essere “figo” domandarsi prima il senso dell’utilizzo degli strumenti: l’auto piccola sarà uno “spreco” se si deve andare nel traffico all’edicola distante pochi metri e non diluvia, sarà rischiosa se si debbono effettuare lunghi viaggi. Analogamente per i pannelli solari e la luce. Comunque si tratta di uno stile di vita così “figo” che va “imposto” con un «protagonismo» da promuovere cambiando «i valori di fondo della società: un cammino breve se venisse instillato dalla pubblicità, promosso dalle religioni, normato dalle leggi, diffuso dall’informazione… Eterno, se deve emergere controcorrente». Rileggiamo: «Instillato dalla pubblicità, promosso dalle religioni, normato dalle leggi, diffuso dall’informazione», una vera imposizione, un’etica di Stato di cui la religione deve essere cinghia di trasmissione, una concezione di cui curiosamente Avvenire si fa megafono senza sollevare la benché minima obiezione. Forse perché con lo stesso sistema ci è stata già instillata la corrispondenza tra “cosa buona e giusta” e l’aggettivo “sostenibile”.

Ma qualche parola va spesa anche sull’intervistato, il noto climatologo del farfallino, Luca Mercalli, di cui Aldo Grasso, nell’aprile 2007, in un articolo dal titolo “Prediche ambientali e appelli al governo” scrisse: “Certe sere Mercalli pare un invasato, un profeta di sventure”[…]  Il «ciclo Mercalli» è il più ideologico e incattivito: ogni mancata pioggia ha la sua spiegazione politica, ogni alluvione la sua «sragione» di stato. Torinese, classe 1966, Luca Mercalli è un climatologo che si occupa principalmente di ricerca sulla storia dei ghiacciai delle Alpi occidentali. E’ responsabile dell’Osservatorio Meteorologico del Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, fondato nel 1865. Abita in Val di Susa, si scalda con legna e pannelli solari, coltiva l’orto e ama leggere. Detto così, sembra un personaggio creato da Fruttero & Lucentini. Sta di fatto che con lui le previsioni del tempo non sono più semplici previsioni, sono comizi e quello che pareva solo un frusto sfogo popolaresco, «piove, governo ladro!» è diventato un programma politico molto ambizioso: ricollegare laicamente i destini del cielo al faticoso cammino della storia quotidiana».
Da un po’ di tempo Luca Mercalli, oltre al programma RAI di Fabio Fazio, frequenta con assiduità anche i media cattolici. Non solo Avvenire, è l’esperto di riferimento per Radio InBlu, e anche su Famiglia Cristianaha il suo spazio: si ricorda un corposo articolo sul settimanale dei Paolini il 30 dicembre 2010 in cui parlava sostanzialmente delle stesse cose. Forse grazie anche a questo  alcune parrocchie hanno pensato che “è figo” avere i pannelli solari.Certo che pochi avrebbero previsto anni fa tali spazi sui media cattolici ascoltandolo il 19 marzo 2006 come relatore al Primo Congresso dell’Associazione Radicale “Rientrodolce” (per un ritorno “dolce” a una popolazione mondiale di due miliardi di persone, indovinate come) oppure a luglio e novembre 2008 per le manifestazioni organizzate a Torino per il centesimo anniversario della nascita di Aurelio Peccei. Quest’ultimo fu il fondatore nel 1968 del famoso, o meglio famigerato, “Club di Roma”, il cui obiettivo può sintetizzarsi nella frase: “Cercando un nuovo nemico contro cui unirci, pensammo che l’inquinamento, la minaccia dell’effetto serra, della scarsità d’acqua, delle carestie potessero bastare… Ma nel definirli i nostri nemici cademmo nella trappola di scambiare i sintomi per il male. Sono tutti pericoli causati dall’intervento umano… Il vero nemico, allora, è l’umanità stessa”. (The First Global Revolution, 1991).Sarebbe interessante se Avvenire si chiedesse come mai sull’installazione di un pannello solare la detrazione è del 55% del costo indipendentemente dal reddito imponibile, mentre per un figlio o altro carico familiare l’agevolazione dipende dal reddito. Perché per i medicinali o una protesi dentaria non si ha una detrazione del 55%? Perché non si hanno i soldi per il “buono scuola” ed invece si trovano per i pannelli solari? Forse si teme di dover ascoltare come risposta che è più importante evitare che in atmosfera sia immesso del composto naturale dal nome anidride carbonica invece d’incentivare la nascita di un figlio o le sue cure o la sua educazione.
Eppure il Papa Giovanni Paolo II ha scritto nella sua enciclica “Centesimus Annus” della necessità di un’ecologia umana centrata sul primato della persona umana e della sua interiorità. “Mentre ci si preoccupa giustamente, anche se molto meno del necessario, di preservare gli ‘habitat’ naturali delle diverse specie animali minacciate di estinzione, perché ci si rende conto che ciascuna di essa apporta un particolare contributo all’equilibrio generale della terra, ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica ecologia umana. L’uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato”.
“La natura è per l’uomo e l’uomo è per Dio”: ripartendo da questo slogan che sintetizza la Dottrina sociale della Chiesa in materia, forse si potrà tornare a leggere su tutti i quotidiani cattolici che il rispetto dell’ambiente è un dovere dell’uomo e non un diritto della natura, che la morale cattolica educa a “coltivare e custodire” il Creato senza dimenticare che questo è stato realizzato per essere la dimora dell’essere umano. Purtroppo, invece, sembra che su alcuni temi ambientali ci si limiti a divenire “cassa di risonanza” del pensiero altrui, ci si omologa ed affoga nel pensiero dominante pensando che il “buonismo” coincida con il giusto.
“Non abbiate paura di andare controcorrente!” invitava il Beato Giovanni Paolo II: purtroppo se la paura vince non rimane che essere solo “cassa di risonanza” per pubblicizzare il libro e le idee del climatologo del farfallino credendo per questo di essere più tolleranti e buoni.
17-08-2011 © LaBussola.it

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Posted by ikzus su 9 agosto 2011


Carissimi,
tra poche ore parto per le nostre fraternità dell’Asia, ma oggi per noi è una data molto importante e desidero chiedervi con questo messaggio una preghiera: proprio oggi due nostre sorelle del Kenya, Renata e Gianna, partono da Nairobi per dare inizio a una nuova fraternità in un immenso campo profughi (il campo di Kakuma, nella diocesi di Lodwar) che si trova nel nord-ovest del Kenya. È un campo che si estende per 14 km. e ospita oltre 90.000 profughi, molti della Somalia.Sentiamo che il Signore ci chiama e il Vescovo ci accoglie con grande affetto. Ci aiutate con una preghiera
Vi uniamo una lettera che la nostra sorella Gianna ci ha scritto, così vi è più chiaro il clima che stanno vivendo le nostre fraternità del Kenya in questo momento.Ci stiamo anche chiedendo in comunità, e lo proponiamo anche a voi, come esprimere la nostra solidarietà alle folle di persone stremate del Corno d’Africa.

Sappiamo che la Caritas e altre organizzazioni raccolgono fondi per intervenire. È una cosa grande e chi può, condivida un aiuto attraverso quei canali.

Ma ci diciamo: Cosa posso fare io per partecipare, un frammento almeno, a queste sofferenze di fame e sete, di sradicamento e di guerra, di totale insicurezza?

Io credo che se ci facciamo la domanda con calma e sincerità nella preghiera… il Signore ci dà luce su qualcosa che ci tocca sul vivo e che possiamo fare: sarà anche solo bloccare ogni lamentela del caldo, del freddo, di questo o quell’altro…

Volete partecipare con noi a questo frammento di solidarietà verso uomini e donne che sono nostri fratelli e sorelle in umanità?

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Posted by ikzus su 21 luglio 2011


Rassegnati alle troppe tasse

di LUCA RICOLFI

Quella che si apre oggi è una settimana importante per valutare le prospettive dell’Italia dopo la manovra-lampo approvata nei giorni scorsi. Non è detto che i mercati siano i migliori giudici della bontà delle nostre politiche, ma non v’è dubbio che – finché le utopie di chi sogna istituzioni economiche europee funzionanti non si saranno realizzate – è con i mercati che dovremo fare i conti.

Le previsioni degli osservatori, in proposito, non sono particolarmente ottimistiche. La manovra allestita in fretta e furia dal governo, e «responsabilmente» lasciata passare in tempi rapidissimi dalle opposizioni, non è piaciuta innanzitutto per la sua iniquità, ossia per la sua incapacità di distribuire in modo razionale e selettivo i sacrifici richiesti, con l’aggravante di avere ridotto al minimo quelli richiesti alla casta dei politici, un vero e proprio schiaffo in faccia ai cittadini. Ma non è piaciuta nemmeno sotto il profilo della sua capacità di calmare i mercati e rassicurare gli investitori, ricostituendo un po’ di fiducia nel sistema Italia.

Quasi tutti gli analisti hanno individuato tre punti deboli della manovra. Primo: è di entità risibile nel 2011-2012, mentre diventa draconiana solo nel 2013-2014, il che significa che i suoi effetti certi sono minimi, mentre gli effetti significativi non sono certi (gli impegni del 2013-2014 molto difficilmente potranno essere onorati, visto che non si sa nemmeno chi dovrà farlo: dalla fine del 2012 saremo in campagna elettorale). Secondo: una componente della manovra, quella fiscale, non solo è spostata avanti nel tempo, ma è di contenuto sconosciuto, in quanto affidata a una delega fiscale. Terzo: la manovra è troppo incisiva dal lato delle entrate (tasse), e lo è troppo poco dal lato delle uscite (spesa pubblica).

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Posted by ikzus su 8 aprile 2011


Il futuro energetico dell’Italia?

Ecco come lo vede il Prof. Franco Battaglia
dell’Università degli Studi di Modena

F  Battaglia 2Ci sono molti ‘falsi miti’ a proposito dell’energia che secondo il Prof. Battaglia, docente di chimica ambientale presso l’Università di Modena, bisognerebbe scardinare con decisione perché ci impediscono di guardare in faccia alla realtà. E la realtà è che i combustibili fossili, che oggi costituiscono la fonte per oltre l’85% del fabbisogno energetico dell’umanità, si stanno esaurendo e che il ritorno all’opzione nucleare è la strada migliore per garantire un’ampia disponibilità di energia a basso costo, necessaria allo sviluppo umano.

È quanto emerge dall’ultimo libro “Energia nucleare? Sì, per favore …” (21mo Secolo editore, 2010) che offre spunti di riflessione di sicuro interesse per avviare un dibattito sulla questione, non senza provocazioni.

Innanzitutto bisogna chiarire che per “esaurimento” si intende non necessariamente l’effettiva scomparsa delle risorse in questione ma il fatto che, per una ragione o per un’altra, l’estrazione e la lavorazione possa risultare non conveniente, a causa di costi energetici ed economici maggiori rispetto al beneficio di ottenere il prodotto.

La previsione del geofisico Marion King Hubbert, comprovata pienamente da successive analisi, ha confermato che il mondo è oggi seduto sulla cima del picco di massima produzione del petrolio, caratterizzato da una domanda superiore alla produzione.

Ma come è possibile operare una sostituzione “indolore” dei fossili, minimizzando gli effetti di un cambiamento radicale degli scenari energetici?

Per quanto attiene alla produzione elettrica, la risposta sta nella re-introduzione nel nostro mix elettrico della fonte nucleare per soddisfare la domanda di base. Gli impianti nucleari hanno una tecnologia più costosa, ma producendo in continuo – e gli impianti nucleari, per ragioni tecniche, devono produrre in continuo – ammortizzerebbero il loro costo rapidamente, soprattutto tenendo conto del fatto che impiegano il più economico dei combustibili, l’uranio (nel caso del nucleare il costo del combustibile incide solo per il 15 % sul costo di produzione di 1 kWh elettrico, contro il 75 % del gas).

Un mix equilibrato dovrebbe, inoltre, prevedere l’utilizzo del carbone per soddisfare la domanda superiore a quella di base, ma pur sempre nella norma, e del gas naturale (insieme all’idroelettrico) per soddisfare la domanda di picco essendo i turbogas e gli impianti idroelettrici più versatili in termini di rapidità di avviamento. Le centrali a gas, inoltre, bruciando un combustibile costoso, è bene che restino riservate alle sole domande di picco.

Per soddisfare la richiesta di base col nucleare, l’Italia dovrebbe installare almeno 20 reattori nucleari, che soddisferebbero 20 GW di consumi (pari a circa il 50% del nostro fabbisogno). Attualmente non produciamo nulla dal nucleare, ma copriamo con esso il 15% del nostro fabbisogno elettrico, visto che importiamo oltre 6 GW elettrici, per i quali paghiamo alla Francia, ogni anno e da molti anni, l’equivalente del costo di un reattore nucleare: come dire che un quarto del parco nucleare francese è stato pagato con denaro dei contribuenti italiani, prelevato direttamente con le bollette elettriche. Una situazione davvero paradossale!

I motivi per cui dovremmo dare al nostro mix di fonti energetiche un assetto più razionale sono molteplici:

  • Posizionarci in linea con l’Unione Europea dove la prima fonte d’energia elettrica è il nucleare (33%), seguito dal carbone (30%) e dal gas (quasi 20%). Non dimentichiamo che, considerata (a torto o a ragione) tra i Paesi “più virtuosi” dal punto di vista ambientale, la Germania produce la propria energia elettrica per il 90% da combustibili fossili (principalmente carbone), nucleare, e rifiuti solidi urbani, e solo per il 10% dalle rinnovabili, incluso l’idroelettrico.
  • Ridurre il consumo di petrolio ai fini di generazione elettrica e riservarlo per l’industria petrolchimica.
  • Ridurre il consumo di gas naturale e riservarlo per scopi di autotrazione. Motivazione non meno importante sarebbe la necessità di limitare la dipendenza dall’estero, aumentando la sicurezza dei nostri approvvigionamenti d’energia elettrica.
  • Sfruttare ulteriormente il potenziale della fonte idroelettrica

Sicuramente ai lettori più attenti non sarà sfuggito che in questa ‘costruzione’ del mix energetico, quanto meno auspicabile per il nostro Paese, manchino le fonti rinnovabili.

Al di là di ogni ideologia ambientalista, che spesso trascura aspetti scientifici ed economici rilevanti, il Prof. Battaglia ritiene che pensare di poter affrontare, anche solo minimamente, il problema energetico dell’umanità (che oggi conta circa 6.5 miliardi di individui) facendo ricorso alle rinnovabili sia un’illusione.

Le tecnologie fotovoltaica ed eolica hanno limiti intrinseci che è sostanzialmente impossibile superare (oltre che costi decisamente non competitivi, si veda Tabella 1).

Gli impianti eolici e FV erogano energia quando c’è disponibilità di vento e di sole. Ma questo è incompatibile con le reali modalità con ci noi ci serviamo dell’energia, che deve essere disponibile quando richiesta, dove richiesta e con la potenza richiesta.

Eolico e fotovoltaico, erogano sì energia, ma quando soffia il vento o quando il sole illumina i pannelli; e, cosa importantissima, non garantiscono potenza. Ed è per questo che 1 gigawatt eolico o fotovoltaico installato non consente la chiusura di neanche 1 watt convenzionale.

Anche i costi rappresentano un problema irrisolto per le rinnovabili dal momento che, a parità d’energia annua erogata, rispetto agli impianti nucleari, richiedono un impegno economico doppio (nel caso degli impianti eolici ) e 20 volte maggiore (nel caso del FV). Né ci si può illudere nella speranza che i costi diminuiscano: queste tecnologie non sarebbero convenienti anche se fossero gratis. Ma gratis non sono.

Tabella 1 – Costo tipico degli impianti di generazione elettrica
(i valori sono riferiti a impianti in grado di generare, in un anno, 1 GW-anno di energia elettrica)Tabella 1 - F.Battaglia

La riprova che la strada verso le rinnovabili è ancora molto lunga da seguire sta nel fatto che la Germania, citata spesso come esempio di Paese ‘green’, che ha investito notevoli risorse nelle rinnovabili, produca il 5% della produzione elettrica con l’eolico e meno dello 0.5% con il FV, nonostante abbia installato 20.000 turbine eoliche e circa la metà della potenza FV installata del mondo.

Insomma, la sfida che l’umanità è chiamata ad affrontare nei prossimi decenni è molto impegnativa, ma la buona notizia secondo il Prof. Battaglia è che la via d’uscita esiste ed è il nucleare.

01/03/2011

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ATOMICA-mente

Posted by ikzus su 18 marzo 2011


MEDITAZIONI ATOMICHE

L’atomo scotta: la tragedia giapponese ha riacceso i riflettori, e surriscaldato gli animi.

Qui alcuni articoli interessanti; di seguito, interventi di meditabondi.

Riflessioni dinanzi alle catastrofi naturali

Avvenire – La speranza di vincere il male nell’eterna lotta per il bene

IlFoglio – Lo scenario peggiore

IlFoglio – I media si dividono nel racconto

Liberal – L’atomo trasversale

Avvenire – Riscoprire valori antichi per affrontare le nuove paure

Corriere – La paura e la ragione

LaStampa – Per l’energia è un momento di svolta

Giornale – Hack sfida gli ecologisti: “Avanti col nucleare”

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Alessandro P:

…allora proporremo di costruire la prima centrale atomica italiana vicino a casa sua, ok?

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Posted by ikzus su 3 febbraio 2011


Profitto e solidarietà due anime in azienda

elio.silva@ilsole24ore.com

«Le idee camminano con le gambe degli uomini». Sarebbe contento Pietro Nenni, che usava spesso questo detto, nel sapere che Giampiero Fantini da Borgomanero (Novara), 60 anni, tecnico delle linee ad alta tensione nonché fervente cattolico, lo ha preso alla lettera. Non nel senso che abbia mai letto i suoi (monumentali) diari, ma perché, mettendo in gioco anni di ferie e permessi speciali, riuscendo a conquistare il concreto sostegno della propria azienda, il gruppo Terna, e coordinandosi con un’organizzazione non governativa, la Coopi, è riuscito a trasformare la sua idea in una vera e propria, benché piccola, economia di territorio.

Così a Kami, villaggio minerario sulle Ande boliviane, a 3.850 metri di quota, è arrivata la corrente elettrica. Miracolo di una linea lunga 37 chilometri, che si inerpica dai 2.650 metri di una centrale su un fiume agli oltre 4mila della vetta. E che ha portato la scintilla dello sviluppo a propagarsi nell’area, permettendo la creazione di 40 posti di lavoro nell’agricoltura e nell’allevamento, grazie anche alla presenza in loco di un missionario salesiano, anche lui di origine piemontese.

Una storia partita, come si usa dire, dal basso, ma che non avrebbe potuto riuscire meglio se pianificata da un dream team di manager. Perché l’idea di Fantini pare ritagliata alla perfezione sulla mission del gruppo Terna, settimo operatore mondiale nella trasmissione di energia. E l’impresa, che ci ha creduto fin dall’inizio, ora grazie a questo progetto si è aggiudicata la candidatura italiana all’European Employee Volunteering Award, prestigioso premio che sarà assegnato in febbraio a Bruxelles e consegnato in marzo a Londra.

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Posted by alenu su 18 gennaio 2011


A 25 anni dalla disastrosa esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare

Chernobyl diventa meta turistica

Radiazioni sotto controllo. Solo 130 dollari per fare il tour

di Patrizia Feletig

Chernobyl. Il governo ucraino ha annunciato l’apertura al turismo della Zona di Esclusione attorno alla centrale nucleare di Chernobyl. L’area ha una superficie come quella della provincia di Roma. Essa circonda il reattore esploso il 26 aprile 1986 e che, dopo l’evacuazione della popolazione, è rimasta chiusa, presidiata da militari. Qualche forma di turismo nella Zona già c’è.

Nel 2002, due anni dopo la chiusura dell’ultimo dei tre reattori gemelli a quello esploso, e ancora funzionanti dopo l’incidente, alcuni imprenditori di Kiev hanno ideato dei pacchetti turistici, proponendo dalle gite di mezza giornata fino a soggiorni con pernottamento di una notte a Chernobyl. Circa un migliaio di visitatori all’anno.

Fiutato il business, in previsione del flusso di arrivi collegato ai campionati europei di calcio che l’Ucraina ospiterà nel 2012, il governo di Kiev ha deciso di sfilare ai privati questa attività. Chernobyl esercita il suo fascino perverso su un variegato campionario di cittadini prevalentemente europei. Essi sono: antinuclearisti in cerca di conferme, fotografi a caccia di immagini graffianti, nostalgici che inseguono la suggestione di una cittadina-modello di stampo sovietico. Ci sono anche delle coppie che si fanno fotografare davanti al sarcofago del reattore N.4.

Si spende 130 dollari per la visita di gruppo (12 persone). Fino ai 500 dollari per un’escursione privata sempre sotto stretta sorveglianza di una guida. Unico requisito: un passaporto. Tutte le formalità si sbrigano via web fino all’appuntamento nella piazza centrale di Kiev. Dopo due ore di pulmino, si è sul posto dove sfilano abitazioni abbandonate, intervallate da territori dominati da una vegetazione rigogliosa che favorisce la riproduzione delle specie animali come lupi, alci, cicogne, cavalli: 25 anni dopo, Chernobyl è diventato un eco-sistema naturalistico.

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Posted by ikzus su 12 gennaio 2011


Saremo nove miliardi ma mangeremo tutti

di Marco Magrini

L’essere umano numero 7 miliardi dovrebbe nascere a luglio, o al più tardi verso ottobre. E pensare che avevamo festeggiato il nascituro numero 6 miliardi appena 12 anni fa, quando ce ne vollero 123 – fra il 1804 e il 1927 – per passare da uno a due miliardi. Sono le meraviglie, e gli spaventi, della demografia.

Il futuro demografico appariva spaventoso a Thomas Malthus, che nel 1798, mentre la popolazione cresceva più velocemente delle scorte alimentari, profetizzò guerre e carestie. Ma poi sono fioriti i commerci internazionali, e le sue matematiche certezze sono diventate irrilevanti.
Due miliardi di esseri umani più tardi, il futuro pareva spaventoso anche a Paul Ehrlich, che ridipinse un panorama malthusiano nel 1968, con il suo The Population Bomb. Ma invece è poi scoppiata la Rivoluzione Verde – semi migliori, fertilizzanti e pesticidi che hanno moltiplicato la produzione agricola – rendendo le sue statistiche irrilevanti.

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Posted by ikzus su 19 novembre 2010


Povera green economy

di Carlo Stagnaro

La festa è finita. L’incrocio tra la crisi economica e lo stop politico al “change” di Barack Obama cambia i termini della discussione ambientale. Le rinnovabili non sono più un dogma, il clima non è più una religione civile, l’ambientalismo “politico” – con il suo portato di sussidi e obblighi, target e timetable – non è più il grande, scontato e redditizio balzo in avanti. “Uno dei problemi – ha riconosciuto Paul Gipe della Alliance for Renewable Energy, intervistato dal New York Times – è che non abbiamo voluto confrontarci con la domanda più difficile. Cioè: vogliamo davvero le rinnovabili? Se la risposta è sì, allora dovremo pagare per averle”. In un istante, si è dissolto l’incantesimo per cui la rivoluzione verde avrebbe salvato l’ambiente e aiutato l’economia; è evaporata la retorica del “doppio dividendo”, è sublimato il miraggio dell’ecologismo anticrisi.

Improvvisamente
, la retorica si è sfasciata sulla dura realtà. Come sempre, un simile scontro è duro, ma nasconde un’opportunità. Senza rete di salvataggio, senza rendite garantite, la scarsità di risorse economiche e politiche disegna il perimetro della sfida: le rinnovabili si imporranno se saranno competitive, e tra le fonti verdi prevarranno quelle relativamente più competitive. Le rinnovabili sono uscite dal giardino dell’Eden, e la selezione darwiniana si è messa all’opera. Il simbolo del declino è la chiusura del Chicago Climate Exchange, la piattaforma fondata da Richard “carbon king” Sandor per sfruttare l’allora nascente, oggi abortito mercato delle quote di emissione.
La parabola del “green deal” sta nei numeri e nelle parole. Nei numeri: nel 2009, primo anno dell’era democratica, la capacità rinnovabile installata negli Stati Uniti è cresciuta dell’8 per cento, tanto quanto nel 2008, ultimo anno del regno repubblicano. Al netto dell’idroelettrico (che da solo supera il 61 per cento di tutte le energie verdi statunitensi) la crescita è stata del 24 per cento, contro il 28 per cento ottenuto dall’arcinemico del clima, George W. Bush. Continuità, altro che rupture. E difficilmente la tendenza sarà smentita, almeno a giudicare dalle dichiarazioni rese dai protagonisti del sogno che Obama voleva regalare all’America, e che l’America non ha mai sognato.

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Posted by ikzus su 7 novembre 2010


Bye bye, green economy! Ecco l’altra faccia del voto americano

Il sogno verde di Obama è costato il seggio a tutti i democrat che l’hanno sostenuto. La sveglia pro market

Non ci sono solo la sanità e le tasse: il tema sul quale Barack Obama sconta probabilmente la débâcle elettorale in maniera più significativa è quello ambientale. Lo dicono i numeri: solo il 16 per cento dei cittadini repubblicani è convinto che vi sia un legame tra attività industriale e riscaldamento globale, contro il 53 per cento dei democratici (sondaggio del Pew Research Centre). Altre cifre: 5 dei sei nuovi senatori del Grand Old Party e 35 dei nuovi deputati sono fermamente convinti che il riscaldamento globale sia una truffa, segnala l’organizzazione ThinkProgress. Trecentomila dollari è la cifra che il candidato in pectore alla presidenza del Congresso, John A. Boehner dell’Ohio, ha ricevuto dalla lobby dell’industria mineraria e del carbone per queste elezioni (tre i milioni spesi in totale per questa tornata elettorale dalla National Mining Association).

E ancora: 35 i congressmen
democratici spazzati via martedì scorso – esattamente tutti quelli in corsa per il voto di metà mandato che l’anno scorso avevano appoggiato il Climate Bill, il piano di Obama per trasformare l’industria “sporca” americana in una green economy. Tra questi il decano di Capitol Hill, il deputato Rick Boucher della Virginia, al suo quattordicesimo mandato e uomo chiave di Obama per “vendere” il piano per l’ambiente alla Camera. Secondo alcuni osservatori, proprio la sconfitta di Boucher nella sua Virginia è il simbolo dello stato delle cose: “Non c’è dubbio, se Boucher avesse votato contro il Climate Bill sarebbe stato rieletto” ha detto il suo capo staff Andy Wright. Altro dato simbolico: in Illinois, il seggio senatoriale che fu di Obama ora è andato a un repubblicano, il neo-eletto Roland Burris: uno che nel 2009 votò per il Climate Bill ma poi fece pubblica ammenda, dichiarando che “non ne aveva compreso fino in fondo le implicazioni”.

Obama ha già capito che le sue ambizioni
verdi sono da mettere nel cassetto: nella conferenza stampa post elezioni di mercoledì, ha annunciato che non perseguirà più alcun progetto di riforma comprensiva della legislazione ambientale. “L’emission trading era solo un mezzo, non un fine, e troveremo altri sistemi” ha detto ai giornalisti, riferendosi proprio al centro del suo Climate Bill, che proponeva di introdurre un sistema di “cap and trade” simile a quello adottato dall’Unione europea per limitare le emissioni. Un sistema ribattezzato “cap and tax” dai repubblicani, che non è riuscito a superare lo scoglio del Senato e soprattutto a convincere un paese in cui il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174 mila addetti. Ma anche per il piano B di Obama, che riguarda l’Epa (Environmental Protection Agency), non ci sono molte speranze. Dopo una moratoria di nove mesi, da gennaio l’Epa dovrebbe prendersi carico del monitoraggio delle emissioni delle grandi imprese (per le piccole e medie si è rimandato al 2016). Ma è chiaro che anche qui adesso è in arrivo un fuoco di sbarramento. Sul sito del Grand Old Party si leggeva qualche mese fa: “Negli ultimi 20 l’Epa ha condotto un assalto non-stop ai posti di lavoro e alla competitività statunitensi. L’Epa ha cercato di regolamentare tutto: dal cielo al latte in polvere, mentre ometteva di rispondere con competenza a una vera calamità ambientale nel Golfo del Messico. Queste politiche sbagliate dell’Epa hanno un costo di migliaia, se non di milioni, di posti di lavoro, un prezzo troppo alto da pagare per favori politici mentre l’economia tenta di recuperare a dispetto della fallimentare agenda economica dei democratici”.

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