ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Archive for the ‘cultura’ Category

Posted by ikzus su 15 giugno 2015


Da Dublino a Roma. Manuale per il perfetto matrimonio omosex

irlanda

Il referendum per le nozze omosessuali nell’Irlanda una volta cattolica ha dato un colpo d’acceleratore anche in Italia alla marcia verso una legge sulla “civil partnership” tra persone dello stesso sesso.

Il fatto che il governo in carica in Italia sia zeppo di cattolici praticanti, a cominciare dal suo capo Matteo Renzi, non sembra frapporre ostacoli al procedere inesorabile dell’operazione. È cattolico conclamato anche il sindaco di Roma Ignazio Marino – ieri amico del cardinale Carlo Maria Martini e oggi in rapporti cordiali col suo confratello gesuita divenuto papa – che già si esercita benedicendo in Campidoglio le avanguardie delle coppie omosessuali in cerca di sigillo pubblico alla propria unione.

Né sembra minimamente impensierire i fautori, anche cattolici, della nuova legge l’opposizione delle gerarchie della Chiesa. Lo stesso papa Francesco ha tuonato più volte contro le nozze gay, ma è come se parli al vento. “Non pervenuto”, si direbbe, a vedere come la grande stampa oscura ogni volta queste sue parole.

L’unica precauzione dei fautori della legge è quella di non chiamare l’unione “matrimonio”, pur avendone i connotati. Il modello a cui si richiamano è quello tedesco dell’Eingetragene Lebensgemeinschaft, in vigore in Germania dal 2001.

Niente matrimonio, dunque, a parole, ma solo parità di diritti per le coppie omosessuali, descritte come ancora ingiustamente prive di tutte le facoltà riconosciute alle coppie sposate.

Il fatto è che di quasi tutte queste facoltà già godono in Italia non solo le coppie sposate, ma anche i conviventi.

Luciano Moia, su “Avvenire” di qualche giorno fa, ne ha fornito il preciso inventario:

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Posted by ikzus su 5 febbraio 2015


MATTARELLA (CON BERGOGLIO). SUI COLLI DI ROMA IL TRIONFO POSTUMO DEL CARD. MARTINI SU GIOVANNI PAOLO II E SU BENEDETTO XVI

Il bacio della morte al Nazareno (inteso come patto) l’ha dato Giuliano Ferrara che aveva appena sfornato un pamphlet apologetico di Matteo Renzi e del suo “inciucio” col Cavaliere.

Renzi, in un batter d’occhio, l’ha sconfessato asfaltando al tempo stesso Berlusconi e i post-comunisti.

Ferrara, che è sia berlusconiano che postcomunista, è rimasto sotto le macerie di destra e di sinistra.

E oggi tutti coloro che non volevano “morire democristiani” devono rassegnarsi alla riesumazione della Balena bianca, tornata saldamente in sella ai vertici dello Stato, in barba a tutti i becchini.

E – quel che è più divertente – con i nemici di sempre della Dc (dai comunisti a Scalfari) che battono le mani entusiasticamente come per una propria vittoria.

Ma davvero è tornata Moby Dick – come farebbe pensare il “soccorso bianco” arrivato a Mattarella da tutti i democristiani di cielo di terra e di mare sparsi nei diversi schieramenti – o invece è un tonno, o uno squaletto, cioè un monocolore della sinistra democristiana, l’area ideologica da cui provengono sia Renzi che Mattarella, che è una democristianeria atipica?

QUESTIONE CATTOLICA

Di fatto i cattolici son tornati al centro del dibattito. Giulio Sapelli ieri ha scritto di ritenere da tempo che “la questione italiana è niente di più e niente di meno che la questione cattolica”.

Poi ha aggiunto: “Mattarella è il paradossale frutto di questa endiadi, ossia mentre il cattolicesimo, come fede, viene quasi sconfitto dalla secolarizzazione, il cattolicesimo come religione trionfa sotto le spoglie dell’eredità culturale della democrazia cristiana in Italia”.

E ancora: “l’unità politica dei cattolici è finalmente finita, ma chi occupa oggi i centri nevralgici del potere visibile e invisibile in Italia (salvo quelli massonici: in ritirata) son proprio i religiosi cattolici eredi di quell’unità”.

Spunti di riflessione intelligenti, ma forse non tutti centrati. Cosa sta veramente accadendo? E cosa dicono i cattolici?

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«Io sono Charlie eppure non lo sono» È così. Ma questo non è tempo di «né né»

Posted by alagna su 10 gennaio 2015


Caro direttore,
sono un sacerdote e vivo in Francia, precisamente a Lourdes, alcuni anni fa ero parroco a S. Maria Goretti a Milano, e ci siamo conosciuti in occasione della morte del suo collega Lino Giaquinto. Ovviamente come tutti, qui e altrove, sono sconvolto per quanto accaduto a Parigi. Ragionevole e comprensibile è la reazione e la conseguente riaffermazione della libertà di pensiero e di parola. Ora, un po’ meno a caldo, vorrei condividere con lei due semplici riflessioni. Anzitutto, io sono Charlie. Le piazze francesi sono invase da persone che giustamente manifestano a favore della libertà di espressione. Nulla può impedire tale diritto, da lungo acquisito dalla cultura occidentale e giustamente da difendere. Anch’io mi unisco a loro. In verità, si tratta di riconoscere il fondamento cristiano di tale valore. Non si può bloccare tale libertà, per cui opinioni diverse, democraticamente si confrontano e in tal modo favoriscono il dibattito culturale, politico e civile. Il vostro-nostro giornale è l’espressione di questa libertà nell’agone della nostra cara Italia. E ben venga, per cui non è ammissibile che, in nome di Dio o di ideologie, si uccida o si chiuda la bocca a chi non appartiene alla tua stessa sponda. Ma devo anche dire, io non sono Charlie. Mi è capitato di vedere, scorrendo internet, alcune vignette pubblicate dal giornale satirico. Ne sono rimasto inorridito e mi sono sentito offeso nella mia fede cristiana (specie vignette riguardanti Benedetto XVI). Mi ha fatto molto male. Disegni di una volgarità estrema e di pessimo gusto. C’è, sì, una libertà, ma non c’è forse anche una deontologia professionale da rispettare? Ci hanno sempre insegnato che la tua libertà termina dove inizia la mia. Ciò vuol dire che è sempre urgente mantenere un corretto equilibrio tra le diverse possibilità. Ricordo, a partire dalla mia infanzia, che l’educazione era: imparare a relazionarsi con gli altri in modo corretto, gestendo le proprie reazioni, moderando il proprio linguaggio e rispettando le regole. A questo siamo stati formati per diventare persone rispettose e cittadini responsabili. Non tutto si può dire e scrivere! Guarda caso, vedo proprio sul nostro giornale la campagna “migliori si può – anche le parole uccidono”. Ben venga: posso indiscriminatamente usare quelle parole, appellandomi al fatto che sono libero da ogni costrizione? Allora che senso hanno le accuse di omofobia o altro, se alla fine posso dire e fare tutto ciò che voglio? Mi ha fatto piacere leggere la riflessione di Giuseppe Anzani e anche, su “La Stampa on line” di venerdì 9 gennaio, il commento di Elena Loewenthal ove dice: «Ma io non sono Charlie soprattutto perché non siamo tutti vignettisti irriverenti come Wolinski… Il fondamento della libertà, quella di essere e quella di esprimersi, sta nel riconoscere che il mondo non è tutto uguale e noi nemmeno, anzi». Al di là dell’emozione del momento, abbiamo di che pregare, ma nello stesso tempo anche di che riflettere e seriamente. Da parte mia lo farò qui a Lourdes, ove, le campane del santuario, insieme a quelle di Notre Dame a Parigi, hanno suonato a morto, in memoria dei fratelli uccisi. Grazie ancora del vostro lavoro.

padre Giuseppe Serighelli, passionista Lourdes

Il 7 gennaio, proprio nel giorno del primo attacco dei jihadisti di Francia, dialogando con una lettrice che mi segnalava una bellissima storia italiana di presepi fatti assieme da bambini di religioni diverse, scrivevo: «Ignorare e far ignorare il rispetto che altri, diversamente credenti, in questo caso musulmani, hanno per la nostra fede [cristiana] e i suoi “segni” personali e comunitari (ma anche per la fede ebraica: la Sinagoga inserita nel presepe realizzato da bimbi di fede islamica) porta a disprezzare i sani sentimenti e le pratiche religiose altrui, facendo crescere distanze e fomentando inimicizie. Che politici e insegnanti che si dicono “laici” compiano questo errore e questa rimozione è davvero grave. Tanto più nel tempo tragico che viviamo, nel quale minoranze religiose di ogni parte del mondo e, soprattutto, intere comunità cristiane del Medio Oriente sono vittime di persecuzione. È così: rimuovendo le tracce antiche e le voci e le occasioni attuali del dialogo e della convivenza possibili, si finisce per lasciare il campo soltanto ai fanatici». Temevo, come tanti, ciò che poteva accadere, certo non immaginarlo. Però conosco i fanatici: non hanno bisogno di pretesti, ma li sfruttano tutti e sempre per ingigantire il proprio odio e portare contagio e morte. In Asia e Africa i jihadisti assassini ce lo stanno dimostrando da anni (e quanti, anche solo a parole, gareggiano assurdamente con loro per far crescere sospetto, divisione, intolleranza, rabbia). Adesso il fanatismo omicida l’abbiamo sperimentato di nuovo, con annichilente durezza, pure in casa nostra (e qui, bestemmiando il dialogo con chi fanatico non è, purtroppo non mancano quelli che continuano a scimmiottarne le logiche). Perciò come tanti di voi, amici lettori, anch’io che amo e difendo la libertà di coscienza, di pensiero e di stampa mi ritrovo a dire, senza esitazioni, che «sono Charlie» eppure subito dopo, per irrinunciabile convinzione, penso e dico che «Charlie» non voglio proprio esserlo. Perché non credo in una informazione e in una satira incapaci di porsi il problema del “rispetto” (e non di potenze politiche o economiche, ma del divino e dell’umano cioè di ciò che è intimamente sacro per la persona). Una libertà senza responsabilità (che non è solo morale senso del limite, ma anche senso dell’accoglienza dell’altro) non è libertà. Tento di viverlo, e non so più quante volte l’abbia ripetuto prima di tutto a me stesso, ma so quanto bene, ieri, qui, l’abbia saputo scrivere Giuseppe Anzani. E dunque, oggi, dichiaro di essere «Charlie», perché «Charlie» è stato ucciso nelle persone che erano la sua “matita” e la sua “voce” e il loro sangue versato è mio, come quello di ogni uomo e ogni donna vittima di ingiustizia e di violenza. Ma contemporaneamente, in coscienza, continuo a non essere «Charlie». E non mi sento in contraddizione. Di fronte a mani e menti fanaticamente omicide la logica del «né né» (quella che un tempo, in Italia, faceva dire «né con lo Stato, né con le Br») è impossibile. No agli assassini, no al terrore, no al jihad. No, no, no.

Marco Tarquinio

Da l’Avvenire del 10 Gen 2014

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“Berlino cambi o sarà recessione”

Posted by alagna su 10 novembre 2014


di VINCENZO SAVIGNANO
BERLINO – L’economia europea ha urgente bisogno di una scossa. Lo confermano i nuovi dati arrivati ieri da alcune delle principali economie della zona euro. 

Le industrie tedesche continuano ad andare avanti con il freno tirato: a settembre la produzione industriale in Germania ha segnato un aumento dell’1,4%, deludendo le attese degli analisti, che si aspettavano una crescita del 2% per compensare il sorprendente crollo di agosto (3,1%, il peggior risultato da cinque anni). Anche la crescita dell’export tedesco (+5,5%) non basta a compensare la caduta del 5,8% segnata il mese precedente. Se la prima economia d’Europa avanza lenta, la seconda è praticamente ferma. In Francia la produzione industriale a settembre è rimasta “stabile” (dopo essere calata dello 0,2% ad agosto) e la Banque de France, dopo un sondaggio tra imprese e famiglie, ha corretto al ribasso la stima per la crescita del Pil nell’ultimo trimestre dell’anno: Parigi segnerà uno 0,1 % invece dello 0,2% previsto. In questo contesto è una magra consolazione la “ripresina” della Spagna, quarta economia dell’area euro, dove la produzione industriale a settembre è cresciuta dell’1%, sorprendendo, stavolta in positivo, gli analisti.

Anche l’economia tedesca è in pericolo a causa di una politica finanziaria europea sbagliata». Klaus Busch, vicerettore dell’Università di Osnabrück, economista ed esperto di politiche europee, un passato nelle file della Spd, è uno dei più convinti critici della politica finanziaria europea voluta dal governo di Berlino. «Hanno puntato quasi esclusivamente su politiche di risparmio che hanno mortificato la crescita economica e che a mio modo di vedere potrebbero causare una crisi assai più profonda di quella esplosa nel 2009 e coinvolgere anche la Germania» avverte il professore.

Cosa le fa prevedere uno scenario così negativo?
Da più di un anno l’Europa sta vivendo una fase di stagnazione, in alcuni paesi del sud Europa si sono innescati anche dei processi deflattivi. Le previsioni di crescita per il 2015 ma anche per il 2016 non sono affatto positive, anche in Germania sono state viste al ribasso, inoltre è sempre più concreto il rischio di bolle finanziarie soprattutto nel settore immobiliare.

C’è un modo per evitare tutto questo?
Credo che l’input debba partire proprio dalla Germania attraverso un ambizioso piano di investimenti in infrastrutture. Parlo di decine e decine di miliardi di euro che potrebbero fungere da volano per l’economia tedesca ma anche per quella europea. Penso anche a piani trasnazionali, progetti europei per lo sfruttamento delle energie alternative e per nuove infrastrutture digitali. Serve un chiaro cambio di rotta soprattutto per favorire la crescita in Francia ed Italia, la loro crisi sta spaventando anche la Germania.

Roma e Parigi insistono nel chiedere deroghe sul tetto del deficit al 3% del Pil. È una richiesta legittima?
Io sono più dell’idea che l’economia la si fa con i fatti e non con i numeri. Sembrerà strano detto da un economista ma la realtà è che quel parametro del 3% è stato introdotto in una fase economica completamente differente da quella attuale. Ora i fatti dicono che le politiche del risparmio e del controllo dei conti non hanno sortito gli effetti sperati quindi serve dell’altro.

La crescita italiana però è zavorrata anche da un debito pubblico che l’anno prossimo supererà il 133% del Pil…
Non sono dell’idea che un debito pubblico elevato impedisca politiche volte a favorire la crescita. Negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale il rapporto tra debito pubblico e Pil aveva sfondato il muro del 100%, nei 20 anni successivi con politiche esclusivamente votate alla crescita venne ridotto del 30%.

Quindi sostiene la linea di Renzi?
Non la conosco nei suoi dettagli ma la riduzione delle tasse, la riforma del mercato del lavoro e una semplificazione della burocrazia sono già misure interessanti a cui però si devono aggiungere interventi di Bruxelles e della Bce.

In che direzione?
Penso ad un piano di investimenti sostenuti dalla Commissione europea e ad un nuovo ruolo della Banca centrale. Appoggio la scelta di Draghi di ridurre il costo del denaro e di rafforzare il sistema bancario ma oltre all’acquisto di covered bond, di obbligazioni, resto un sostenitore degli Eurobond. La condivisione del debito è la strada più rapida per rilanciare l’economia europea.

Possiamo sperare in qualche concessione da parte del governo Merkel?
In verità la Merkel non è cosi rigida sulle sue posizioni, già in passato ha mostrato una certa flessibilità su alcuni temi, ad esempio sulla chiusura delle centrali nucleari. In Germania i veri strenui difensori del rigore sono il ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Spero che prima che sia troppo tardi capiscano che la loro linea forse è un bene per la Germania ma un danno per l’Europa.
Klaus Busch

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I due papi e il peccato

Posted by ikzus su 2 gennaio 2014


https://alezeia.files.wordpress.com/2014/01/cfcab-scalfari-papa-francesco.jpg

Interessante articolo del papa dei laicisti sul papa dei cattolici:

La rivoluzione di Francesco: ha abolito il peccato di EUGENIO SCALFARI

Ora, per i cristiani il peccato è un concetto difficilmente eliminabile: tanto per dire, questi sono i punti dell’indice del Catechismo della Chiesa Cattolica che riguardano il peccato (per chi volesse approfondire: Catechismo della Chiesa Cattolica )

PECCATO
Amore più forte del peccato, 2844;
Concupiscenza stimolo del peccato, 978;
Definizione di peccato, 1849-50;
Peccato come il male più grave, 1488;
Peccato degli angeli, 392-93;
Peccato nella Chiesa, 827;
Profondo legame dell’uomo con Dio aiuta a comprendere il peccato, 286-88;
Radice del peccato, 1853;
Realtà del peccato, 385-87;
Responsabilità di chi coopera ai peccati degli altri, 1868;
Satana come causa dei peccati, 2852;
Vie per vincere il peccato, 943.
Conseguenze del peccato
Attaccamento morboso alle creature, 1472;
Indebolisce la vita del cristiano, 1420;
Indebolisce la vita del peccatore, 1459;
Lotta tra lo spirito e la carne, 2516;
Pene del peccato, 1472-73;
Privazione della comunione con Dio, 761, 1472;
Privazione della somiglianza con Dio, 705;
Privazione della vita eterna, 1472;
Uccisione del Figlio di Dio, 312;
Vizi e inclinazioni perverse, 1426, 1865.
Distinzione dei peccati
Distinzione dei peccati secondo la gravità, 1854;
Distinzione dei peccati secondo l’oggetto, 1853.
Interpretazioni del peccato
Abuso della libertà donata da Dio, 1739;
Atto personale, 1868;
Male morale entra nel mondo, 311, 1869;
Minaccia per l’unità e la comunione della Chiesa, 814, 1440;
Morte entra nella storia dell’umanità, 400, 1006, 1008;
Offesa a Dio, 431, 1850;
Opere della carne, 1852;
Peccato nuoce alla comunione fra gli uomini, 761, 953;
« Peccato sociale », 1869;
Rifiuto di Dio, 398;
Scismi, eresie, apostasie, 817.
910 Peccato
Liberazione dal peccato, cf Penitenza e Riconciliazione;
Battesimo libera dal peccato, 977-78, 985, 1213, 1237, 1263-64;
Cristo, « Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo », 523, 536, 608;
Cristo ha dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati, 615, 1708;
Cristo opera la remissione dei peccati, 987, 1741;
Cristo, « vittima di espiazione per i nostri peccati », 457, 604;
Dio ha fatto Cristo « peccato per noi », 602-03;
Dio non abbandona l’uomo in potere della morte, 410-11, 1609;
Dio solo può perdonare i peccati, 270, 277, 430-31, 1441;
Guarigione degli uomini dal peccato, 211, 549, 1989-90, 1999, 2057, 2097;
La violenza e la molteplicità del peccato si manifesta nella passione di Cristo, 1851;
Legge divina, aiuto all’uomo ferito dal peccato, 1949;
Mezzi per ottenere il perdono dei peccati, 1434-39;
Offerta di Cristo per i peccati dell’uomo, 606-18;
Penitenza e perdono, cf Penitenza e Riconciliazione;
Penitenza interiore via per vincere il peccato, 1431;
Preghiera per non cadere nel peccato, 2846.
Modalità del peccato
Modi di peccare contro l’amore di Dio, 2094;
Peccati di pensiero, parola, opera, omissione, 1853.
Peccati
Atto sessuale fuori del Matrimonio, 2390;
Bestemmia, 2148;
Bestemmia contro lo Spirito Santo, 1864;
Omicidio, 2268;
Invidia, 2539;
Ira, 2302;
Malizia, 1860;
Menzogna, 2484;
Odio, 2303;
Peccati contro la fede, 2088-89;
Peccati contro la speranza, 2091;
Sacrilegio, 2120;
Trascuratezza dell’obbligo di partecipare all’Eucaristia nei giorni di precetto, 2181.
Peccati capitali
Peccati capitali generatori di altri peccati, 1866;
« Peccati che gridano verso il cielo », 1867.
Peccato mortale
« Chi non ama rimane nella morte », 1033;
Condizioni: materia grave, 1858; piena consapevolezza, 1859; pieno consenso, 1859;
Conseguenze, 1855, 1861;
Distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, 1854;
Imputabilità della colpa, 1860;
Morte in peccato mortale, 1033, 1035;
Pene eterne per chi muore in peccato mortale, 1033;
Remissione dei peccati mortali quando c’è contrizione perfetta, 1452, 1856.
Peccato veniale
Condizioni circa la materia, la consapevolezza e il consenso, 1862;
Confessione dei peccati veniali, 1458;
Conseguenze del peccato veniale, 1863.
Penitenza 911
Remissione sacramentale dei peccati, cf Penitenza e Riconciliazione;
Amore di Dio come causa della remissione dei peccati, 734;
Autorità e potere di assolvere e perdonare i peccati, 553, 976, 1441-45, 1461;
Confessare i peccati, secondo il comandamento della Chiesa, 2042;
Confessione e assoluzione, 1424;
Purificazione dalle pene del peccato, 1475;
Remissione dei peccati come effetto della giustificazione, 2018;
Remissione dei peccati e riconciliazione con la Chiesa, 1443;
Sacramenti per la remissione dei peccati, 1421, 1486, 1520;
Unzione degli infermi e remissione dei peccati, 1520.
PECCATO ORIGINALE
Disobbedienza a Dio come origine del peccato originale, 215, 397-98;
Peccato originale come prova della libertà dell’uomo, 396;
Peccato originale come verità di fede, 388-89;
Perché Dio ha permesso il peccato originale, 412;
Racconto del peccato originale, 390;
Significato della dottrina del peccato originale, 389;
Trasmissione del peccato originale a tutti gli uomini, 404.
Conseguenze del peccato originale
Armonia spezzata, 400;
Conseguenze per l’umanità, 402-06, 1250, 1607, 1609, 1707, 2259, 2515;
Difficoltà di conoscere Dio, 37;
Invasione del male, 401;
Perdita della grazia della santità originale, 399;
Tutto il mondo posto sotto il potere del maligno, 409.
PECCATORE/I
Effetti del sacramento della Penitenza sui peccatori, 1423, 1468-70;
Gesù venuto a chiamare i peccatori, 545, 588;
Giustificazione dei peccatori, 1994;
Misericordia di Dio verso i peccatori, 1465, 1846;
Misericordia di Gesù verso i peccatori, 589, 1443;
Necessità della penitenza per i peccatori, 1459;
Ogni peccatore come autore della passionedi Cristo, 598;
Peccatori e giusti nella Chiesa, 827;
Potere di perdonare i peccatori, 979, 1444;
Purificazione dei peccatori, 1475;
Riconoscersi peccatori, 208, 827, 1697, 2677, 2839;
Tutti gli uomini « costituiti peccatori», 402;
Ultimo giudizio dei peccatori, 1038;
Vie della riconciliazione dei peccati, 1449.

Appare evidente che uno dei due sta sbagliando tutto; il problema è: chi?

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Il papa mi ha risposto (indirettamente, non vuol far sapere che legge ALEZEIA!):

«Tutti siamo peccatori e tutti siamo tentati e la tentazione è il pane nostro di ogni giorno. Se qualcuno di noi dicesse: “Ma io mai ho avuto tentazioni”, o sei un cherubino o sei un po’ scemo, no? Si capisce… È normale nella vita la lotta e il diavolo non sta tranquillo, lui vuole la sua vittoria. Ma il problema – il problema più grave in questo brano – non è tanto la tentazione e il peccato contro il nono comandamento, ma è come agisce Davide. E Davide qui non parla di peccato, parla di un problema che deve risolvere. Questo è un segno! Quando il Regno di Dio viene meno, quando il Regno di Dio diminuisce, uno dei segni è che si perde il senso del peccato».
Papa Francesco: «Gli uomini hanno perduto il senso del peccato» | Tempi.it

 

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Ciò che non va fra parentesi

Posted by alagna su 16 gennaio 2013


Campagna elettorale e temi etici.

Il peso della crisi economica è tale che la campagna elettorale si giocherà inevita­bilmente soprattutto sulle risposte politiche e di governo a essa. Ma ci sono altre questio­ni, dalle importantissime ricadute civili e so­ciali, che non possono essere messe tra pa­rentesi, e i lettori di Avvenire lo sanno molto bene per averne letto spesso su queste pagi­ne anche negli ultimi tempi. Si tratta dei te­mi che da qualche tempo si usa qualificare co­me “etici” (la famiglia, la libertà religiosa, i diritti umani, le questioni bioetiche). Mi a­spetto quindi, e come cittadino elettore an­ch’io non vorrei restare deluso, che su questi temi non solo i partiti, ma anche i singoli can­didati – in particolare quelli “cattolici” – si pronuncino espressamente: si tratta infatti di questioni che hanno una valenza non pri­vata e intimistica, ma pubblica e soprattutto “politica”. Le ragioni sono evidenti. Partiamo dalla famiglia: essa è, e rimane no­nostante tutto, il luogo privilegiato della ‘fe­licità’ (come è dimostrato dal fatto che è og­getto di mille tentativi di ‘imitazione’!) e co­stituisce altresì la risorsa sociale più natura­le e più potente che ci sia per far fronte a esi­genze che nemmeno lo Stato più ricco del mondo riuscirà mai a fronteggiare adegua­tamente: l’educazione primaria, l’inseri­mento dei giovani nel mondo del lavoro, l’ap­poggio ai malati e, in generale, ai soggetti “de­boli”, l’assistenza degli anziani. Un’intelli­gente politica per la famiglia non significa so­lo la tutela di un bene umano primario, ma consente allo Stato di meglio utilizzare le scar­se risorse destinate al welfare e, nel medio e nel lungo periodo, contribuire al rallenta­mento di un problema drammatico come quello del decremento demografico. Proseguiamo, nella nostra rapida analisi, con il tema dei diritti umani e della libertà reli­giosa. Un autentico impegno per la promo­zione dei diritti fondamentali (che non deve mai rallentare) implica che non si inquini il tema dei diritti umani con quello dei “desi­deri”. Ad esempio, far rientrare nella battaglia per i diritti la pretesa di concedere il matri­monio e l’adozione alle coppie gay non ha nulla a che vedere con la giusta lotta contro le discriminazioni nei confronti delle perso­ne omosessuali. È piuttosto una pretesa che incrina la corretta immagine dei diritti del­l’uomo, deformandola in una visione indivi­dualistica e in definitiva anti-personalistica. Di qui il sempre più frequente senso di fasti­dio che emerge in molti quando si fa appel­lo ai diritti umani fondamentali, come se es­si si riducessero a un cavallo di Troia per far implodere dall’interno la realtà relazionale coniugale e familiare. È un rischio che non possiamo correre e che dobbiamo intercet­tare prima che sia troppo tardi. Ed è indi­spensabile da parte dei politici una parola chiara al riguardo. Parole altrettanto chiare vanno riservate al­la libertà religiosa. Da parte di alcuni, pur­troppo non pochi, viene spesso ridotta – nel nome di un malinteso laicismo – alla libertà di confessare privatamente la propria fede. Per quanto sia difficile farlo capire ai laicisti più estremisti, va ribadito che la fede o è pub­blica o non è, e che il rilievo pubblico di u­na data fede religiosa non interferisce in al­cun modo col rilievo pubblico che va rico­nosciuto a qualsiasi altra confessione, ma serve a garantire al cittadino credente la pro­pria identità. Quanto ai temi bioetici il discorso può esse­re persino rapidissimo. Il buon uso (cioè l’u­so eticamente corretto) della biomedicina e dei suoi progressi non solo ha impressionanti ricadute sulla dignità della persona (e già que­sta considerazione sarebbe sufficiente a chiu­dere il discorso), ma contribuisce delimitare saggiamente i limiti del potere della scienza e degli scienziati e a fronteggiare il fascino di pericolose forme di “tecnocrazia”. Che il mondo non possa essere governato esclusi­vamente dagli scienziati è consapevolezza diffusa; per tramutare però questa consape­volezza in decisioni socialmente vincolanti non sono sufficienti gli allarmismi della fan­tascienza o della cinematografia catastrofa­le, ma è indispensabile un forte impegno po­litico. Bisogna quindi che nella campagna e­lettorale entri in modo esplicito e non equi­voco anche la “biopolitica”. E ogni candida­to faccia capire come la pensa e che cosa si prepara a fare (o non fare) e a sostenere.

Francesco D’Agostino

da l’Avvenire del 11 gennaio 2013

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Posted by ikzus su 28 ottobre 2012


Strani giudici “contro la scienza”

Veronesi sull’Aquila si sente tradito dalla magistratura poco illuminista

Quarantotto ore dopo, la sentenza che ha condannato i vertici della commissione Grandi rischi per il mancato allarme sul terremoto dell’Aquila continua a far discutere. Dalle prime reazioni sbalordite o indignate si passa a commenti che, anche per il calibro delle personalità impegnate, si vorrebbero più approfonditi. Tra questi, un’intervista sul Corriere della Sera al grande oncologo Umberto Veronesi sposta l’attenzione sul rapporto tra scienza e potere giudiziario, con affermazioni che meritano una riflessione. “Questa condanna più che storica è antistorica – argomenta l’uomo di scienza – e riflette una concezione di giustizia antica, comunque non in linea con gli standard di illuminata civiltà e difesa della Costituzione che la nostra magistratura normalmente manifesta”. Gli standard illuminati, dice Veronesi, devono distinguere tra responsabilità e colpevolezza. Dunque, occorre domandarsi da dove nasca “questa condanna per omicidio colposo di scienziati di chiara fama”: “Purtroppo non vedo altra risposta che la vendetta, per placare il dolore di chi ha perso i propri cari. Ma il principio di vendetta collettiva non è quello che ispira il nostro diritto e la nostra Costituzione”. Dunque, non già una giustizia che ha semplicemente sbagliato, magari pigiando l’acceleratore sull’interpretazione della legge, ma una giustizia che ha ceduto a un sentire “antistorico”. L’errore dei giudici non sta in una errata applicazione della norma, ma nell’avere osato mettersi di traverso alla scienza, intesa come apparato di sapere superiore e ordinato dal precetto illuminista.

Ancor più significativo il passaggio successivo: “Io sono un sostenitore della magistratura, alleata della scienza in molte battaglie di civiltà come il Testamento biologico o per la diagnosi pre-impianto. Perciò sono stato stupito e sconcertato”.  A parte la prima e più ovvia obiezione – la magistratura, più che essere alleata di questa o quella visione, non dovrebbe applicare le leggi, anziché aiutare a produrle e sopravanzarle? – c’è un altro aspetto che inquieta un poco: Veronesi non è nemmeno sfiorato dal dubbio che i giudici possano sbagliare. Lo scienziato rivela qui una visione dogmatica, in cui sfugge il principio di falsificazione, per cui la magistratura è buona e alleata se conferma una (e una sola) posizione della scienza. Non sarebbe più razionale e laico ammettere che la magistratura a volte sbaglia, non perché ceda a istinti oscurantisti, ma perché cerca di interpretare moralmente i fatti, anziché analizzarli secondo la legge?

25 ottobre 2012 – ore 06:59   © – FOGLIO QUOTIDIANO

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Più rispetto per il “civile”

Posted by alagna su 24 ottobre 2012


È ormai evidente che logiche dominanti in Europa influenzano potentemente l’Ita­lia e che ormai anche nel nostro Paese si fa­tica a conoscere e riconoscere una realtà che è ricchezza e fonte di ricchezza per tutti: l’e­conomia sociale e civile. Su di essa non in­combe soltanto il grave (ben 7 punti) au­mento dell’Iva per le cooperative sociali (la principale innovazione economico-sociale i­taliana, e probabilmente continentale, degli ultimi vent’anni). C’è anche la recente ap­provazione della ‘borsa delle scommesse’ e l’imminente legalizzazione delle slot machi­ne online, che rappresentano un segnale an­cora più grave, poiché proprio queste nor­mative radicalmente ‘incivili’ finiscono per ingrossare le fila di quel disagio sociale che poi arriva alla cooperazione sociale che deve oc­cuparsene con sempre meno risorse.

È in questo contesto di incomprensione nei confronti del sociale e dell’economia civile che va anche inquadrato il tema dell’Imu sul­le strutture del mondo non profit e delle isti­tuzioni religiose, di cui si è molto parlato, ma di cui è forse bene parlare ancora e più a pro­posito.

Via Tuscolana, Roma. Una comunità di sale­siane, circa 20 suore, porta avanti da decen­ni una scuola elementare e materna. Molte sorelle, alcune ottantenni, lavorano come vo­lontarie nella scuola, assistendo i bambini negli intervalli, o rispondendo al centralino. Ho visto personalmente genitori che il gior­no in cui si aprono le iscrizioni, arrivano la se­ra prima e pernottano di fronte alla scuola per non restar esclusi dai pochi posti a di­sposizione. Perché questa comunità conti­nua a portare avanti questa scuola? Per due principali ragioni: per rispondere a un biso­gno urgente e vitale del territorio, e perché per le salesiane le opere educative non sono un accidens, ma parte essenziale della loro vocazione e del loro carisma. Quando quel­le suore da giovani hanno risposto a una vo­cazione, si sono donate anche ai giovani e al­la loro educazione.

L’Italia, almeno la sua parte migliore, l’han­no edificata anche, e in determinati momenti storici, soprattutto i carismi religiosi. Assieme, in una certa misura, a quelli laici. Quando lo Stato Italiano non c’era ancora, o le sue isti­tuzioni erano inesistenti o troppo fragili, Cot­tolengo, Don Bosco, Don Orione, Scalabrini, Francesca Cabrini, hanno curato e amato le tante forme di povertà e di esclusione del lo­ro tempo, rendendo la società italiana più ci­vile e la vita di tanti, poveri e meno poveri, possibile. Le loro strutture e le loro case so­no diventate dei veri beni pubblici, come e più di fontane, parchi, teatri, musei. E in molti casi lo sono ancora, costituendo un patri­monio del nostro Paese. Centinaia di migliaia di bambini, ragazzi e giovani oggi sono ancora educati e amati da opere nascenti dai cari­smi.

Solo uno sguardo distratto può chiama­re ‘attività commerciale’ la scuola di un or­dine religioso o la mensa attivata in una par­rocchia: sono espressione diretta e imme­diata del carisma. E sono attività diverse da quella for profit non perché e quando ‘non fanno utili’ (come recitano i testi normativi circolati in questi giorni), perché il fare o non fare utile non può essere il criterio per capi­re queste realtà, e per capire le tante realtà re­ligiose e laiche (culturali, ricreative, sportive …) che gestiscono attività che hanno anche una dimensione commerciale.

Ecco perché dietro progetti (e polemiche) sul­l’allargamento della tassazione sugli immo­bili agli ‘enti non commerciali’ (oggi parlia­mo di Imu, ieri di Ici) si nasconde molto di più di una faccenda ‘cattolica’ (e qui bisogne­rebbe ragionare su quanto male fa all’Italia leggere ogni cosa in chiave ideologica pro o contro la Chiesa!): è una questione che ri­guarda anche e soprattutto la vocazione ci­vile ed economica del Paese, la nostra storia e la nostra cultura.

C’è poi il dato concreto che molte di queste opere carismatiche si muovono da anni sul filo della sopravvivenza: ricevono somme ir­risorie dagli enti pubblici, e sopravvivono per la tanta gratuità che riescono ad attivare. Far pagare l’Imu per gli immobili di queste e di tante altre scuole e opere ‘comunitarie’ si­gnifica, di fatto, non capire il valore di tali realtà, non stimarle, e rendere la loro vita mol­to difficile, in certi casi insostenibile. Con qua­li conseguenze?

S i renderà più facile la dismissio­ne o svendita di queste struttu­re, magari a speculatori, che rad­doppieranno le rette, impoveriranno ancora le famiglie e impoveriranno anche la cultura e la storia dei nostri territori. È questo che si vuole? È davvero que­sto che l’Europa imporrebbe al patrio governo su richiesta di un manipolo di politici che hanno fatto ricorso contro l’Italia perché colpevole di ‘aiuti di Sta­to’ alle attività non profit?

Nell’attuale straordinaria fase politica e di governo continua purtroppo e, di fatto, si sviluppa una tradizione vec­chia ormai di decenni, che non ha oc­chiali per ‘vedere’ il civile italiano (che non è quello inglese né quello Usa). Non a caso il primo taglio della spen­ding review è stata la chiusura dell’A­genzia per le onlus, e l’ultimo (speria­mo) è picconare le opere del ‘civile’, e quindi i poveri. Non si tratta di ‘equità’ (trattare la Chiesa e le sue opere come tutti), si tratta di avere o non avere una idea di Italia, una idea della fisiologia del malato da curare. Perché la più grande ingiustizia è trattare allo stesso modo realtà diverse: non distinguere tra il significato civile ed economico di una business school e una scuola di Don Orione o un asilo tenuto in piedi da u- na parrocchia.

Si agitano mediatica­mente le note e abusate storie dei ‘bed e breakfast’ di proprietà di ordini reli­giosi ma gestiti con modalità impren­ditoriali e, spesso, da soggetti for profit (che infatti, anche con la legge attual­mente vigente, devono pagare Imu e ogni altra imposta), e non ci si rende conto che con gli interventi normativi oggettivamente contro il non profit sa­ranno proprio le attività for profit che aumenteranno. Pagheranno tutti l’Imu anche quelli che operano senza fini di lucro, ma i cittadini pagheranno un prezzo molto più alto, e il nostro Pae­se finirà per perdere l’apporto di realtà secolari.

Tutto per una radicale rival­sa ideologica abbinata alla voglia di fare un po’ di cassa; una cassa che, di­versamente dalla Francia, non si ha la forza politica di fare aumentando di 20 punti percentuali l’Irpef dei su­per-ricchi, continuando così a chie­dere di più ai poveri e alla sempre più impoverita classe media. Lo spettacolo di corruzione e immo­ralità di questi giorni si cura alimen­tando gli anticorpi, immettendo cel­lule sane nel corpo italiano grave­mente malato, anche per avere e­marginato i carismi dalla vita civile. Non sarà l’allargamento del mercato for profit a salvare l’Italia.​

Da L’Avvenire del 20 Ottobre 2012

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Posted by ikzus su 30 luglio 2012


di Giuliano Cazzola

Il dramma dell’ILVA di Taranto pone a noi tutti interrogativi molto seri. Rischia la chiusura uno stabilimento storico, uno degli ultimi capisaldi dell’industria di base, già di mano pubblica poi dismesso ai privati, sicuramente uno dei pochi presìdi industriali del Mezzogiorno, ma per le sue caratteristiche produttive vera e propria spina dorsale dell’apparato manifatturiero italiano.

Taranto è stata bloccata per lunghe ore dalla protesta dei lavoratori, mentre comitati di cittadini difendevano la decisione della magistratura di bloccare le aree produttive più critiche della acciaieria, ritenuta responsabile di un devastante inquinamento ambientale e della diffusione di patologie oncologiche dovute – è questa l’accusa – alle emissioni provenienti dagli impianti. Per fortuna il Governo è stato in grado di intervenire tempestivamente con un piano di bonifica e di risanamento, dotato di un ragguardevole finanziamento, che può costituire una risposta della politica alla crisi, sempre che si riesca ad assicurare, in sede di riesame delle richieste dei pm, la continuità produttiva dello stabilimento; in sostanza, sempre che prevalga una gestione razionale e consapevole di una fase che, in mancanza, potrebbe avere effetti devastanti. Perché in ballo non vi sono soltanto 12mila posti di lavoro a fronte del diritto alla salute di 150mila persone residenti. E’ l’intera città (e non solo essa) a vivere sulla fabbrica che è pur sempre una delle ultime grandi acciaierie sopravvissute in Europa.

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Posted by ikzus su 23 luglio 2012


L’irresistibile inadeguatezza della politica

di LUCA RICOLFI
Credo che la maggior parte dei cittadini non abbia ancora capito. Per non parlare dei politici, dei sindacalisti, dei rappresentanti di associazioni e gruppi. A giudicare dalla spensieratezza con cui si va in vacanza, si segue il calcio mercato, si discetta di sistemi elettorali, ci si infervora sui matrimoni gay e sulle dimissioni della Minetti, si direbbe che siano davvero pochi gli italiani che si rendono conto di quanto è drammatico questo momento.

E allora proviamo a riassumere. Nessuno sa quanto è probabile che l’euro crolli, o che lo Stato italiano fallisca e ci trascini tutti nel baratro. Però questa eventualità, che era decisamente remota fino a qualche tempo fa, ora non è più trascurabile. Può succedere. Speriamo di no, ma può succedere. Questa settimana, o fra un mese, o fra un anno.

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Posted by alagna su 21 luglio 2012


Per l’Europa e contro chi ci attacca

C’è qualcuno che continua a credere alla favola che se faremo per bene i “compiti a casa”, i mercati saggi e razionali ci premieranno e lo spread scomparirà. O almeno fa finta di crederlo nelle di­chiarazioni ufficiali. Credere a questa favola è ciò che ci porterebbe nel burrone perché nessuna guerra “fi­nanziaria” potrà essere vinta se gli aggrediti non si accorgeranno di esserlo e se i loro alleati non li aiu­teranno. Il vero problema è un altro ed è su due fron­ti.
Il primo fronte è quello della speculazione che ha creato un cuneo ingiustificabile sulla base dei fon­damentali proprio per far crollare l’euro (come nel ‘92 aveva lavorato per far crollare il sistema dei cam­bi fissi in Europa). La speculazione non è un giudice imparziale dei nostri progressi ma un avversario che intende sfruttare sino in fondo le nostre debolezze con un obiettivo ben preciso (come lo aveva il fi­nanziere Soros ai tempi dell’attacco a lira e sterlina). Con colpevole ritardo lo riconoscono ora pratica­mente tutti, a partire da Confindustria che in uno studio diffuso ieri con dovizia di dati illustra il costo dello spread eccessivo in termini di crescita e di au­mento del debito. Il secondo fronte è la mancanza di fiducia e solida­rietà tra i partner europei che sono caduti in pieno nella trappola, dividendosi in virtuosi e no, con i vir­tuosi che non hanno il coraggio di rinunciare a qual­cosa dei loro benefici a breve (le emissioni a tasso negativo) per salvare l’Europa. O che comunque ri­tengono che bisogna tirare la corda al massimo per rimettere i Paesi del sud d’Europa sulla strada della virtù, salvo intervenire tempestivamente – come han­no fatto nelle ultime ore i tedeschi con la Spagna – quando si accorgono che questi ultimi sono sull’or­lo di un collasso che travolgerebbe anche loro. E in questa inestricabile interdipendenza sta la nostra principale speranza. Leggi il seguito di questo post »

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Stessa pagina, stessa crociata sulla Chiesa sì, sull’Islam no

Posted by alagna su 1 aprile 2012


Alcuni giorni fa una bizzarra pagina pubblicitaria appare sul New York Times. Una lettera aperta indirizzata ai cattolici moderati o non praticanti dal titolo che non lascia nulla all’immaginazione: «È tempo di abbandonare la Chiesa Cattolica».

Un invito a dire basta all’oscurantismo cattolico e abbandonare la Chiesa, incorniciato tra la vignetta di un vescovo furioso che strilla guardando una pillola anticoncezionale e il disegno di una donna accigliata che reclama la propria libertà sessuale. La lunga lettera rappresenta una sorta di manifesto semplificato del laicismo liberal della sinistra americana, in gran parte centrato sui temi dell’aborto e della politica cattolica sulla contraccezione. Partendo dai diritti delle donne, l’invettiva passa in rassegna tutti i mali del mondo, dalla miseria alla sovrappopolazione, e finisce per attribuirli tutti alle sacre scritture. Ovvia la conclusione: la modernità non è compatibile con la religione. Cari cattolici, è arrivato il tempo delle scelte: abbandonate la Chiesa. A firmare la pubblicità, la fondazione atea Freedom From Religion Foundation.

Fin qui nulla di particolarmente strano. I giornali, anche quelli stranieri, sono pieni di buffi annunci. E pochi li prendono realmente in considerazione. Se non fosse che, questa volta, la bislacca pagina pubblicitaria ha la sventura di catturare l’attenzione di Pamela Geller.

Blogger, giornalista, scrittrice e punta di diamante del movimento anti-Jihad cresciuto online dopo l’11 settembre 2001, Pamela Geller è stata definita come un mix tra una Ann Coulter simpatica e una Sarah Palin brillante.

Forse è un’esagerazione, ma resta il fatto che la Geller è una delle figure più in vista e più influenti della cyberdestra a stelle e strisce, oltre che una delle più odiate dalla sinistra. Insieme a Robert Spencer (FrontPage Magazine e Human Events), ha fondato due organizzazioni, Freedom Defense Initiative e Stop Islamization of America, che si propongono di combattere qualsiasi tendenza alla sharia negli States. E ha dato alle stampe, sempre insieme a Spencer, il bestseller The Post-American Presidency: The Obama Administration’s War on America. Il nome del blog che l’ha resa famosa, Atlas Shrugs è un chiaro omaggio all’opera di Ayn Rand (il cui romanzo più celebre, La rivolta di Atlante, in inglese è intitolato Atlas Shrugged), che la Geller definisce «il più grande filosofo della storia dell’umanità».

Descritto il tipo, il resto viene da sé. La Geller ha un’idea e senza perder tempo la mette in pratica. Prepara un’inserzione pubblicitaria identica: stessa grafica, stesso tratto nelle vignette. Al posto del vescovo, un imam. Al posto della pillola, un corano incendiato. Simile anche la donna che con sguardo fiero dice «no» alla barbarie. Diverso, ovviamente, il destinatario della missiva. Quella della Geller e della fondazione SIA (Stop Islamization of America), è ovviamente rivolta ai musulmani moderati. «È tempo di abbandonare l’Islam», titola la nuova lettera aperta. Un bel pacchetto con richiesta di pubblicazione finisce sulla scrivania dell’amministrazione del New York Times. Un discreto rischio per una provocazione: la tariffa è di 38mila dollari. Se l’accettano, tocca pagare.

E invece, come previsto dalla perfida Geller, puntuale arriva la telefonata imbarazzata di Bob Christie, niente meno che Senior Vice President of Corporate Communications per il New York Times. Per farla breve ecco il messaggio: bella la pubblicità, ma per il momento il quotidiano non ritiene opportuno pubblicarla. Troppo pericoloso, perché rischia di alzare la tensione con i fondamentalisti e ci sono ancora le truppe americane in Afghanistan che rischiano ritorsioni.

Per la Geller è la prova del nove: l’imbarazzo del New York Times era scontato. Chiamatelo politicamente corretto o, come lei preferisce, «vigliacco genuflettersi alla barbarie islamica». E la domanda diventa scontata: «Se avessero temuto un attacco cattolico al grattacielo del New York Times, avrebbero mai pubblicato quella prima pubblicità?». La morale? Scontata anche quella: se vuoi essere trattato con rispetto dal New York Times e dal resto dell’establishment politicamente corretto, il modo migliore è mettere ben in chiaro la tua volontà di ucciderli.

di Andrea Mancia e Cristina Missiroli
da Il Giornale del 23 Marzo 2012

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Posted by ikzus su 28 febbraio 2012


Ma non siamo ancora fuori pericolo

LUCA RICOLFI

A 100 giorni dal suo insediamento, sembra naturale fare un primo bilancio del governo Monti. Ma non è facile, perché tutto dipende dalla prospettiva che si adotta. Perciò dichiarerò subito la mia: la mia prospettiva è il confronto con quel che c’era prima. Da questa angolatura, è difficile non tirare un sospiro di sollievo: finalmente abbiamo un governo non imbarazzante, e non mi riferisco solo all’ultimo Berlusconi, ma a quel cocktail di furbizia, incompetenza e immobilismo che – secondo diverse miscele e proporzioni – ha caratterizzato tutti i governi degli ultimi 15 anni. Nei suoi primi tre mesi di attività il governo Monti ha cambiato radicalmente lo stile della politica, ha preso alcune decisioni coraggiose (pensioni), e altre si appresta a prenderne (mercato del lavoro), se le cosiddette parti sociali non lo bloccheranno.

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Global Cooling

Posted by ikzus su 7 febbraio 2012


Proprio vero: niente come la realtà riesce a spazzar via l’ideologia!

E’ arrivato l’inverno: fa freddo; è normale. Ma in questo clima (intellettuale) avvelenato dal non senso, forse una salutare gelata può far rinsavire molti che si erano lasciati abbindolare dalle sirene degli allarmisti. Se ne sono accorti persino l’ultracatastrofista Mercalli e la Litizzetto – non proprio una iperconservatrice schifosocapitalista!

O no?

 Contrordine: la Terra si raffredda

Non c’è da allarmarsi per il riscaldamento globale, non ci sono basi scientifiche che giustifichino azioni drastiche per «decarbonizzare» il mondo. Se a convincercene non bastasse il gelo record di questi giorni, a ricordarcelo ci hanno pensato 16 scienziati di rango sul Wall Street Journal, che in un articolo indirizzato ai candidati politici delle democrazie del mondo smontano l’idea che la comunità scientifica sottoscriva all’unanimità o quasi la necessità di fare qualcosa per tentare di influire sul clima.

La notizia si aggiunge ai nuovi dati rilasciati in questi giorni dal noto Centro di ricerche sul clima dell’Università dell’East Anglia, secondo cui la temperatura del pianeta da 15 anni a questa parte non è aumentata affatto.

L’articolo sul WSJ prende spunto dalle dimissioni nel settembre scorso del Premio Nobel per la fisica, Ivar Giaever, dalla Società americana di fisica (Aps) in segno di protesta per le posizioni assunte dall’istituto. L’Aps, infatti, definisce le prove del riscaldamento globale «incontrovertibili» e foriere di «sconvolgimenti nei sistemi ecologici, fisici, sociali, di sicurezza e della salute umana». I 16 firmatari dell’articolo sul WSJ, fra cui l’italiano Antonino Zichichi, segnalano che Giaever è solo uno di un numero crescente di scienziati «eretici», i quali si attengono ai dati che indicano temperature invariate da oltre dieci anni.

L’articolo ricorda i fattacci dello scontro sul dogma allarmista, dalla campagna che nel 2003 ottenne il licenziamento di Chris de Freitas, il direttore della rivista Climate Research che aveva osato pubblicare un articolo clima-scettico, alle e-mail incriminanti del «Climagate» nel 2009 e al timore di dissentire pubblicamente espresso da molti scienziati giovani e non garantiti. Il quadro che ne emerge dipinge un ambiente intimidatorio paragonabile, secondo l’articolo, al «periodo pauroso in cui Trofim Lysenko aveva dirottato la biologia in Unione sovietica. I biologi sovietici che rivelavano di credere nel gene umano, che Lysenko diceva essere una finzione borghese, venivano licenziati; molti finirono nei gulag e alcuni furono condannati a morte».

I motivi per le prese di posizione irremovibili a difesa della tesi del riscaldamento globale sono vari, affermano i 16 scienziati, ma per trovarne la radice bisogna chiedersi «cui prodest» (a chi giova, ndr).

«L’allarmismo», osservano i firmatari dell’articolo sul WSJ, «è di grande beneficio per tanti: produce finanziamenti statali per la ricerca e per le aziende, e fa crescere gli uffici statali. Inoltre offre una buona scusa per aumentare le tasse e un buon pretesto per ottenere grosse donazioni per salvare il pianeta. Lysenko e i suoi vivevano molto bene e difendevano con i denti i loro dogmi con annessi privilegi».

Pochi giorni prima dell’articolo dei 16, l’Università di East Anglia aveva rilasciato i dati raccolti da oltre 30 mila stazioni meteorologiche: essi dimostrano che sono quindici anni che le temperature non aumentano. E se hanno ragione gli scienziati della Nasa, potremmo trovarci alla vigilia di una mini era glaciale, paragonabile al calo delle temperature che nel XVII secolo faceva svolgere le fiere sulla superficie del Tamigi congelato.

Com’è noto, è sull’allarme clima che si basa il Protocollo di Kyoto e tutta la regolamentazione che ha trasformato le emissioni di Co2 in un diritto limitato e quotato in borsa, protetto da swap e derivati.

Alessandra Nucci | Italia Oggi – gio 2 feb


L’appello di 16 scienziati contro il panico da global warming

Questo appello, firmato da 16 scienziati, è stato pubblicato dal Wall Street Journal venerdì 27 gennaio.

A un candidato a un incarico pubblico in una qualunque democrazia contemporanea può capitare di dover esprimere una posizione sul “global warming”. Sappia che l’affermazione, spesso ripetuta, secondo la quale gli scienziati chiedono decisioni nette e risolute per fermare il riscaldamento globale, non è vera. Di fatto, c’è un numero sempre più largo di ingegneri e autorevoli scienziati che non credono alla necessità di azioni drastiche contro il riscaldamento globale. A settembre, il premio nobel per la Fisica Ivar Giaever, sostenitore del presidente Obama alle ultime elezioni, è uscito dall’American Physical Society (Aps) con una lettera pubblica che inizia così: “Non rinnovo (la mia iscrizione) perché non posso rassegnarmi a convivere con il vostro manifesto: ‘Le prove sono incontrovertibili: il riscaldamento globale è in atto. Se non si prendono decisioni per mitigarne gli effetti, si assisterà con ogni probabilità a sconvolgimenti nei sistemi ecologico e fisico della Terra, nei sistemi sociali, nella sicurezza e nella salute degli uomini. Dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica a partire da ora’. Com’è che l’Aps è disponibile a discutere se la massa del protone cambi col passare del tempo o come si comporta un multi-universo ma ritiene le prove del riscaldamento globale incontrovertibili?”. Nonostante una campagna più che decennale per far passare il messaggio che l’aumento dell’“inquinante” anidride carbonica distruggerà la nostra civiltà, un largo numero di scienziati, tra cui molti studiosi illustri, sono d’accordo con il professor Giaever. E il numero degli “eretici” scientifici sta aumentando ogni anno che passa. La ragione è presto detta: l’accumularsi di testardissimi fatti scientifici.

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Posted by ikzus su 29 gennaio 2012


La gravidanza? Non è etica

Una bioeticista inglese chiede che lo stato finanzi la ricerca sull’utero artificiale

Dopo la batosta subita alla Camera dei Lords sul Welfare Reform Bill al grido di “non ci sono soldi”, il premier inglese David Cameron ha, se non altro, qualche buon argomento per resistere alla furia della bioeticista Anna Smajdor, docente alla University of East Anglia e ricercatrice onoraria in Bioetica dell’Imperial College di Londra. In nome dell’intero genere femminile – che peraltro non risulta gliel’abbia chiesto – la Smajdor sostiene la necessità di dedicare urgentemente fondi pubblici alla ricerca sull’utero artificiale, allo scopo di emancipare le donne da quei relitti ancestrali e “barbari” (testuale), fatti di dolore e oppressione, che si chiamano gravidanza e parto. L’ectogenesi, cioè la gravidanza in un utero artificiale, è dunque la vera e ultimativa frontiera dell’uguaglianza tra i sessi (maschio e femmina in dolce attesa alla pari, tutti e due fuori dalla porta del laboratorio), senza la quale la stessa idea di parità, nello Smajdor pensiero, suona come una beffa.

Non è uno scherzo. A farsi veicolo della richiesta di Anna Smajdor è una rivista universitaria di primo piano, il Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics, che nel suo ultimo numero ospita le sue argomentazioni (“In Defense of Ectogenesis”) in risposta alle critiche a un primo articolo sull’utero artificiale pubblicato dalla ricercatrice nel 2007. I cambiamenti nelle strutture finanziarie e sociali possono marginalmente migliorare le cose, scrive la Smajdor, ma bisogna trovare una migliore soluzione alla gravidanza e al parto, che non sono altro che malattie protratte, qualcosa che assomiglia al morbillo ma che dura assai di più ed è più invalidante. Consideriamo le donne come portatrici di bambini, come marsupi viventi che devono subordinare i loro interessi al bene dei loro figli, o piuttosto dobbiamo ammettere che i nostri valori sociali e il nostro livello di esperienza medica non sono ormai più compatibili con la riproduzione naturale? Può ancora, una società liberale, tollerare che le donne rimangano incinte e partoriscano? No, non può, risponde naturalmente la dottoressa Smajdor, che vanta un curriculum degno del “Mondo Nuovo” immaginato dal suo conterraneo Aldous Huxley: dalla ricerca sugli ibridi uomo animale alla fabbricazione di gameti artificiali per arrivare alla partenogenesi e alla necessità di riconoscere la legittimità del mercato degli ovociti, i suoi interventi di turbobioetica sui maggiori quotidiani inglesi e le sue interviste radiofoniche sulla Bbc fanno a gara con se stessi nel dare corpo teorico e sostegno ideale ai peggiori incubi tecnoscientifici. Autrice nel 2007 del libro “From Ivf to Immortality. Controversy in the Era of Reproductive Technology”, per premio, ché anche nell campo dell’immaginazione horror il talento va compensato, la Smajdor ha ottenuto – per la sua tesi di dottorato e per la realizzazione di un cortometraggio di venti minuti amenamente intitolato “In vitro” – il sostegno di Wellcome Trust, prima fondazione britannica per la ricerca medica e seconda su scala mondiale, dopo quella di Bill e Melinda Gates.

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Posted by ikzus su 25 gennaio 2012


L’inganno dell’evasione fiscale

LUCA RICOLFI

Da un po’ di mesi a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta. Ma è un ritorno strano. A differenza di un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dei miliardi (circa 130) sottratti ogni anno al fisco è diventato uno strumento di agitazione politica universale. Lo usa come sempre l’opposizione di sinistra, ma lo usa anche la Chiesa per impartirci lezioni di moralità, lo usano gli indignati di ogni colore politico, lo usa la destra di governo alla disperata ricerca di soldi per tappare le falle dei conti pubblici.

 Accade così che, poco per volta, alle preoccupazioni per i sacrifici che la manovra ci impone, si mescoli e si sovrapponga un malessere sordo, una specie di risentimento, che alimenta un clima vagamente maccartista, di moderna caccia alle streghe. Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione diventa una missione morale, e ci capita persino vedere un governo di destra – che ha sempre strizzato l’occhio all’evasione – accarezzare l’idea di fare gettito mediante la delazione.

 Meno male, verrebbe da dire. Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga. Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.

 E invece, su questa visione dei nostri problemi, vorrei insinuare qualche dubbio. Se quello che vogliamo è solo sentirci migliori del nostro vicino, la caccia alle streghe va benissimo. Ma se per caso il nostro sogno fosse anche di rimettere in carreggiata l’Italia, quella medesima caccia andrebbe reimpostata radicalmente. Perché l’evasione è un fenomeno che va innanzitutto spiegato e compreso, prima di combatterlo a testa bassa. Altrimenti la testa rischiamo di rompercela noi, anziché romperla (metaforicamente) agli evasori.

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Posted by ikzus su 22 gennaio 2012


TRANSAUSTRALIANA

di Rino Camilleri

Non è la prima volta che gli assorbenti femminili suscitano putiferi. Al tempo dei gloriosi Beatles, John Lennon, in un pub, se ne mise uno sulla testa e poi chiese alla cameriera: «Sai chi sono?». E quella rispose: «Sì, una testa di c…!». Al che il Lennon si infuriò e rovesciò il tavolo. Dovettero intervenire il proprietario e gli altri camerieri per sedare il tumulto. Quello usato dal Beatle, suppongo, era un assorbente britannico. La maledizione degli assorbenti, però, deve serpeggiare in tutto il Commonwealth, dato quel che ho letto sul Corsera.it in data 3 gennaio 2012 (a firma di Francesco Tortora).

Il fatto è questo: gli assorbenti australiani Libra sono stati pubblicizzati in uno spot in cui si vedono due bionde, una naturale e una trans, nella ritirata di una discoteca. Si suppone che si tratti della toilette pour dames. Forse l’agenzia pubblicitaria non ha voluto approfondire questo particolare perché già di suo suscettibile di bagarre. Ricordate quando un incidente del genere (anzi, del gender) capitò al Parlamento italiano? Il deputato/a Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria, pretendeva di usare il cesso delle femmine e la collega Mara Carfagna si opponeva. Non so come la querelle sia stata appianata: forse adesso la Camera ha variato i tipi di wc, adeguandosi alle nuove realtà lgbtc. Uno per ogni gender, così non litiga nessuno. E pure uno alla turca per rispetto all’islam.

Ma torniamo allo spot della Libra. Libra, in latino, significa Bilancia anche nel senso zodiacale. Sarebbe, questo, il segno della mediazione, ma nel nostro caso si è rivelato zizzanico. Nel breve filmato, le due bionde fanno a gara di femminilità: io mi trucco gli occhi, e io me li trucco più di te; io mi assesto le poppe, e io ce le ho più grosse delle tue. Insomma, roba così. Alla fine, la biondina-vera cala l’atout e tira fuori l’assorbente: marameo, io ho le mestruazioni e tu no.

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Posted by ikzus su 8 novembre 2011


La trasformazione di una donna libera in una ladra di preservativi

 di Annalena Benini

Come può una donna forte, appassionata, libera, colta, realizzata, trasformarsi di notte in una ladra? Non di gioielli, non di banconote, ma di contenuto di preservativi usati. Succede, è successo, e Liz Jones, stella del giornalismo britannico, ex direttrice di Marie Claire, ora cinquantenne senza figli, l’ha confessato fin nei dettagli sul Daily Mail, con un articolo pieno di dolore e di rabbia: è la corsa segreta alla maternità, quando non si ha più vent’anni né trenta, quando non si credeva che all’improvviso sarebbe esplosa una bomba nel cervello.

“Volevo una carriera, la libertà, una casa carina e restare magra. Come femminista, guardavo dall’alto in basso le mamme”. Fino al giorno in cui niente diventa più importante che restare incinta, con o senza le stelline negli occhi del fidanzato, marito, amante, tizio che dorme lì accanto e che deve per forza servire almeno a quello (nel caso specifico, il tizio si era piazzato a casa di Liz Jones, scrive lei, più per potere andare al lavoro a piedi che per grande amore, ed era parecchio sospettoso sul fatto che lei prendesse davvero la pillola. “Non mi fido di te”, le aveva detto, bofonchiando qualcosa sulle donne che dichiarano di volere una carriera ma sotto sotto vogliono una famiglia. Il tizio era pigro ma non scemo). Quando l’idea degli ovuli che si perdono per strada diventa un’ossessione, si può fare qualunque cosa, scrive Liz Jones.

“Poiché lui non voleva darmi quel che volevo, decisi di prendermelo. Pensai che potevo rubargli lo sperma durante la notte. Pensai anche che era un mio diritto, dato dal fatto che lui viveva con me e che gli compravo molti pasti pronti”. Così una notte, dopo l’amore (o il sesso, o la preparazione della rapina), lei prese il preservativo usato e si chiuse in bagno. “Feci quello che dovevo fare”. Liz Jones però non rimase incinta, lasciò in fretta quell’essere inutilizzabile e si sposò con un altro, che però aveva quattordici anni meno di lei e nessuna intenzione di fare un figlio. “Ma io non ascoltavo. Tutto quel che sentivo era il mio orologio biologico che ticchettava”.

I suoi tentativi di fare la ladra di sperma si infransero di nuovo contro la realtà. Nessuna gravidanza, molto dolore, troppi inganni (“Nessuno dei miei uomini ha mai saputo nulla dei miei sotterfugi. Immagino che adesso, leggendo, si infurieranno”). Molte amiche di Liz invece sono riuscite a rimanere incinte con dolo (prendo la pillola, sono sterile, il mio personaggio storico preferito è Erode, colleziono preservativi usati). Così adesso, la morale non troppo allegra di questa piccola storia la spiega Liz Jones stessa agli uomini: se una donna fra i trenta e i quaranta scompare immediatamente dopo il sesso, mettete in moto il cervello.

5 novembre 2011 – ©  FOGLIO QUOTIDIANO


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Posted by ikzus su 25 settembre 2011


Viaggio del Papa in Germania:

rievangelizzare partendo da Dio non dall’uomo.

Il viaggio del Papa in Germania si presterà a molte considerazioni, data l’alta taratura dei suoi discorsi – ne abbiamo avuto un assaggio nel grande discorso al Bundestag di giovedì – e data l’alta posta in gioco in questa difficile visita, ma sullo sfondo credo che l’aspetto principale di  questo viaggio sarà la registrazione che il cattolicesimo nell’area renana e danubiana non c’è (quasi) più e che bisogna rievangelizzare quelle terre partendo non dall’uomo ma da Dio.

Facciamo un passo indietro. Al Consiglio Vaticano II l’ala progressista era proprio rappresentata dai cardinali austriaci, tedeschi, belgi, olandesi. Il cardinale di Vienna König, quello di Monaco Döpfner, quello di Colonia Frings, il belga Suenens, l’olandese Alfrink. Non che il Concilio – anche se esaminato dal  solo punto di vista storico – si riduca alla loro azione. Il Concilio fu di più e altro dalle loro posizioni. Tuttavia il dato è certo: nella parte d’Europa che il Papa sta visitando in questi giorni era nato e si era sviluppato il progressismo teologico e pastorale cattolico che, anche sotto la guida di teologi – spesso più influenti degli stessi vescovi – come Rahner, Schillebeckx, Küng, intendeva secolarizzare la fede cattolica facendola passare attraverso la “svolta antropologica”, che è altra cosa da “l’uomo via della Chiesa” di Giovanni Paolo II, principio valido perché prima di tutto “Cristo è la via della Chiesa”.

Ora, che ne è della fede cattolica nelle terre del progressismo conciliare e postconciliare? Nel Belgio del Cardinale Suenens, nell’Olanda del Cardinale Alfrink il cattolicesimo non esiste (quasi) più. Nell’Austria del Cardinale König, proprio pochi giorni fa, ben 300 preti hanno firmato una petizione per la disobbedienza al Papa, chiedendo le solite riforme: matrimonio per i preti, ordinazione delle donne, comunione ai divorziati risposati. 300 preti su 1000 significano uno scisma di fatto. Qualche mese prima avevano fatto lo stesso più di 200 professori di teologia di Svizzera, Germania e Austria.  Nella Baviera del Cardinale Döpfner va a messa il 12 per cento della popolazione, ed è la Baviera! Giovanni Paolo II aveva chiesto a Kiko Arguello e al Movimento dei Neocatecumenali di mandare famiglie missionarie nella Germania del Nord, per riannunciare Cristo a una popolazione che non ne ha mai sentito parlare. Molte famiglie sono partite ed hanno trovato la desolazione. Benedetto XVI ha creato il nuovo Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione dell’Occidente – pare su una vecchia proposta di don Giussani – pensando con ogni probabilità proprio a queste terre.

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Posted by ikzus su 23 settembre 2011


Libertà religiosa. Il barometro punta al peggio

Un’indagine mondiale del Pew Forum registra l’aumento di restrizioni e violenze. Il primato negativo a Egitto, Pakistan e India.
Tra i paesi musulmani l’unico in controtendenza è la Turchia. I più maltrattati: i cristiani

di Sandro Magister

ROMA, 31 agosto 2011 – L’indagine del Pew Forum ha preceduto le rivolte che sconvolgono il Nordafrica e il Medio Oriente. Ma non promette nulla di buono sui loro sviluppi futuri.

Già prima dello scoppio delle rivolte, infatti, gli indicatori segnavano quasi ovunque un peggioramento.

L’indagine ha riguardato le restrizioni alla libertà religiosa in 198 paesi del mondo: sia le restrizioni imposte dai governi, sia quelle prodotte da violenze di persone e di gruppi.

Rispetto a un’analoga indagine del Pew Forum di tre anni prima, il confronto segna un diffuso aumento di tali restrizioni.

E il paese che più di tutti è cambiato in peggio è proprio uno di quelli della cosiddetta “primavera araba”: l’Egitto.

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