ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Quella destinazione per prendere il largo

Posted by alagna su 4 luglio 2013


GIUGNO, MESE DELLE ORDINAZIONI. E DI UNA VOCAZIONE CHE SI COMPIE

« Sai, mi hanno destinato: vado in periferia di Milano. Dicono sia un posto ‘caldo’, ma io non vedo l’ora».

Ricordo ancora l’entusiasmo di un amico, neo­sacerdote, catapultato in un quartiere di Cinisello Balsamo, una delle zone per certi versi più difficili della diocesi ambrosiana. Quello stesso sorriso l’ho rivisto, pochi giorni fa, sul volto di un giovane missionario del Pime, in partenza per l’Algeria: l’entusiasmo di chi sta finalmente per ‘prendere il largo’, dopo aver accarezzato per anni il giorno della partenza. Che cosa vi sia da gioire per l’assegnazione a una periferia complicata oppure a un Paese tra i più pericolosi al mondo non lo si può capire, se non in un’ottica di fede. Il segreto è tutto lì, in quella parola ‘destinazione’, che contiene e allude a un’altra, ancor più pregnante e impegnativa: ‘destino’. La vocazione questo è: l’intreccio tra il Destino buono pensato da Dio per te e una ‘destinazione’ concreta, fisica: una terra, la persona (nel caso degli sposati), un popolo, dove giocare la propria libertà, scommettendo sulla bontà dell’ipotesi-Cristo. Tra giugno e luglio in molte diocesi si celebrano le ordinazioni sacerdotali, cui segue la ‘destinazione’ dei preti novelli. È commuovente ed edificante (nel senso più autentico e nobile del termine) vedere l’entusiasmo col quale tanti giovani ‘sentono’ come casa loro nomi di località che fino al giorno prima ignoravano o sulle quali, addirittura, avevano pregiudizi. È perché capiscono che lì Dio ha dato loro appuntamento, al di là del fatto che questa notizia venga comunicata concretamente dal vescovo o dal superiore religioso. Nell’abbinamento a un popolo e a un luogo concreti prende il via l’inevitabile processo di incarnazione che ciascuno – prete, suora, religioso che sia – è chiamato a realizzare, sulla scia del Maestro. Anni e anni dopo, tale processo porterà molti a identificarsi quasi totalmente con la gente in mezzo alla quale e con la quale ha provato a vivere il Vangelo nella concretezza del quotidiano.

Sarà capitato anche a voi: non di rado si sentono missionari parlare utilizzando quasi solo proverbi locali, in una lingua che ormai è diventata un italiano imbastardito con le più curiose inflessioni, talora inframmezzato da espressioni come «da noi, in Colombia…» o cose del genere. È la testimonianza plastica di una ‘destinazione’ fisica vissuta e interpretata come ‘compimento del proprio Destino’, dentro una logica di obbedienza e gratuità che il mondo non capisce.

Perché davvero non si comprende – se non con gli occhi della fede – che cosa vi sia da guadagnare a lasciare un posto di lavoro sicuro per abbracciare – che so? – la vocazione sacerdotale oggi, in un momento storico in cui ‘fare il prete’ non è certo la più comoda delle scelte, né la più gratificante delle professioni.

Senza la fede, non si capisce davvero perché uno debba partire per il Giappone, dove il Pil è invidiabile, dove non c’è bisogno di costruire scuole o lebbrosari, ma quello che manca (lo dicono i 30mila suicidi l’anno) è una risposta convincente alla domanda sul senso della vita. Solo grazie alla fede si può capire la pazzia di una ragazza – magari laureata a pieni voti, cercata dagli amici e pure bella – che sceglie la via del convento, facendo così coincidere il suo Destino con una destinazione che, nel caso della clausura, è irrevocabile. Una destinazione forse angusta negli spazi, ma capace di dilatare all’infinito il cuore di chi l’abbraccia.

Da L’avvenire del 28 Giugno 2013

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