ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 8 novembre 2011


MARTÍN CAPARRÓS

Contro gli ecologisti

12 ottobre 2011

L’ecologia presuppone un mondo statico. Dopo tanti anni in cui avevamo pensato che la cosa buona fossero i cambiamenti, dev’essere molto tranquillizzante.

A volte sono écololo, un ecologista chic. Mi dispiace, ma è la verità: ho una certa età, mi è venuta voglia di fare il conservatore. A volte voglio che le strade che frequentavo da bambino rimangano com’erano, e mi metto a borbottare se qualcuno me le cambia. Voglio che quest’uva abbia lo stesso sapore di quella dei miei ricordi, che le parole che usavo un tempo rimangano in voga, che la mia pelle sia immacolata come quella di un neonato

A volte mi piacerebbe anche che non esistessero i cellulari o i computer, perché prima i cellulari e i computer non esistevano. Come tanti altri (com’è scontato e volgare) immagino che i buoni vecchi tempi siano migliori dei cattivi nuovi tempi, che è meglio un male noto di uno ignoto, che l’uovo di oggi non ti becca come farebbe una gallina domani. Anche se non vorrei, su certe cose sono un conservatore.

Ogni tanto me ne vergogno. Mi dico che sono stupidi discorsi da vecchio, cerco di fare finta di niente e soprattutto non li travesto da ideologia. Non vado in giro dicendo che le strade asfaltate sono un attentato contro la nostra cultura, che i segnali di fumo sono il miglior mezzo di comunicazione o che gli aborigeni devono rimanere come sono: sono un écololo ma solo fino a un certo punto. Lo sono, se lo sono, contro la mia volontà.

E questa è già una parziale redenzione: non totale, giusto quanto basta per dormire alcune notti. Invece il mondo oggi è pieno di écololo che sono orgogliosi di esserlo. Gli écololo (non tutti gli ecologisti sono écololo, ma tutti gli écololo sono ecologisti) fanno quello che fanno tutte le persone dopo una certa età ma se ne vantano, ne parlano in giro, fanno una dottrina, un ornamento di quella che dovrebbe essere la loro anima. Gli écololo si sentono felici, sono felici, vivono felici perché hanno trovato il modo più presentabile, più modaiolo, più acclamato di essere conservatori: signore e signori, ecco a voi sua maestà l’ecologia.

L’ecologia è la veste più prestigiosa del conservatorismo. Il modo più attuale, attivo, giovanile, politicamente corretto e potente di essere conservatori. Il conservatorismo cool, il conservatorismo progressista, il conservatorismo con un tocco moderno.

L’ecologia è il prodotto esemplare di un’epoca, la nostra, che non sa cosa pensare di quello che l’aspetta, che ha perso le sue idee sul futuro, e allora invece di desiderarlo ne ha un’orrenda paura. Ecco perché gli écololo vorrebbero riportare il mondo a un’età dell’oro. Sapendo che anche questo è impossibile, cercano almeno di fare in modo che niente più cambi. Il loro sguardo è pieno di nostalgia del presente visto come passato e di paura per il carattere eternamente sfuggente e scivoloso del tempo. Odiano il tempo perché non sanno come pensarlo.

Ci sono fondamentalmente due versioni dell’ecologia, complementari e parzialmente sovrapponibili. C’è l’ecologia che difende le specie vegetali e animali, perché sono sempre esistite e devono continuare a esistere (per fortuna non c’erano gli écololo a difendere i fratelli dinosauri, perché se non si fossero estinti noi uomini non saremmo qui). E c’è l’ecologia che difende le risorse naturali esistenti perché ha paura che, se finiscono, finirà anche la civiltà umana.

Gli adepti di questa seconda versione dell’ecologia ultimamente sono i più numerosi e, mi sembra, quelli che hanno preso la cantonata più grossa. Può aiutare un esempio: nel millecento la Spagna era un grande bosco. Si dice che una scimmia potesse attraversare la penisola da Gibilterra ai Pirenei passando da un albero all’altro senza mai toccare terra. La Spagna traboccava di legna, e il legno era indispensabile: con il legno si costruivano le case, i carri, le ruote, gli aratri, i mobili, gli attrezzi, le lance, le scarpe. La legna serviva a scaldare le persone, a cuocere il cibo, a lavorare i pochi metalli che c’erano. Un mondo senza legna sarebbe sembrato allora l’apoteosi della catastrofe, uno spazio invivibile.

Di fronte alla possibilità della sua scomparsa, gli écololo del millecento avrebbero messo in guardia contro “la distruzione del nostro ecosistema forestale, che condannerà al disastro le generazioni future”. L’uomo è una grande minaccia per l’ambiente: ha abbattuto, usato e consumato quegli alberi. Nel millecento la Spagna dava da vivere a quattro milioni di persone. Nove secoli dopo quello stesso paese è una pianura quasi brulla in grado di sostenere incomparabilmente meglio un numero dieci volte più alto di persone con una vita lunga più del doppio dei tempi del grande bosco: altri materiali, altri combustibili, altre tecniche hanno sostituito il legno con enormi vantaggi.

Ma di solito l’ecologia presuppone un mondo statico in cui gli stessi metodi richiederanno sempre le stesse risorse naturali, e il suo terrore è dovuto alla proiezione delle carenze del futuro sui bisogni attuali: ecco la ragione in senso stretto dell’impegno per la conservazione dei boschi, dei fiumi e delle montagne, degli uccelli, delle piante, della purezza dell’aria. Dopo tanti anni in cui avevamo pensato che la cosa buona fossero i cambiamenti, dev’essere molto tranquillizzante.

Insomma: dev’essere fantastico aver trovato una modalità di partecipazione che non prevede rischi, che beneficia direttamente chi partecipa e difende la conservazione di quel che è noto. Fantastico sentire di fare qualcosa per il mondo, di difenderlo dai cattivi cercando di ridurre i cambiamenti al minimo indispensabile perché nulla cambi. Fantastico che sia ammessa anche una lieve insoddisfazione per come gira il mondo, per il capitalismo spietato e per le grandi corporation, così lieve da poter essere condivisa con i capitalisti spietati e le grandi corporation.

Fantastico aver trovato una causa comune, così nobile e indiscutibile, così unificante da poter essere fatta propria da una povera donna keniana, dal presidente degli Stati Uniti, dalla mia zia Púpele o dalla J.P. Morgan. Dev’essere fantastico e funziona anche come materia da insegnare nelle scuole, come materiale pubblicitario e soprattutto nelle relazioni pubbliche. Responsabilità sociale dei grandi carnivori e chi più ne ha più ne metta.

Come se non bastasse, a coronare il tutto è arrivato il cambiamento climatico. “Da un giorno all’altro il mondo si è risvegliato con una nuova apocalisse. I timori degli ecologisti hanno trovato la loro incarnazione perfetta: il pianeta avrebbe subìto un cambiamento climatico così profondo che niente mai sarebbe stato più come prima. E allora governi, personaggi famosi, organismi internazionali, grandi gruppi industriali e piccole ong si sono lanciati nella lotta contro il cambiamento climatico come se fosse il problema più importante di un mondo colpito dalla fame e dalla miseria”. O almeno questo è quello che dice la quarta di copertina del mio libro Non è un cambio di stagione, che ho scritto per cercare di capire perché una variabile che forse potrebbe complicarci la vita tra molte decine di anni sia diventata all’improvviso una grande priorità internazionale.

Allora mi hanno accusato di essere un negazionista (mamma mia, un negazionista!) perché secondo me la discussione sul cambiamento climatico è mal posta. Non dico che la temperatura della terra non aumenterà di un paio di gradi nei prossimi decenni: dico che non possiamo esserne sicuri e che, anche se così fosse, mi sembra un problema molto meno urgente di quello terribile e attuale di milioni e milioni di persone che vivono nella miseria, di quei venticinquemila uomini e donne che ogni giorno muoiono di fame.

E non ditemi che non è un paragone sensato: lo è, quando la famosa “comunità internazionale” si fa in quattro e spende un sacco di soldi contro il cambiamento climatico per proteggere la madre terra e si occupa sempre meno dei suoi figli. È un problema di distribuzione delle risorse e, soprattutto, di distribuzione degli interessi: il mondo può sentirsi moralmente integro – écololo – occupandosi della sopravvivenza dell’ambiente, e allora non ha bisogno di provare a evitare che muoiano i suoi abitanti.

Ormai il cambiamento climatico è come il prezzemolo: uno tsunami in Giappone ed è il cambiamento climatico, il Cile trema ed è il cambiamento climatico, la Colombia soffre delle inondazioni ed è il cambiamento climatico, il Niger rimane a secco d’acqua ed è il cambiamento climatico, il River Plate sbaglia l’ennesimo gol ed è il cambiamento climatico, tua moglie ti ha lasciato perché ti puzzano i piedi ed è il cambiamento climatico, tesoro, che non mi permette di lavarmeli con la frequenza idealmente consigliata dai foglietti illustrativi del sapone.

Ci piacciono questi meccanismi: il mondo è troppo complicato e incomprensibile, è così comodo pensare che un’unica causa spieghi quasi tutto. Ci piace anche sentirci minacciati, sull’orlo di un’apocalisse – non c’è niente che ci ecciti di più di una bella apocalisse dietro l’angolo – e sentire che siamo dalla parte di quelli che capiscono e che fanno il bene, che dall’altra parte ci sono i cattivi e qui invece ci siamo noi, i più buoni, i più sensibili, i più coinvolti. E poi, il cambiamento climatico è una di quelle cause molto écololo che non richiede grandi sacrifici personali (nessuno smette di usare la macchina per prendersi cura dell’ambiente) e che non mette in discussione l’ordine stabilito delle cose.

Anzi, lo sostiene. La minaccia del cambiamento climatico fa comodo ai soliti. Il suo paladino più in vista è Al Gore, che quando era uno dei potenti del mondo non sembrava troppo turbato dall’argomento. Da quando ha deciso di dedicare la sua vita a questa causa ha guadagnato parecchi milioni di dollari e oggi spera di guadagnarne molti di più. Un paio di anni fa ha detto a Fortune che la sua azienda Generation Investment Management stava per affrontare una trasformazione “più grande della rivoluzione industriale, e molto più veloce”: il cambiamento del mercato globale dell’energia “per contenere il riscaldamento globale” attraverso tecnologie pulite, verdi, sostenibili e anche, perché no, nucleari.

Gore e i suoi premono per accelerare l’abbandono dei combustibili fossili (petrolio e carbone, accusati del riscaldamento globale) e vogliono ottenere una fetta della torta del cambiamento economico più importante dei prossimi decenni: definire quale energia useremo. Gore e i suoi favorivano la ripresa – in chiave ecologista, ci mancherebbe altro – dell’energia atomica, anche se non sempre lo dicevano chiaramente. Tutto procedeva per il meglio fino a qualche tempo fa, quando sulla loro strada si è messo di traverso un manga mostruoso di nome Fukushima, e anni di lavoro sono andati in fumo radioattivo.

Nel frattempo, per non annoiarsi, Gore e i suoi si sono dedicati a un altro affare multimiliardario: quello dei “buoni di carbonio”. I protocolli di Kyoto, che Al Gore aveva respinto quando era vicepresidente degli Stati Uniti, determinano quanto gas a effetto serra può emettere ogni paese che li ha firmati. I governi dei paesi ricchi distribuiscono questa quota tra le loro imprese. Quelle che preferiscono emettere più gas per continuare a fare affari comprano buoni di carbonio, un diritto di inquinare che le aziende o comunità che non sfruttano la loro quota gli vendono.

Teoricamente questo meccanismo dovrebbe servire a premiare le aziende che si preoccupano di ridurre le loro emissioni moderando i consumi o modernizzando le attrezzature. In pratica di solito le imprese che hanno le mani bucate comprano i loro buoni da compagnie specializzate che a loro volta li ottengono attraverso presunti investimenti verdi nel terzo mondo, rinunciando a produrre e a creare occupazione.

C’è già un giro d’affari internazionale di buoni di carbonio che funziona come una borsa valori: dieci anni fa questo mercato non esisteva, oggi muove 150 miliardi di dollari all’anno. Ma esiste la possibilità che il prezzo di questi buoni cresca ancora: basta che gli Stati Uniti accettino di porre un limite alle loro emissioni, e questo è un grande obiettivo dei democratici benpensanti. Allora anche le aziende statunitensi dovrebbero rispettare le loro quote di emissioni e quindi comprare dei buoni: la domanda si moltiplicherebbe, e con la domanda aumenterebbero i prezzi. Sembra un grande business ma non è così: è pura e semplice militanza écololo.

L’ecologia è un affare complicato. La peggior minaccia per qualsiasi ecosistema rimane l’uomo, la quantità di uomini, e solo l’altissimo numero di uomini e donne poveri consente all’ecosistema globale di reggere. Il mondo sopporta ancora le aggressioni del carbone, del gas, delle macchine e degli aerei solo perché non sono troppi. Se tutti gli uomini e le donne salissero un giorno su una macchina e la mettessero in moto, la nube tossica sarebbe impenetrabile.

L’unico modo sicuro per tutelare la natura è fare in modo che la maggior parte degli uomini non possa mai farlo. Se la ricchezza fosse distribuita meglio, il mondo sprofonderebbe nei suoi stessi rifiuti: non c’è niente di più necessario per l’ecologia dei poveri. E nessuno è disposto ad abbracciare la causa écololo più dei ricchi, che vogliono mantenere il loro stile di vita.

Tutto questo è molto sensato, ma non basta a quali­ficare una causa come nobile. Nessuno mette in dubbio che dobbiamo diventare meno aggressivi nei confronti del pianeta. Il mondo è per l’uomo, e non è bene spremerlo fino all’ultima goccia. Ma di questo si tratta: di buon senso, di una banalità, di una considerazione da tenere presente. Diventare écololo, fare di questo la preoccupazione principale, è un altro paio di maniche.

Una storia onnipresente: gli écololo abbondano, prosperano, si riproducono come conigli in un ecosistema favorevole. Sono adorabili, ideali per qualsiasi stagione. Sono così beneducati, benintenzionati, così retti. Sono quasi come i mimi. Sono buoni, comprensivi. Incapaci di ammazzare una mosca. Anzi: se ti vedessero schiacciarne una, di sicuro ti spaccherebbero la testa.

Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 918, 7 ottobre 2011

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