ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 9 settembre 2011


Sprecata l’ultima munizione

di LUCA RICOLFI

Di cose da dire sulla manovra ce ne sarebbero tantissime. Ad esempio che nessuno ci ripagherà mai dell’enorme costo, innanzitutto economico, che graverà sulle famiglie italiane per l’incredibile leggerezza dei nostri governanti: il fatto di avere rimandato così a lungo le decisioni, il fatto di avere montato e smontato la manovra per troppe volte, il fatto di avere tagliato così poco la spesa pubblica e incrementato così tanto le tasse, tutti questi fatti costeranno molti miliardi di euro, e saremo noi cittadini – non certo i politici – a pagare il conto.

Per non parlare dello spettacolo di poca serietà dato nella selezione dei provvedimenti da salvare o da far cadere: i provvedimenti di limitazione dei privilegi della politica – abolizione delle Province, dimezzamento dei parlamentari – sono ormai derubricati a promesse per il futuro (e sa il Cielo quanta credibilità abbiano le promesse dei nostri politici!), mentre molti dei provvedimenti cancellati lo sono stati non perché iniqui o inefficaci, ma per la rivolta delle lobby (esercizi commerciali, farmacie, avvocati) o, incredibilmente, perché a un certo punto ci si è accorti che una determinata misura toccava troppi elettori. È il caso della cancellazione degli anni di università riscattati, che è diventata iniqua solo quando ci si accorti che colpiva molti cittadini, ma è anche il caso del cosiddetto contributo di solidarietà, che era iniquo finché colpiva i «ricchi onesti», ma è improvvisamente diventato equo quando, alzando la soglia a 300 mila euro, si è deciso di punire solo i «ricchissimi onesti».

Ma lasciamo perdere le singole misure, e concentriamoci sull’impianto, sul nucleo fondamentale della manovra. Che cos’è che funziona e che cos’è che non funziona nell’ultimo aggiustamento? Quel che funziona è che, grazie alle ultime misure – ma in realtà essenzialmente grazie al gettito di un unico provvedimento, quello dell’aumento dell’Iva – si rafforzano le garanzie che il deficit si azzeri nel 2013, un risultato che fino all’altro ieri appariva assai aleatorio, per non dire del tutto improbabile. Speriamo che i mercati apprezzino questo aspetto della manovra, e che gli interessi che il Tesoro deve pagare sui nostri titoli pubblici comincino a scendere naturaliter, ossia senza il misericordioso intervento della Banca Centrale Europea. Altrimenti il complesso delle manovre, manovre-bis, manovre-ter e neo-manovre messe in campo negli ultimi mesi non potrebbe che apparirci come un’immane fatica di Sisifo inflitta al Paese. Detto questo, però, c’è la parte che non funziona della manovra. E questa parte, temo, peserà molto sul nostro futuro.

Per capire che cosa non va, tuttavia, bisogna fare una premessa: i nostri conti pubblici sono a rischio non tanto a causa del deficit (che è uno dei meno preoccupanti d’Europa), quanto a causa del debito, ossia della somma dei deficit accumulati nei decenni, che ci vedono superati in questa triste graduatoria all’incontrario solo dall’inguaiatissima Grecia. E’ lo stramaledetto debito al 120% del Pil ciò per cui i mercati ci guardano in cagnesco, e sono sempre pronti a colpirci con una zampata fatale. Quel che i mercati temono non è che l’anno prossimo lo Stato italiano spenda qualcosina in più di quel che incassa (deficit), ma che non riesca a restituire i prestiti che ha contratto, e continui ancora a lungo ad avere sulla gobba del Pil un debito che è più grande dell’intero reddito prodotto dall’Italia in un anno (è questo che significa avere un rapporto debito/Pil maggiore del 100%). Ora, il punto è che per far scendere sotto il 120% il rapporto debito/Pil non basta smetterla una buona volta di fare nuovo deficit, cosa in cui la manovra potrebbe anche avere successo, ma occorre che cresca sensibilmente il Pil nominale, ossia il denominatore del rapporto debito/Pil. Ma da che cosa dipende la crescita del Pil nominale? Essenzialmente da due parametri: la crescita del prodotto in termini reali (il famigerato incremento del Pil) e la crescita dei prezzi, che ha l’effetto di svalutare la massa del debito, che non è indicizzata all’inflazione. E’ da questo punto di vista che la manovra rischia.

Rischia perché, per riconoscimento unanime degli esperti, il suo effetto complessivo è di ridurre il tasso di crescita. Una manovra che aumenta le tasse per tutti, consumatori e produttori, riduce la domanda di beni e attenua lo stimolo a investire ed intraprendere. Un effetto che non è mitigato da una decisa politica di liberalizzazioni (su cui, semmai, le ultime correzioni della manovra hanno fatto significativi passi indietro), e non sparisce certo per il fatto che si colpiscano gli evasori piuttosto che i cittadini onesti: più tasse significa meno spese, e poco importa che a tirare la cinghia sia l’impiegato delle poste o il piccolo commerciante.

Ma la manovra rischia anche per un motivo più specifico. Con la scelta di aumentare l’Iva per tappare i buchi di una manovra i cui saldi sono apparsi fin da subito troppo ballerini, il governo ha sprecato l’ultima munizione di cui disponeva, una munizione che – se le forze sociali fossero state concordi e determinate – avrebbe potuto essere usata per rilanciare la crescita e aggiustare i conti. Usando il gettito dell’aumento dell’Iva per ridurre le aliquote che gravano sui produttori, si sarebbero ottenuti alcuni effetti quasi tutti benefici per la nostra economia. Innanzitutto una maggiore crescita, grazie agli sgravi fiscali su chi produce. In secondo luogo un moderato effetto inflazionistico, con conseguente miglioramento del rapporto debito/ Pil. In terzo luogo un miglioramento della nostra bilancia commerciale, perché l’Iva colpisce i prodotti importati ma non quelli esportati. Il tutto senza gravi effetti redistributivi, non solo perché intervenendo sull’aliquota massima (20%) si colpiscono prevalentemente beni di fascia medio-alta, ma perché maggiore crescita significa più posti di lavoro (se le cose dovessero andare benino), o meno licenziamenti (se le cose dovessero mettersi male). Ora che l’ultima munizione importante (l’Iva) è stata sprecata, ora che liberalizzazioni e privatizzazioni sono sostanzialmente passate in cavalleria, ora che il governo ha mostrato fino in fondo le sue divisioni ed incertezze, non ci resta che sperare che i mercati e l’Europa si accontentino. In caso contrario potremmo scoprire ben presto che, anche per i governanti, gli esami non finiscono mai. E che per noi cittadinicontribuenti-elettori, a non finire mai sono i sacrifici che una politica irresponsabile continua a pretendere per riparare i propri errori e le proprie omissioni.

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