ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 12 agosto 2011


Londra, fine del multiculturalismo

di Massimo Introvigne
10-08-2011

La rivolta di giovani immigrati, e inglesi figli di immigrati, disoccupati – in gran parte africani e caraibici -, scoppiata nel quartiere londinese di Tottenham dopo l’uccisione in un conflitto a fuoco del tassista e, secondo la polizia, spacciatore di droga Mark Duggan (1981-2011), rischia ora di estendersi a tutta la Gran Bretagna.

Benché alcuni degli attivisti che cercano di guidarla siano affiliati a movimenti islamici, la rivolta non ha carattere religioso. Né nasce, come molti quotidiani dicono, dai Blackberry che – spiazzati dalla concorrenza degli iPhone – sono diventati a Londra i telefoni dei poveri e degli immigrati e sono serviti a convocare a colpi di SMS i rivoltosi, aggirando la polizia che sorvegliava invece Twitter e Facebook. I Blackberry sono evidentemente lo strumento, non la causa di un fenomeno che nasce – e in questo senso è simile alle rivolte che hanno dato origine in Tunisia e in Egitto alle cosiddette “primavere arabe” – dalla crisi economica e dal carovita. Ancora una volta, assistiamo a tumulti che ricordano quelli settecenteschi della “vie chère” in Francia, che – abilmente indirizzati e sfruttati da politicanti che però non li avevano suscitati né organizzati – prepararono la Rivoluzione francese del 1789.

Se tuttavia la crisi economica ha prodotto e sta producendo in Gran Bretagna fenomeni così gravi, una causa va cercata anche nel fallimento – ormai ammesso anche da una parte della classe politica britannica – del modello multiculturalista di cui fino a qualche anno fa Londra andava orgogliosa, proponendolo anzi anche a noi come soluzione di tutti i problemi dell’immigrazione.

La parola “multiculturalismo”, in realtà, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l’esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito “una narrativa comune”, un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità – cinese, italiana e giamaicana – che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura.

In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d’ordine della sinistra e dei cosiddetti “professionisti dell’anti-razzismo” dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. Ma la diffidenza di quella sinistra per il patriottismo ha impedito che agli immigrati fosse trasmessa una “narrativa comune” alla canadese.
I primi problemi sono nati quando una rivendicazione di autonomia è stata avanzata dai musulmani che, a differenza degli italiani, dei cinesi e anche dei pakistani, non sono un gruppo etnico ma religioso, le cui domande vanno ben al di là della preservazione di una lingua, di una musica o di una cucina e investono la sfera fondamentale dei rapporti di famiglia e dei diritti umani.

Questo equivoco che confonde etnicità e religione ha, per così dire, imbastardito il multiculturalismo, trasformandolo da rispetto per tradizioni culturali diverse che possono coesistere – all’interno, appunto, di una “narrativa comune” – in cedimento a pericolose pretese prima di musulmani e poi anche di altri di organizzarsi separatamente quanto al diritto di famiglia, a pratiche come l’uso di certe droghe “etniche” e alla gestione dei quartieri dove sono maggioranza.

In tempi di prosperità economica, era almeno mantenuto un certo ordine pubblico, non senza rivolte occasionali. In tempi di gravissima crisi economica e di disoccupazione maggioritaria tra i giovani, i quartieri “ingestibili” dalla polizia esplodono e la presunta gestione responsabile e separata da parte delle singole comunità etniche si rivela inaffidabile.

Il multiculturalismo britannico, dunque, è fallito. L’alternativa, tuttavia, non è l’uniculturalismo alla francese, che sostituisce il modello multiculturale con un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa dall’ideologia ufficiale laica e illuminista dello Stato. Come ricorda Benedetto XVI, la vera alternativa  è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un’affermazione forte dell’identità e della storia della maggioranza – che in Europa è cristiana – e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte. È questa la vera porta d’ingresso a una “narrativa comune”.

In Italia la situazione potenzialmente non è meno esplosiva che in Inghilterra. A Torino, per esempio, il venticinque per cento dei giovani tra i quindici e i ventinove anni non ha genitori italiani, e il problema della disoccupazione non è meno grave che a Londra. Quello che finora ci ha salvato da rivolte sullo stile di Tottenham – dove muore il multiculturalismo – e delle banlieue parigine, dove è morto l’uniculturalismo, è una “terza via” italiana che ha cercato di evitare i quartieri-ghetto monoetnici e, senza forzature alla francese, si è sforzata di proporre una offerta d’integrazione alle singole famiglie immigrate piuttosto che delegare un’ambigua “gestione separata” alle singole comunità. Ma anche la nostra non è solo una storia di successi, e la tentazione di percorrere strade sbagliate – per esempio, non mancano nel nostro Parlamento tardivi cantori del multiculturalismo – è sempre dietro l’angolo.

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Il falò delle vacuità multiculturali

Scruton: “Ecco che succede a fingere che le identità non esistano”

“Abbiamo creato una cultura delle gang violenta, sessista, omofobica e razzista; è una vergogna che cadrà sui multiculturalisti bianchi”. E’ durissimo uno degli editor del Daily Telegraph, Damian Thompson, sui roghi e le rivolte di Oxford Circus, Edmonton, Tottenham ed Einfield. Comunità britanniche dove vige la common law, ma germina da anni anche la violenza sulle donne tipica di culture non occidentali, il delitto d’onore, la poligamia, la morte per apostasia e omosessualità. Secondo Roger Scruton, massimo intellettuale conservatore del Regno Unito, docente di Filosofia a Boston e alla St. Andrews, la colpa è del “curriculum multiculturalista”.

“Lo sapevamo che sarebbe successo, l’integrazione è stata una ideologia semi religiosa, ma non ha funzionato”, dice Scruton al Foglio. “I multiculturalisti hanno sempre negato la connotazione identitaria, perché avrebbe frammentato il multiculturalismo. Coloro che hanno difeso la prima persona plurale della nazione sono stati attaccati in quanto ‘fascisti’, ‘razzisti’, ‘xenofobi’, ‘nostalgici’ o, nel migliore dei casi, ‘little englanders’. Lo avevamo già visto anche in Francia con il ‘mob rule’ delle banlieue. Nelle nostre città i giovani crescono in ghetti isolati, in un ordine politico schizzato, vogliono affermarsi contro la società, mai per essa. In Italia non è ancora successo, ma potrebbe accadere se non avverrà una integrazione corretta. L’islamismo tende a infiammare questo scontro per costruire una retorica anti occidentale, ma in questo caso è stato soprattutto un fallimento interno alla nostra società. Provo orrore e tristezza per come abbiamo distrutto il vecchio curriculum, dicevano che era monoculturale, che perpetuava l’idea della civiltà occidentale come superiore, che era patriarcale, il prodotto del maschio bianco europeo che aveva perso autorità. Ci avevano insegnato a vivere in un ambiente amorfo, nella città postmoderna aperta a tutte le culture. Ogni cultura avrebbe dovuto crescere nel proprio spazio, per godere dei frutti della cooperazione sociale e di un sistema educativo in cui la cultura maggioritaria avrebbe dovuto essere marginalizzata. Tutto quello che invece il multiculturalismo ha sancito è stata la distruzione della cultura pubblica condivisa e il diritto al rispetto, creando un grande vuoto. Il risultato è stato il relativismo”.

Scruton ne ha anche per i conservatori al governo. “La leadership di Cameron deve dimostrare di avere una cultura nazionale. Questo è il motivo per il quale Richelieu si era appellato ai francesi per far prendere in considerazione innanzitutto la loro fedeltà alla nazione, con lo scopo di superare il conflitto tra cattolici e protestanti. I conservatori inglesi da sempre sono considerati i guardiani della cultura nazionale, ma da anni sono stati anche loro intimiditi dalla correttezza politica. Michael Gove, il ministro dell’Educazione, sta cercando di fermare il multiculturalismo, ma a livello nazionale non c’è stata alcuna visione ideologica e intellettuale. Se Cameron ha davvero come modello Polly Toynbee (commentatrice liberal del Guardian, ndr), allora siamo persi. I politici sono sempre tragici quando cercano di essere ‘nice’”.

10 agosto 2011 © IlFoglio

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Inglesi dalla carnagione scura

di Riccardo Cascioli
11-08-2011

C’è una cosa che salta agli occhi leggendo i giornali inglesi in questi giorni: praticamente mai si fa cenno al fatto che le periferie interessate dalle violenze di questi giorni siano abitate in prevalenza da immigrati. L’argomento è tabù: si discute di tagli alle spese sociali, di errori della polizia, di giovani senza prospettive, mai che si faccia riferimento al fatto che i quartieri delle grandi città inglesi siano divisi per appartenenza etnica. Africani e caraibici da una parte (vedi Tottenham), indiani da un’altra parte, cinesi in un’altra zona ancora, arabi e islamici (in maggioranza pachistani) altrove.

Tutti mondi separati, che non comunicano fra di loro e men che meno con i nativi inglesi. Ma guai a farlo notare,  l’ideologia del multiculturalismo è ancora dominante, il politicamente corretto vuole che si parli di inglesi e basta. Solo che le immagini e la realtà parlano chiaro.

Allora per intenderci, senza rischiare di essere tacciati di razzismo, diremo che c’è un problema nelle zone abitate dagli inglesi di carnagione scura.

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