ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Papa (beato) GPII: una prospettiva diversa

Posted by ikzus su 10 maggio 2011


IL GUERRIERO SCONFITTO DALLA STORIA

Tutti vi parlano e più vi parleranno del Grande Papa e della Grande Impronta  che ha lasciato sul mondo e sulla storia del nostro tempo. Tutti vi  raccontano e vi racconteranno le sue grandi imprese, i suoi viaggi trionfali  nel mondo, le folle osannanti e plaudenti, il suo pontificato lunghissimo e  larghissimo, nel tempo e nello spazio. Io vi parlerò invece delle sue  sconfitte, e delle sue imprese fallite, della sua maestosa solitudine, del  suo pontificato difficile e sofferto.

Questo Papa ha fronteggiato la crisi più radicale che possa  abbattersi su un Santo Padre: la scristianizzazione del  mondo, a cominciare dall’Occidente. Ha navigato in un mondo e in un tempo in cui Dio si è  ritirato, e la cristianità è stata presa a morsi e rimorsi,  dal cinismo imperante, dal nichilismo e dall’ateismo  pratico, e dal fanatismo islamico. A tutti i Papi era accaduto di fronteggiare nemici pagani e  musulmani, eretici e satanici, miscredenti e carogne, a  volte anche interne alla Chiesa. Ma non era mai accaduto di dover fronteggiare oltre i  suddetti, anche uno spiegamento così profondo, così esteso,  d’indifferenza, irrisione e ironia verso la fede cristiana. A Giovanni Paolo II questo è accaduto. La sua lotta da Papa contro l’Allegra Disperazione  dell’Occidente è durata 27 anni ed è stata coronata da un  magnifico insuccesso. E’ stato il Papa dell’Europa che si unisce e tramonta.

L’insuccesso più vistoso e più superficiale ha riguardato la  pace. I suoi appelli, per definizione dei media “accorati”,  non sono mai stati accolti, le guerre hanno continuato con i  loro massacri, in ogni parte del mondo, a causa di amici e  nemici della cristianità, oltre i semplici conoscenti. I suoi appelli rivolti agli europei di ricordare nell’atto  costitutivo le radici cristiane dell’Europa sono caduti  vergognosamente nel vuoto. Duemila anni di storia europea,  di civiltà, di mentalità e di usi, cultura e costume, sono  stati ritenuti irrilevanti. L’Europa è nata così da un parricidio.

Il suo costante appello in difesa della famiglia, contro  l’aborto e la disgregazione, per la natalità d’Occidente,  in difesa delle famiglie con padre, madre e figli contro  le unioni omosessuali, per la dignità della donna contro  la mercificazione del sesso e la liberazione sessuale,  sono caduti tutti in un increscioso e sterminato oblio,  appena interrotto da sorrisini di compatimento, ironie  più o meno feroci, con aria di sufficienza. La difesa dei valori religiosi, del senso della vita e della  morte, del dolore e della fede, della tradizione cattolica e  dell’ispirazione cristiana, si sono inabissate  nell’indaffarata indifferenza dei contemporanei, nel deserto  che cresce, nell’edonismo più ottuso e diffuso. E’ duro il mestiere di Papa in queste condizioni.

Le sue encicliche sulla solidarietà, i suoi appelli alla  generosità verso i poveri, all’economia sociale e al senso  comunitario si sono scontrati con un sordido egoismo e  individualismo mercantile, la volontà di potenza, il  desiderio sfrenato di profitto e di possesso. E poi il dialogo interreligioso che il Papa ha avviato con  cocciuta ostinazione e santa pazienza, è stato tragicamente  spezzato dai fanatici dell’Islam, da orde di integralisti e  fondamentalisti, anche occidentali. Quanti appelli del Papa a fermare la violenza, a non  uccidere, a non decapitare, a non ammazzare, a non praticare  la pena di morte, la tortura e la persecuzione, sono  risuonati nel vuoto dei mass media come vane litanie,  esercizi di pura e astratta precettistica?

No, signori, il Papa che salutiamo per l’ultima volta non  esce trionfante dal mondo, come voi lo descrivete. Esce sconfitto, umiliato, disatteso; amatissimo e  popolarissimo, certamente, ma non per questo ascoltato. Un fragoroso silenzio ha accompagnato la sua missione  pastorale. Tanto è clamoroso il chiasso intorno alla sua figura quanto  è sconfortante il mutismo intorno ai suoi principi. Mai un Papa ha parlato così tanto e a così tanta gente e mai  è stato così inascoltato. Il pensiero debole del relativismo etico dispone di poteri  forti; il pensiero forte di Papa Woytila ha avuto invece  dalla sua poteri fragili e sommessi.

Dovremmo allora concludere che il suo papato si conclude con  un maestoso fallimento? No, il contrario. Sappiamo quanto ha contato il Papa nella storia del secolo,  anzi del millennio, quanto ha pesato nella caduta del  comunismo, nella nascita dell’Europa, nell’incontro dei  popoli, nel vigore del messaggio cristiano, nel passaggio di  millennio. Sappiamo che la sua impronta storica e mediatica è stata  potente, ma la sua impronta pastorale e religiosa è stata  impotente.

Giovanni Paolo II è stato un Vinto, come Gesù Cristo. E tutto questo non induce ad un bilancio amaro e  fallimentare. Per il Vicario di Cristo in terra, la sconfitta di Dio sul  campo della storia è una vittoria nei cuori e in eterno, per  chi crede. Il Papa ha perso, ma la sua non è una sconfitta infruttuosa:  darà frutti. In terra e in Cielo.

Ci sono sconfitte che grandeggiano assai più di oscene e  pacchiane vittorie. Ci sono perdenti che vincono in cielo quel che perdono in  terra, non solo per clemenza divina, ma perché hanno  accumulato tesori nella banca dei cieli. Perché la verità non è di questo mondo, per quanto sia  giusto cercarla ad ogni costo anche qui, in questa fettina  di terra e di tempo. Il Papa ha perso, come i martiri e i santi, i veri eroi e i  profeti inascoltati. E intanto il mondo ha perso il padre.

Marcello Veneziani   © Libero 3 aprile 2005

•   —   •   —   •

Ritratto insolito di Vojtyla, “Papa santo e cattivo”

La prima e unica persona che mi disse: «Wojtyla è un uomo cattivo» fu Oriana Fallaci. Aveva timore di lui. Sosteneva che gli avesse rubato i diritti d’autore di “Lettera a un bambino mai nato” pubblicandola a puntate in Polonia negli anni ’70, senza chiederle il permesso e senza pagarla. Oriana si sarà intesa sul risarcimento, nel frattempo. (Adorava Ratzinger: per lei era la dolcezza purissima dell’intelligenza, il miele della ragione. Giovanni Paolo II le dava l’impressione di sfondare a pugni il destino. La poesia del Polacco non aveva per lei l’incantevole logica della prosa di Ratzinger, ma entrava nelle cose senza bussare).

Wojtyla, grande e duro. Ecco, di questo forse ancora non si è scritto di questi giorni, anche perché – per una specie di contaminazione del cristianesimo con la new age – la santità è intesa come caramelle-per-tutti. Bugia. Essa è dramma, anche quando attinge l’amore, che neanche lui peraltro è un pasticcino da tè.  Vorrei anch’io scrivere della bontà del Papa, del fatto che pregava perché i malati guarissero sdraiato ai piedi dell’Ostia prima dell’alba, della sua capacità di perdono e della tenera misericordia di Dio che sgorgava dai suoi occhi eccetera. Ma la sua bontà aveva le nocche dure, era una bontà tremenda, da soldato come lo fu suo padre. Bastava guardare i suoi piedi per capire come fossero nati per camminare dove c’era bisogno ma anche per sfondare a calci le porte del regno delle tenebre per conquistarlo. Sin dalla prima enciclica è stato chiaro. Nella “Redemptor hominis” introdusse una definizione dei cristiani poco usata e mai citata nelle rievocazioni di maniera: «i violenti di Dio». L’aveva trovata in san Paolo, il quale lo precedette nel definire la vita un combattimento.

Cattivo con il male, questo sì. Cattivissimo. Su Libero nel settembre del 2001 raccontai di come avesse affrontato in San Pietro il diavolo in persona, cacciandolo via da una povera ragazza con parole che avevano impaurito il maligno. Non ci fu smentita. San Bernardo di Chiaravalle era giunto non ad autorizzare ma a spingere alla violenza, coniando il termine di “malicidio”: se annichili il malvagio che assalta il debole e lo abbatti, non uccidi un uomo ma il male. Io credo abbia applicato questa durezza, questa cattiveria da monaco-guerriero nei confronti di se stesso. Non si è mai riguardato. Mi disse un giorno di se stesso: «Sono un vecchio Papa ma cammino nelle montagne».  Nelle montagne, non sulle montagne. Dentro le montagne. Nella roccia. I suoi funerali non sono stati color ciclamino, con la rugiada sulla bara. C’era un vento gagliardo, il cielo scompigliava le pagine del Vangelo come fosse la chioma di una vedova disperata.

Conviene raccontare alcuni momenti di questa cattiveria. Per piccoli episodi in cui c’è tutto lui.

1) Nessuna delicatezza con il comunismo. Andò in Polonia e non obbedì in nulla al regime che voleva spazi limitati, prediche gentili. Era il 1979. Aveva 59 anni ed era definito “l’atleta di Dio”. Più che altro era un Arcangelo Michele con la spada contro gli oppressori. Si inginocchiava commosso dinanzi alla Madonna Nera, e incoraggiava la resistenza in nome della fede e della libertà. Per questo – con ogni probabilità, lo si evince anche dal dossier Mitrokhin – Breznev e gli altri capi di Stato del Patto di Varsavia decisero che bisognava eliminarlo. Scrisse a Mosca dicendo che se i sovietici avessero invaso la Polonia si sarebbero trovati davanti lui in persona.

2) Non tollerava il dissenso in tema dottrinale. La fede era il tesoro dei poveri, guai a chi lo depreda e ci mette perle false. Era da poco Papa e mise subito fuori gioco Hans  Küng, negandogli la possibilità di chiamarsi e di insegnare come “teologo cattolico”. Questo svizzero era il numero uno (e si sostiene lo sia ancora) nel ramo. Ovvio: ci pensò il suo pupillo cardinal Ratzinger a sistemare la questione. Ma l’input fu di Wojtyla, che non volle vedere Küng  neanche dipinto. Lo stesso fece con i teologi della liberazione. Era andato a Puebla in Messico. Spiego che era «Cristo e ciò che da Lui deriva» la liberazione degli uomini e dei popoli, e che il marxismo impugnato dai vari Boff e Gutierrez  era la negazione della giustizia. Ebbe mano pesante anche con l’arcivescovo Lefebvre, che da destra lo accusava di difendere un Concilio eretico.

3) Si schierò contro le dittature dovunque nel mondo. Incontrava tutti, ma dicendo il fatto loro. Il caso più clamoroso fu in Nicaragua, nel 1983. Il regime sandinista (cattocomunista e guerrigliero) gli organizzò uno scenario per la messa da paura. Con le immagini non di Cristo ma dei soldati rivoluzionari e la folla che gli urlava contro nelle prime file. Lui tirò dritto. Al prete-ministro Ernesto Cardenal, che gli si era buttato platealmente in ginocchio davanti, e che il Papa aveva già sanzionato per aver disobbedito, rifiutò in mondovisione ogni benevolenza. Si vide il suo dito che redarguiva. Il labiale è stato decifrato: «Usted tiene que arreglar sus asuntos con la Iglesia!», lei deve regolare i suoi conti con la Chiesa!   Lo considerarono per questo tradizionalista, reazionario.

4) Anche con i giovani, specie quelli occidentali, non mollò mai nulla in tema di morale sessuale. Di aborto e di metodi contraccettivi neanche a parlarne. A chi lo invocava di essere più accomodante, più vicino allo spirito dei tempi, rispose che «Non sono io a inventare la dottrina della Chiesa, non cambio le parole di Gesù».

5) Gentile ma fino a un certo punto con i giornalisti. Era sempre disponibile, ma non a costo della offesa. La Repubblica nel 1984 fece un’inchiesta in cui giunse a paragonarlo con il diavolo. A questo punto il vaticanista Domenico Del Rio fu squalificato per un turno dal volo papale. Navarro, il portavoce, non approvò ma obbediente riferì la parola del papa: «Vogliamo evitargli l’imbarazzo di viaggiare in compagnia del diavolo». Poi Domenico Del Rio testimoniò di aver imparato da Wojtyla a pregare e giunse a paragonarlo a un “Nuovo Mosè”.

6) Finemente duro in difesa delle donne, e mi si scusi se scivolo nell’aneddotica. Bisognerebbe parlare in positivo del suo modo di intendere il rapporto uomo-donna. Mi limito a un episodio. India, 1986. A Goa Wojtyla constatò che il vescovo locale, molto macho, aveva confinato le suore fuori della chiesa (sotto l’altare c’è il corpo imbalsamato di san Francesco Saverio), e di aver ospitato solo i frati. Il Papa guarda storto, non dice niente. Ci fu la cena. Ci invitò la giornalista Palma Gomez Borrero, e per tutta la cena si rivolse solo a lei e alle suore. Non le vuole sacerdotesse, ma donne sì. Il prete è un lavoro da uomini, con molte ragioni teologiche. Ma, a costo di sfidare le contestazioni in America, neanche un filo di possibilità ha mai concesso.

7) Ultimo. È stato duro con la morte e con la malattia. Durissimo. Cattivo. Più cattivo della malattia e della morte. Le ha maltrattate. Non ha accettato il loro dominio. Andò in Azerbaigian e in Bulgaria (2003) facendosi calare dall’aereo come una statua bianca con imbragature da cantiere edile. Negli ultimi tempi non riusciva a pronunciare le parole, non deglutiva più. E allora davanti al mondo batté sul leggio un pugno con tutta la sua povera forza di moribondo. Era un pugno forse anche a Dio. Io così l’ho amato tanto.

di Renato Farina

•   —   •   —   •

Karol Wojtyla beato. “Guarderanno colui che hanno trafitto”

Oggi quasi tutti lo ammirano. Ma in vita fu osteggiato e irriso da molti, anche dentro la Chiesa. La sua santità è la stessa dei martiri. La sua beatitudine è la stessa di Gesù sulla croce

di Sandro Magister

ROMA, 1 maggio 2011 – In polacco diceva di sé negli ultimi anni: “Sono un biedaczek, un poveraccio”. Un povero vecchio malato e sfinito. Lui così atletico, era diventato l’uomo dei dolori. Eppure la sua santità proprio allora cominciò a splendere, dentro e fuori la Chiesa.

Prima no, papa Karol Wojtyla era ammirato più come eroe che come santo. La sua santità cominciò a conquistare le menti e i cuori di tanti uomini e donne di tutto il mondo quando gli capitò quello che Gesù aveva profetizzato per la vecchiaia dell’apostolo Pietro: “In verità io ti dico: quando eri giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”.

Con l’essere ora proclamato beato, Giovanni Paolo II svela al mondo la verità del detto di Gesù: “Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli”.

Egli non irradiò santità nell’ora dei suoi trionfi. Molti degli applausi che raccoglieva quando percorreva il mondo a ritmi mozzafiato erano troppo interessati e selezionati per essere sinceri. Il papa che faceva crollare la cortina di ferro era benedizione agli occhi dell’Occidente. Ma quando si batteva in difesa della vita di ogni uomo che nasce su questa terra, in difesa della vita più fragile, più piccola, la vita di chi è stato appena concepito ma già il suo nome è stato scritto in cielo, allora pochi l’ascoltavano e molti scuotevano il capo.

La storia del suo pontificato è stata per lo più a luci ed ombre, accolta e respinta, con forti contrasti. Ma il suo profilo dominante, per molti anni, non è stato quello del santo, ma del combattente. Quando nel 1981 sfiorò la morte, colpito non si sa ancora bene perché, il mondo si inchinò riverente. Osservò il minuto di silenzio, per riprendere subito dopo la vecchia musica, poco amica.

Di lui molti diffidavano anche dentro la Chiesa. Per tanti era “il papa polacco”, rappresentante di un cristianesimo antiquato, antimoderno, di popolo. Di lui guardavano non la santità ma la devozione, che non andava a genio a chi sognava un cattolicesimo interiore ed “adulto”, tanto amichevolmente immerso nel mondo da diventare invisibile e silenzioso.

Eppure, a poco a poco, dalla scorza del papa atleta, eroe, combattente, devoto, cominciò a svelarsi anche la santità.

Fu il giubileo, l’anno santo del 2000, il momento di svolta. Papa Wojtyla volle che fosse anno di pentimento e perdono. La prima domenica di Quaresima di quell’anno, il 12 marzo, officiò sotto gli occhi del mondo una liturgia penitenziale senza precedenti. Per sette volte come i sette vizi capitali confessò le colpe commesse dai cristiani secolo dopo secolo, e per tutte chiese perdono a Dio. Sterminio degli eretici, persecuzione degli ebrei, guerre di religione, umiliazione delle donne… Il volto dolente del papa, già segnato dalla malattia, era l’icona di quel pentimento. Il mondo lo guardò con rispetto. Ma anche con derisione. Giovanni Paolo II si espose, inerme, a schiaffi e sberleffi. Si lasciò flagellare. C’era chi da lui pretendeva ogni volta altri pentimenti, per altre colpe ancora. E lui per tutto si batteva il petto.

Di sicuro, però, mai chiese pubblicamente perdono per gli abusi sessuali commessi da sacerdoti su dei bambini. Ma neppure si ricorda che qualcuno sia mai saltato su nel 2000 a rimproverargli questa omissione. Lo scandalo non era ancora tale, per i distratti maestri d’opinione d’allora. Oggi sì, gli stessi che allora tacquero l’accusano di quel silenzio, l’accusano d’essersi lasciato irretire da quel prete indegno che fu Marcial Maciel. Ma sono accuse postume che grondano ipocrisia.

A capire che cosa c’era di vero nella santità di quel papa sono stati i milioni e milioni di uomini e donne che alla sua morte gli hanno tributato il più grandioso “grazie” collettivo mai dato a un uomo nell’ultimo secolo. I capi di stato e di governo di quasi duecento paesi che accorsero a Roma alle sue esequie lo fecero anche perché non potevano sottrarsi a quell’ondata di ammirazione che invadeva il mondo.

Ma quel suo giubileo del 2000, Giovanni Paolo II volle che fosse anche l’anno dei martiri. Gli innumerevoli martiri, molti senza nome, uccisi in odio alla fede in quel “Dominus Iesus” che il papa volle riaffermare come unico salvatore di tutti, per i tanti che se n’erano dimenticati.

E il mondo questo intuì: che nella figura dolente del papa c’era la beatitudine promessa da Dio ai poveri, agli afflitti, agli affamati della giustizia, agli operatori di pace, ai misericordiosi. Il papa irriso, osteggiato, sofferente, il papa che pian piano perdeva l’uso della parola condivideva la sorte che Gesù aveva annunciato ai suoi discepoli: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”.

Le beatitudini sono la biografia di Gesù e quindi di chi lo segue con cuore puro. Sono l’immagine del mondo nuovo e dell’uomo nuovo che Gesù ha inaugurato, il rovesciamento dei criteri mondani.

“Guarderanno colui che hanno trafitto”. Come sotto la croce, molti vedono oggi in Karol Wojtyla beato un anticipo di paradiso.

•   —   •   —   •

Giovanni Paolo II viene beatificato oggi in piazza San Pietro. Grande folla di fedeli. Mille televisioni. Chilometri di articoli di giornale. Numeri speciali dei quotidiani e settimanali. Biografie. Ma perché Giovanni Paolo II viene fatto Beato?

Non perché da giovane andava in canoa, né perché ha lavorato come operaio a Danzica. Non perché scrivesse poesie od opere teatrali oppure perché amasse lo sci o il nuoto. Nemmeno perché ha tanto girato il mondo. Ha incontrato Castro, ha parlato con Reagan e Pinochet: non per questo è stato fatto Beato. Nemmeno per aver infiammato tanti giovani durante le giornate mondiali della gioventù. Giovanni Paolo II non è Beato nemmeno per aver contribuito più di ogni altro al crollo del comunismo e così, di fatto, segnando indelebilmente la storia dell’Europa e neppure per essere stato colpito da Ali Agca. I Beati non si misurano né per i chilometri percorsi, né per le persone importanti incontrate, né per il numero di discorsi fatti.

Il motivo per cui Giovanni Paolo II è stato proclamato Beato in piazza san Pietro domenica 1 maggio è “invisibile”: è la sua risposta alla grazia di Dio, la sua vita in comunione con Gesù Cristo, il suo amore per Maria e per la Chiesa, l’offerta della sua vita e della sua malattia per la gloria di Dio e il bene delle anime. Il motivo della beatificazione è qualcosa che non i nostri occhi non abbiamo visto e che con le nostre mani non abbiamo toccato: nemmeno il suo segretario personale, oppure Navarro Valls che per 20 anni non lo ha mollato per un momento, o i suoi amici più intimi come Vanda Poltavska.

Sembra strano, no? Giovanni Paolo II è considerato dai più il Papa dei media, eppure il motivo della sua beatificazione è invisibile. Tutto il mondo assiste oggi alla cerimonia, ma il motivo per cui è stato fatto Beato non si può vedere in Tv. Il miracolo che è stato alla base della beatificazione nessuno l’ha visto. Certo, c’è una suora guarita dal Parkinson dopo le preghiere sue e delle sue consorelle che chiedevano l’intercessione celeste di Giovanni Paolo II, si sono visti sparire i sintomi del male, suor Marie Simone Pierre non tremava più e scendeva e saliva dal letto come se niente fosse, ma il miracolo nessuno l’ha visto. Lo Spirito spira dove vuole, ma noi no lo vediamo. Il Papa dei grandi rivolgimenti storici, il Papa dei grandi viaggi, il Papa del crollo dei Muri, il Papa dei grandi incontri oceanici, il Papa dei grandi numeri, il Papa dei grandi avvenimenti, il Papa operaio con gli operai, indigeno con gli indigeni, il Papa dei sonori discorsi all’Onu e delle altrettanto sonore invettive contro la mafia o contro la guerra … è Beato per una cosa invisibile: la sua comunione con la Santa Trinità.

Il Beato non è un attore televisivo, non è un leader politico, non è un comunicatore sociale, non è un intrattenitore, non è un globetrotter. Il Beato è uno che vive di Cristo e che dall’alto dei cieli intercede per gli uomini presso Dio. Il motivo per cui uno è Beato è invisibile. E’ Beato proprio perché è vissuto di questo invisibile, ce lo ha indicato, ce ne ha fatto toccare la profonda realtà. Molti anni fa, il cardinale Ratzinger aveva scritto che la fede comporta una opzione fondamentale per l’invisibile: «l’elemento non suscettibile di essere visto, quello che non può assolutamente entrare nel raggio visivo, non è affatto irreale ma anzi è l’autentica realtà». Senza l’invisibile cade la fede. La fede implica una inversione di mentalità, fino a considerare quanto «sia cieco chi confida solo in ciò che i suoi occhi vedono».

Questo ci ha mostrato Giovanni Paolo II nella sua vita e per questo è Beato. Però ce l’ha mostrato nella sua vita, e allora ci stanno anche la canoa e gli sci, i viaggi e il teatro, le folle oceaniche e le mille televisioni che oggi diffonderanno la sua beatificazione. Saremmo ciechi, però, se pensassimo che tutto si limiti a quello che vedremo oggi.

•   —   •   —   •

Le “perle” del beato Karol Wojtyła. Quelle vere

di Pietro De Marco

A coronamento del suo primo pellegrinaggio a Firenze (1985) Giovanni Paolo II apre l’omelia della messa celebrata allo Stadio comunale con l’impressionante domanda di Gesù (Luca 18,8): “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Nella mia memoria lo stadio, meno capiente dell’attuale, era pieno, ma nei giorni precedenti l’attraversamento della città era stato seguito da poche persone; un amico osservò, con un sottinteso polemico e ‘apocalittico’: “Povero Papa!”, come a dire: la chiesa si muove ormai nell’irreversibile indifferenza degli uomini. Prendiamone atto.

Evocare l’inquietante brano evangelico, nella certezza delle ‘cose sperate’, ma evocarlo, e farvi fronte era invece il nuovo stile del Vescovo di Roma. Carisma saliente e vittorioso: l’ufficio delle letture della messa per il Beato riprende l’Omelia del 22 ottobre 1978, per l’inizio del pontificato: “Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto. Gli è andato incontro [la tradizione del ‘Quo vadis?’]. Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione”, che, sembra dire il Papa, è quella di allora e quella di oggi.

Nella ‘quarta parte’ del suo testamento (scritta nel febbraio del 1980), accanto alla riflessione sulla Morte e sul Giudizio particolare, leggiamo un accenno alle cose della storia. I tempi sono  “indicibilmente difficili e inquieti”, “difficile e tesa anche la via della Chiesa”. Il riferimento è ad “un periodo di persecuzione” più grave delle persecuzioni dei primi secoli, per “spietatezza e odio”. Rilevante è la “causa” che, dice il Papa, “cerco di servire”, ovvero: “la salvezza degli uomini, la salvaguardia della famiglia umana, e in essa di tutte le nazioni e dei popoli”, con un richiamo anche alla Polonia. È l’accettazione, fin da allora, della personale morte (“la Pasqua”) che accende la speranza sui suoi stessi frutti: una Pasqua “utile” alla salvezza dei popoli, delle persone particolarmente affidate al papa, alla chiesa, alla gloria di Dio. L’articolazione del progetto del nuovo Papa è chiara: nella dedizione di sé ciò che si chiede a Dio è d’ottenere, anche nella propria finitezza e morte e quasi in virtù di esse, la salus della famiglia umana.  Chi non ha vissuto quegli anni non può sapere quanto implausibili suonassero allora queste parole ai cristiani. Wojtyła ci è stato maestro di plausibilità cattolica.

‘La forza dei martiri e la paura dei cristiani’ è il titolo di un paragrafo del libro, di vasto e ‘giudizioso’ respiro, dedicato da Andrea Riccardi al papa (Giovanni Paolo II. La biografia, 2011). Nell’uomo Wojtyła, e nel santo, il momento martiriale, come testimonianza voluta e come martirio subíto, è dunque essenziale. Obiettivamente travolge, e un po’ ridicolizza, il cristianesimo ‘borghese’ (democrazia, partecipazione, moderazione nella e della chiesa) dei suoi critici; nella visita ad Ali Ağca in carcere il papa non ‘dialoga’, porta e chiede (chiede!) il perdono.

La forza del suo carisma autentico viene da più lontano e ha più spessore della stessa aura, del nuovo rispetto – finalmente, penoso paradosso, anche tra i cattolici – che l’attentato procura alla persona del Pontefice. Incastonato nel terzo segreto di Fatima (“Prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce [il Santo Padre] venne ucciso …”, trascrive suor Lucia) il 13 maggio 1981 apre alla teologia della storia del Novecento. Veri “segni dei tempi”, l’odio della civitas hominum (civitas diaboli) e la protezione della Mediatrice, vengono in collisione. L’azione di Dio conserva e destina una vita, quella di un Papa, ad un compito storico nuovamente all’altezza del suo ufficio. È molto piccolo-borghese la nostra reazione di ‘gusto’ alla visione del proiettile incastonato nella corona della Vergine, o all’ampolla col sangue del papa, che si è deciso di conservare ed esporre alla memoria e al culto. Come ogni reliquia ci ricordano, invece, che il Sacro non si cura nel nostro gradimento; ci sovrasta; è oltre, là, come il sangue di Karol Jósef, il suo addome devastato, la sua obiettiva vicinanza alla morte.

Non so se tutto ciò sia una “perla” di Wojtyła.  L’idea di Alberto Melloni di cogliere addirittura “cinque perle” nel pontificato (il recente Le cinque perle di G.P. II, 2011), idea generosa da parte di un critico tagliente di Giovanni Paolo II (Chiesa madre, chiesa matrigna di Melloni è appena del 2004),  resta, a mio avviso, al di sotto della realtà, e non tanto per il tono concessivo o la selezione partigiana. Piuttosto, perché ‘premia’ atti del Pontificato che, isolati, possono invece apparire, come apparvero alle ‘sinistre’ non meno che alle ‘destre’, incompleti, secondari, erronei. Se esaminiamo le ‘perle’, torna subito alla mente che ‘a sinistra’ l’assise straordinaria dei Vescovi del 1985 (la prima perla) fu giudicata una decisione tardiva e innocua; l’incontro di Assisi, altra perla, fu giudicato dai progressisti (ne ho precisa memoria) uno scivolone sincretistico, sorprendente in un papa conservatore, o forse sintomatico della sua confusione teologica; le richieste giubilari di perdono furono deprezzate come una manovra, nel suo fondo arrogante o ipocrita; la visita alla Sinagoga creò pochi entusiasmi (l’intelligencija non ama l’ebraismo istituzionale); l’opposizione alla guerra irakena (2003) fu forse l’unica margarita, sempre che sia utile parlare di ‘perle’, che nella cosiddetta “opinione pubblica della chiesa” non abbia corso il rischio paventato in Matteo 7,6.

Le ‘cinque perle’ papali non mi sembrano tali, nel senso che non sono singolarità. Sono atti tra altri non meno potenti ma anche molto diversi; uniti nell’unita della complexio degli ‘opposti’ cattolica, e meglio comprensibili, tutt’altro che appiattiti, nell’intero progetto del pontificato di Giovanni Paolo II.  Il Cardinale Bertone (Un cuore grande. Omaggio a Giovanni Paolo II, 2011) attesta la fermezza del Papa nel rendere pubblica, accentuando la propria piena condivisione, la dichiarazione dogmatica Dominus Iesus (agosto del 2000) preparata da Joseph Ratzinger.  Vi è ‘perla’ più preziosa, nel successore di Pietro, che saper affermare, alla svolta di millennio, in un isolamento di Roma impressionante, l’unicità e universalità salvifica di Cristo, senza negare l’evento interreligioso di Assisi? Wojtyła fu questa complexio; e questo il Concilio che egli interpreta e prosegue.

Così, atti di governo, politiche, stili pastorali o ascetici, “aperture” e “chiusure” dottrinali e disciplinari, assunti  o favoriti da Giovanni Paolo II, sono stati ‘martirio’ anch’essi. Il sangue invisibile di quel martirio, se mi è concessa l’immagine, è conservato oggi nella teca del ministero petrino, che il successore di Wojtyła può mostrare integra, dopo la durezza del certamen, al mondo.

•   —   •   —   •

Tutti con Giovanni Paolo II, il Grande. Quello vero però.

di Omar Ebrahime

Beatificando Giovanni Paolo II, all’indomani del primo miracolo riconosciuto, ottenuto per sua intercessione da Suor Marie Simon Pierre Normand – malata di Parkinson -, la Chiesa non fa che ‘ufficializzare’ una convinzione presente nei cuori di milioni di persone quando il Papa polacco era ancora in vita, ovvero che Giovanni Paolo II era un Santo. Non tanto per dire, metaforicamente, ma sul serio. L’impressionante e infinito susseguirsi di dichiarazioni, interviste, messaggi e testimonianze di questi giorni da tutto il mondo da parte di chiunque abbia anche solo incontrato per un attimo il suo sguardo ne è una lucida testimonianza. Radio, giornali, televisioni e internet, dando voce a questo sfogo collettivo, da parte loro non fanno che confermare, in modo che più laico non si potrebbe, una verità elementare. La verità è questa: Karol Wojtyla, l’uomo che la Provvidenza ha scelto per farne, sul Soglio di Pietro, Papa Giovanni Paolo II, è stato uno degli uomini più amati del XX secolo. Il suo stesso indimenticabile funerale ne è stato la conferma. Chi aveva chiamato tutte quelle persone radunandole da ogni dove a Roma? Chi le aveva obbligate a sopportare difficoltà e viaggi estenuanti di ore e ore per sostare poi davanti a un feretro per non più di venti o trenta secondi, stretti tra la folla? Era chiaro che tutti loro, in un modo o nell’altro, percepivano di trovarsi di fronte a qualcosa, anzi qualcuno, di grande. Qualcuno che aveva fatto la storia con le sue mani, sopravvivendo alla dittatura nazista, poi alla seconda guerra mondiale, quindi alla dittatura comunista. E, diventato Pontefice, aveva inaugurato, incoraggiato, sostenuto, infine determinato la liberazione dell’Europa orientale dal giogo opprimente del totalitarismo socialcomunista e dell’ateismo di Stato. Un caso unico e di cui, anche fuori dalla Chiesa, si parlerà a lungo tra storici, giornalisti, politici, semplici osservatori delle vicende umane. Tuttavia, proprio per questo motivo, ascoltando in queste ore le dichiarazioni più disparate e leggendo gli articoli più diversi di questa travolgente onda mass-mediatica senza fine c’è un pericolo reale: che ognuno, nel pullulare di opinioni e pareri che circolano, si costruisca un Giovanni Paolo II a sua immagine e somiglianza. Infatti, poiché la Chiesa di Giovanni Paolo II è anche la Chiesa di Benedetto XVI (“un amico fidato” secondo l’inusuale definizione che lo stesso Giovanni Paolo II dà dell’allora cardinal Ratzinger nel suo Alzatevi, andiamo!(2004)) e il magistero del secondo è lo sviluppo lineare del magistero del primo c’è qualcosa in queste ore che non torna.            Alla beatificazione erano presenti decine di capi di Stato e di Governo, uomini politici di mezzo mondo, premi nobel e artisti del cinema e dello spettacolo dai quattro angoli del pianeta. La cosa ad un credente non può che fare piacere ed è sicuramente lodevole, ma se così tante persone reclamano ora una personalissima figliolanza spirituale con Papa Wojtyla, “il mio Papa”, come tutti invariabilmente ed entusiasticamente in queste ore ripetono (e noi con loro, beninteso) una domanda nasce spontanea: ma dov’erano tutte queste folle quando il Papa scriveva l’Evangelium Vitae e ribadiva continuamente l’illiceità delle leggi abortiste, come in Italia la legge 194, che sono leggi “del tutto prive di autentica validità giuridica” (cioè non moralmente obbliganti e che anzi “sollevano un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse”)? Dov’erano quando il Papa auspicava una “mobilitazione universale” per sconfiggere la “cultura della morte” (sue parole) che si diffondeva – e si diffonde – nei Parlamenti, nei Tribunali di giustizia, nelle Aule scolastiche ed universitarie? Dov’erano quando il Papa denunciava pressoché in solitario l’immoralità di massa che legittima e pubblicizza i mezzi contraccettivi deturpando, prima ancora dei corpi, le anime di tanti ragazzi? Dov’erano quando il Papa, avvertendo che la democrazia è una forma di rappresentanza da perseguire ma poi va riempita di contenuti, si chiedeva se la cultura permissivista attuale, equiparando unioni omosessuali e famiglia, non fosse “una nuova ideologia del male” (ancora sue parole) addirittura “più subdola di quelle del XX secolo” (cioè nazismo e comunismo) “che tenta di sfruttare contro l’uomo e contro la famiglia, perfino i diritti delluomo”, insomma per essere chiari “unaltra forma di totalitarismo?” (ancora e sempre sue parole). Dov’erano quando, affrontando i temi della scuola e della questione educativa auspicava già dodici anni fa “il pieno riconoscimento della parità giuridica ed economica tra scuole statali e scuole non statali” deprecando i decenni letteralmente buttati via dalla classe politica e lamentando il preoccupante venir meno di fondamentali spazi di libertà nella società civile? Dov’erano, infine, quando per decine e decine di volte, dal 2000 fino a poche ore prima che morisse il Papa chiedeva, supplicava, implorava, mendicava il riconoscimento della realtà storica delle radici cristiane del Continente per dare un’anima alla costruzione della nuova Europa? Ecco, dov’erano tutti questi capi di Stato e di Governo che adesso rivendicano il ‘loro’ Giovanni Paolo II? Dov’erano le celebrità della televisione e dello spettacolo che ora acclamano “il mio Papa”?

A voler essere maliziosi si sarebbe indotti a pensare che allora avessero ben altro di più importante da fare o forse, semplicemente, che di quello che dicesse quel Papa sofferente e devastato dal Parkinson che aveva passato tutta la vita a lottare anche per le loro libertà, dopotutto non gliene potesse importare di meno. Ma poiché non abbiamo motivo per pensarlo, vogliamo credergli. Forse erano solo distratti. Ora però che quel magistero è richiamato integralmente, e con continuità, anche da Benedetto XVI di sicuro non c’è motivo per dimenticarlo. Quindi, c’è da attendersi che ai fiumi di parole delle autorità governative e diplomatiche e agli ossequi delle folle di questi giorni, seguiranno i fatti concreti: nella lotta allo “sterminio legale dei concepiti” (Memoria e identità), come nella promozione di quella “cellula fondamentale insostituibile” per la società che è il matrimonio (Familiaris Consortio), e quindi nell’opposizione ferma e risoluta a ogni unione innaturale che “non può costituire vera famiglia”, giacchè è chiaro che si tratta di forme di “disordine morale” (Angelus, 20/02/1994). Soprattutto in tempi di relativismo giuridico infatti, come non vedere che “la legge naturale, proprio perché scolpita da Dio nel cuore, precede ogni legge fatta dagli uomini e ne misura la validità”? (Angelus, 19/06/1994). Allora, chi comincia?

•   —   •   —   •

Il Papa buono? È sempre quello morto

di Massimo Introvigne

Una denuncia è presentata al Tribunale Internazionale dell’Aja contro il Papa per crimini contro l’umanità. Una serie di personalità e organizzazioni omosessuali denuncia le sue parole sull’AIDS e afferma che il Pontefice, mettendo in dubbio l’efficacia del preservativo come mezzo di contrasto alla malattia, è un criminale personalmente responsabile della morte di milioni di africani.

Il lettore penserà che stiamo parlando di Benedetto XVI e delle polemiche seguite alle sue dichiarazioni sul volo che lo portava in Africa nel 2009. La tesi del Papa sul preservativo che non ferma l’AIDS era scientificamente fondata, ma non è questo ora il punto. La denuncia all’Aja fu proposta, in effetti, nel novembre 2004 contro Giovanni Paolo II (1920-2005). È difficile oggi immaginare l’autentica offensiva d’insulti che colpì il Pontefice polacco quando ripeté le condanne contro la contraccezione artificiale e riaffermò che gli atti omosessuali costituiscono un disordine oggettivo, come quando prese posizione contro la teologia della liberazione d’ispirazione marxista. Fu contro Papa Wojtyla che il movimento radicale transnazionale promosse le sue più grandi manifestazioni anticlericali e coniò lo slogan «No Taliban no Vatican». Trasformatisi rapidamente in teologi – ma anche sostenuti da teologi veri, cattolici dell’ala più progressista -, molti esponenti del sistema dei media laicisti c’intrattenevano su come il Papa venuto dalla Vistola, con il suo rozzo anticomunismo, stesse smantellando il Concilio Vaticano II e tramasse nell’ombra per una restaurazione anticonciliare.

E molti rimpiangevano Paolo VI (1897-1978). Papa Montini, si diceva, con la sua sapienza bresciana e democristiana e il lungo dialogo dell’Ostpolitik con l’Unione Sovietica avrebbe evitato le ingenue intemperanze di Giovanni Paolo II. Celebrare Paolo VI significava per molti, ogni volta che Giovanni Paolo II disturbava i manovratori dell’opinione pubblica su temi morali o politici, contestare la vera o presunta «restaurazione» wojtyliana e dare un brivido ai teologi progressisti nostalgici dei (per loro) gloriosi anni 1970. La nostalgia di Paolo VI era sorprendente: contagiava persone che nel 1968, dopo l’enciclica Humanae vitae e la rinnovata condanna della contraccezione artificiale, avevano attaccato Papa Montini con parole raramente usate nel XX secolo contro un Pontefice. Ma Paolo VI aveva soprattutto un grande pregio per i laicisti e i progressisti che attaccavano Papa Wojtyla: era morto. Per i nemici del Papato e del Magistero, infatti, da molti anni il Papa buono è sempre il Papa morto.

Oggi sappiamo – dalle memorie dei più conseguenti animatori della fazione ultraprogressista al Concilio Ecumenico Vaticano II come il vescovo brasiliano Hélder Câmara (1909-1999) – che la contrapposizione del Papa morto al Papa vivo non è un semplice fenomeno psicologico. Per qualche verso, fu studiata a tavolino. Quando apparve chiaro che sugli anticoncezionali, il celibato dei sacerdoti, la guida collegiale della Chiesa e l’ordinazione delle donne la frangia ultraprogressista avrebbe trovato in Paolo VI un ostacolo invalicabile, fu messa in atto una vera e propria strategia per contrapporre a Papa Montini, il Papa «che frenava il Concilio», il mito di Giovanni XXIII (1881-1963), il «Papa buono».

Un Papa molto amato, certo, ma che fu ricordato – sia durante il Concilio, sia ai tempi della polemica sull’Humanae vitae – con chiassose manifestazioni che costituivano un attacco neppure troppo velato al suo successore. Convenientemente, si dimenticava che in materia morale Papa Roncalli non era certamente un progressista, e che nel 1959 aveva approvato e sottoscritto un documento del Sant’Uffizio che dichiarava illecito per i cattolici «dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano».

Nulla di nuovo, dunque, quando vediamo celebrare Giovanni Paolo II come un “Papa buono” per contrapporlo al “Papa cattivo” Benedetto XVI. La logica è sempre quella di opporre il Papa morto al Papa vivo, un escamotage nei cui confronti i cattolici dovrebbero essere ormai vaccinati da decenni. Purtroppo non è sempre così, e ci sono anche oggi cattolici che cadono facilmente in trappola. Le lodi interessate e pelose a Giovanni Paolo II hanno influenzato anche alcuni “tradizionalisti” che – cambiando semplicemente di segno lo schema dei media laicisti – contrappongono il buon «conservatore» Benedetto XVI al cattivo “progressista” Giovanni Paolo II, di cui contestano la beatificazione. Costoro insistono sulla presentazione mediatica del primo incontro di Assisi o sulla politica della distensione con Cuba praticata in una certa stagione dalla diplomazia vaticana, dimenticando completamente le encicliche e i discorsi fermissimi sul piano dottrinale del Papa polacco e il suo contributo decisivo – riconosciuto ormai anche da storici insospettabili – alla caduta dell’impero sovietico.

Che cosa si debba pensare di chi contrappone un Pontefice all’altro allo scopo di creare confusione e divisioni tra i cattolici ce lo insegna Benedetto XVI al numero 12 della sua enciclica Caritas in veritate, con parole riferite a chi contrappone il Magistero sulla politica e l’economia di Paolo VI a quello dei suoi predecessori, e che non valgono solo per la dottrina sociale: «Non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all’insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell’una o dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno o dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale».

Annunci

2 Risposte to “Papa (beato) GPII: una prospettiva diversa”

  1. basilewsky said

    Ottimo. Grazie!

  2. Paola DC said

    grazie come sempre, per la ricchezza e profonditù dei contributi che offrite

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: