ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Bombe sì, profughi no

Posted by alagna su 13 aprile 2011


È possibile vergognarsi dell’Europa? Della civilissima Europa, della culla della tolleranza, dell’esprit des lois, del sogno carolingio di un’unica grande nazione con comuni radici culturali, di quel mosaico di Stati finalmente pacificati dopo due conflitti mondiali e milioni di morti il cui traguardo più nobile e insieme più esaltante è (ma forse dovremmo dire: era)lo spazio di Schengen, incommensurabile conquista etica in un continente candidato a non avere mai più frontiere interne?
Sì, è possibile, e per quanto ci riguarda sta accadendo in queste ore e in questi giorni convulsi, dove quel club di ventisette nazioni che si proclama come “Unione Europea” sta offrendo al mondo – ma soprattutto a se stesso, alla propria sotterranea coscienza – la peggiore delle immagini possibili.Com’era largamente previsto, ieri in Lussemburgo è stata respinta la proposta italiana di protezione temporanea per i profughi dai Paesi del Nord Africa, la benedetta e ormai famigerata “Direttiva 55” che prevede l’immediata concessione dello status di rifugiato per un periodo di tempo limitato «a tutte quelle persone che fuggono da Paesi in cui la loro vita sarebbe a repentaglio in caso di rientro», persone che l’articolo 2 della Direttiva qualifica come «in fuga da zone di conflitto armato o di violenza endemica» o essere «a serio rischio, o essere state vittima, di sistematiche o generalizzate violazioni dei loro diritti umani». Un ritratto quasi perfetto di quelle migliaia di migranti in fuga dalle coste del Nord Africa, ma al tempo stesso un identikit che non convince la commissaria per gli Affari Interni Cecilia Malmström e ancor meno gli Stati membri, che ieri pomeriggio hanno sonoramente bocciato le richieste italiane, concedendo soltanto un’estensione dell’accordo italo-francese sul pattugliamento delle coste tunisine.

Sul drammatico problema dei profughi nordafricani si è largamente speculato in ogni direzione, vuoi amplificandone a dismisura la portata catastrofica (per numero di immigrati e per l’impatto sociale che avrebbero sul territorio), vuoi brandendoli come spauracchio nei confronti di una anacronistica koiné: in altre parole, appena al di là delle frasi di circostanza, l’Europa non ha fatto altro che considerare questi poveri migranti come un vascello di appestati da tenere alla larga dalle mura fortificate del continente.Quella stessa Europa che – pur nel guazzabuglio politico e diplomatico nel quale è usa navigare, dove ciascuno si muove in ordine sparso e spinto da interessi e pressioni interne che nulla hanno a che fare con la politica estera comune della quale la Ue dovrebbe farsi carico – ha impiegato molto meno tempo ad adottare l’opzione militare. Come dire, bombe sì, profughi no.

E sorvoliamo sui doppi e tripli giochi di cui la Francia si è resa protagonista: mentre Sarkozy scriveva a Barroso una lettera di critiche all’Italia e suggeriva di “chiudere” Schengen, il suo ministro mostrava solidarietà al nostro governo.

A proposito del quale, pur nella discutibile sequenza di talune scelte ondivaghe, non possiamo non rimarcare come in breve tempo sia avvenuto un sostanziale recupero di civiltà, passando dal meccanico respingimento dei migranti che si presentavano alle porte di casa a quell’accoglimento provvisorio che implica il guardare in faccia le persone, per riconoscerne i diversi casi, e che può preludere all’attribuzione dello status di rifugiato. Era ora. Ma questa giusta svolta (ieri riconfermata dal ministro Maroni) ha fatto levare gli scudi a mezza Europa (e quella che conta c’è tutta). Un’Europa dove, giova ricordarlo, dalla Francia alla Danimarca, dal Belgio alla Svezia, dall’Ungheria alla Finlandia e all’Olanda s’indovina lo strepito sempre più rumoroso delle destre xenofobe e sotto traccia la palpabile paura dei governanti di perdere consenso se non ne inseguono gli umori. Valga per tutti il cinico commento di ieri di un diplomatico inglese: «Per ogni immigrato che passa è un voto in meno ai governi moderati». Ed eccola qui, finalmente la ratio, la chiave di questa contabilità da retrobottega che si maschera dietro i Trattati e si nasconde dietro solidarietà fumose e inconsistenti: paura di perdere il potere e il consenso. Una miopia politica che si avvicina alla cecità.

Sì, riconosciamolo, se non con la Ue in quanto istituzione (e le parole concilianti di Barroso ieri sera l’hanno reso evidente), c’è sicuramente una crisi in atto fra l’Italia e i governi europei. E non siamo certo noi italiani a doverci vergognare.

Giorgio Ferrari

da L’Avvenire del 12 Aprile 2011

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