ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 9 gennaio 2011


“Erin Brockovich, era tutto un bluff”

Una ricerca smonta la battaglia resa celebre dal film
“Non c’era inquinamento, i casi di cancro nella norma”

Erin Brockovich era bellissima. O meglio, lei di persona non era niente male, non lo è neppure adesso che ha 50 anni e tre figli grandi, ma Julia Roberts, che faceva la sua parte nel film, era davvero uno schianto. «Le parlai a lungo e mi ispirai a lei in tutto».

Le minigonne sfacciate, le scollature vertiginose, quel sorriso largo, ostentato, seducente. «Ma anche la tenacia, la certezza di avere ragione. Mi disse subito: non giudicare un libro dalla copertina». La Roberts vinse l’Oscar. Migliore attrice protagonista. «Erin Brockovich, forte come la verità», film del 2000 diretto da Steven Soderbergh basato su una vicenda vera. O che almeno allora sembrava vera

Adesso, dopo una ricerca indipendente condotta dal professor John Morgan, della Loma Linda University, per conto del California Cancer Registry, lo sembra un po’ di meno. Come se dalle crepe del deserto tornasse a uscire il veleno.

La storia era un classico della letteratura trasportato nella vita reale: Davide contro Golia. Davide era lei, Erin, trent’anni e due divorzi, segretaria precaria in un ufficio legale di un piccolo paese della California dove gli uomini e le donne sembrano morire tutti nello stesso modo: precocemente e di tumore. Golia era la potentissima Pacific Gas & Electric, accusata di aver contaminato per trent’anni le falde acquifere della zona con il cromo esavalente. La Brockovich scopre dei documenti compromettenti e spinge 233 abitanti del Paese a una class action che dopo una lunga battaglia verrà decisa in maniera extragiudiziale. La PG&E, sentendosi con le spalle al muro, decide di versare 333 milioni di dollari per chiudere la faccenda. «Meglio evitare il processo. Sarebbe pubblicità negativa». Titoli di coda e soldi veri nelle tasche dei querelanti, due milioni e mezzo in quelle della Brockovich, che oggi vive in una splendida villa di Malibù e ha una propria organizzazione che combatte per l’ambiente. Tutto bene. Anzi meraviglioso. «Sono un’icona del ventesimo secolo», scrive lei sul suo sito ufficiale. Possibile. Finché non è arrivato John Morgan con la sua ricerca. Uno studio approfondito, che in fondo è solo una fotografia. Quante sono state le morti di tumore a Hinkley tra il 1996 e il 2008? Centonovantasei. Qual è la media della regione? Duecentoventiquattro. «So che questa ricerca è impopolare, ma è molto accurata. Non credo che la Brockovich sia una cattiva persona. Forse neppure lei aveva gli strumenti per capire davvero le dimensioni del problema». Dunque a Hinkley il tumore uccide meno che altrove. Sono numeri. Roberta Walker, che nel Paese ci abita, dice che alla ricerca non crede proprio. «Ho avuto un tumore io e ce l’ha avuto mio marito». Dalla causa ha incassato cinque milioni. Ha comprato una fattoria. «Ho preso molto di meno, se no sarei andata via». L’acqua ha smesso di spaventarla. Ma anche Patty Brown, che ha superato un cancro alle ovaie, Ron Haefele, che lo ha avuto al cervello e Keri Kearney, che ne ha battuto uno ai polmoni, la pensano come lei. «Questa cittadina era maledetta e la colpa era dell’acqua».

Nel disastro di quei giorni avevano lentamente smussato i desideri fino a una quota prossima allo zero assoluto, poi era arrivata Erin a cambiare le cose e nessuno ha voglia di guardarsi indietro. Nemmeno ora che anche la California Enviromental Protection Agency ha stabilito che il cromo esavalente è sì tossico, ma solo se inalato. «Non c’è prova che sia pericoloso in piccole dosi nell’acqua». Con i giornalisti del Daily Mail che sono andati a bussare alla sua porta la Brokovich non ha voluto parlare. Ma forse ha ragione lei, «mai giudicare un libro dalla copertina». E nemmeno uno storia vera da un film.

ANDREA MALAGUTI – 4/11/2011 © LaStampa

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