ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 7 novembre 2010


Bye bye, green economy! Ecco l’altra faccia del voto americano

Il sogno verde di Obama è costato il seggio a tutti i democrat che l’hanno sostenuto. La sveglia pro market

Non ci sono solo la sanità e le tasse: il tema sul quale Barack Obama sconta probabilmente la débâcle elettorale in maniera più significativa è quello ambientale. Lo dicono i numeri: solo il 16 per cento dei cittadini repubblicani è convinto che vi sia un legame tra attività industriale e riscaldamento globale, contro il 53 per cento dei democratici (sondaggio del Pew Research Centre). Altre cifre: 5 dei sei nuovi senatori del Grand Old Party e 35 dei nuovi deputati sono fermamente convinti che il riscaldamento globale sia una truffa, segnala l’organizzazione ThinkProgress. Trecentomila dollari è la cifra che il candidato in pectore alla presidenza del Congresso, John A. Boehner dell’Ohio, ha ricevuto dalla lobby dell’industria mineraria e del carbone per queste elezioni (tre i milioni spesi in totale per questa tornata elettorale dalla National Mining Association).

E ancora: 35 i congressmen
democratici spazzati via martedì scorso – esattamente tutti quelli in corsa per il voto di metà mandato che l’anno scorso avevano appoggiato il Climate Bill, il piano di Obama per trasformare l’industria “sporca” americana in una green economy. Tra questi il decano di Capitol Hill, il deputato Rick Boucher della Virginia, al suo quattordicesimo mandato e uomo chiave di Obama per “vendere” il piano per l’ambiente alla Camera. Secondo alcuni osservatori, proprio la sconfitta di Boucher nella sua Virginia è il simbolo dello stato delle cose: “Non c’è dubbio, se Boucher avesse votato contro il Climate Bill sarebbe stato rieletto” ha detto il suo capo staff Andy Wright. Altro dato simbolico: in Illinois, il seggio senatoriale che fu di Obama ora è andato a un repubblicano, il neo-eletto Roland Burris: uno che nel 2009 votò per il Climate Bill ma poi fece pubblica ammenda, dichiarando che “non ne aveva compreso fino in fondo le implicazioni”.

Obama ha già capito che le sue ambizioni
verdi sono da mettere nel cassetto: nella conferenza stampa post elezioni di mercoledì, ha annunciato che non perseguirà più alcun progetto di riforma comprensiva della legislazione ambientale. “L’emission trading era solo un mezzo, non un fine, e troveremo altri sistemi” ha detto ai giornalisti, riferendosi proprio al centro del suo Climate Bill, che proponeva di introdurre un sistema di “cap and trade” simile a quello adottato dall’Unione europea per limitare le emissioni. Un sistema ribattezzato “cap and tax” dai repubblicani, che non è riuscito a superare lo scoglio del Senato e soprattutto a convincere un paese in cui il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174 mila addetti. Ma anche per il piano B di Obama, che riguarda l’Epa (Environmental Protection Agency), non ci sono molte speranze. Dopo una moratoria di nove mesi, da gennaio l’Epa dovrebbe prendersi carico del monitoraggio delle emissioni delle grandi imprese (per le piccole e medie si è rimandato al 2016). Ma è chiaro che anche qui adesso è in arrivo un fuoco di sbarramento. Sul sito del Grand Old Party si leggeva qualche mese fa: “Negli ultimi 20 l’Epa ha condotto un assalto non-stop ai posti di lavoro e alla competitività statunitensi. L’Epa ha cercato di regolamentare tutto: dal cielo al latte in polvere, mentre ometteva di rispondere con competenza a una vera calamità ambientale nel Golfo del Messico. Queste politiche sbagliate dell’Epa hanno un costo di migliaia, se non di milioni, di posti di lavoro, un prezzo troppo alto da pagare per favori politici mentre l’economia tenta di recuperare a dispetto della fallimentare agenda economica dei democratici”.

Un epitaffio a cui adesso seguiranno conseguenze pratiche: a Washington si registrano già voci di un disegno di legge per bloccare la facoltà dell’Agenzia. In giugno, una proposta del genere lanciata dalla senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski ha ottenuto 47 voti. Adesso si calcola che ne otterrebbe almeno 57. “Una legge del genere è solo questione di tempo”, dice un osservatore. Ma non c’è solo il timore di una legge “ad agenziam”: c’è anche quello di una guerra d’indagini. John Engler, ex governatore repubblicano del Michigan e ora presidente della National Association of Manufacturers, mercoledì ha dichiarato che “il Congresso deve assicurare un controllo più stretto sull’Epa”. Detto fatto, si parla già di una serie di inchieste in arrivo. A tutto campo. La commissione sul global warming, fortemente voluta da Nancy Pelosi, sarà probabilmente smantellata, e al suo posto potrebbe installarsi una commissione d’inchiesta sulla gestione delle tematiche ambientali da parte dell’Amministrazione, sostiene Kate Gordon, responsabile delle politiche ambientali del Centre for American Progress Action Fund, secondo cui “non solo l’Epa ma anche lo stesso governo potrebbe essere subissato di inchieste parlamentari”. Secondo indiscrezioni del Guardian, il futuro presidente della potentissima House oversight and investigation committee, il californiano Darrell Issa, avrebbe già contattato un gruppo di ricerca che sta indagando sulla gestione Obama del caso Bp. Ma il Vietnam verde di Obama non sarà solo parlamentare.

Lo stesso Issa ha già preannunciato che intende aprire un’inchiesta per vederci chiaro sul “Climategate”, il caso del 2009 in cui vennero intercettate un migliaio di e-mail scambiate tra alcuni scienziati dell’Università inglese di East Anglia sul tema del global warming. Da questo carteggio emerse che molti di loro non credevano nella correlazione tra emissioni e riscaldamento globale, che i dati venivano falsati e nascosti, e che l’accesso ai giornalisti era fortemente ostacolato. Un caso, quello del Climategate, che ha entusiasmato il Gop e i Tea Party. E se il presidente è ormai intenzionato al compromesso, a una politica di piccoli passi, sull’ambiente la nuova maggioranza vuole andare al cuore del problema.

(La settimana prossima il Foglio dedicherà un’inchiesta a puntate sullo stato della green economy)

di Michele Masneri

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Una Risposta to “”

  1. borongo amedeo said

    Egregio Sig. Ikzus,
    la presente per ricordarLe cortesemente che il Suo blog è scritto in italiano e letto – presumo – per lo più da italiani. A tutti noi che occasionalmente diamo un’occhiata ai Suoi interventi interessa moltissimo sapere che cosa pensano i “giornalisti” de “Il Foglio” di Obama, però devo anche dire che a me personalmente farebbe davvero piacere sapere che ne pensa Lei, proprio Lei, Sig. Ikzus, dell’attuale presidente del consiglio italiano.
    Cordialità,
    borongo

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