ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Della morte, ovvero del senso della vita

Posted by ikzus su 29 ottobre 2010


Viktor Frankl

PROVVISORIETÀ DELLA VITA E INESORABILITÀ DELLA MORTE:
UN SAGGIO ONTOLOGICO

A faccia a faccia con la provvisorietà della vita noi possiamo dire che il futuro non esiste ancora, il passato non esiste più e la sola cosa, che realmente esiste, è il presente. Oppure possiamo anche dire che il futuro non c’è assolutamente, il passato non esiste affatto e l’uomo è un essere che vien fuori dal nulla, « proiettato » nell’essere è minacciato dal nulla! Come può, allora, l’uomo, data l’essenziale provvisorietà dell’umana esistenza, trovare un significato nella sua vita?

La filosofia esistenzialista afferma che egli può trovarlo. Ciò che appunto questa filosofia chiama «tragico eroismo », e la possibilità di dire si alla vita malgrado la sua provvisorietà. L’esistenzialismo sottolinea il valore del presente per quanto transitorio questo possa essere.

Il contrario si può dire del quietismo il quale afferma che la vera realtà è l’eternità invece che il presente. Certo, ciò che intende esprimere il concetto di eternità è una realtà che racchiude, contemporaneamente, il presente, il passato e il futuro. In altre parole ciò che viene negato non è né la realtà del passato, né quella del futuro, bensì la realtà del tempo in quanto tale. L’eternità è vista come un mondo a quattro dimensioni, permanente, immobile e predeterminato. Secondo il quietismo il tempo è frutto dell’immaginazione e il passato, il presente ed il futuro sono mere illusioni della nostra coscienza. Ogni cosa esiste contemporaneamente. Gli avvenimenti non si succedono l’uno all’altro in una sequenza temporale, ma ciò che sembra essere una sequenza temporale, non è altro che un autoinganno causato dalla nostra coscienza la quale scivola lungo gli «eventi», vale a dire sugli aspetti singoli dell’immutabile realtà che non sono successivi l’uno all’altro, ma realmente coesistono.

È evidente che il quietismo debba condurre necessariamente al fatalismo: se ogni cosa già « è », nulla può essere mutato e non c’è ragione alcuna per darsi da fare. Questo fatalismo, prodotto dalla fede in un essere immutevole, ha il suo corrispettivo nel pessimismo esistenzialista che è la conseguenza del credere che ogni cosa sia instabile e mutevole.

La logoterapia viene ad occupare una posizione intermedia tra il quietismo e l’esistenzialismo e ciò può essere spiegato meglio dalla similitudine della clessidra, l’antico simbolo del tempo. La parte superiore della clessidra rappresenterebbe il futuro, ciò che deve ancora venire, cosi come la sabbia, che dalla parte superiore deve passare attraverso la stretta apertura, raffigura il presente e la parte inferiore della clessidra, vale a dire la sabbia che è già passata attraverso lo stretto condotto, rappresenta il passato. L’esistenzialismo, quindi, guarda soltanto all’angusto passaggio del presente mentre trascura di considerare la parte più alta e quella più bassa, cioè il futuro e il passato. Il quietismo, dal canto suo, vede la clessidra nella sua totalità, ma considera la sabbia come una massa inerte, che non « scorre», ma semplicemente « è ».

La logoterapia, vuole affermare che, mentre è vero che il futuro in effetti « non esiste », il passato, invece, è la vera realtà. E anche questa posizione può essere spiegata con la similitudine della clessidra. Certo, come tutte le similitudini essa è imperfetta, ma è precisamente tramite i suoi difetti che l’essenza del tempo può essere descritta. Vediamo:

Una clessidra può essere girata quando la parte superiore è vuota. La stessa cosa, pero, non può essere fatta anche col tempo: il tempo è irreversibile. Altra differenza: agitando la clessidra possiamo mescolare i granelli di sabbia così da mutare la posizione di ciascuno rispetto all’altro. Con il tempo, invece, possiamo fare la stessa cosa solo in parte; possiamo, infatti, « agitare » e mutare il futuro (e con il futuro, nel futuro, possiamo cambiare anche noi stessi), ma il passato è fissato per sempre. In termini della clessidra è come se la sabbia, una volta attraversato lo stretto condotto del presente, diventasse rigida, come se venisse trattata con qualche fissatore che la rendesse immutabile per sempre. In realtà, ogni cosa deve essere conservata nel passato e nel suo ambito perennemente.

Quanto alla innegabile transitorietà della vita, la logoterapia sostiene che il fenomeno riguarda in effetti soltanto le possibilità di attuare un significato. Le opportunità di creare qualcosa, di fare esperienze e di soffrire in modo significative. Una volta, pero, che tali possibilità siano state realizzate, esse non sono più passeggere, esse sono passate, sono il passato e ciò vuol dire che in un certo modo esse esistono ancora, esistono, cioè, come una parte del passato. Nulla può più mutarle, nulla può distruggerle. Appena una possibilità è stata tradotta in realtà, la cosa è stata fatta « una volta per sempre », per tutta l’eternità.

Ora noi possiamo renderci conto del senso in cui la logoterapia contrappone un «ottimismo del passato» al «pessimismo del presente» proposto dall’esistenzialismo. Una volta ho adombrato la differenza tra Le due cose con la seguente similitudine: « II pessimista è simile ad un uomo che, con inquietudine e tristezza, veda il blocco del suo calendario, dal quale ogni mattina strappa un foglietto, diventare sempre più sottile ogni giorno che passa. Invece, la persona che affronta in modo dinamico i problemi della vita, è come un uomo che stacca ogni foglio successivo del suo calendario e lo ripone con la massima cura insieme con quelli che l’hanno preceduto, non senza prima aver scritto alcune note di diario sul retro del medesimo». Egli può rispecchiarsi con fierezza e con gioia in tutta la ricchezza fissata in quelle note, in tutta la vita che egli ha pienamente vissuto. Che importanza avrà per lui se si accorge che sta invecchiando? Ha forse lui qualche motivo di invidiare i giovani che incontra o di provare nostalgia della sua stessa perduta gioventù? Quali ragioni potrebbe avere di invidiare un giovane? Forse per Le possibilità che sono offerte ad un giovane, per il futuro che gli è riservato? «No, grazie! – egli può dire a se stesso -. Al posto di possibilità io ho nel mio passato delle realtà, non solo la realtà dell’opera che ho compiuto e dell’amore che ho dato, ma anche quella delle sofferenze che ho coraggiosamente patito. Sono proprio queste sofferenze ciò di cui sono maggiormente fiero, anche se si tratta di cose che non possono ispirare invidia».

I giovani, dal canto loro, non dovrebbero lasciarsi contagiare dall’universale disprezzo con cui considera i vecchi una società, come la nostra, che è tutta orientata verso la giovinezza. Altrimenti, se i giovani saranno tanto fortunati da diventare vecchi anche loro, saranno costretti a vedere quel disprezzo, che nutrivano per il vecchio, trasformarsi in disprezzo per se stessi.

La logoterapia ritiene che « essere vissuti» sia ancora un modo di essere, fors’anche il più sicuro. Nell’espressione «essere passato» la logoterapia sottolinea l’« essere ». Quando Martin Heidegger giunse per la prima volta a Vienna, venne a casa mia a trovarmi e discusse questi argomenti con me. Per esprimere il suo consenso sul mio punto di vista relative al passato, così come sopra l’ho esposto, di suo pugno sotto la sua foto scrisse queste parole:

Das Vergangene. geht;

Das Gei’i’esene kommt.

cioè, in una traduzione approssimativa:

Ciò che è passato, è andato;

Ciò che il passato è, sempre sarà.

Prendiamo ora in considerazione la pratica applicabilità dell’ontologia della logoterapia e, in particolare, della sua ontologia del tempo. Immaginiamo una donna che abbia perduto il marito dopo appena un anno di matrimonio; essa è disperata e non vede alcun significato nel suo futuro. Per una tale persona avrebbe molta importanza se riuscisse a rendersi conto del fatto che il suo anno di felicita coniugale non potrà mai esserle tolto. Essa lo ha, per cosi dire, salvato riponendolo nel suo passato. Da li nessuno e nessuna cosa potranno mai rimuovere questo tesoro. Anche se essa restasse senza figli, la sua vita non diverrebbe mai priva di significato, una volta che la parte più bella della sua esperienza d’amore fosse stata riposta nel magazzino del passato.

Ma, si può obiettare, questo ricordo non è forse anch’esso passeggero? Chi, ad esempio, lo manterrà vivo dopo la morte della vedova? A ciò risponderei che è irrilevante il fatto che uno ricordi o no, proprio come è irrilevante che noi facciamo caso o pensiamo a qualche cosa che ancora esiste e sta con noi. Infatti essa esiste e continua ad esistere indipendentemente dal fatto che noi la consideriamo o pensiamo ad essa. Essa continua ad esistere indipendentemente anche dal nostro esistere.

È vero che noi non possiamo portare nulla con noi quando moriamo, ma la totalità della vita, che noi completiamo proprio nel momento della morte, sta fuori della fossa è fuori della fossa resta e ciò non già anche se, ma proprio perche essa è entrata nel passato. Anche ciò che noi abbiamo dimenticato, ciò che è sfuggito alla nostra coscienza, non viene cancellato dalla realtà; diventa parte del passato e resta parte della realtà.

L’identificare ciò che è parte del passato solo con ciò che uno ancora ricorda, costituirebbe un’errata interpretazione soggettivistica della nostra ontologia del tempo. Questa ontologia, lungi dall’essere una specie di torre d’avorio ad un alto livello di astrazione, può aprire gli occhi persino all’uomo della strada se si usa un approccio socratico. La cosa accadde quando in aula ho intervistato una delle mie pazienti. Essa aveva espresso la sua inquietudine per la provvisorietà della vita. «Presto o tardi», disse, «bisogna andare al di la e non resterà più nulla». Non riuscivo a convincerla che la transitorietà della vita non può sminuire in alcun modo la sua ricchezza di significato e cosi mi feci avanti con questa domanda: « Lei, non ha mai incontrato un uomo per Le cui imprese abbia un grande rispetto? ». « Certamente », essa rispose, « il nostro medico di famiglia era una persona unica. Quanta si prendeva a cuore i suoi pazienti, come viveva per loro… ». « £ morto?», Le chiesi. « Si», rispose. «Ma la sua vita», Le domandai ancora, « è stata estremamente piena di significato, non è vero? ». « Se la vita di uno », essa disse, « può essere piena di significato, ebbene la sua lo era». «Ma questa ricchezza di significato», Le chiesi allora, «non finì dunque quando la sua vita ebbe termine?». «Assolutamente no! », rispose. « Nulla può modificare il fatto che la sua vita è stata piena di significato ». Ma io continuai provocandola: « E chi altri, se non un suo paziente, può apprezzare ciò di cui è debitore al suo medico di famiglia?». «Ma il significato resta», essa mormoro. « E se neanche un solo paziente se ne ricorda?». « Resta». « 0 quando un giorno anche l’ultimo) dei suoi pazienti è morto? ». « No, no, resta… ».

Per un altro esempio mi si permetta di riportare l’intervista, registrata su nastro, che feci ad un’altra delle mie pazienti3. Era sofferente di un cancro all’ultimo stadio e sapeva di esserlo. Dopo che ebbi descritto il suo caso in classe, si sviluppo il colloquio seguente:

Frankl: Che pensa lei, quando ricorda la sua vita? Valeva la pena di viverla?

Paziente: Certo, dottore, devo dire che ho avuto una buona vita. La mia vita è stata bella, davvero. E devo ringraziare il Signore per quello che ha fatto per me: sono andata a teatro, ho assistito a concerti; e cosi via. Lei capisce, dottore, io sono venuta qui con la famiglia nella cui casa ho prestato servizio per tanti decenni come domestica, prima a Praga e poi a Vienna. E, per la grazia di tutte queste meravigliose esperienze, sono riconoscente al Signore.

Tuttavia, sentii che era anche piena di dubbi circa il significato ultimo della sua vita e desideravo guidarla a superare questi dubbi; cosi Le feci delle domande sul significato della sua vita a livello di coscienza piuttosto che reprimere i suoi dubbi.

F: Lei paria di alcune esperienze meravigliose; ma tutto ciò ora deve avere termine, non è vero?

P: (pensierosa) Si, tutto finisce…

F; Bene, lei crede ora che tutte Le cose meravigliose della sua vita possano finire nel nulla?

P: (ancora più pensierosa) Tutte quelle cose meravigliose…

F: Ma mi dica: pensa che si possa annullare la felicita che lei ha provato? Che si possa cancellarla?

P: No, dottore, nessuno può cancellarla!

F: 0 che qualcuno possa cancellare la bontà che lei ha incontrato nella sua vita?

P: (sempre più coinvolta emotivamente) Nessuno può cancellarla!

F: Ciò che lei ha fatto e realizzato…

P: Nessuno può cancellarlo!

F: Oppure ciò che lei ha coraggiosamente e sinceramente sofferto: può forse uno eliminarlo dalla realtà, rimuoverlo dal passato dove lei lo ha, diciamo cosi, messo in serbo?

P: (ora commossa fino alle lacrime) Nessuno può eliminarlo! [Pausa] È vero, io ho avuto molto da soffrire; ma ho anche cercato di essere coraggiosa e costante nel sopportare ciò che dovevo .sopportare. Lei lo capisce, dottore, io considero la mia sofferenza come un castigo. Io credo in Dio.

F: (cercando di mettersi nei panni della paziente) Ma la sofferenza non può essere talvolta anche una sfida? Non è concepibile che Dio abbia voluto vedere fino a che punto Anastasia Kotek avrebbe sopportato il dolore? E forse egli ha dovuto ammettere: « Si, essa lo ha fatto in modo molto coraggioso ». E ora. mi dica, signora Kotek, è possibile eliminare dal mondo una un’impresa e una realizzazione di tal genere?

P. Certamente nessuno può farlo!

F: Allora ciò resta, non è vero?

P: Si. resta!

P: Ciò che conta nella vita è compiere qualche impresa. Ed è questo ciò che lei precisamente ha fatto. Lei ha fatto l’uso migliore della sua sofferenza. Lei è diventata un esempio per i nostri pazienti per il modo in cui lei si è presa su di se la sua sofferenza. Mi congratulo con lei per questa impresa e mi congratulo anche con gli altri pazienti che hanno l’opportunità di essere testimoni di un tale esempio. [Rivolgendosi all’auditorio] Ecce homo! [L’uditorio scoppia in un applauso spontaneo]. Questo applauso è per lei, signora Kotek. [La donna ora piange}. Esso riguarda la sua vita che è stata una grande impresa. Ne può essere fiera, signora Kotek. E quanto poche sono Le persone che possono andar fiere della loro vita… Io direi, la sua vita è un monumento. E nessuno può toglierlo dal mondo.

P: (riprendendo il controllo di se) Ciò che lei ha detto, prof. Frankl, è una consolazione. Mi conforta. Davvero io non ho mai avuto l’occasione di ascoltare niente di simile… [Lentamente e tranquillamente essa lascia l’aula.

Una settimana dopo essa mori. Durante l’ultima settimana della sua vita, tuttavia, non era più depressa, ma al contrario era piena di fede e di fierezza. Prima di tutto ciò essa si era sentita torturata, dominata dall’angoscia di essere inutile. La nostra intervista l’aveva resa consapevole che la sua vita era piena di significato e che anche la sua sofferenza non era stata vana. Le sue ultime parole furono:

«La mia vita è un monumento. Cosi ha detto il prof. Frankl a tutto l’uditorio, a tutti gli studenti! dell’aula. La mia vita non è stata inutile…».

È vero, ogni cosa è passeggera – ogni cosa e ogni individuo, sia che si tratti, diciamo, di un bambino che noi abbiamo messo al mondo o del grande amore da cui il bambino è sbocciato, oppure di un grande pensiero – sono tutti ugualmente passeggeri. La vita dell’uomo dura settant’anni, magari ottanta, e se è una vita buona, sarà stata degna di essere vissuta. Un pensiero può durare forse sette secondi e, se è un buon pensiero, avrà in se una verità. Ma, purtroppo, anche il grande pensiero è transitorio, come lo sono il bambino e il grande amore. Sono del tutto transitori. Ogni cosa è transitoria.

Eppure, da un altro punto di vista, ogni cosa è eterna. Anzi, meglio: essa si eterna da se. Noi non dobbiamo far nulla al riguardo. Una volta che abbiamo fatto accadere qualcosa, l’eternità si prenderà cura di essa. Pero dobbiamo assumerci la responsabilità di do che abbiamo deciso di fare, di do che abbiamo scelto perche diventasse parte del passato, di ciò che abbiamo eletto ad entrare nell’eternità.

Ogni cosa viene scritta nell’archivio dell’eternità – la nostra vita intera, tutte Le nostre creazioni ed azioni, gli incontri e Le esperienze, tutti i nostri amori e Le nostre sofferenze. Tutto ciò è contenuto e conservato nella documentazione eterna. La realtà non è, come suggerisce il grande filosofo esistenzialista Karl Jaspers, un manoscritto compilato in un codice che dobbiamo decifrare; no, semmai la realtà è un documento che dobbiamo dettare.

Si tratta di un documento di natura dialogica; infatti giorno dopo giorno la vita ci pone delle domande; noi siamo interrogati dalla vita e dobbiamo rispondere. La vita, direi quasi, è un periodo di botta e risposta che dura quanta essa dura. E quanto alle risposte, non mi stanco di dire che noi possiamo rispondere alla vita soltanto col rispondere delle nostre vite. Rispondere alla vita significa essere responsabili delle nostre vite.

L’eterno documento non può andare perduto – il che è un conforto ed una speranza. Ma non può nemmeno essere corretto e ciò è un ammonimento e un promemoria. Esso ci ricorda che, dato che nulla può essere rimosso dal passato, a maggior ragione spetta a noi di salvare Le possibilità che abbiamo scelto, riponendole nel passato.

Si verifica cosi il fatto che la logoterapia non presenta soltanto un «ottimismo del passato» (in contrasto con il « pessimismo del presente» proprio dell’esistenzialismo), ma anche un « attivismo del futuro » (in contrasto con il ‘ fatalismo dell’eternità» proprio del quietismo). Infatti, se ogni cosa viene riposta per sempre nel passato, diventa importante decidere nel presente che cosa noi vogliamo eternare facendone parte del passato. £ questo il segreto della creatività: il fatto, cioè, che noi spostiamo qualcosa dal nulla del futuro dentro l’« essere» del passato. La responsabilità dell’uomo, dunque, sta nell’« attivismo del futuro », sta nel suo saper scegliere dal futuro Le sue possibilità e sta nell’« ottimismo del passato», cioè nel trasformare queste possibilità in realtà mettendole in salvo nel porto del passato.

Questa, allora, è la ragione per cui ogni cosa è cosi passeggera: ogni cosa scorre perche sfugge al vuoto del futuro dentro la sicurezza del passato! È come se ogni cosa fosse dominata da ciò che gli antichi fisici chiamavano l’horror vacui, la paura del vuoto. E questo è il motive per cui ogni cosa si precipita dal futuro dentro il passato, dal vuoto del futuro dentro I’esistenza del passato. E questa la ragione per cui allo « stretto passaggio e all’apertura del presente » si produce una congestione, in quanto li tutte Le cose vengono fermate e si accalcano nell’attesa di poter passare – e ciò vale tanto per un evento che finirà nel passato come per una delle nostre creazioni ed azioni che noi facciamo entrare nell’eternità.

II presente costituisce la linea di demarcazione tra l’irrealtà del futuro e l’eterna realtà del passato. Per la stessa ragione esso è la «linea di demarcazione » per l’eternità; in altre parole l’eternità è limitata: essa si estende soltanto fino al presente, al momento, cioè, in cui noi scegliamo ciò che vogliamo far entrare nell’eternità. La linea di demarcazione dell’eternità è quella posizione in cui, in ogni istante della nostra vita, viene presa la decisione riguardo a ciò che deve o non deve essere eternato.

Ora possiamo capire quale errore sia in realtà intendere la frase « guadagnare tempo » nel senso di rinviare le cose nel futuro. Invece, noi salviamo il tempo quando lo liberiamo e lo depositiamo al sicuro nel passato.

E che cosa accade, per riprendere la similitudine della clessidra, quando tutta la sabbia è passata attraverso il collo e la parte superiore è vuota, quando, cioè, il tempo è terminato per noi e la nostra vita non solo termina, ma è anche completa? In una parola che cosa accade alla morte?

In punto di morte ogni cosa che è accaduta, si congela nel passato. Nulla può essere più cambiato. La persona non ha più niente a sua disposizione: non la mente, non il corpo; essa ha perduto la sua identità psicofisica. Ciò che Le viene lasciato, ciò che Le resta è il suo io, il suo io spirituale.

Molte persone credono che nell’atto di morire uno scorga la sua vita intera scorrere nella frazione di un secondo come un film ad immagini rapide4. Per seguire questo paragone, possiamo dire che in punto di morte l’uomo diventa lui stesso il film. Egli, ora, « è » la sua vita, egli è divenuto la storia della sua vita, buona o cattiva che essa possa essere stata. Egli è diventato il proprio paradiso o il proprio inferno.

Ciò conduce al paradosso che il passato, che appartiene ad un uomo, e il suo vero futuro. L’uomo che vive ha tanto un futuro quanto un passato; l’uomo che muore non ha alcun futuro, nel senso comune del termine, egli ha soltanto un passato; il morto, pero, «è» il suo passato. Egli non ha alcuna vita, egli « è » la sua vita. Che si tratti « soltanto » della sua vita passata non ha importanza; dopo tutto, il passato è il modo più sicuro di essere. II passato è precisamente quello che non si può eliminare.

Questo passato è un passato « perfetto » nel senso letterale del termine. La vita, allora, è conclusa, completata. Anche se nel corso della vita passano attraverso il collo della clessidra soltanto singoli faits accomplis, ora, dopo la morte vi è passata la vita nella sua totalità, essa fe divenuta un parfait accomplis.

Ciò conduce a un secondo paradosso, e doppio per giunta. Se è vero che l’uomo, come abbiamo detto, fa di qualcosa una realtà riponendola nel passato (e cosi, guarda l’ironia, salvandola dalla sua provvisorietà), se le cose stanno cosi, e ancora l’uomo che fa di se stesso una realtà, che « crea» se stesso. In secondo luogo, egli non diventa una realtà alla sua nascita, bensì invece alla sua morte;egli crea se stesso al momento della sua morte. II suo io non è qualcosa che «è», ma qualcosa che continuamente diviene e per questa ragione realizza completamente se stesso soltanto quando la vita è stata completata dalla morte.

Certo, l’uomo nella sua esistenza quotidiana è portato a fraintendere il significato della morte. Quando la sveglia suona la mattina e ci scuote dai nostri sogni, noi avvertiamo questo risveglio come se qualcosa di terribile fosse accaduto nel mondo dei nostri sogni. E, ancora presi da questi sogni, spesso non ci accorgiamo (almeno non immediatamente) che la sveglia ci richiama alla nostra reale esistenza, alla nostra vita nel mondo reale. Ma noi mortali non ci comportiamo forse nello stesso modo quando ci avviciniamo alla morte? Non ci dimentichiamo forse nello stesso modo che la morte ci risveglia alla vera realtà del nostro io spirituale?

Anche se è una mano, che amorosamente ci accarezza, quella che ci sta svegliando, il suo movimento può essere sempre così gentile, ma noi non ci accorgiamo della sua gentilezza. Inoltre, noi abbiamo soltanto l’impressione di una intrusione nel mondo dei nostri sogni, come di un tentativo di farli finire. Similmente, più spesso che no, la morte ci appare come qualcosa di spaventevole e difficilmente sospettiamo quanto essa giunga a fin di bene…

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