ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 22 settembre 2010


L’emotività crea welfare

I conti dello Stato sociale in America aumentano, anche con i repubblicani

di Alberto Mingardi

Quanto costa lo Stato sociale, in America? Il fatto che gli Usa vengano di volta in volta additati o proposti come “il” modello di Paese a libero mercato, lascia pensare a molti che non abbiano un “welfare state” vero e proprio, ma piuttosto un modello di assistenza disarticolato e frammentario.

Never Enough. America’s Limitless Welfare State di William Voegeli indaga proprio lo Stato del benessere statunitense, delineandone la traiettoria di crescita (prima dell’accelerazione di Obama). Il sottotitolo, che parla di un welfare “senza limiti”, potrebbe fare trasalire il lettore europeo, ma riguarda in realtà più che lo Stato sociale, le giustificazioni che sono accampate a sua difesa, la “formula politica” che lo sostiene. Voegeli, visiting scholar al Claremont College, è un politologo çhe ha lavorato alla John M. Olin Foundation, che per anni (fino all’esaurimento del suo “fondo”) ha finanziato la ricerca nelle scienze sociale. Libri come The Closing of the American Mind di Allan Bloom e Clash of Civilizations di Samuel Huntington sono stati scritti grazie a un grant della Fondazione Olin.

Con questo saggio, Voegeli si è posto assieme tre obiettivi molto diversi: il primo è fornire una stima dell’espansione del welfare state americano, il secondo è comprenderne le dinamiche politiche, il terzo prospettare una “strategia di contenimento” più efficace di quelle sin qui praticate dai conservatori.

Le stime di Voegeli ci restituiscono anzitutto un’America che è tutto fuorché un “Far West”. Il “costo” dei programmi del governo federale rubricati alla voce “Risorse umane” (esclusi quelli per i veterani di guerra) passa da 3,57 miliardi di dollari nel 1940 a 1.685,64 miliardi di dollari nel 2007. La spesa pro capite, calcolata in dollari del 2000, è andata da 308 a 4.714 dollari. Dal 1972, la spesa sociale non è mai scesa sotto il 40% del bilancio federale.

Se si guarda il tasso di crescita del “costo del welfare” pro capite, nelle diverse amministrazioni, se ne deduce che è cresciuto più che mai con un presidente repubblicano, Dwight Eisenhower (con una media dell’11,63% l’anno durante la sua amministrazione). Ovviamente, il dato va contestualizzato: è facile crescere molto velocemente, quando si parte dal passo. La dilatazione del perimetro pubblico procede al massimo della velocità con Lyndon Johnson (12,57% l’anno nel suo mandato) ed entra in crisi negli anni Settanta. Durante la presidenza Carter, cresce “solo” del 3,22% l’anno.

A fare caso a sé, è la presidenza di Ronald Reagan, durante la quale le spese per lo Stato sociale crescono solo dello 0,90% l’anno. Un incremento modesto, che dà l’idea di che cosa siano i “tagli” nella lingua di Washington (o in quella di Roma): semplicemente, aumenti più contenuti del previsto.

L’analisi di Voegeli è interessante soprattutto nella sua ricostruzione delle visioni politiche sottostanti lo Stato sociale. Per Voegeli, la socialdemocrazia Usa (“liberalism”) è priva di un autentico principio fondante: per questo, agli occhi dei democratici, il welfare è «never enough», l’unico limite lo trova nelle condizioni politiche concrete che ne rendono impossibile una crescita all’infinito.

Da una parte, spiega, il loro teorico principe, cioè John Rawls, tanto è stato influente nel mondo degli studi, tanto poco lo è stato nel dibattito politico. I democratici non sono stati capaci di improntare la propria retorica ai principi del “liberalism” rawlsiano, per motivi diversi che tutti attengono la natura però della loro constituency. La socialdemocrazia americana ha il proprio bacino di riferimento nelle classi medie, e su di esse tara i propri messaggi. Ad avvicinarsi a un programma “rawlsiano” è stato forse McGovern nel 1972, che propose l’istituzione di un reddito minimo garantito: un’idea talmente impopolare che egli stesso fu costretto a rimetterla nel cassetto, nel momento in cui raggiunsela “nomination” del suo partito.

Dall’altra, spiega Voegeli, la retorica welfarista si basa su una serie di non sequitur economici. L’idea, per esempio, che sia possibile “fare pagare” programmi sempre più costosi esclusivamente alle grandi corporation (come se ciò non avesse conseguenza alcuna sui consumatori, o sugli azionisti delle public company stessi), o ai “super-ricchi”.

Ma se avendo per limite il cielo i liberal non sono riuscitila raggiungerlo, i conservatori hanno fallito nel fornire una propria, autonoma, visione del welfare state.

Essi sono stati in buona misura incapaci, sostiene Voegeli, di articolare un messaggio convincente sul tema, proprio perché non glie l’avrebbe reso possibile l’ambizione di raggiungere il successo elettorale.

La sua analisi collima con quella di David Stockman, già direttore dell’Office of Management and Budget con Reagan, che in un recente articolo sui New York Times ha liquidato la “filosofia” praticata dai repubblicani come «keynesismo a vantaggio delle classi abbienti».

Già negli anni Ottanta, Stockman aveva pubblicato una spietata disamina del proprio operato e di quello dell’amministrazione Reagan, valutando dome sostanzialmente fallito. il tentativo di cominciare a smantellare l’eredità del New Deal.

Il bilancio della destra è stato ben più gramo, negli anni successivi. Le spese per il welfare sono cresciute più con Bush che con Clinton. La retorica dei tagli fiscali cui ha fatto ricorso Bush, largamente debitrice degli «economisti del lato dell’offerta», aveva paradossalmente bisogno di non mettere mano alle forbici, per la spesa, proprio per giustificare la potatura delle imposte (se meno tasse significano più gettito, perché ridurre le spese?).

Per Voegeli, dal momento che la visione libertaria dello Stato ridotto ai minimi termini è inevitabilmente minoritaria, i conservatori dovrebbero rassegnarsi a sviluppare una propria ricetta per lo Stato sociale. Ad esempio, facendo leva sui fatto che uno degli attributi, di una società più ricca, è che minore dovrebbe essere il numero delle persone dipendenti dallo Stato. I programmi pubblici andrebbero parametrati su un rigoroso accertamento dei redditi dei beneficiari.

Questo, però presupporrebbe due cose. Da una parte, l’esclusione delle classi medie dal novero dei beneficiari del welfare state. Dall’altra, un dibattito politico razionale, in cui ci si confrontasse su come investire nel modo più efficiente possibile risorse a favore di una fascia di poverissimi esclusi dalla vita economica. Mentre invece, come ricorda anche Stephen Hayward nella prefazione, il successo del welfare è dovuto in larga misurà alla prevalenza di argomenti emotivi. Fra compassione ed efficienza, non c’è partita.

Da Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2010

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: