ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 4 agosto 2010


I missili di Hamas sulla “pace fredda” tra Israele e ANP

di Claudio Pagliara

Gerusalemme. Netanyahu e Abu Mazen non si sono ancora dati appuntamento e già un minaccioso terzo incomodo si è invitato a colazione. Venerdì e sabato, razzi lanciati dalla Striscia di Gaza hanno scosso le città israeliane di Sderod e Ashkelon; stamani, dal Sinai prese di mira Aqaba, in Giordania e la “città gemella” israeliana Eylat, entrambe sul Mar Rosso. Quanti pensano che la pace in Medio Oriente sia nella mani del premier israeliano e del presidente palestinese sono serviti.

La successione degli attacchi non lascia dubbi sul fatto che siano legati da uno stesso filo rosso. Sono la risposta del fondamentalismo islamico a quello che appare il primo timido successo della diplomazia statunitense, la probabile ripresa delle trattative dirette israelo-palestinesi. E’ della settimana scorsa il vertice della Lega Araba che ha di fatto invitato il recalcitrante Abu Mazen a rompere gli indugi. Per rassicurare sulle intenzioni israeliane, il premier Netanyahu si è incontrato col re di Giordania Abdallah e il presidente Peres con il presidnete egiziano Mubarak. Dietro la svolta, Barak Obama, che ha esercitato una pressione “senza precedenti” – parole di Abu Mazen –, per convincere il presidente palestinese che non può più tergiversare.

Lo scenario più probabile è che a metà agosto Netanyahu e Abu Mazen diano il via al nuovo round negoziale. Gli eventi degli ultimi giorni, mettono in luce la fragilità del processo, al di là della distanza ancora esistente sui nodi del conflitto. In passato, i radicali islamici hanno usato il terrorismo suicida per sabotare il processo di pace. Oggi Hamas ha a disposizione uno stato di fatto, la Striscia di Gaza, per ottenere lo stesso risultato. Nei suoi arsenali, grazie al sostegno aperto dell’Iran, ha razzi in grado di raggiungere Tel Aviv. Durante l’ultimo conflitto, Piombo Fuso, ha dimostrato di poter tenere sotto tiro tutto il sud di Israele. Un massiccio attacco missilistico da Gaza, costringerebbe Israele ad un intervento militare su vasta scala. Come accadde a gennaio di due anni fa, a farne le sicure spese sarebbe proprio il negoziato.

Oltre a Gaza, almeno altre due incognite esterne giustificano lo scetticismo prevalente sulla possibilità di un’intesa. In Egitto, la fine di un’epoca, quella dell’ultimo faraone, Hosni Mubarak, si avvicina a grandi passi. Voci sempre più insistenti sostengono che il presidente egiziano è malato terminale di cancro. Il successore designato, il figlio Gamal, 47 anni, dovrà vedersela con un rivale temibile, Mohammed El-Baradei, capace di galvanizzare la principale forza di opposizione, i Fratelli Musulmani.

Se prevalesse quest’ultimo, il trattato di pace con Israele è destinato a diventare nella migliore delle ipotesi lettera morta. C’è poi un secondo fattore di incertezza, l’inesorabile scivolamento del Libano sotto l’influenza iraniana. Le anticipazioni sui risultati dell’inchiesta del tribunale ad hoc sull’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri inchioderebbero alcuni dei massimi dirigenti di Hezbollah. L’effetto sul debole governo del figlio di Rafik Hariri, Saad, è potenzialmente esplosivo. Il premier ha già ceduto una volta alle richieste del leade di Hezbollah,  Nasrallah, dandogli potere di veto. Ora rischia di dover fare buon viso a cattivo gioco e assolvere politicamente un partner di governo accusato di complicità nell’assassinio del padre, trasformandosi  in suo fantoccio.

Nell’era dell’Iran che estende i suoi tentacoli ai confini nord e sud, Israele si sente legittimamente una fortezza assediata. In questo contesto, la strada di un’intesa con i ha palestinesi appare ardua. Ma è anche una strada obbligata. Ci sono anche chances, qui, nonostante tutto. Netanyahu ha abbandonato l’ideologia della grade Israele e abbracciato la formula due stati per due popoli, come avevano fatto i suoi predecessori Sharon e Olmert. E a Ramallah non siede più Arafat, che parlava di pace e fomentava il terrorismo, ma leader di una pasta diversa: Abu Mazen, che ha ristabilito legge e ordine nei territori da lui amministrati e Salam Fayyad, il pragmatico premier che vuole costruire lo Stato palestinese sulle solide fondamenta del benessere economico.

3 agosto 2010 © L’Occidentale

Leggi: Se Netanyahu non ride, Abu Mazen ha molte ragioni per piangere

Il confine libano-israele, un fronte pronto a scoppiare

Attacchi ai caschi blu. Missili nascosti. Continui annunci di arresti a spie israeliane. Ecco perché gli scontri a fuoco non sono soltanto un “incidente”

di Guido Olimpio

MILANO – Lo scontro a fuoco al confine Libano-Israele era atteso. Un “incidente” che segue settimane di forte tensione e ne anticipa altre forse non meno tranquille. Una serie di eventi ha rimesso in movimento il fronte politico e strategico della regione. Le prime mosse le hanno compiute gli Hezbollah filo-iraniani. I guerriglieri alleati di Teheran hanno accresciuto il loro arsenale missilistico e lo hanno ben nascosto a nord del fiume Litani. Un ampliamento coperto con manovre e provocazioni. Nella zona si sono ripetuti diversi episodi con i caschi blu dell’Onu – soprattutto francesi – affrontati da “manifestanti” istigati dall’Hezbollah. Ai miliziani sciiti non piace che le Nazioni Unite mettano il naso nei loro intrighi, specie quando nascondono razzi ed esplosivi nei centri abitati. Sempre l’Hezbollah è nervoso perché tra qualche mese l’Onu dovrebbe rivelare le conclusioni dell’inchiesta internazionale sull’omicidio dell’ex premier Hariri. E diverse indiscrezioni sostengono che gli inquirenti potrebbero coinvolgere in modo diretto e pesante proprio il “partito di Dio”. Molte delle prove a carico dell’Hezbollah sono basate su intercettazioni di una serie di cellulari usati da operativi importanti del partito. Guarda caso, da mesi, le autorità libanesi e lo stesso movimento sciita annunciano arresti a catena di “spie” israeliane e molte di loro lavoravano proprio nel settore telefonico. Un modo per dire che il vicino minaccia lo stato dei Cedri e che il Mossad organizza false piste per inguaiare l’Hezbollah. Il recente summit che ha portato in Libano il presidente siriano Assad e il re saudita Abdallah è stato visto dagli osservatori come un tentativo di portare stabilità. Tuttavia molti ritengono che non sia sufficiente a evitare un nuovo confronto militare tra l’Hezbollah e Israele. Visione condivisa anche da altri esperti che tendono a legare la crisi libanese con quella sul nucleare iraniano. L’Hezbollah potrebbe alzare ad arte la tensione per impegnare la diplomazia in Libano e dare più tempo ai finanziatori iraniani. All’opposto, chi è critico verso Israele, ipotizza che Gerusalemme voglia prima colpire, in modo preventivo, il movimento sciita per poi rivolgere le sue attenzioni ai siti atomici degli ayatollah. I generali israeliani sanno benissimo che in caso di un blitz sull’Iran gli Hezbollah userebbero le loro decine di migliaia di razzi contro lo stato ebraico. Tutte queste ragioni e i precedenti storici invitano a non sottovalutare quanto avviene al confine Libano-Israele. Anche un incidente minore può trasformarsi in un pericoloso detonatore regionale.


03 agosto 2010 © Coriere dela Sera

Razzi di Hamas contro la Giordania per sabotare i negoziati

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Ai primi segnali di una ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi, l’estremismo islamico ha lanciato la sua offensiva. Ieri mattina a finire nel mirino è stata la città di Eilat, il paradiso turistico d’Israele sul Mar Rosso, solitamente ai margini del conflitto. La pioggia di missili diretta su Eilat di prima mattina ha quasi completamente mancato il bersaglio, e uno dei razzi è esploso nella zona alberghiera della vicina città giordana di Aqaba, uccidendo un tassista e ferendo altre quattro persone. Soltanto uno dei missili ha colpito Israele, senza provocare danni, e altri tre sono finiti in mare.

Le autorità israeliane e giordane ritengono che l’attacco sia partito dalla penisola del Sinai, territorio egiziano dove pullulano gruppi legati ad al Qaida e trafficanti d’armi. Il Cairo ha smentito, ma non è la prima volta che il golfo che ospita Aqaba ed Eilat viene colpito dal Sinai: ad aprile due razzi avevano raggiunto la zona. L’episodio di ieri segna un allargamento dell’escalation di violenza iniziata la settimana scorsa più a nord, nella Striscia di Gaza, con il lancio di un razzo Grad, lo stesso tipo utilizzato nell’attacco su Eilat, sulla città israeliana di Ashkelon. E’ probabile che dietro il lancio non ci fosse Hamas, ma uno degli altri movimenti attivi nella Striscia, come i Comitati di resistenza popolare, legati all’Hezbollah libanese, o gruppi d’ispirazione qaidista.

Israele ha risposto duramente, bombardando obiettivi di Hamas nella notte tra venerdì e sabato per lanciare un segnale: chi controlla la Striscia sarà ritenuto responsabile di ogni attacco da essa proveniente. Durante il raid degli aerei israeliani è rimasto ucciso Issa Batran, uno dei comandanti dell’ala militare di Hamas, fra i principali responsabili della fabbricazione di missili. Hamas ha promesso vendetta, mentre la Jihad islamica minacciava di riprendere gli attentati suicidi provenienti dalla Cisgiordania, seppure ammettendo che questo tipo di attacco viene ostacolato dalla collaborazione tra gli israeliani e l’Autorità nazionale palestinese. Il fine settimana ha poi visto un susseguirsi di altri lanci di razzi palestinesi da Gaza e raid dell’esercito israeliano sui tunnel al confine con l’Egitto usati per contrabbandare armi dal Sinai. Un altro comandante di Hamas è rimasto coinvolto in un’esplosione nella sua casa, anche se su questo Gerusalemme nega ogni coinvolgimento.

L’improvvisa accelerazione di violenza dopo settimane di calma è iniziata dopo il via libera della Lega araba ai colloqui di pace diretti tra israeliani e palestinesi. Finora Hamas aveva rispettato il cessate il fuoco stabilito dopo l’offensiva israeliana a Gaza del 2008 e aveva anche cercato di limitare l’azione degli altri gruppi terroristici. Ma la coordinazione di attacchi provenienti da Gaza e dal Sinai lascia pensare che Hamas stia sempre più lasciando mano libera alle cellule di al Qaida presenti nell’area per tentare di bloccare le trattative sul nascere. “C’è una vera lotta in medio oriente tra il campo della pace dei paesi moderati e il campo degli estremisti che cerca di distruggere ogni possibilità di pace”, ha detto il presidente israeliano Shimon Peres dopo il bombardamento di Eilat e Aqaba.

Secondo Haaretz,
qualunque progresso nei negoziati di pace tra il governo del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente dell’Anp, Abu Mazen, porterebbe a un ulteriore aumento degli attacchi contro Israele. “Dando corda ai gruppi della jihad globale a Gaza, Hamas sta mandando un messaggio a Israele, all’Anp e soprattutto agli stati arabi: non ignorateci”, scrive il quotidiano israeliano. Intanto, ieri Israele ha annunciato che parteciperà all’inchiesta dell’Onu sul raid contro la flottiglia che cercava di rompere l’embargo su Gaza. Netanyahu, che ha dato il suo assenso dopo forti pressioni internazionali, ha detto che Israele “non ha nulla da nascondere” sugli scontri costati la vita a nove attivisti turchi.

Leggi Perché il re saudita non riuscirà a evitare la guerra di BeirutLeggi La fortezza di GerusalemmeLeggi La capitale in attesa del fuocoLeggi Nel bunker d’Israele

3 agosto 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO

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