ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 22 luglio 2010


Obama: l’irresistibile ascesa di un’illusione

Da oggi in libreria il saggio su Obama scritto da Martino Cervo e Mattia Ferraresi

Al Foglio scherziamo su di un premio che vorremmo presto istituire: “Non è giornalismo” sarebbe il suo titolo o motivazione. La ragione è intuitiva: non ci piace il professionismo generico e compiaciuto di sé. Saper scrivere e cercare di essere intelligenti, dunque fondamentalmente onesti e rassegnati, ma con brio, nella relazione con se stessi e con il mondo, è una peculiarità che non si acquista per via deontologica, la si matura nella vita e la si conferma nell’esperienza, oltre che nella cultura o nella fede. Ci piace il mestieraccio, non la professione augusta, pomposa, ridondante, autoreferenziale, corporativa. Sappiamo di lavorare nell’ambito della selezione e della manipolazione dei fatti, non contiamo sull’invincibilità dell’Assoluto giornalistico, una sciocchezza settaria e una ridicolaggine anche grottesca.

Quest’anno il premio “Non è giornalismo” sarebbe vinto a mani basse da Martino Cervo e Mattia Ferraresi. L’inchiesta su Obama è un campione entusiasmante di curiosità ben costruita, di racconto a tesi che non conclude troppo ma dà quanto promette, di indagine che crea vere piste e veri depistaggi con l’ausilio di letture originali (Benson, Gioacchino da Fiore), di uno spirito cristiano e cattolico militante ma mai invasivo e mai petulante. Per fare agli autori il miglior complimento possibile, non sembra nemmeno un libro su Obama, genere così battuto da risultare ormai palloccoloso. Nella ricerca accurata si sente la vivacità di un’ipotesi, decisiva per scoprire qualcosa, e perfino una vena di pregiudizio, importante per giudicare con l’energia di pensiero necessaria.

L’indagine non riguarda l’immensa fortuna del candidato perfetto Barack Obama, o la sua tremenda disgrazia di presidente in calo di popolarità, anche se il libro è pieno di informazioni ben trasmesse e per così dire tirate a lucido, filtrate con sapienza; ma alla fine si distingue negli autori una perfetta noncuranza dei dettagli politici da trivio. Del fenomeno di questo strano “leader cristiano” che intende fermamente redimere il mondo impaziente di essere redento con il suo umanitarismo organicamente civile, terreno, capace di subordinare a sé il linguaggio anche sentito e vissuto della fede religiosa, gli autori vogliono cogliere l’essenziale, il nucleo atomico che poi si scinde nelle diverse sezioni della cronaca e della storia politica americana di questi anni. Li aiuta un romanzo dimenticato, quello di Robert Benson sul padrone del mondo, metafora assolutamente perfetta di ogni messaggio fondato su valori umanistici perfettamente razionalizzati; e la teologia storica di Henri de Lubac, in particolare la sua celebre tesi sull’umanesimo ateo e il suo saggio su Gioacchino da Fiore (lo spiritualismo senza il Cristo della fede e della storia può portare da qualsiasi parte, come avrebbe detto anche Gilbert K. Chesterton).

Cervo e Ferraresi si sono imbattuti nella lunga storia di una bufala molto opportuna, che a un certo punto fa capolino nella vicenda provvidenziale di quel ragazzo di Harvard che giocava a piedi nudi con i musulmani in Indonesia. Quella bufala è per il loro ritratto di Obama decisamente provvidenziale, ed è semplicemente l’invenzione di citazioni gioachimite, che Obama non ha mai pronunciato nella realtà ma che gli vengono baldanzosamente attribuite, con enorme successo, in un contesto di vanità localistica. La bufala però attecchisce. Attecchisce perché combacia con l’idea di una terza età di grazia in cui lo spirito subentra e vince la battaglia con Satana per l’estirpazione del male. E’ l’utopia, l’idea di un non-luogo che si realizzi e si mostri con la sola virtuosa potenza della volontà umana. E’ la religione intesa come mediazione e linguaggio, ausilio storico e politico di uno spirito di profezia che supera la Rivelazione attraverso una nuova incarnazione profetica e messianica. E’ il celebre “yes we can”, così anticristico e così profondamente americano, così comunitario e costituzionale (“we the people”) e deistico, così massonico e protestante, illuminista e romantico, idealista e pragmatico. Questa idea-ossimoro o catena di opposti, concentrata nello slogan della vittoria, è il motivo che guida tutta l’indagine di Cervo e Ferraresi sulla reviviscenza di una antica tentazione di religione civile che si manifesta in Obama, sulla ripresa galoppante di valorismo umanitario, di spirito e religiosità improntati a profetismo consolante e benevolo: ciò che la gente sopra tutto chiede o sembra chiedere nel nostro tempo credulone senza fede.

Giuliano Ferrara

22 luglio 2010 © – FOGLIO QUOTIDIANO


Cervo & Ferraresi letti dal “past correspondent” del fogliuzzo, Rocca

di Piero Vietti

Forse, come scrive Giuliano Ferrara nella prefazione, il libro di Martino Cervo e Mattia Ferraresi sul quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti (“Obama, l’irresistibile ascesa di un’illusione”, edito da Rubbettino) vincerebbe il premio “Non è giornalismo”, ma certamente è “il saggio più originale di tutti quelli usciti finora su Obama, Stati Uniti compresi”. A dirlo è Christian Rocca, oggi firma del Sole 24 Ore e “past correspondent” del Foglio dagli Stati Uniti, dove ha seguito tutta la campagna elettorale che ha portato Barack al trionfo planetario. Cosa che Cervo e Ferraresi non hanno fatto. Qui sta, secondo Rocca, il merito del libro: “Solo due persone che non sono state in prima linea durante quei mesi potevano fare un lavoro così originale. D’altra parte il mito del giornalista sul campo non è più così attuale: guardare le cose da fuori spesso te le fa vedere meglio. Il Foglio ha fatto tante volte le cose meglio degli altri proprio perché non seguiva tutto ‘day by day’”.

L’ascesa di Obama, ammantata da un’aura di messianismo a tratti fanatico, è raccontata nel libro con intelligente malizia, strizzando l’occhio a chi ha paragonato Barack all’Anticristo ma senza prenderlo troppo sul serio, provando a scavare nella storia di un personaggio di cui si sa tutto ma in realtà niente ed evidenziando come la realtà sia stata più forte delle sue promesse, a oggi rimaste parole nell’aria: “Non è il primo libro negativo su Obama – continua Rocca – ma è il primo che non scade nel patetico o nel ridicolo, che non sembra scritto da un Marco Travaglio dei conservatori americani”. Nel 2008 in Italia nacque un vero e proprio caso attorno ad alcune citazioni di Gioacchino da Fiore che Obama avrebbe fatto durante la campagna elettorale. Gioacchino è un mistico medievale che teorizzò l’avvento di una “Terza era” nella storia, durante la quale lo Spirito Santo avrebbe concesso all’umanità doni straordinari, un periodo di pace e la caduta della chiesa. Obama ovviamente non ha mai citato Gioacchino, ma il fatto che sembrasse a tutti plausibile ha un motivo che i due autori spiegano, smascherando nel contempo l’origine della bufala, nata da una notizia di agenzia.

“Ero a Denver alla convention democratica in quei giorni – ricorda Rocca – e fui l’unico a non parlarne. Quando il giorno dopo lessi i giornali italiani pensai di avere preso un ‘buco’, ma ero sicuro di non avere mai sentito Obama citare Gioacchino. Rileggere oggi la ricostruzione del caso, peraltro molto divertente e fatta in perfetto stile da inchiesta giornalistica, mi dà ancora più ragione”. La teoria di fondo del libro è che Obama è diventato “punto di congiunzione tra l’ideale e il reale” in politica, incarnazione di un’idea, non solo – come un normale politico – portatore di un’idea. Rocca è d’accordo: “E’ vero, così come è vero che noi di lui sappiamo pochissimo”.

Rocca a un certo punto lo paragonò a un Mastella americano per il suo opportunismo, “ma è chiaro che è molto di più”. Obama come padrone di un mondo in cui nessuno avrà più bisogno di essere buono perché tutto sarà perfetto? “Non so quanto fosse consapevole di incarnare l’uomo che ci dovrebbe traghettare nella ‘terza era’ – spiega Rocca – All’inizio io pensavo che fosse una grande operazione costruita a tavolino. Dopo il discorso del Cairo ho cambiato idea, ho capito che credeva ‘in his own hype’, credeva al ‘fenomeno Obama’. Pensava che il solo suo arrivo alla Casa Bianca avrebbe reso il mondo più buono, che bastasse dire ad Ahmadinejad (lui sì convinto di essere un messia dell’islam) di non fare il cattivo, per risolvere i problemi in medio oriente”. La realtà però ha vinto, scrivono Cervo e Ferraresi. “Sì, ora mi sembra che sia lui il primo a non credere più al significato salvifico della sua presidenza”.

Si potrà tornare indietro, o Obama ha messo l’asticella troppo in alto? La gente dai politici si aspetterà solo più promesse à la Obama? “L’asticella è in alto, tanto che Sarah Palin, la sua rivale repubblicana, è un fenomeno simile, anche se lei è già entrata durante la campagna elettorale nella ‘fase due’, quella in cui molti la odiano. Obama ci sta entrando ora, attirandosi paradossalmente le antipatie dei conservatori, che all’inizio lo stimavano, proprio quando fa una politica simile a quella di Bush”. Il momento di grazia è finito, ma i giornalisti italiani, ben descritti nel libro come fantozzianamente proni, non ne parlano: “All’inizio ci fu un comprensibile innamoramento da parte dei media, guidato dalla stampa americana (c’è chi scrisse che ‘Obama è come Dio’), durante il quale però nessuno mise in luce i punti critici. Oggi si fanno i salti mortali per non scriverne – osserva Rocca – perché bisognerebbe parlarne male. Ma vedrete: il giorno in cui Obama cadrà saranno i primi a dargli addosso”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

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