ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 7 giugno 2010


I gas serra spariscono da campagne elettorali e musei della scienza

Il riscaldamento globale non fa più paura
Gli «ecoscettici» superano gli attivisti

L’annuncio di Francia e Germania: c’è la crisi, non ridurremo le emissioni di anidride carbonica

MILANO – L’onda dei «clima scettici» sembra stia prendendo le forme di uno tsunami. E la comunità scientifica giustamente si preoccupa delle possibili gravi conseguenze con le quali fare i conti. C’è inquietudine per i numeri emersi in alcuni sondaggi europei ed americani e per le azioni che si moltiplicano contro i ricercatori del cambiamento climatico. Ora si aggiunge pure la decisione di Francia e Germania di non ridurre, per la crisi, le emissioni di CO2.

BASSA PRIORITÀ – Un’indagine della Bbc rivela che solo il 26 per cento dei britannici crede che la Terra si stia riscaldando e che la causa sia l’uomo. In Germania un’analoga ricognizione effettuata dal settimanale Der Spiegel mostra che i «credenti» sono il 42 per cento. Se questo sta accadendo in Europa dove la sensibilità sull’argomento è sempre stata più accesa che altrove, negli Stati Uniti notoriamente più distaccati, si teme il peggio. In un sondaggio condotto dal Pew Research Center il riscaldamento ambientale compare all’ultimo posto tra le 21 priorità della nazione.

CAMBIO DI NOME – Riflettendo la tendenza del pubblico il Science Museum di Londra ha provveduto a cambiare persino il nome di un’iniziativa in corso per allestire una nuova sezione battezzata Climate Change Gallery da aprirsi entro l’anno. Nei giorni scorsi si è invece precisato che verrà chiamata in modo più neutrale: Climate Science Gallery. E forse non a caso David Cameron durante la campagna elettorale è stato particolarmente muto sulla questione condividendo l’atteggiamento di 141 candidati conservatori i quali ponevano la riduzione dei gas serra in coda alle 19 priorità del Paese.

SCANDALI – Ad alzare la temperatura e l’attivismo dei «clima scettici» ha contribuito senza dubbio una serie di scandali riguardanti i dati climatici: dai messaggi e-mail scambiati dagli scienziati dell’Università inglese dell’East Anglia in cui si sosteneva l’inadeguatezza di alcune valutazioni, alla dubbia previsione accettata dall’Ipcc, il comitato delle Nazioni Unite, sulla scomparsa dei ghiacci dell’Himalaya entro il 2035. A questi fatti si sono aggiunte accuse di conflitto d’interessi rivolte a Rajendra Pachauri, il presidente dell’Ipcc. Un’inchiesta del governo inglese ha in seguito completamente scagionato i climatologi dell’East Anglia.

REATO – Ma ora un nuovo caso sta rinfuocando lo scontro. Il procuratore generale dello Stato americano della Virginia, Kenneth Cuccinelli nei giorni scorsi ha aperto un’indagine su uno degli «eroi» della scienza climatica internazionale, Michael Mann. Egli è il principale autore di un grafico diventato noto come l’«Hockey Stick», mazza da hockey, perché mostra l’impennata del riscaldamento della Terra dopo mille anni di temperature piatte. La valutazione, frutto di studi di numerosi ricercatori diventava l’architrave degli atti ufficiali dell’Ipcc. Ora il procuratore Cuccinelli ha intimato all’Università della Virginia a Carlottesville, dove Man ha insegnato dal 1999 al 2005 (ora è alla Pennsylvania State University) di consegnare entro il 26 luglio i rapporti di ricerca e tutte le corrispondenze comprese le e-mail scambiate dallo scienziato con altri studiosi. Il reato ipotizzato è l’utilizzo del finanziamento pubblico di mezzo milione di dollari per indagini ora contestate dai «clima scettici». Nel riferire l’iniziativa la rivista britannica Nature scrive che è in atto una macchinazione per limitare la libertà di ricerca. «Purtroppo — sottolinea Gianfranco Bologna direttore scientifico del Wwf Italia — da tempo è in atto una pesante azione di lobby per gettare fango sui più illustri centri di ricerca climatica nel tentativo di smentire una realtà ambientale che è sotto gli occhi di tutti: i ghiacciai che si sciolgono e la desertificazione che avanza non sono un’opinione».

Giovanni Caprara

Corriere della Sera del 26 maggio 2010

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