ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Pacifinti e guerre vere

Posted by ikzus su 1 giugno 2010


Chiariamo subito una cosa: non c’era nulla di pacifico nella spedizione FreeGaza; i soldati delle forze speciali israeliane sono stati assaliti immediatamente e in maniera per niente ‘simbolica’, come dimostrano ampiamente le riprese video. E d’altronde, non si capisce quale potrebbe essere l’intenzione ed il guadagno di Israele nell’arrembare un convoglio di civili e fare una strage premeditata! E neppure l’ipotesi di un ‘errore tecnico’ è credibile più di tanto: Tsahal è considerata la più preparata tra le formazioni militari di questo tipo. Ma se non bastassero queste considerazioni di buon senso, la conferma viene dal fatto ci sono dei soldati feriti – o per caso vogliamo dire che gli israeliani sono talmente assetati di sangue che si sono sparati addosso tra di loro?

Neanche l’intenzione era pacifica: la spedizione era organizzata da IHH, un’organizzazione ‘sorella’ di Hamas, che è responsabile non solo del fallimento dei negoziati di pace – per sua stessa dichiarazione – ma pure del sanguinoso colpo di stato con cui nel 2007 prese il potere nella striscia di Gaza. Terroristi che appoggiano altri terroristi, in definitiva. Si legge dovunque che era una missione umanitaria: non è vero, era intesa fin dal principio come una provocazione. Perfino la rappresentazione della situazione della striscia di Gaza viene sistematicamente distorta: basti dire che l’embargo non viene attuato solo da Israele, ma anche dall’Egitto!

Allora, dirà qualcuno, va bene così? No, non va bene, tutte le volte che muore qualcuno di morte violenta non va bene; ma dobbiamo finirla col doppiopesismo, con l’ipocrisia dell’equidistanza tra terroristi e vittime, tra uno Stato democratico che mette sotto processo i suoi generali quando sbagliano, ed un’organizzazione che manda donne  e bambini a farsi esplodere nei bus e nelle piazze, e che per statuto ha l’obiettivo di annientare Israele.

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In difesa di Israele

Un errore tecnico grave nell’esercizio di un diritto politico: l’autodifesa

Da tempo era noto che una flottiglia di provocatori politici, messa su con la complicità dei nemici in armi di Israele, voleva forzare il blocco di Gaza. La decisione di impedire questa forzatura era legittima, ci mancherebbe, ma doveva realizzarsi in condizioni di maggiore sicurezza, con un impiego intelligente della forza, in modo da evitare lutti, dolori ed equivoci umanitari pronti ad essere sfruttati con cattiveria dalla propaganda pacifista internazionale, da sempre alleata con la propaganda antisionista dei peggiori ceffi, ora anche turchi, che agitano la scena mediterranea.

Il blocco contro il quale muoveva la flottiglia delle anime belle, accompagnata da parecchie brutte facce, è una decisione sovrana che Gerusalemme ha preso, giusta o sbagliata che la vogliate giudicare, per tutelarsi da una comunità di impianto terrorista costruita con la violenza da Hamas, movimento islamista che vuole annientare Israele, dopo il ritiro di Tsahal dalla Striscia. Era stato così anche nel Libano meridionale. Il ritiro, l’insediamento successivo sempre più radicato di Hezbollah, le trame iraniane e di altri stati nemici dell’entità sionista, e poi il sistematico bombardamento missilistico delle città di confine, fino ad Haifa: infine la dura reazione delle Israel Defence Forces. Ma qui nasce il vero problema.

Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica.
Ha il diritto di difendersi, ma purtroppo non ha il diritto di sbagliare. Non si fa guerra in Libano senza aver chiaro nei limiti del possibile e dell’impossibile quale sarà il contrattacco di Hezbollah, quanto saranno capaci di nascondere e far funzionare le loro batterie missilistiche nel corso dell’offensiva, quali vie per il traffico delle armi resteranno aperte per giorni e settimane. Così non si abborda una flottiglia di pacifisti ben intenzionati a menare le mani, a usare i coltelli e i bastoni, e magari a disarmare i soldati piovuti dagli elicotteri, senza calcolare tra le possibili conseguenze una carneficina. Un disastro tecnico diventa subito una catastrofe umana e politica, quando si parla di uno stato che vive sotto il ricatto prenucleare di Teheran, di un governo che oggi si sente isolato perfino dall’Amministrazione americana o da sue decisive componenti, di una classe dirigente che deve condurre difficili campagne di verità a proposito di un nemico potente travestito da soggetto debole, diseredato, in perenne penuria per la cattiveria degli “ebrei insediatisi in Palestina”.

E’ doloroso e folle quel che è accaduto a bordo di quelle navi. E’ inaudito anche solo ipotizzare che Israele non abbia il diritto e il dovere di reagire a simili provocazioni politiche, alla violenza degli umanitari e dei pacifisti alleati di Teheran e di folle tumultuanti allertate dalla nuova propaganda di Erdogan. Ma non così.

Giuliano Ferrara, Il Foglio 1 giugno 2010

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Ankara al bivio

In frantumi l’asse con Ankara

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Quei 4 italiani sulle navi – i kamikaze di casa nostra

L’alleanza tra i pacifisti e i volontari islamici (PDF)

Così un’operazione giusta rischia la sconfitta politica

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