ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 1 giugno 2010


Perché le fonti rinnovabili sono un male (non troppo) necessario

I sussidi verdi possono essere un male necessario. Necessario forse, male senza dubbio

La “green economy” sta all’Unione europea come la dittatura del proletariato al comunismo. Ripetuti proclami della Commissione enfatizzano il ruolo delle fonti rinnovabili quale straordinario volano per la crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro. La stessa convinzione é brandita dal presidente americano, Barack Obama, che sta calando le ultime carte per convincere un riottoso Senato ad approvare il suo piano di riduzione delle emissioni. Purtroppo, la fede dell’establishment europeo e americano sembra mal riposta. L’esperienza maturata in questi anni, infatti, non pare supportare la tesi che gli investimenti verdi contengano un “doppio dividendo”: riduzione dell’impatto ambientale e creazione di posti di lavoro e crescita economica. Il paese simbolo della rivoluzione verde è la Germania: nonostante circa la metà della produzione elettrica sia alimentata da centrali a carbone e un terzo dal nucleare, Berlino è stata senza dubbio tra le prime a scommettere sulle fonti alternative. I risultati, a prima vista, non sono disprezzabili: il settore verde è apparentemente florido, e impiega circa 250 mila lavoratori tra produzione e installazione di pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e così via. Sfortunatamente, le energie pulite tendono ad avere rendimenti piuttosto bassi.

In Germania, la capacità rinnovabile è cresciuta, tra il 1997 e il 2007, da 12 a 39 GW: un aumento del 218 per cento che ha portato le fonti verdi dall’11 al 30 per cento della potenza installata. In termini di produzione, però, si assestano attorno al 15,1 per cento. Ciò nonostante, la Germania è il paese col più imponente parco rinnovabile in tutta Europa. Con quali risultati, dal punto di vista economico? Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Energy Policy nel 2008 mostra che il saldo tra i posti di lavoro creati dagli investimenti verdi e quelli distrutti a causa degli aumenti del costo dell’energia può essere positivo se il paese continua a esportare tecnologia. In altre parole, il modello tedesco ha successo solo perché il resto d’Europa ha accettato degli obblighi che alimentano gli ordinativi della potente industria verde tedesca. Da qualche tempo, la concorrenza cinese sempre più aggressiva sta erodendo quote di mercato, e questo rischia di rompere l’equilibrio. Forse è anche così che si spiegano le dure critiche rivolte dalla Confindustria tedesca alla proposta di alzare dal 20 al 30 per cento il target Ue di riduzione delle emissioni. Un’indagine più recente del Rheinisch-Westfälisches Institut fur Wirtschaftsforschung ha concluso che i sussidi “non sono riusciti a fissare gli incentivi di mercato necessari a rendere sostenibile ed economicamente efficiente l’introduzione delle energie rinnovabili nel mix energetico tedesco”.

A Madrid e Copenhagen la situazione è paradossale. In Spagna il piano anticrisi di José Luis Zapatero ha drasticamente tagliato i sussidi, in particolare al fotovoltaico: come risultato si è avuto il collasso degli investimenti nel settore, con la chiusura quasi immediata di diversi stabilimenti e il licenziamento di migliaia di persone (la sola Bp Solar ha lasciato a casa 480 dei suoi 575 dipendenti spagnoli). Gabriel Calzada della Universidad Rey Juan Carlos ha calcolato che ogni nuovo posto di lavoro “verde” consuma risorse pari a 2,2 posti “sporchi”. La Danimarca, grazie al suo clima ventoso, è la nazione che ha creduto più di tutte nell’eolico: nel 2008, i suoi 3,2 GW hanno prodotto il 29 per cento dell’elettricità, coprendo solo il 5 per cento dei consumi. Come è possibile? Le pale girano quando la domanda è bassa; di conseguenza, gran parte dell’elettricità prodotta è venduta a sconto a Svezia e Norvegia, che grazie al loro sistema di dighe sono in grado di accumularla. La stessa energia è in seguito riacquistata a prezzi salati, quando la domanda è alta e la produzione insufficiente: si stima che il saldo netto sia stato negativo per quasi un miliardo di euro. Secondo il Center for Politiske Studier, tutto ciò “ha spostato occupazione da impieghi più produttivi verso l’industria eolica”, con la perdita di circa 240 milioni di euro, cioè lo 0,13 per cento del Pil.

In Italia, sebbene vi sia grande incertezza sui dati, l’Autorità per l’energia ritiene che i sussidi alle fonti rinnovabili potrebbero arrivare a costare circa 7 miliardi di euro al 2020, contro un miliardo l’anno scorso. Secondo una nostra stima, a seconda degli scenari, questo corrisponderebbe alla creazione di un numero compreso tra 50 e 112 mila posti di lavoro: con gli stessi sussidi, per ogni occupato verde se ne potrebbero creare in media 4,8 nell’economia in generale e addirittura 6,9 nel settore industriale (per esempio riducendo le bollette elettriche in misura pari agli incentivi, che oggi pesano per circa il 5 per cento). Persino negli Stati Uniti, il solitamente cauto Congressional Budget Office ha stilato un assessment del piano Obama secondo cui, in media, “a causa degli aumenti dei prezzi (energetici) i salari reali dei lavoratori sarebbero più bassi” e il numero totale di posti di lavoro “sarebbe leggermente inferiore che in assenza della politica”. In sostanza, si può discutere sull’efficacia ed efficienza delle fonti rinnovabili nella lotta al riscaldamento globale. Di certo, dal punto di vista economico esse rappresentano una zavorra, particolarmente pesante in un momento di crisi. I sussidi verdi possono essere un male necessario. Necessario forse, male senza dubbio.

Da Il Foglio, 27 maggio 2010

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