ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Posted by ikzus su 31 maggio 2010


Una ricerca fatta con il ministro Amato dimostra che alcuni luoghi comuni sull’immigrazione vanno rivisti

Sondaggio, molti immigrati poi vogliono tornare in patria

(Carlo Panella, Il Foglio 18-11-2010)

Il 69 per cento afferma che l’obiettivo è tornare da dove è venuto, dopo aver accumulato risparmi. Anche l’esperienza tedesca lo dimostra. Al governo gli immigrati chiedono convivenza pacifica tra culture diverse, più che integrazione. E bisogna affrontare il problema dei contributi pensionistici

La maggioranza degli immigrati non intende rimanere in Italia, ha come obbiettivo un ritorno in patria e per di più dice di non volersi integrare nella cultura italiana preferendo mantenere la propria. Questa è la fotografia delle intenzioni degli immigrati che emerge da un sondaggio – l’unico sul tema – commissionato dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato, alla Makno e da questa reso pubblico nel 2008. Non uno dei luoghi comuni integrazionisti sull’immigrazione regge al confronto con le cifre di questo sondaggio (meglio, inchiesta statistica, perché basata non su telefonate ma su ben 1.000 interviste ad altrettanti immigrati e da 52 colloqui approfonditi).

Tra quelli che rispondono su quale sia il proprio progetto per il futuro (il 23,3 per cento non risponde, perché non ha progetto), il 69 per cento degli immigrati afferma che l’obbiettivo è tornare in patria, vuoi quando sarà anziano, vuoi quando avrà guadagnato abbastanza, vuoi quando avrà imparato un lavoro, e possiamo includere in questo comparto anche chi si dice preoccupato perché non ritiene possibile tornare se in patria la situazione non migliora. Solo il 31 per cento ha un progetto per il futuro, pensa di vivere tutta la vita in Italia. Meno di un terzo. Tanto basterebbe per mandare a carte quarantotto tutte le analisi sociologiche e buona parte delle strategie politiche sull’integrazione degli immigrati.

Ma non basta: gli ordini di grandezza di questo sondaggio sono simili (in difetto) quando gli immigrati rispondono a domande circa gli obbiettivi che il governo dovrebbe porsi nei loro confronti. Il 58,5 per cento degli immigrati che hanno idee al riguardo, infatti, auspica che il governo operi per una convivenza pacifica, ma mantenendo le rispettive culture (è contrario a una vera integrazione), percentuale che si può sommare a quel 22 per cento di immigrati che auspica che il governo faccia in modo che gli italiani apprezzino gli immigrati. Dunque – e qui il dato è clamoroso – solo il 19,7 per cento degli immigrati auspica che il governo attui il maggiore inserimento possibile degli immigrati. Meno di uno su cinque intende l’immigrazione come integrazione.

Mi si obbietterà: un sondaggio è un sondaggio è un sondaggio; cosa futile come una rosa. Ma è un’obiezione inaccettabile perché questi ordini di grandezza coincidono con la realtà dei flussi migratori tedeschi, simili per contesto e per dinamica interna a quelli italiani, misurati con esattezza teutonica dalla Ebert Stiftung, che ci spiega che tra il 1952 e il 2007, nel corposo arco di 35 anni, 36 milioni e 300 mila sono gli immigrati andati a lavorare in Germania, con una permanenza media di attività in Germania di 17 anni e che però ben 26 milioni e 500 mila immigrati, dopo questo periodo, sono tornati in patria. Dunque, la realtà oggettiva di un campione macroscopico e della durata di 55 anni, in una situazione come quella tedesca, comparabile a quella italiana, ci conferma le intenzioni soggettive espresse nel sondaggio Makno: due terzi di immigrati “ruotano” dalla patria alla terra di immigrazione alla patria, non s’integrano, quindi, e solo un terzo tende alla permanenza all’estero.

Basta avere idee concrete e non astratte sulla realtà dell’immigrazione in Italia, e si afferra il perché di questa volontà di non integrazione e di ritorno a casa. Poco più della metà degli immigrati in Italia non viene, come pensa il mio caro amico Maurizio Crippa, da paesi per sempre – o per molti anni – destinati al sottosviluppo, ma da paesi dell’Europa orientale. Paesi, si noti, che producono emigrazione da sottosviluppo solo perché il loro naturale e spesso eccellente sviluppo economico degli anni 30 (in Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria, simile a quello italiano di allora) è stato devastato (come in Romania, Ucraina, Moldova, Albania, eccetera) dalla follia comunista e dal desertificante imperialismo dell’Urss.

Dunque, in Italia, vi sono più di due milioni di immigrati che sanno bene che da qui a pochi anni (entro i 17 anni di permanenza media in Germania, dato fondamentale, perché ci indica il tempo medio di accumulazione di risparmi necessari al rientro in patria) potranno tornare in una loro patria assurta a un livello di sviluppo pari a quello del centro Italia. Fenomeno che già si manifesta nel paese di più antica emigrazione d’Europa: la Polonia, da cui i polacchi iniziarono a emigrare nel 1700, il cui “plombier polonais”, l’idraulico polacco, è assurto a simbolo di minaccia durante il referendum francese sulla Costituzione europea. Negli anni Duemila, infatti, 75.000 polacchi emigrati sono tornati in patria e ben 25.000 di loro avevano la doppia cittadinanza. Segno di un’altra fola che influenza il nostro dibattito su cittadinanza e immigrazione: tra di loro vi sono sicuramente molti neocittadini italiani (o francesi o inglesi) che si sono arricchiti del privilegio della doppia cittadinanza, che invece di aiutarli a integrarsi nel paese di immigrazione costituisce oggi un ulteriore motivo per rientrare in patria definitivamente.

Un quadro opposto, dunque, a quello a cui si riferisce chi si occupa in Italia di immigrazione e integrazione: la Caritas, i sindacati, il Pd e anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che si batte per una politica di integrazione condivisibile, ma che basa le sue analisi su presupposti di realtà errati, come dimostra la sua affermazione del 13 novembre: “Dobbiamo chiederci cosa vuol dire essere italiani oggi per risolvere il rapporto con gli immigrati, perché molti italiani emigrati non tornarono qui ma divennero cittadini di altri paesi”. Il dibattito sulla cittadinanza è meritorio e di stimolo, ma a patto che non lo si basi su errori di fondo. Non è “illusorio pensare che queste persone dopo un po’ di anni se ne torneranno nei loro paesi”, ma è la realtà, oltre che il desiderio, l’obbiettivo che preme alla maggioranza di loro.

Infine, un’annotazione tecnica per rispondere a chi mi rimprovera di non saper leggere le statistiche. L’astrattezza ideologica del dibattito sull’immigrazione, la discordanza tra tutto quanto si legge nelle analisi e i dossier della Caritas (meritoria organizzazione), del Pd e dei sindacati, e quanto gli immigrati vogliono, soggettivamente, e poi fanno, ha due basi statistiche. La prima, tipicamente italiana, è dovuta al fatto che le rilevazioni statistiche in Italia sono fatte su criteri quantitativi, aritmetici e non nominativi. Se sommiamo solo le cifre dei lavoratori stranieri con permesso di soggiorno o assicurati all’Inail e non verifichiamo se i loro nominativi sono mutati (cosa facilissima da fare se si elaborassero i loro codici fiscali), ci sfugge il fenomeno della rotazione verso l’esterno degli immigrati, che aumentano in cifra assoluta ma hanno un consistente ricambio interno. Ricambio che non sempre viene registrato dal punto di vista numerico nei suoi termini reali, perché le anagrafi comunali non cancellano per tempo gli immigrati non più residenti. I 38-40.000 emigrati che a oggi risultano uscire dal paese sono molti di più, ma non vengono registrati per ritardi degli uffici comunali, come rivela la Caritas.

Se si sanno leggere le statistiche, si comprende perché il fenomeno della rotazione degli immigrati (il loro aumento in cifra assoluta, ma anche il loro ricambio interno) sia limitato e poco attendibile. La permanenza media degli immigrati in Italia, infatti, secondo l’Istat, è di cinque anni, un periodo distante da quei 17 anni che abbiamo visto essere il periodo medio di permanenza (e di accumulo di risparmi) che ha caratterizzato i 36 milioni di immigrati in Germana. In Italia siamo ancora in una fase di immigrazione che “accumula” risparmi nella fase iniziale, che non ha ancora raggiunto la massa critica sufficiente a mettere in atto quel ritorno in patria che pure, maggioritariamente, desidera. Quando questa maturità sarà raggiunta, sarà bene che il sistema Italia si attrezzi per favorire questo rientro, che sarà positivo per i paesi di provenienza. Con un problema.

Come si sa, il sistema pensionistico italiano è attivo oggi grazie ai 7 miliardi circa di contributi versati dagli immigrati (e dalle aziende, per loro) e, per ora, la loro percentuale di chi ha raggiunto l’età pensionistica è minima: poche migliaia. Ma, quando il fenomeno immigratorio sarà maturo, sarà bene evitare che accada quel che è successo in Germania. I 17 anni di permanenza media degli immigrati sul suolo tedesco comportano la consumazione di un furto ai loro danni e a vantaggio del welfare dei tedeschi. Perché significa che – in media naturalmente, non nei fatti – nessun immigrato ha raggiunto l’età pensionistica, mentre la farraginosità delle procedure ha fatto sì che pochi di loro siano riusciti a riscattare il capitale versato tramite i contributi. Gli esperti pensionistici italiani conoscono bene questa realtà, sanno che è possibile che si stia incubando un furto di decine e decine di miliardi di euro anche ai danni degli immigrati in Italia. Il minimo da fare per rimediarvi sarebbe facilitare e rendere semplici le operazioni di riscatto dei contributi pensionistici versati e non giunti a maturazione del minimo periodo pensionistico. Ma nessuno si muove. Tutti parlano di integrazione e cittadinanza, nessuno del furto pensionistico a danno degli immigrati e a vantaggio dei nostri pensionati. Un triste paradosso. Significativo.

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