ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Earth Day, la ‘giornata’ antiuomo

Posted by ikzus su 20 aprile 2010


Un paio di articoli in vista delal prossima Giornata Mondiale della Terra, ennesima sproloquiata propagandistica degli antiumani.

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Quelli che l’uomo è il cancro del pianeta

di Rino Cammilleri, Il GIornale di martedì 20 aprile 2010

La “festa della Terra” è nata negli anni ’70 saldando fissazioni ecologiste e timore della bomba demografica
La ricetta? Decrescita per i Paesi ricchi e controllo delle nascite per il Terzo mondo.
Un’ideologia crudele

Anche quest’anno il pianeta è chiamato a festeggiare l’Earth Day, la Giornata della Terra. Il nome stesso richiama l’ambientalismo politicamente corretto e rievoca arcadiche immagini di bimbi che piantano nuovi arboscelli nonché volenterosi volontari che gratis liberano le spiagge dai rifiuti (ma non di rado si tratta di intere scolaresche, vittime ignare, come in tutti i regimi, dell’ideologia egemone). I soliti bastiancontrari penseranno, in questo 22 aprile, che, a furia di celebrare «giornate» per questo e per quello, presto non ci sarà più spazio nel calendario, così che (i più maligni sostengono) si dovrà prima o poi abolire il Natale per far posto a Gea (che poi sarebbe il sogno di ogni liberal -leggi: di sinistra- al mondo). Qui, oggi, ci uniremo alla festa commemorando il Giorno della Terra a modo nostro, magari spiegandone l’origine agli ignari. Infatti, alluvionati come siamo ogni giorno da informazioni (poche quelle utili), il passato si cancella automaticamente dal cervello man mano che serve spazio per nuove nozioni. Così, finisce che, a orecchio, si pensa che l’Earth Day sia roba dell’Onu, come tutti gli altri Day internazionali. Invece no, l’Onu non c’entra niente. Non sappiamo se questa verità renda l’Earth Day meno autorevole o più prestigioso: dipende dall’opinione che ciascuno si è fatta dell’Onu.

Alla ricerca di notizie sull’origine della Giornata della Terra ci siamo imbattuti in un singolare articolo di Riccardo Cascioli, direttore dell’osservatorio SviPop (Sviluppo & Popolazione), specializzato nello smascherare le bufale ambientaliste. Detto articolo si conclude con questa frase scioccante: «Liberi ora di celebrare ancora la Giornata della Terra, ma almeno sapete che state lottando per l’eliminazione di voi stessi». Ohibò. In effetti, Cascioli svela la sospetta contiguità tra i due allarmi planetari che oggi tengono banco, quello ecologico e quello demografico, un mix che finisce col considerare l’uomo come «cancro della Terra» e unico responsabile dell’inquinamento per il solo fatto di esistere – laddove per i sensati non è lui il problema, bensì la soluzione. Ma andiamo con ordine.

La Giornata della Terra cominciò il 22 aprile 1970. Dove? Nei soliti Usa, patria della libertà di espressione (e, dunque, anche di ogni idea bislacca). I più anziani ricorderanno che già negli anni sessanta Celentano lamentava musicalmente l’inquinamento e la cementificazione. Infatti, i movimenti ecologisti già esistevano (sempre negli Usa) come conseguenza dell’affermarsi dei «figli dei fiori». Non che in certi posti, come Chicago, le auto di grossa cilindrata tipicamente americane e il basso prezzo della benzina non avessero creato seri problemi di respirabilità, ma non c’era ancora una coalizione ecologista in grado di imporsi a livello nazionale prima e mondiale poi.

A farla nascere pensarono due personaggi ignoti, ancora oggi, al grosso pubblico: Gaylord Nelson, senatore del Wisconsin, e Hugh Moore, miliardario. Eppure il secondo è l’inventore dello slogan «Population bomb», quella «bomba demografica» che all’inizio non interessava nemmeno a Pannella, tanto che il suo autore dovette pubblicare a proprie spese nel 1956 un opuscolo così intitolato. Grazie al senatore Nelson, che per anni si era battuto -invano- perché il Senato Usa prendesse in considerazione l’ambientalismo, detto opuscolo finì sul tavolo di tutti quelli che contavano, non solo al governo ma anche nelle organizzazioni internazionali, Onu in primis.

Ma i tempi non erano maturi. Lo divennero nel famigerato 1968, quando il biologo Paul Ehrlich sconvolse il mondo -finalmente divenuto ricettivo- con un libro dallo stesso titolo: La bomba demografica. Tradotto in quasi tutte le lingue e diffuso in milioni di copie, il libro impose il «problema» al livello delle masse. Non era tuttavia una novità, perché le teste d’uovo anglosassoni fin dall’Ottocento, con le loro Società Eugenetiche, erano convinte che il darwinismo andasse applicato alle società umane. E il controllo delle nascite era la loro coperta di Linus. Fu però nei favolosi Sixties che il progetto del senatore Nelson incontrò i soldi del miliardario Moore, gran finanziatore di organizzazioni antinataliste. Si tenga anche presente che, all’epoca, era ancora vivo il ricordo della Bomba Atomica sul Giappone, e il rischio di una guerra nucleare con l’Urss era incubo costante. Così, l’idea di un’altra «bomba» in grado di distruggere il pianeta si rivelò vincente per l’immaginario collettivo.

In tal modo l’ambientalismo sposò l’antinatalismo; e il solito Moore, prolifico creatore di slogan d’effetto, coniò anche il motto «la popolazione inquina». In una decina d’anni l’alleanza fu perfezionata e i vari Sierra Club, National Wildlife Federation, Worldwatch Institute, Natural Resources Defense Council, Environmental Action si unirono con i Population Crisis Committee, Population Reference Bureau, Planned Parenthood, Zero Population Growth per fare pressione sul Congresso USA affinché si attivasse onde «fermare la crescita» della popolazione mondiale. Dai e dai, «sviluppo sostenibile», soprattutto del numero degli abitanti del pianeta, divenne un modo di dire corrente e indiscusso. Nacque allora la Giornata della Terra, i cui sponsor e divulgatori sono uniti nell’indicare l’uomo come il vero nemico dell’habitat: c’è, per questo inquina. La «crescita incontrollata della popolazione» diventa la vera causa della «scomparsa delle foreste» dell’«erosione del suolo» della «desertificazione», della «sparizione di intere specie animali» e perfino del famoso «buco nell’ozono». Abbiamo così il Worldwatch Institute che ogni anno pubblica il rapporto State of the World, zeppo di allarmi su calamità imminenti (sempre regolarmente smentite dai fatti) e causate indovinate da chi.

Piaccia o no, questo è ormai lo sfondo dato e non scalfibile sul quale si muovono le politiche ambientali internazionali, Protocollo di Kyoto compreso. Il principio ispiratore della famosa Agenda 21 (approvata al Summit della Terra, la conferenza dell’Onu sull’ambiente a Rio de Janeiro nel 1992) e del recente Vertice di Copenhagen è sempre lo stesso: limitare «l’impatto» della presenza umana. Cioè: freno allo sviluppo nei paesi ricchi e drastica riduzione delle nascite in quelli poveri. Anche se la storia dimostra (e Cascioli insiste) che è vero l’esatto contrario: è la crisi demografica il vero pericolo. Soprattutto per l’ambiente.

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Il catastrofismo interessato dell’Earth Day

di Fabrizio Proietti, SVIPOP del 22-4-2008

“Il tasso di mortalità aumenterà al punto che da qui al 1980 ogni anno moriranno di fame 100-200 milioni di persone”. Così profetava Paul Ehrlich nell’aprile 1970 per spiegare il senso del primo Earth Day (La giornata della Terra). Ehrlich era allora famosissimo in America perché il suo libro “La bomba demografica”, uscito nel 1968, aveva avuto un incredibile successo di vendite (in pochi anni milioni di copie sono state acquistate in tutto il mondo) e le sue tesi erano arrivate a influenzare anche il Dipartimento di Stato. In numerosi articoli e interviste scritte in quei giorni si fece prendere decisamente la mano e si spinse a prevedere che tra il 1980 e il 1989 ci sarebbe stata “La grande morte” con 4 miliardi di esseri umani che sarebbero deceduti in tutto il mondo (compresi 65 milioni di americani). In pratica si sarebbero salvati soltanto una parte di europei e nordamericani.

Tali previsioni cadevano in un terreno fertile, perché i suoi scritti erano soltanto la punta dell’iceberg di un forte movimento per il controllo delle nascite che, spinto dalle grandi fondazioni americane, aveva già guadagnato i cuori di tanti statunitensi. Non a caso fu un noto miliardario americano, Hugh Moore, il vero regista della prima Giornata della Terra, anche se ufficialmente questa nasce da un’idea del senatore democratico Gaylord Nelson. Questi nel settembre 1969 aveva lanciato la proposta di una grande protesta popolare per sensibilizzare il governo sulla necessità di porre rimedio a una serie di disastri ambientali che in quel momento preoccupavano l’America, ma senza il giusto sponsor l’iniziativa probabilmente non sarebbe andata molto lontana.

Moore già dagli anni ’50 aveva investito miliardi e prestigio nelle campagne di controllo delle nascite, ricoprendo anche le più alte cariche delle organizzazioni che di questo si occupavano, dal Population Reference Bureau all’IPPF fino all’Associazione per la Sterilizzazione Volontaria. Peraltro fu proprio lui negli anni ’50 a lanciare lo slogan della “bomba demografica” che – considerato l’impatto emotivo della bomba atomica lanciata nel 1945 e la diffusa paura di una guerra nucleare con l’Unione Sovietica – colpì drammaticamente nel segno. Di fronte alle crescenti ansie della popolazione americana alla fine degli anni ‘60, soprattutto legate al diffuso inquinamento dell’aria nelle grandi città e dei corsi d’acqua (allora venne dichiarato “morto” il Lago Erie), fu Moore a “guidare” la convergenza tra associazioni ecologiste e organizzazioni anti-nataliste.

Ancora una volta fu un suo slogan a fare la fortuna di questo movimento: “La popolazione inquina”. Così quel 22 aprile del 1970 fu preceduto e seguito da un diluvio di proclami, allarmi e profezie sulla incombente fine del mondo causata dall’aumento della popolazione, che si stava divorando le risorse, toglieva spazio alle altre specie e rendeva la Terra inabitabile: “Abbiamo soltanto 5 anni per intervenire”, urlava l’ecologista Kenneth Watt; “E’ già troppo tardi per evitare la fame di massa”, avvertiva Denis Hayes, capo dell’organizzazione dell’Earth Day; “In dieci anni gli abitanti delle città potranno sopravvivere soltanto usando le maschere anti-gas”, scriveva la rivista Life citando i soliti esperti. Anche il clima rientrò tra gli argomenti trattati, ma al proposito gli esperti erano divisi a metà tra coloro che vedevano il riscaldamento globale e quelli che erano già pronti alla nuova era glaciale. Per i successivi 20 anni ebbero la meglio questi ultimi, ma comunque tutti erano d’accordo sul fatto che si stava andando verso la catastrofe.

Come è andata a finire possiamo vederlo da soli: rispetto a quel 1970, la popolazione è quasi raddoppiata, le risorse non solo non sono diminuite ma sono addirittura aumentate, è molto più diffusa anche la ricchezza, non ci sono più state gravi carestie come in passato, se non causate localmente da guerre e follie politiche (vedi Corea del Nord). E anche gli indicatori ambientali volgono al meglio: tanto per restare agli USA, le grandi città sono più pulite e il Lago Erie è tornato in vita.

Malgrado ciò la Giornata della Terra, da evento nazionale si è trasformata in evento mondiale e oggi sarà celebrata con grand enfasi in 174 Paesi: curiosamente con gli stessi slogan, le stesse paure e le stesse profezie di 38 anni fa.

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