ALEZEIA

La verità vi farà liberi

Psicologia sinistra

Posted by ikzus su 6 luglio 2009


Il cosiddetto pacchetto sicurezza per qualche giorno è stato l’unico protagonista della passata campagna elettorale, prima di venir spazzato via dall’ondata (falsamente) moraleggiante di Repubblica. Non ho letto il testo della legge appena approvata, non mi riguarda, e non ho tempo di star dietro all’assurda ed elefantiaca produzione legislativa del nostro parlamento. Mi interessa molto, invece, il curiosissimo dibattito che ha innescato specialmente a proposito dell’immigrazione, e che a quanto pare non sembra destinato a spegnersi. Mi interessa soprattutto perché, al di là delle argomentazioni più o meno razionali (o razionalistiche), è tornata ad emergere la “pancia” di quella che continuiamo a chiamare “sinistra”, e che – sono sempre più convinto – è un’attitudine mentale, un atteggiamento esistenziale, un modo di vedere le cose e di concepire la vita stessa, prima e più che una semplice scelta politica.

Il primo elemento fondante di questa visione primordiale potremmo definirlo, con una metafora psicanalitica, un rapporto conflittuale col principio di realtà; oppure, da un punto di vista filosofico, l’irresistibile attrazione dell’utopia.

Il provvedimento si propone di contrastare l’immigrazione clandestina; ora, si poteva certamente discutere sulla maggiore o minore efficacia delle misure previste – cioè sui mezzi -, ma non è andata così; ciò che è successo, invece, è che l’anima sinistra (profondamente radicata nel nostro popolo) si è rivoltata contro l’obiettivo stesso – e questo è stupefacente! Infatti, rifiutarsi di combattere l’immigrazione illegale, significa rinunciare anche solo in linea teorica ad ogni controllo sui flussi migratori. È come gridare ai quattro venti: venite, qui prendono tutti! E quando sarete qui, vi saranno garantiti cibo, casa, lavoro, scuola, assistenza sanitaria (avete presente le polemiche su medici e presidi-spia), e chissà che altro. Per carità, aspirazione bella, ma aihmè impossibile da realizzarsi: chi dovrebbe farsi carico delle masse che si riverserebbero nel nostro Paese? Sarebbe il colpo di grazia definitivo per il nostro moribondo welfare state. Quindi già a questo livello, lo scontro con la triste realtà sarebbe inevitabile, e devastante. Ma la questione è più sottile: perché gli italiani dovrebbero continuare a lavorare, pagare le tasse, sottostare alla legge, quando gli altri non ne hanno l’obbligo – e in effetti non lo fanno? Se a qualcuno si garantiscono diritti assoluti, cioè slegati da corrispettivi doveri, come si potrebbe negare ad altri un uguale trattamento? Peccato che in un mondo di soli diritti, nessuno è tenuto a far nulla per nessun altro, e quindi i diritti teorici si riducono a sogni evanescenti, che acquistano presto il sapore amaro della beffa. Tra parentesi, è lo stesso sapore che resta in bocca ai nostri giovani, venuti su a pane e diritti, quando scoprono che la realtà è un tantino diversa da come la raccontavano genitori ed insegnanti.

Il secondo pilastro psicologico che è emerso da questo dibattito, mi pare sia il rifiuto della responsabilità.

Ho chiesto ad alcuni amici sinistri perché si schierassero con i clandestini; mi hanno risposto: “Perché sono dei poveracci”. Per pietà quindi, almeno in prima battuta. Ma noi sappiamo che non sono tutti poveracci, tanto che l’incidenza di carcerati extracomunitari in rapporto ai residenti è dieci volte quella degli italiani. Quindi, bisognerebbe distinguere tra delinquenti e veri poveracci, favorire questi ultimi e ostacolare i primi; ovvero, proprio quanto si proponeva di fare la legge in questione (almeno in teoria)! Ma per la sinistra questa distinzione, ancor prima che sgradevole, è profondamente ingiusta: la colpa, si sa, non è mai del singolo, ma sempre della società. Se ci si ferma alla superficie, questo atteggiamento si potrebbe imputare al decrepito pregiudizio marxista, per cui tutto origina da (e quindi si riduce a) le condizioni socio-economiche; ma ciò non spiegherebbe altri riflessi condizionati della sinistra, come l’insofferenza al criterio del merito, e la profonda avversione all’individuo, cui si preferisce in ogni caso una qualsiasi collettività (pur sempre formata da individui, verrebbe da dire…!).

Io credo che alla base ci sia, tra l’altro, la negazione del concetto di peccato. Per il cristiano, la natura umana, originariamente e fondamentalmente buona, è dominata di fatto dal peccato, ovvero dalla scelta libera e consapevole di fare il male; tuttavia, il peso della responsabilità è sempre mitigato dalla certezza del perdono (quando richiesto). Questo dà la possibilità di affrontare le proprie inevitabili mancanze – quali che siano, e per quanto gravi – con un sottofondo di serenità; allo stesso tempo, pone le basi per una convivenza basata non sull’illusione di una società angelica, e neanche sulla disperata constatazione della supremazia del male sul mondo, ma piuttosto sulla realistica e sana accettazione degli altri in quanto peccatori, ma capaci – e meritevoli – di redenzione. L’alternativa obbligata a questa visione (a parte facili ed inutili fughe nei vari infantilismi religiosi o filosofici) è il senso di colpa, che però non lascia scampo, se non la rimozione a livello psicologico, e a livello intellettuale la corrispondente negazione del concetto di responsabilità.

Vi si ritrova poi, in questa strana posizione, la paura della differenza, l’incapacità di accettare (e quindi di gestire) il fatto che siamo tutti diversi, a volte in maniera assai profonda; ma di questo ho già parlato in un post precedente.

Infine, l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda: consentire l’illegalità equivale ad eliminare non l’illegalità, ma viceversa la legalità stessa. Nello specifico, se stabiliamo che non si può – non si deve! – opporsi all’immigrazione clandestina, in realtà rinunciamo ad ogni distinzione tra immigrazione legale ed illegale, e più in generale affermiamo che non c’è differenza tra delinquente ed onesto. La sinistra ha sempre avuto questa tentazione, un po’ per la sua vena rivoluzionaria (per cui è necessario distruggere il presente per far posto ad un futuro incontaminato), ed un po’ per una certa insofferenza allo stato di diritto, che andrebbe superato in nome di una meravigliosa etica universale. È l’obiettivo dichiarato dell’ideologia multiculturalista: la verità assoluta non esiste, occorre puntare su quanto unisce tralasciando ciò che divide, per giungere all’agognata fusione delle varie fedi nell’unica religione umanitaria; nel frattempo, è giusto che ognuno faccia un po’ come gli pare. Ciò che stupisce non è tanto l’ingenuità di tale approccio, quanto l’incapacità di vederne le inevitabili conseguenze pratiche: infatti, nell’attesa del paradiso terrestre, ad essere compromessa sarebbe la stessa convivenza civile, e alla forza del diritto si sostituirebbe presto il diritto della forza. Non solo: lungi dal condurre alla tanto sbandierata integrazione, questa politica porterebbe invece alla disintegrazione sociale. Eliminata la base comune del diritto formale – che proprio per questo dovrebbe essere il più circoscritto possibile, e mai straripare nel territorio dell’etica e della religione -, su cosa potremmo mai costruire una pacifica convivenza, a fronte di una moltitudine di culture fortemente divergenti e spesso opposte?

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