ALEZEIA

La verità vi farà liberi

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Silenzio

Pubblicato da ikzus su Giovedì 9 Aprile 09

Il silenzio ha molte facce.

Intanto, contiene un ovvio richiamo alla morte, che in effetti quasi tutti attraverseremo nel silenzio, e che lascia sempre un corpo muto, ormai incapace di ogni comunicazione. Questo è probabilmente l’aspetto più spaventoso, quello che motiva maggiormente la caratterizzazione prevalentemente negativa che ne dà la nostra società. I Nomadi, in una loro vecchia e tragica canzone, lo dipingevano “come un sudario [che] si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno“.

È il silenzio del Venerdì Santo: il silenzio della croce, dell’annientamento, della tomba; per chi veglia, è il silenzio della perdita, del non senso, della disperazione. È il silenzio di Giobbe, che straziato dalla prova,  “per sette giorni e sette notti“, tace.

Vicino ad esso, e per certi versi imparentato, c’è il silenzio vuoto, l’assenza, la rappresentazione per così dire sonora del nulla. È quello che attanaglia e atterrisce i vecchi, e li porta a vivere con la radio o la televisione perennemente accesa, spesso anche di notte. Somiglia ad uno schermo nero al termine del film, o alla parola ‘fine’ in fondo a un bel romanzo. Pur essendo impalpabile, paradossalmente incarna e quasi personifica la solitudine.

Anche Gesù l’ha vissuto – e questa è forse la pagina più misteriosa di tutta la Bibbia: «Elì, Elì, lemà sabactàni?» «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’inconcepibile grido del Figlio al Padre che mai abbandona i suoi figli, la separazione dentro l’inseparabile comunione trinitaria, l’assenza inspiegabile dell’eterna e totale Presenza, il non-essere che penetra nell’Essere fino ad isolarlo da se stesso. Forse, per quanto è lecito tentare di immaginare, è l’assenso definitivo del Cristo al progetto del Padre, senza cui la morte comunque non avrebbe potuto prevalere.

Ancora, il silenzio può significare incomunicabilità, incapacità di rapportarsi con l’altro; e dunque, perdita della propria dimensione sociale, del nostro essere parte dell’umanità. È il silenzio alienante, che trasfigura l’uomo in fantasma, in mostro; quello di cui Simon & Garfunkel cantavano così: “people talking without speaking / people hearing without listening“; e che paragonavano ad un tumore inarrestabile: “silence like a cancer grows“.

C’è però anche un silenzio ‘pieno’, che al contrario è in grado di comunicare l’incomunicabile, di trasmettere ciò che attraverso le parole non riesce a passare. In certe situazioni un genitore, con una sola occhiata, può mandare al figlio un messaggio che condensa tutte le dimensioni del rapporto interpersonale, con un’efficacia irraggiungibile da una semplice frase, o anche da un intero discorso. E quando due amanti esauriscono il fiume delle parole vane, sempre si ritrovano immersi in un silenzio che dice l’inesprimibile del loro amore.

C’è un silenzio che è presenza, come la madre che, senza far rumore, accudisce dolcemente un figlio malato; c’è un silenzio che è rispetto, ascolto, accoglienza, far posto all’altro dentro di sé; c’è un silenzio che è profondità, pace, amore.

È il silenzio fecondo dell’inverno, che nelle viscere della terra prepara l’esplosione di vita della privera.

È il silenzio in cui Dio si è imprigionato quando ha inventato l’Eucarestia, un giovedì di tanti anni fa: presenza muta, disarmata e  disarmante, amore che non giudica e non pretende nulla – nemmeno di essere riconosciuto! È la sua parola ultima e definitiva; come diceva San Giovanni della Croce, è il ritorno della Parola all’eterno silenzio in cui è stata generata.

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Tu Dio sempre più muto
silenzio che più si addensa
più esplode: e ti parlo, ti parlo
e mi pento
e balbetto e sussurro sillabe
a me stesso ignote:
ma so che odi e ascolti
e ti muovi a pietà:
allora anch’io mi acquieto
e faccio silenzio.

David Maria Turoldo
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eucarestiacroce

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Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi che erano nel mondo,
li amò sino alla fine.

Vangelo di Giovanni, cap. 13

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La triste barzelletta di rombo rosso

Pubblicato da ikzus su Giovedì 20 Settembre 07

Il comitato internazionale della Croce Rossa ha deciso a fine anno: nelle missioni internazionali, il simbolo che identificherà l’azione di soccorso di qualsiasi ferito non sarà più la croce, ma un bel Rombo Rosso! Per quello che ne so, nessuno l’aveva chiesto, ma, viste le arie che tirano, i massimi responsabili di questa meritoria organizzazione umanitaria hanno pensato bene che la croce fosse – come dire? – troppo di parte!

Qualcuno potrebbe giudicare la questione soltanto ridicola, soprattutto quelli che conoscono la storia del simbolo che è stato censurato: infatti, lungi dall’essere una organizzazione confessionale o anche solo religiosa, la Croce Rossa nacque fin dal principio come associazione laica di volontariato, impegnata nel soccorso dei feriti in guerra; ed il suo fondatore, in omaggio alla propria patria, la Svizzera, ne copiò la bandiera, invertendone però i colori: da croce bianca su fondo rosso, a croce rossa su fondo bianco, appunto. Dunque, a questo livello, potremmo liquidare la vicenda come una delle tante insensatezze che ci ingombrano di continuo il cammino come foglie autunnali.

Ma la questione, naturalmente, è più profonda.

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