Abortismo
Pubblicato da ikzus su Mercoledì 13 Febbraio 08
La vicenda è nota: una poveretta è andata in ospedale ad abortire al quinto/sesto mese di gravidanza, e all’uscita dalla sala operatoria si è trovata davanti gli agenti della polizia. Pare che, in seguito ad una denuncia anonima, un giudice abbia deciso di verificare se c’era materia di reato.
Apriti cielo! I principali quotidiani hanno sparato a zero: [Repubblica], per citare il peggio, si permette prodezze di questo livello, direttamente in prima pagina: “Cosa avrebbero fatto i sette agenti di polizia se in quell’ospedale di Napoli fossero arrivati durante l’operazione e non subito dopo? Avrebbero rimesso il feto dentro la donna? “Fermi tutti, in nome della legge: controabortisca o sparo!”. […] quali rei stava cercando? La mamma? Il papà? I medici e gli anestesisti? Cosa voleva mettere sotto sequestro preventivo: l’utero di quella donna?“
Non so, forse Francesco Merlo pensa di essere divertente, magari sogna di andare a Zelig; di sicuro, lui ne sa più del giudice, dal momento che ha già pronta la sentenza: “È difficile anche ragionare dinanzi a questa violenza che è stata commessa a Napoli. Una violenza contro la legge, innanzitutto, perché l’aborto era terapeutico e quindi legittimo, nel pieno rispetto della 194“
Curioso, vero? Il magistrato che ha inviato gli agenti, tutta questa sicurezza non doveva averla; infatti sta indagando, e solo alla fine delle indagini stabilirà se la legge è stata rispettata oppure no. Ma in fondo a Repubblica non importa nulla della legge: “va detto forte e chiaro che l’oscenità dell’irruzione non sarebbe cambiata di molto se quell’aborto fosse stato ai limiti della legge o persino fuorilegge, come si era arrogato il diritto di credere il giudice napoletano“.
Bisognerebbe spiegare a questo fenomeno di giornalista che per un magistrato non è un diritto ‘arrogato’, quello di indagare: è un dovere. Bisognerebbe anche spiegargli che solo Santoro è così bravo da sostituirsi ai tribunali e condannare in contumacia: tutti gli altri semplici mortali – perfino i nobili giornalisti di Repubblica – devono lasciar fare ai giudici il loro mestiere, anche quando non perseguono Berlusconi.
A parte la melma in cui si avvoltola Repubblica, sono due le considerazioni che mi pare vadano fatte. Innanzitutto, è palese il nervosismo dei partigiani della morte ad ogni costo, dall’aborto all’eutanasia alla manipolazione degli embrioni. Si direbbe che si sentano mancare il terreno sotto i piedi, vista la rabbia con cui reagiscono (vedi ad es. Liberazione di domenica scorsa: 4 pagine di veleno puro). Probabilmente, lo schiaffo che hanno preso dall’ultimo referendum (legge 40) brucia ancora.
Ma ciò che colpisce di più, è lo scompiglio in cui cadono quando sono costretti a confrontarsi con la spaventosa realtà dell’aborto, e con le conseguenze mortifere del loro nichilismo filosofico. Via, via, lontano dal dibattito pubblico, lontano dai riflettori, e specialmente: lontano dalla politica! Così conclude anche il campione di cui sopra, che arriva a confessare per “una volta tanto nella vita di esser d’accordo con Silvio Berlusconi” (il massimo dell’obbrobrio, si capisce). Il quale Silvio Berlusconi, prossimo (quasi) sicuro capo del governo, ha sbattuto la porta in faccia alla lista pro-life di Ferrara, sostenendo che il tema della vita riguarda la coscienza di ognuno, non il governo della nazione. Sullo stesso piano si pone Rosy Bindi, quella che da ministro della famiglia cercò di far passare il matrimonio omosessuale. D’altro canto, il “cattolico adulto” per antonomasia, appena salito al potere spedì in tutta fretta un suo ministro all’UE per dare il via libera alla ricerca e al commercio di embrioni umani. Peggio ancora la Livia Turco, addirittura ministro (uscente, per fortuna) della salute, che arriva ad invocare una ‘moratoria elettorale’ sull’etica: come dire, vi pare che problemucci come la vita e la morte, il rispetto della dignità umana, la difesa dei disabili, l’eliminazione eugenetica dei più deboli, siano cose da persone serie?
C’è qualcosa che non va; c’è qualcosa di profondamente malato nelle menti e nei cuori di tanti membri delle nostre elites. Siamo immersi in una vera e propria cultura dell’inganno e della menzogna, dove l’uccisione del malato viene definita ‘terapeutica’, ovvero curativa, foriera di vita; dove una donna, come questa sventurata in un’intervista al GR1 di stamattina, non si vergogna di affermare: ” [[…]] dato che non sono una persona egoista, non ho voluto mettere al mondo un bambino per farlo soffrire da piccolo; è stata una decisione mia, non è che mi hanno indotto a farlo“
L’amore è uccidere, egoismo è farsi carico. Ma ancora peggio, diritto è l’omicidio – il peggiore degli omicidi, quello del proprio figlio. Come spiegare a questa non-madre (e a tante altre) che questo diritto non esiste? Non esiste sul piano morale, perché se no qualsiasi altro omicidio può esser giustificato. E non esiste neanche sul piano giuridico: nel 1981 i radicali proposero un referendum per liberalizzare totalmente l’aborto, e vennero sconfitti. La legge in vigore recita testualmente così: “ART. 6 – L’interruzione volontaria della gravidanza (aborto), dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:
a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino *Gun grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna*.“
Mi spiace per il caro Merlo e per l’ancor più cara Repubblica, ma se fossimo in un Paese minimamente serio l’intervista della signora la inchioderebbe alle sue responsabilità: l’ha deciso lei, non un medico che avrebbe dovuto constatare un’improbabile grave pericolo. Beninteso, non dubito che la vicenda si chiuderà senza conseguenze: in Italia uno straccio di certificato medico non si nega a nessuno. Ma è indispensabile smetterla di nasconderci dietro un dito, e ricominciare a chiamare le cose col loro nome: vita è vita, morte è morte, curare è aiutare e non sopprimere; e amore, come insegnò qualcuno molto tempo fa, è dare la vita, non toglierla.
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